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venerdì 1 maggio 2015

IL MANTELLO DI SUPERMAN.

"Ero nel garage di Walter Bonatti, che da qualche tempo non c’era più. Stavamo cominciando a prenderci cura delle sue cose e del suo archivio personale facendone una sorta di grossolano inventario iniziale. Nel suo garage Rossana aveva radunato delle scatole di cartone che aveva rinvenuto da qualche altra parte, le scatole contenevano dei vecchi numeri di Epoca e dei ritagli di giornale. Secondo Rossana, lì in garage, non c’era probabilmente nient’altro di cui occuparsi. Mi guardai in giro, intorno c’erano degli oggetti di uso comune che si possono rinvenire in qualsiasi garage di qualsiasi casa del mondo. In fondo al garage c’era una tenda tirata che penzolava dal soffitto e che nascondeva il fondo della stanza, chiesi a Rossana là dietro cosa ci potesse essere. Lei ci pensò un attimo e poi mi disse che non c'era niente di particolare, soltanto vecchie cose, non ricordava nemmeno bene. Guardammo. Scostammo la tenda e dietro, in perfetto ordine su uno scaffale, c’erano le scarpe di Walter Bonatti. C’erano scarpe di tutti i tipi: scarponi da montagna usati e meno usati, pesanti e meno pesanti e poi riconobbi tra tutte quelle paia di scarpe, i suoi anfibi. Quelli alti, in pelle, che avevo visto nelle fotografie delle sue avventure in Zaire, In Kongo, in Nuova Guinea, sull’Alto Orinoco. Provo a spiegarvi come mi sentii io, in quel momento. Era come se Superman fosse morto e io, che ero stato chiamato lì nella sua casa a guardare tra le sue cose, mi fossi imbattuto nel suo mantello. Il mantello di Superman. C'era il mantello ripiegato e in ordine dentro a un cassetto, senza più Superman, e poi c’ero io. Voi, come vi sareste sentiti?” 

Foto © Archivio Bonatti - Venezuela, 1967

Ieri alla FIERA DEI LIBRAIAngelo Ponta, che è curatore del libro "Walter Bonatti - Giorno per giorno, l’avventura" è venuto a Bergamo all’Auditorium di Piazza della Libertà portando con sé alcune fotografie di Bonatti da proiettare sul grande schermo. Oltre che mostrare queste straordinarie immagini e parlare un po' del libro e della mostra allo Spazio Tadini di Milano (oltre 40.000 presenze), tra le altre cose Angelo ha raccontato questa storiella che a me ha fatto venire la pelle d’oca. Ero seduto sul palco accanto a lui e quando ha finito di dire questa storia avrei voluto avere il coraggio di alzarmi e abbracciarlo e di stringerlo. Tenerlo lì stretto un momento e dirgli grazie, per quello che aveva appena detto e per la cura che si prende dell’Archivio, dentro a cui ha compiuto e continua a compiere una vera e propria esplorazione storica e letteraria. E’ grazie anche al suo lavoro che la memoria di Bonatti viene costruita e protetta. L'archivio di Walter Bonatti è al momento custodito nel caveau di una banca in Valtellina, ci ha detto Angelo. Si tratta di libri, di note, di appunti, quaderni, stampe fotografiche e fotografie digitali che prima che sia troppo tardi, prima che siano deteriorate per sempre, bisognerebbe prendersi la cura di digitalizzare. Ci sono circa 90.000 fotografie. Se fossimo in un paese diverso dall’Italia questo lavoro sarebbe già stato fatto per intero, noi invece siamo ancora quasi fermi alle celebrazioni e ai tagli di nastro una volta ogni tanto e alle querelle legata alla vicenda del K2 o del Freney. Se non ci fosse il lavoro prezioso di persone come Angelo o Alessandro o di altri che conosco e che hanno voluto bene a Bonatti e che continuano a volergliene, il suo patrimonio culturale lasciatoci in eredità andrebbe pian piano perduto. Dimenticato. Peccato che ieri all’Auditorium in Piazza della Libertà, dove eravamo davvero in troppo pochi per la portata dell'evento, non ho visto nessuno dei dirigenti del CAI cittadino. Ogni volta che una manifestazione culturale legata alla montagna, a Bergamo, prova a prendere corpo fuori dalle mura della Casa della Montagna, è quasi sempre così. Ieri forse questa assenza istituzionale che era impossibile non notare era per via del week-end lungo che era appena iniziato. E va beh. O forse era per colpa di qualche riunione di commissione importantissima che non si poteva rimandare. O forse al CAI erano troppo presi con i tortellini del ristorante del Rifugio in città. Peccato però. Per Walter. Per l’alpinismo e per gli appassionati di montagne e di avventura della nostra città. Sarebbe valsa la pena esserci, anche solo per quelle straordinarie foto proiettate sullo schermo gigante e per sentire Angelo raccontare la storia del mantello. Io a un certo punto, quasi quasi, piangevo. - 

sabato 17 gennaio 2015

JEAN AFASSANIEFF FUMAVA LE GITANES BLU.

Jean Afanassieff aveva un nome che sembrava finto. Leggerlo e ricordarlo esattamente quel nome, scriverlo correttamente, era già un impresa. Una avventura. Era più facile ricordarsi dei suoi capelli lunghissimi, castani, lisci. Negli anni ’80 avere i capelli lunghi per essere un climber o un alpinista — un certo tipo di climber e di alpinista — era indispensabile o almeno così mi pareva. Io negli anni ’80 ho avuto tra i tredici e i ventitré anni, gli anni più belli della vita, quelli in cui diventi quello che poi sarai per sempre. Edlinger aveva i capelli lunghi. Berahult, aveva i capelli lunghi. Reinhold Messner aveva i capelli lunghi e ce li avevano i britannici Doug Scott, Chris Bonington, Peter Boardman. Jean Marc Boivin, il mio idolo assoluto, aveva i capelli lunghi. Tutti quelli a cui avrei voluto somigliare avevano i capelli lunghi e un po’ in disordine. Allora anche io mi ero fatto crescere i capelli lunghi. Compatibilmente con mia madre, li tenevo abbastanza in disordine. Jean Afanassieff però era diverso. Intanto aveva dei capelli lunghissimi, più lunghi di tutti gli altri, quasi da donna, curati e poi aveva quel nome che sembrava finto. Afanassieff. Sembrava che nello scriverlo ci fosse stato un refuso o un errore, nessuno sembrava ricordarlo davvero quel nome, ma io avevo imparato a riconoscerlo sulle riviste di alpinismo e a tenerlo a mente. Era così affascinante quel rincorrersi di consonanti e di vocali. A-fana-ssieff, in fondo non era difficile da memorizzare. Sapevo che quando mi imbattevo in quel nome ci sarebbe sempre stata sempre la certezza di venire a sapere qualcosa di straordinario, di innovativo, di rivoluzionario dal punto di vista alpinistico. Jean Afanassieff si è fatto conoscere con una serie lunghissima di salite solitarie in velocità nel massiccio del Monte Bianco, salite che poi nel tempo, seguendo le sue tracce, sarei andato a vedere o a ripetere così come si va a visitare un tempio, un luogo in cui si sente la necessità di essere mettendosi al cospetto di qualcun altro, alla ricerca di se stessi. L’ intero inverno del 1977 Afanassieff lo trascorse sciando a Bugaboos, in Canada (un altro luogo che in seguito sarei andato a conoscere) e nel 1978 fu il primo francese in vetta all’Everest, in autunno, insieme a Nicolas Jaeger e Kurt Diemberger. La sua fu la 72esima salita della montagna. Nicolas Jaeger fu un’altro personaggio fondamentale nel mio diventare uomo. Alpinista e fisiologo contribuì in modo determinante a conoscere i meccanismi dell’adattamento dell’essere umano all’alta quota, trascorse sessanta giorni a 6768 metri in vetta all’Huascaran, tempo in cui scrisse un libro che si intitola “ Carnet de solitude”, “Solitudine” nell’edizione italiana. Bellissimo. Giunto in vetta all’Everest Jaeger si accese e fumò una Gitanes, le stesse sigarette che fumava anche Edlinger. Se mai avessi iniziato a fumare un giorno, avrei fumato delle Gitanes, ma non divaghiamo adesso. Afassanieff: insieme alla prima salita francese dell’Everest compì nello stesso giorno anche la prima discesa di un 8000 con gli sci, partendo da quota 8300. Un exploit assoluto, non soltanto per l’epoca. Infischiandosene delle collezioni di 8000 Afassanieff tornò in seguito altre tre volte all’Everest, per il versante Nord. Nel 1979 fu escluso dalla spedizione nazionale alla Magic Line del K2, accadde per via di alcune dichiarazioni scomode dopo la spedizione nazionale dell’anno prima e per via del suo carattere piuttosto naïf, Afassanieff non mandava certo a dire quello che pensava. Restare escluso da una spedizione perché hai detto quello che pensi. Dire quello che pensi sempre, anche se non conviene. Anche se ti tagliano fuori. A me sembrava grandioso, anzi è grandioso, lo penso tuttora. Una cosa di cui andare orgogliosi, non è importante se nel frattempo ti perdi qualcosa. In seguito Afassanieff sarebbe diventato un documentarista o come si dice oggi, un filmmacker. Uno che si prende cura di raccogliere e di raccontare delle storie. “Certi mi considerano un alpinista, certi un regista, mi rendo conto di essere un personaggio complicato, difficile da inquadrare. Io sono stato alpinista e sciatore in una vita precedente e oggi, nella mia nuova vita, anche se ancora pratico l’arrampicata e lo sci per piacere personale, mi considero un autore. Il mio mestiere e la mia passione è quella di raccontare delle storie attraverso i miei film”. Jean Afassanieff se n’è andato qualche giorno fa, a 61 anni per un male incurabile. Non ho mai avuto la fortuna di incontrarlo di persona ma la sua storia, la sua vita, mi hanno sempre ispirato. Se penso a uno a cui avrei voluto assomigliare, uno che mi ha fatto sognare, uno di cui vorrei ricalcare la traccia, parlo come alpinista e come sciatore ma anche come autore, come appassionato di storie da raccontare, penso a lui, a Jean Afanassieff. Buon viaggio, Maestro. Adieu.

mercoledì 6 agosto 2014

I CAVALIERI DELL'INUTILE.

Philippe Petit è nato in Francia ma non in un circo. Da piccolo si è fatto espellere da cinque scuole e nel tempo libero - cioè tutto il tempo di cui disponeva - ha imparato a fare giochi di prestigio e a barare con le carte, a cavalcare, a tirare di scherma, ad arrampicare e a parlare cinque lingue, oltre al francese, lo spagnolo, il russo, l'inglese ed il tedesco. 

A sedici anni è fuggito di casa per essere libero e indipendente e diventare artista di strada, è salito su un cavo ed ha cominciato il suo gioco d'azzardo, il mestiere di funambolo. 

"Il filo non è ciò che si immagina. Non è l'universo della leggerezza, dello spazio, del sorriso. E' un mestiere. Sobrio, rude, scoraggiante". 

Il 7 agosto 1974 - domani saranno 40 anni - Philippe ha camminato a oltre 400 metri d'altezza su un filo teso tra i due grattaceli del World Trade Center a New York, le Torri Gemelle. Quelle che non ci sono più. La sua non era una impresa autorizzata o come succede quasi sempre adesso una iniziativa pubblicitaria promossa o sponsorizzata da un brand, da un ente, da una azienda. La sua era una impresa inutile e superflua. Folle. Pericolosa. Per giunta un crimine. La preparazione dell'impresa, in gran segreto, è durata 6 anni fatti di studi, progettazione, calcolo, allenamento, ricerca, messa a punto. 

Perché lo hai fatto? gli hanno chiesto migliaia di volte e la risposta e sempre stata una sola, una soltanto: "Non c'è nessuna ragione"

A uomini così, ai Cavalieri dell'Inutile, il mondo e l'umanità devono deve dire Grazie. 

Grazie per averci mostrato la via, per averci spiegato che il successo e l'insuccesso sono due facce della stessa medaglia. Grazie per avere ideato e realizzato un sogno che è per i più inconcepibile, troppo grande per essere anche soltanto pensato e che rimane nelle immagini e nel ricordo, nella storia, qualcosa che sarà per sempre nei nostri occhi e nel nostro immaginario, una performance assoluta, cristallina, lucente. Pura. Grazie Philippe per avere inseguito il tuo sogno e per non avere mollato mai, contro tutto e contro quasi tutti. 

Grazie per non avere mai ceduto alle lusinghe della pubblicità, dal commercio, della celebrità, alla necessità economica di cavalcare il successo. Grazie per averla tentata e fatta, quella camminata sul filo, quarant'anni fa. 

Grazie soprattutto per non avere mai dato risposta a quella domanda, la solita, stupida e legittima insieme: perché lo fai? 

Non c'è perché.

mercoledì 9 luglio 2014

SCONFITTE.

Ecco. Io penso che alla montagna quello che servirebbe davvero è qualcuno che con il "nemico" ci dialoga. Qualcuno che più che porre dei veti si confronta, più che imporre cose che non è in condizione di imporre, tratta. Qualcuno in graduo di stabilire delle priorità sostenibili, una strategia politica, degli obiettivi primari raggiungibili, qualcuno in grado quando serve di stringere alleanze o accettare anche soluzioni di compromesso. Qualcuno con il senso della realtà, consapevole delle proprie forze ma anche delle proprie debolezze. Qualcuno preoccupato di portare a casa un risultato utile più che di stare schierato dalla parte della ragione, confortato dall'opinione di altri come lui e dall'idea inviolabile di essere nel giusto. 

Servirebbe qualcuno che con i motociclisti o con gli auto-fuoristradisti o con gli impiantisti o con i cacciatori, insomma con quelli che vengono definiti sbrigativamente "i nemici della natura" invece che farci una guerra di principio ci parla, ci dialoga continuamente e si confronta, nelle sedi opportune, nelle amministrazioni locali, nelle Province, nelle Regioni, in Parlamento. Sui giornali. Nelle proprie sedi e nelle sedi altrui. Nei motoclub. Ai motoraduni. Nelle federazioni. Al bar. 

Invece abbiamo puntato tutto su una petizione on-line, sulla semplicità con cui - alcuni pensano - il mondo cambia grazie a un click. Non è vero. Il mondo cambia grazie a quello che facciamo, non grazie a quello che pensiamo. Abbiamo perso. Soprattutto la montagna ha perso, ma nulla è davvero perduto. Adesso per difendere il territorio il dialogo e la trattativa con i Sindaci, con gli enduristi e i fuoristradisti, con gli impiantisti e con i cacciatori non è più soltanto auspicabile. E' necessario. Indispensabile. 

A parte gli aggiornamenti di stato in cui ci mostriamo disgustati e scandalizzati per questa legge, concretamente, questa è l'unica carta che ci resta in mano da giocare: il dialogo. 

Mi chiedo solo: non era meglio cominciare prima? Non sarebbe stato meglio cedere un asso per vincere la partita?

SPONSOR E ALPINISTI.

E' interessante quello che scrive Alessandro Gogna a proposito di sponsor e alpinisti. Molto. La sua è una analisi molto elaborata, raffinata, probabilmente anche troppo, secondo me buona parte degli alpinisti professionisti di oggi da un certo punto di vista, Alessandro, li sopravvaluta. 

Il suo ragionamento - prendetevi il tempo di leggerlo il suo articolo, ne vale la pena - ha un punto di partenza che si ispira ai valori fondamentali dell'alpinismo di un paio di decenni fa, su tutti ne cito uno di questi valori che lui stesso ha menzionato nel suo articolo e che li riassume tutti: la libertà. La sintesi di un certo modo di fare alpinismo per professione e di viverci è nel titolo di un libro di Messner : "La libertà di andare dove voglio". E di fare ciò che voglio e tutto il resto aggiungo io, ci siamo capiti, leggendo il libro se uno lo ha letto (se no magari leggete anche questo) è tutto molto chiaro. 

Per gli alpinisti aspiranti al professionismo che abbiamo visto sino ad oggi la libertà e l'indipendenza erano il motore di tutto, la premessa, il motivo principale. L'essere libero era il motivo fondamentale di una sponsorizzazione, il compromesso fondamentale che nel tempo ci siamo abituati ad accogliere come necessario. Oggi è diverso. Non è più così. 

Sarò brutale: a buona parte degli alpinisti, arrampicatori, freerider eccetera eccetera professionisti o aspiranti tali dei giorni nostri uno sponsor serve per ricevere credibilità, non per darla. E' uno scambio alla pari. Questi alpinisti non vogliono essere liberi, al contrario, vogliono essere usati. Vogliono essere guidati nella loro carriera, filmati, fotografati, promossi attraverso i media. Resi celebri attraverso uffici stampa e agenzie di PR e per fare questo la libertà sono disposti a metterla temporaneamente da parte, a sacrificarla. I loro sogni, i loro desideri questi alpinisti li chiamano molto disinvoltamente "progetti". A me la cosa, in un certo senso, ha sempre fatto paura.

 Voglio dire due cose: una, che sono cambiati i tempi. due, che ci piaccia o no è un dato di fatto sempre più evidente che in alpinismo dove le classifiche non ci sono, a farle le classifiche, sono gli sponsor. Sponsor grosso, atleta grosso. Sponsor piccolo, atleta piccolo, l'equazione è facile, apparentemente. E' triste da dire, ma è la verità. E' come ci siamo ridotti a vedere le cose. La percezione dell'audience si è trasformata, adeguata, ha perso la sua forza critica. Per molti giovani alpinisti che aspirano a una vita da professionisti uno sponsor e una sponsorizzazione non sono più un punto di partenza, non sono più un modo per essere più liberi e più indipendenti, sono uno strumento a disposizione per crescere. Un punto di arrivo. 

Un modo per ricevere visibilità, per costruire il proprio brand (sigh) e per rendersi autorevoli nella élite artefatta di altri alpinisti celebri. E' il mondo che funziona così, è il sistema sociale, il sistema economico, quello dei media e - purtroppo - anche quello della stampa specializzata. Gli alpinisti che aspirano al professionismo soltanto ormai, molto spesso, invece che lottare contro il sistema si sono rassegati ad usarlo. Facendosi usare. 

Una volta gli alpinisti erano i ribelli, i rivoluzionari, coloro che volevano sovvertire l'ordine delle cose, oggi sono l'immagine stessa delle aziende o dei brand che rappresentano. Ieri erano i pirati, i cavalieri solitari, gli sbandati, i senza futuro. Oggi molto spesso sono dei ragionieri, dei manager. Delle icone. Dei fotomodelli (a-ri-sigh). Gli alpinisti si sono adattati, il prezzo da pagare è che alcuni questo sistema non lo riescono a maneggiare e a governare e ne vengono sopraffatti, la passione ed il talento spesso vanno persi per strada. Non tutti sono cos', non a tutti capita così, per fortuna. 

C'è sempre e ci sarà sempre chi le vie le apre e le sale per primo. Chi esplora. Chi sogna. E chi invece le vie soltanto le ripete e al massimo le colleziona

domenica 11 maggio 2014

GIRO DI BOA.

Gli alpinisti della mia generazione sono cresciuti leggendo il libri e immaginando quello che succedeva sulle grandi montagne. Erano gli alpinisti in prima persona una volta a raccontare al rientro delle loro spedizioni, con i libri o con le conferenze, la loro avventura. Raccontavano il loro punto di vista, la loro storia e lo facevano con calma, in un secondo tempo da casa, quando tutto era finito. A bocce ferme. 

Poi con i telefoni satellitari e la facilità con cui grazie a internet e ai mezzi digitali si può comunicare, fotografare, filmare e condividere mostrando istantaneamente quello che succede su ogni montagna del pianeta, da un certo momento in avanti abbiamo avuto la sensazione che tutto fosse vicino e a portata di mano e di non avere più bisogno dell'occhio e del cuore di qualcun altro che ci raccontasse al suo rientro che cosa aveva visto laggiù. Per colpa di questo, per questa idea che ci siamo fatti che tutto avvenga in un infinito "qui e ora" che è ovunque, ci siamo convinti di non avere più bisogno che l'esperienza umana venga filtrata e rielaborata attraverso gli occhi e il sentimento di qualcun altro. 

Passata l'euforia tecnologica iniziale improvvisamente tutto ha cominciato a sembrarci piatto e banale, scontato, a portata di mano, tanto vicino da apparire privo di senso o poco importante, perfino noioso. Forse anche perché gli alpinisti non erano ancora pronti a raccontare in quel modo, in diretta, senza filtri e noi non eravamo più disposti ad ascoltare. Volevamo soprattutto "vedere" e a nostra volta "dire" usando in prima persona, senza filtri, gli strumenti che ci consentivano e che ci consentono di comunicare. Internet, i blog, Facebook, twitter, tutto. Un certo tipo di alpinismo che non tutti fanno e che a meno di essere un protagonista non si può fare altro che farsi raccontare ha, a un certo punto, perso la sua magia, la sua aura. 

I protagonisti, gli alpinisti, alcuni, da autorevoli hanno cominciato a diventare soltanto celebri e noi abbiamo finito per accontentarci e per smettere di essere curiosi e sensibili, attenti, critici. Cosa più grave di tutte ci siamo fatti l'idea di non avere più bisogno dei giornalisti o degli scrittori o degli inviati, di un punto di vista esterno, ci siamo convinti di non avere più bisogno di quelle persone che con fatica da un certo luogo, dalle montagne e dai campi base dove è scomodo o difficile o pericoloso andare e restare ci raccontavano in prima persona cosa stava succedendo, cosa era successo e cosa stava per succedere. Per essere risvegliati dal nostro torpore, per rimanere attenti almeno per qualche minuto su un certo argomento abbiamo cominciato a dover essere intrattenuti, anziché informati. 

Li' sono cominciati i problemi. E' stato quello il momento in cui siamo partiti per la tangente e guardando film di montagna o brevi clip on-line che hanno la stessa qualità cinematografica di un film di Hollywood, è facile rendersene conto, abbiamo cominciato ad andare in confusione. Abbiamo finito per dimenticarci delle storie e della sostanza, della realtà, dei fatti, della necessità nell'alpinismo e nel mondo dell'avventura, prima di tutto, di documentare. 

Abbiamo finito per confondere il vero con il verosimile e abbiamo cominciato ad accontentarci, a smettere di farci domande. Per fortuna c'è ancora chi questo mestiere di raccontare lo sa fare e ha voglia di farlo, io sono ottimista, siamo a un punto di svolta. Io dico che siamo al giro di boa. Siamo al punto in cui le storie di montagna, di alpinismo e di avventura da raccontare tornano ad essere importanti, tornano a essere il cuore delle cose che vogliamo sapere. Torna ad essere importante l'autorevolezza, l'obiettività, l'indipendenza, la capacità narrativa di chi ci racconta. Tornano ad essere importanti i fatti e le notizie. Tornano ad essere importanti gli uomini. Torna ad essere importante la qualità. Torna ad essere indispensabile essere autorevoli. 

Mentre i nostri giornali italiani pubblicavano notizie sulla sciagura dell'Everest per sentito dire e mostrando una valanga di repertorio che niente aveva a che vedere con i fatti e che non proveniva nemmeno dal versante giusto, il New York Times lavorava a questo. Che nel suo genere, nel suo piccolo, è un capolavoro. 

Vi consiglio di guardarlo.


mercoledì 23 aprile 2014

COME TUTTE LE PRIMAVERE, EVEREST.

Buona parte dei discorsi che sento sull'Everest arrivano puntualmente a primavera, verso la metà di aprile e se ne parla di solito fin verso la fine di maggio non oltre, sento opinioni, grandi slanci di pensiero, ragionamenti sull'etica in difesa del grande alpinismo e - esagero - della libertà.

Poi dopo, da fine maggio ad aprile dell'anno dopo di Everest non se ne parla più, se non in occasione delle tragedie della "montagna assassina", verso agosto, quando la maggior parte di noi è pronto per andare in vacanza e a un certo tipo di stampa piace tirare fuori i soliti discorsi sull'alpinismo di un tempo che non c'è più, sulle grandi montagne, sui grandi dell'alpinismo che anche quelli, secondo una certa stampa, non ci sarebbero più. Sì, come no. Anche le mezze stagioni, non ci sono più.

Noi - dico noi che siamo o ci sentiamo alpinisti - l'Everest lo pensiamo come un santuario o come un museo, come un luogo sacro e supremo dove fare risiedere tutte le idee e i sentimenti migliori che abbiamo rispetto all'alpinismo e alla wilderness. Lo sentiamo un po' tutti come il vertice di tutte le montagne, come la montagna delle montagne e in un certo senso lo è, l'Everest. E' un simbolo. Forse però, mettendo da parte per un attimo i luoghi comuni e le pretese dovremmo iniziare a pensare che l'Everest è un simbolo per l'umanità, non solo per gli alpinisti e che, tanto per cominciare, non è mica roba nostra ma è una montagna del Nepal e spetta forse ai nepalesi, insieme agli altri ma un po' prima degli altri, decidere cosa farne.

E' ora forse di diventare più tolleranti e concentrarsi sulle cose che contano davvero, sulla sicurezza, sulla salvaguardia e la preservazione dell'ambiente, sulla sostenibilità delle spedizioni e della vita nel Khumbu e potremmo tranquillamente abituarci a pensare che per un mese e mezzo all'anno l'Everest è un luogo in cui fare "turismo alpinistico". Così è già da quasi vent'anni, in effetti. Questo ci consentirebbe oltre che di aiutare il Nepal e i nepalesi di concentrare gli sforzi sui restanti 10 mesi e mezzo dell'anno, a totale beneficio di chi l'Everest lo vuole puro e libero dal turismo, simbolo dell'alpinismo. Per chi vuole la solitudine e la montagna così come era, cento o mille anni fa, c'è sempre il periodo i post-monsonico, c'è l'inverno, ci sono tante altre vie da fare, senza ossigeno se uno è forte abbastanza, e ci sono gli altri versanti. Non facciamo turismo noi, sulle Dolomiti Patrimonio della Umanità o intorno al Monte Bianco, con gli impianti di risalita, con le moto, le auto, con le costruzioni, con le strade, con gli elicotteri, insomma con tutto?

Quello di chi tenta l'Everest in primavera, guidato, è in un certo senso un un turismo d'elitè e non è esente da pericolo, per certi è un turismo avventuroso e per certi altri è banale, scontato ma insomma in definitiva, nel 2014, l'Everest è anche di queste persone qui. Un po' come le maratone, che non appartengo mica soltanto di quelli forti che corrono sotto le 2h10'. Alcuno dicono che non senso correre una maratona in più di 2h10', il record del mondo è fissato a 2h03'23. Altri dicono che non ha senso correre una maratona in più di 2h30'. O in più di 3h00. O 3h30'. O 4h00' insomma ognuno, a proprio piacimento, arbitrariamente, fissa la linea del legittimo e dell'illegittimo, del giusto e dell'ingiusto come gli fa comodo.

A me non pare sia questo il modo più intelligente di guardare al problema. Tolleranza, questa mi sembra la parola chiave. E l'etica, quella, i principi, i valori a cui ispirarsi, i simboli, meglio metterli nelle cose che facciamo piuttosto che nelle cose di cui discutiamo. Perché io gli alpinisti - e gli uomini - che ammiro, quelli che mi hanno ispirato e che secondo me hanno fatto la storia, l'etica gliel'ho vista sudare dal polpastrelli, dalla fronte, gliel'ho vista tracciare nella neve fonda, sulle creste, sulle grandi pareti con le grandi vie. Dei grandi alpinisti che ho avuto la fortuna di conoscere che tra loro parlavano di "etica" tanto per parlarne, non ho mai visto nessuno.

L'etica a me, ai grandi alpinisti, sembra soprattutto di avergliela vista praticare.

E' per questo che secondo me erano e sono dei grandi uomini, perché più che dire agli altri cosa bisogna fare, nel rispetto di tutti, tollerando tutti, hanno fatto e fanno vedere al mondo la loro idea. E' di questi uomini che l'alpinismo e anche l'Everest e anche il Nepal hanno bisogno.

Di quelli tolleranti che parlano con l'esempio.

lunedì 9 dicembre 2013

GIORNALI SCRITTI BENE, DELLE VOLTE.


Il giornale della mia città, L'Eco di Bergamo, oggi è aumentato di 10 centesimi, come altri giornali. Non so quindi dire se nel fare il giornale, ieri, la redazione e i giornalisti abbiano fatto uno sforzo supplementare, speciale per giustificare l'aumento, ma voglio dire che comunque sia andata, sull'edizione di oggi c'erano almeno due articoli che meritano di essere conservati, dopo essere stati letti. 

Uno - a pagina 12 e 13 - è l'intervista a un imprenditore indagato per corruzione che ha ammesso di avere pagato tangenti per salvare le proprie aziende. Non mi interessa entrare nel merito della vicenda politica o giudiziaria, ma a un certo punto della intervista, verso la fine, l'imprenditore intervistato parla di se il giorno del trasferimento da Brescia a Milano per andare San Vittore a scontare la sua pena. Dice che durante il trasferimento con il cellulare della polizia penitenziaria era seduto davanti a un piccolo finestrino oscurato e poteva guardare fuori attraverso qualche rigatura nel vetro e lui, tra il casello di Palazzolo e quello di Bergamo, mentre passava nelle sue zone, ha tenuto gli occhi chiusi per non vedere la sua terra da carcerato. Io leggendo mi sono sentito lì, con lui, con questo uomo, ero solo come era solo lui sul cellulare. 

Mi sono sentito al suo posto. Posso provare rabbia nel comprendere il suo modo di fare affari, rabbia di fronte all'idea malata di salvare la sua azienda dal fallimento con le tangenti (un modo che lui stesso ha definito sbagliato e che suo padre, secondo le sue parole, non avrebbe mai utilizzato) ma allo stesso tempo ringrazio il giornalista che ha realizzato l'intervista per avermi consentito di capire meglio. Capire meglio i fatti e le persone, cosa che significa in definitiva capire il contesto, l'ambiente sociale, gli stati d'animo, e in ultima analisi il mondo. 

L'altra cosa davvero speciale de L'Eco di Bergamo di oggi è a pagina 31, si tratta di una intervista a Domenico Quirico, per chi non sapesse chi è si tratta del giornalista del La Stampa rapito e sequestrato per 5 mesi in Siria. Riporto testualmente una delle sue risposte, sul mestiere di reporter, così facciamo prima:" Il mio mestiere è raccontare storie di uomini: il loro dolore, angosce, passioni. devo impostare il rapporto con la realtà che racconto secondo un rapporto granitico: quello dell'onestà. Perché questo rapposrto esista c'è una condizione sovrana che devo rispettare: condividere le passioni, speranze, sofferenze di coloro che incontro. L'unico modo di condividere è di essere lì con loro. Ho avuto paura delle loro stesse paure. Ho patito la loro stessa fame. Questo mi da diritto di dargli voce." 

Ecco. Io vorrei usare queste sue stesse parole per riempire gli sguardi interrogativi di tutti quelli che in questi giorni mi hanno ripetuto una infinità di volte la stessa domanda "Perché vai al Nanga Parbat? Perché d'inverno?"
Io vado perché andare là, con Simone e David, è l'unico modo per condividere e raccontare, l'unico modo per sapere, l'unico modo per capire e per provare a far capire. Devi avere freddo e fare fatica e comprendere la paura e devi conoscere la gioia, devi saperla vedere arrivare da lontano, come un onda che viene a riva, se vuoi condividerla. Devi leggere il sogno degli altri, se vuoi capire i tuoi sogni. 

Il giornale della mia città spesso non mi piace. Però oggi mi ha fatto sentire al posto di altri due uomini, e poi al mio posto, più a mio agio di tante altre volte. 

Sentire e far sentire quello che sentono gli altri, per questo si scrive, per questo si legge. 

Non solo i libri, ma anche i giornali, quando qualcuno li scrive bene.

lunedì 4 novembre 2013

LA MENTE UMANA E' UNA COSA SEMPLICE.


In fondo la mente umana è una cosa semplice, per dominarla una volta si facevano le guerre, poi hanno scoperto che era più comodo addomesticarti con un mutuo e con le rate da pagare, con i giornali e con le televisioni, adesso per pilotare i consumi basta il web e un telefonino.

Serve rincoglionire sin da subito i più piccoli con l'Ipad e anche i più vecchi, quelli che ancora godono di qualche diritto come la pensione o l'assistenza sociale, i vecchi sono un serbatoio di voti e adesso anche loro bisogna governarli con Ipad e con il web, invece che con la televisione.

Il tempo passa. L'Ipad è in, la TV è out.

Bisogna fornire ai soggetti più giovani e insoddisfatti, a quelli stanchi di questa situazione e che non hanno un lavoro e una casa e un mutuo da pagare e la responsabilità di una famiglia e dei figli da mantenere, quelli che insomma sono più pericolosi e più difficili da governare, un tipo di informazione "alternativa" che viaggia attraverso il web che sembri indipendente, moderna e libera, che faccia sentire emancipati e intelligenti, interattivi. Connessi. Autonomi. Che ci dia l'impressione del progresso, del cambiamento, senza che questo avvenga, in realtà. La missione è: "non cambiare le cose" e per riuscirci il potere ha bisogno che noi ci sentiamo parte di un sogno, di un progetto, parte di qualche cosa, che sia un movimento, una fede calcistica, uno stile di vita, un credo religioso, la categoria di possessori di una certa auto o di una certa bici o di un certo modo di fare le cose, di sciare, di mangiare, di guidare una moto, è lo stesso, basta che sia una "community".

Poi è sufficiente usare le "community" per fare "rivelazioni" che non sono per niente rivelazioni al momento giusto, travestire la pubblicità occulta o le campagne elettorali da "scoop" giornalistico, aggiustare le previsioni del tempo del week-end, robe così. Robe semplici. In fondo la mente umana è una cosa semplice. Governarne una è difficile, governarne tante insieme è molto più facile. 
A volte vedi delle notizie riportate, condivise e commentate su facebook o su certe pagine web, su certi giornali on line che se non ci fosse da preoccuparsi perché finisce che qualcuno ci crede per davvero, a certe notizie, ci sarebbe da ridere. Io ho paura, sono terrorizzato da tutta questa gente intorno a me che non si rende conto.

Ieri ho letto questa cosa: "Mini era glaciale in arrivo, durerà 80 anni, inizierà da gennaio." A gennaio, non prima. Che sarebbe un po' come dire che sulla terra stanno per tornare i dinosauri, da giovedì. Non mercoledì, giovedì.

Mercoledì c'è la Champions. Giovedì i dinosauri.

lunedì 23 settembre 2013

COSE IDIOTE.

Alcuni idioti circolano in bici. Altri in auto. Altri in moto o con il camion o anche a piedi, dipende, in fondo gli idioti sono come le persone in gamba: se guardi bene in giro, ne trovi dappertutto. 

Altri idioti ancora, sempre per via del fatto che ce ne sono dappertutto, stanno nelle redazioni dei giornali e quelli sono tra i più pericolosi, perché hanno un potere enorme, pubblicano articoli qualunquisti e "divisivi" come questo qui sotto, non tanto per informare o per favorire il dialogo; non per aprire la nostra visuale ad altri punti di vista e per stimolare la ricerca delle possibili soluzioni, ma con lo scopo di fare leva sulla parte altrettanto idiota e intollerante di noi, sul "tifoso" che abbiamo dentro, per realizzare i loro scopi. Per aumentare il traffico sui loro siti o per vendere qualche copia in più dei loro giornali, ed esempio. 

A questo link si parla di gente prepotente che offende e che occupa tutta la carreggiata con la bici, gente incivile che è fin troppo facile disapprovare e criticare ma in fondo sarebbe lo stesso se le parti fossero invertite e se a essere definito incivile e a essere tirato in mezzo fosse stato uno dei tanti automobilisti irrispettosi dei ciclisti e del codice della strada che ci sono in circolazione. 

E sarebbe la stessa identica cosa se il tema della discussione fosse l'immigrazione clandestina o il matrimonio gay o l'eutanasia o il calcio o il diritto alla vita o insomma uno di quei tanti argomenti su cui per capire bisognerebbe ricevere una informazione di qualità e fermarsi a riflettere. Il metodo di un certo giornalismo 2.0 "dei nostri stivali" è quasi sempre lo stesso: usare certe notizie innescando subdolamente la polemica, senza mai prendere posizione o approfondire o informare seriamente e chiamare questa cosa qui "imparzialità giornalistica". Il risultato è quello di scavare fossi e tirare su muri, invece che aprire porte e costruire dei ponti. 

Invece che mandarli a cagare noi, dei giornalisti così, noi li commentiamo, ci accapigliamo tra noi, ci sostituiamo a loro nel dialogo o nella discussione sui social network. E' triste ammettere che un metodo così squallido e idiota di occuparsi della informazione - e in fin dei conti del mondo che ci circonda - funzioni alla perfezione.

venerdì 17 maggio 2013

COSE CHE HO VISTO AL SALONE DEL LIBRO DI TORINO.

A trovare il parcheggio ci ho messo un ora. Un ora dico. Nella città dell'automobile.

Poi sono arrivato alla biglietteria, mi sono messo in coda. C'era una coda, ma una coda. Ho visto in alto sopra alle casse un cartello con scritto bancomat, era la cassa solo bancomat allora mi sono spostato. Alla cassa solo bancomat non c'era nessuno e alle altre casse c'era una coda, ma una coda. Ho detto buongiorno ho dato il bancomat, la signorina alla cassa mi ha detto Il bancomat non funziona. Ah, e allora? ho detto io. Può pagare in contanti. In contanti? ok. Mi sono voltato verso quegli altri in fila alle casse solo contanti e ho tirato fuori il contante, dieci euro. Cercavo di non farmi vedere che mi scocciava un po', mi guardavano, che poi non è mica una colpa, avere il bancomat. C'era una coda, ma veramente una coda, alle altre casse. Mi sono girato un po' di spalle. Ho pagato. Sono entrato.

Appena dentro ho pensato Adesso vado a pisciare così poi per un po' sono a posto. Credo che lo pensino tutti al Salone del Libro di Torino appena entrano Adesso vado a pisciare così poi per un po' sono a posto, soprattutto le donne. Tutte. Al bagno delle donne c'era una coda, ma una coda. Al bagno degli uomini solo io e un altro signore che pisciava con una borsa portacomputer a tracolla, e poi basta. Ci siamo anche sorrisi mentre pisciavamo. Salve. Salve.

Poi sono entrato dentro al salone, finalmente, il primo stand che ho visto, enorme, tipo una villetta di due piani color bèige mancavano solo i gerani ma forse c'erano anche i gerani, era lo stand della Calabria. Lo stand della Calabria, mi sono detto? Al Salone del Libro?

salone del libro > libri;
libri > cultura;
cultura > turismo;
turismo > pil.

Ah, già. I libri. La cultura. C'erano anche degli assaggi eno-gastronomici allo stand della Calabria e delle hostess elegantissime e gnocche; e anche delle racchione vecchie però c'erano, che tenevano dei fogli in mano che si capiva che invece loro non erano hostess e che erano loro quelle che comandavano, nello stand della Calabria. Loro con i fogli in mano. Le racchione. Del rinfresco io non ho preso niente, del resto era solo per la stampa, e sono andato avanti.

(stavo pensando: metti che scrivo un libro e che vogliono invitarmi in Calabria a presentarlo, se leggono questa cosa delle racchione, quelli della Calabria, magari non mi invitano più? magari questo pezzo lo togliamo, allora. Poi vediamo)

Passeggiando per i corridoi ho notato:

- Una ragazza che vendeva una rivista LIBRI PER TUTTI solo due euro, la vuole? no grazie, lei mi ha sorriso lo stesso e mi ha detto Non importa. Gentilissima. Capelli neri, occhi neri, golfino bianco. Carina. Lo dico perché ce n'erano anche altre che vendevano la stessa rivista ma loro le altre, meno carine.

- Della moquette gialla con ancora l'odore della moquette nuova, che però secondo me facevano meglio a sceglierla di un altro colore, la moquette, che a ora che è lunedì, la moquette gialla.

- Altri stand delle regioni italiane Piemonte, Marche, Maremma Toscana, sempre per via di quella cosa
libri > cultura;
cultura > turismo;
turismo > pil.  E poi anche altre regioni che non me le ricordo tutte, adesso.

Al salone del libro uno dice, cosa ci vai a fare? voglio dire, è come andare in un capannone dove ci sono decine di migliaia di libri ( o centinaia di migliaia? quanti saranno? boh) però tu con quei libri non è che ci puoi entrare in relazione direttamente, voglio dire tu sei lì che cammini nei corridoi e loro sono là appoggiati sui banchi. Sono chiusi. I libri bisogna leggerli. Come fai tu a sapere cosa c'è scritto dentro? Se quello lì è un bel libro oppure no?

La copertina.
Che però è stupido scegliere un libro solo per la copertina, lo sanno tutti.

L'autore.
Che però se leggi sempre gli stessi autori, come fai a scoprire dei nuovi autori interessanti che dicono delle cose nuove e interessanti?

L'editore.
Che però, anche lì, se compri sempre i libri delle solite case editrici più grandi e più forti, come si fa?

E' un bel dilemma.

Forse è per questo, per questa paradossale"incomunicabilità" dei libri mentre sono chiusi, mentre non li leggi, che allora, al Salone del Libro di Torino, le case editrici organizzano delle mini (o maxi, dipende) conferenze con gli autori. Io ne ho seguite tre:

- in una c'era un signore piuttosto obeso, meglio dire obeso, meglio dire molto obeso vestito di nero (non vi dirò il nome) che parlava e parlava e citava e parlava e parlava e citava, poi a un certo punto, dopo poco che ero lì ha usato la parola "divisivo", ha detto: "Divisivo ora è una parola molto usata, usiamola" allora lì io mi sono alzato e sono andato via. Anche perché se fai una conferenza e hai delle briciole sulla pancia aggrappate al maglioncino, voglio dire, certe parole bisognerebbe avere il buon senso di non usarle.

- in un altra c'era un salottino con una moquette blu con circa quarantotto sedie vuote e tre che tenevano una conferenza che stavano seduti su tre sedie dietro a un tavolo  con una tovaglia che arrivava fino a terra e poi due in prima fila che la seguivano la conferenza, totale cinquantatre sedie in tutto.
48+2 +3=53. Allora io mi sono fermato in piedi per ascoltare di cosa si trattava, anche perché mi spiaceva che erano solo in due nel pubblico, con tutte quelle quarantotto sedie vuote. Purtroppo appena sono arrivato io il conduttore ha detto: (con voce impostata, al microfono) Bene, allora chiudiamo qui, ringrazio tutti, gli autori (ha detto due nomi) e tutto il pubblico intervenuto. Grazie mille, a domani. Domani io non ci sono.

- in un altra c'era Sgarbi che parlava, brillantissimo, simpaticissimo, non ho capito di cosa, l'argomento era troppo difficile per me, faceva collegamenti e saltava da un argomento a un altro facendo riferimenti e citazioni che io non ero in grado di cogliere. I due presentatori della conferenza accanto a lui erano semisdraiati sulle sedie, con le mani conserte e un sorrisino sulla faccia che diceva  Adesso voglio proprio vedere dove va a parare, Sgarbi. Non c'è niente da dire, Sgarbi li teneva tutti in pugno, quelli lì. La sala conferenze era piena e non riuscivi neanche a entrare. Io sono stato lì pochissimo, che non capivo.

Allo stand della Feltrinelli appena entri c'è un gradino insidiosissimo sotto alla moquette bianca, che con la suola delle scarpe in gomma è sicuro che inciampi. Inciampavano tutti. Dopo essere inciampato sono entrato e ho cominciato a guardare dei libri, poi mi sono rigirato indietro verso l'entrata e ho visto altra gente inciampare, inciampavano tutti,  mi sono detto Vuoi vedere che l'hanno messo apposta quel gradinetto nascosto? Per spiazzare un po' la gente che entra. Per metterla un po' a disagio. Per livellare. Non so. E' una mia impressione.

Se è così - potrebbe essere - il problema è che la gente inciampando quando entra non può vedere la gigantografia di Roberto Saviano che sta proprio di fronte, in centro, con il libro ZeroZerZero, sfondo nero scritte rosse e bianche, una foto di lui che si tiene un dito sulla tempia e pensa. La classica posa da scrittore. Che uno appena entra e inciampa pensa Che figura e scantona subito ai lati, a sinistra o a destra, i libri di Saviano al centro non li vede. A sinistra nello stand della Feltrinelli ci sono i saggi. A destra le guide turistiche. I tascabili sono in fondo, tutto lungo le pareti.

Alla Einaudi quando entri sembra che ti guardino un po' male, non so, è una sensazione. Sembra che ti guardino come dire Non sarai mica un aspirante scrittore anche tu, vero? Che io, stando lì dentro, alla Einaudi, ho avuto la stessa sensazione che provavo quando ero piccolo ed andavo nei negozi di abbigliamento a chiedere gli autoadesivi - a un certo punto della mia infanzia a metà degli anni '70 c'è stata questa cosa degli autoadesivi da andare a chiedere nei negozi - e quando entravi in un negozio ed eri piccolo, i commessi ti guardavano sempre come dire Che palle, un altro degli adesivi. Che se non vedevano subito tuo padre o tua madre alle tue spalle, c'era anche il rischio che ti sbattessero fuori dal negozio, quelli lì. Io, lì alla Einaudi, ho messo subito su una faccia come dire Tranquilli, sono qui per comprare. Io leggo, soprattutto. Scrivere, poco.

Sempre dentro alla Einaudi c'era un salottino dove facevano delle interviste, stavano intervistando un ragazzo che secondo me è uno scrittore. Uno non tanto alto, magro, capelli corti con un po' di barbetta. Uno tranquillo, con uno sguardo gentile. L'intervistatrice gli teneva il microfono a un centimetro dalla bocca e lui provava a spostarsi indietro ma niente la intervistatrice lo inseguiva, lui sopportava e mi guardava e parlava al microfono, io non sentivo cosa diceva, ero troppo distante. Sembrava un pesce dentro a un acquario. Sembava che con gli occhi mi chiedesse aiuto, Aiuto, Aiutro, poi a un certo punto ha fatto uno sguardo come a dire Tranquillo, ce la faccio, ancora un minuto e ho finito. Non sentivo niente di cosa dicevano, niente, nemmeno il labiale. Lui il ragazzo scrittore non so chi fosse, mi piacerebbe capire chi è e poi andare a leggere un suo libro. Per dire Ecco, quel tipo lì così, scrive questi libri qui. Secondo me sono libri molto belli. Si capisce che lui doveva essere uno molto bravo a scuola, uno appassionato di scrittura. Uno tranquillo, anche. Uno che si fa i cavoli suoi. Che ieri ho capito che se ti piace farti i cavoli tuoi e scrivere, il Salone del Libro di Torino, non è un bel posto dove andare. Mi sa che se sei uno scrittore bravo per davvero, ti obbligano ad andarci, altrimenti non ci andresti.

Allo stand della Mondadori c'era un aria come dire Noi qui pubblichiamo i libri più fighi di tutti.
Alla Rizzoli c'era un aria come dire Noi qui pubblichiamo dei libri che magari sono un po' così e non sono i libri scritti meglio di tutti ma noi siamo bravi a venderli i libri, quindi a noi cosa ce ne frega, comunque ne vendiamo un sacco, di libri.
Alla Marcos y Marcos c'era un aria come dire Ma che cacchio continuiamo a venirci a fare, a queste fiere?
Alla Fandango Libri c'era un aria un po' così così. Medio normale.
Alla Minimum Fax c'era un aria come dire Noi qui pubblichiamo i libri di autori che bisogna assolutamente leggere e li pubblichiamo prima degli altri, prima che diventino autori cult o libri cult, che quelli che pubblichiamo noi sono alcuni degli autori più fighi di tutti e voi non lo sapete neanche.
Alla Casa editrice Libreria dello Sport c'era un libro bellissimo sull'allenamento del ciclista, bellissimo, fatto bene, l'avrei preso ma costava 35€, mi scocciava, non l'ho preso. Lo prendo tra un po', in autunno.

Poi sempre girando per i corridoi del Salone ho incontrato:

- Un editore che conosco bene che porta ancora dei ridicoli capelli a caschetto, uno che ha mandato in fumo una casa editrice e che dentro allo stand di un'altra casa editrice dove adesso deve essere migrato riceveva persone che andavano a trovarlo come si va a trovare uno a cui si vogliono fare le condoglianze e che lui invece riceveva come se quelli lì fossero amici con cui tanti anni fa è andato in vacanza a Stromboli. Che bello Stromboli, eh, ti ricordi? Che bei momenti? Stromboli. Così, in quel modo.

- Due che parlavano tra loro in modo vivace e uno di loro, proprio mentre passavo, ha pronunciato la frase "rescissione del contratto" allora io mi sono voltato con la testa mentre camminavo e loro si annuivano entrambi con i nasi vicini e guardandosi negli occhi.

- Una ragazza gentile che quando ho comprato un libro mi ha regalato una decina di segnalibro dicendomi Te ne do un po', vuoi? erano più di dieci e io non sapevo dove metterli e ho detto Non saranno troppi? e lei Ma noooo, con un'aria da svampita e con un bellissimo sorriso.

Poi ho visto un sacco di altri stand di piccole case editrici, ma non è che riesco a raccontarveli tutti questi stand, adesso.

Poi mi sono avviato all'uscita, sono passato davanti al Bar Espositori e c'era Sgarbi che faceva delle interviste con dei ragazzi giovani, molto giovani che lo filmavano con una reflex. Lui teneva la mano sulla spalla a uno di loro, in segno di amicizia. E' abbastanza alto, Sgarbi. Più di me. Ha i capelli tutti grigi. Più di me.

Uscendo, prima dell'uscita, c'era il bar Autogrill e mi sono detto Adesso bevo un caffè e magari mangio qualcosa così poi fino a casa a Bergamo sono a posto. Ero tutto contento che avevo nella borsa i miei libri che avevo appena comprato:

I cento passi, Giordana-Fava-Zappelli, Feltrinelli.
Episodi incendiari assortiti, David Means, Minimum Fax
Italian Short, Brevi storie lungo il belpaese, Caracò Ed.
La neve e il fuoco, Giorgio Bocca si racconta, DVD+Libro, Feltrinelli
La banda del formaggio, Paolo Nori, Marcos y Marcos.

Mentre ero lì in coda alla cassa ho visto che vendevano il Bounty (quelle barrette al cocco-cioccolato) a 2.50€.
Dico: 2.50€, sono 5000 lire. Mi sono messo un po' di cattivo umore.
Ho preso solo un caffè, un Euro.

Poi sono uscito e mentre uscivo e quell'aria fresca che senti sulle braccia e sulla faccia quando esci da un posto chiuso mi accoglieva ho dato una occhiata al telefono e alle mail e sì, lo confesso, anche a facebook. Mi vergogno. L'ho guardato. Che a volte mi arrivano delle mail anche lì. Lo giuro.

Comunque, tra le notizie di facebook mi è uscito un post di Roberto Saviano che diceva così:

Sabato 18 maggio dalle 11,30 sarò alla Fiera del Libro di Torino. L'unica cosa davvero bella delle fiere sono i lettori. Tanti lettori che si incontrano. Mi farà molto piacere incontrare i miei lettori allo stand Feltrinelli (padiglione 2, stand J52-K51). Stringere le loro mani, guardarci negli occhi, firmare copie, condividere tempo. Proverò a trascorrere una giornata diversa.

Che se io fossi stato al suo posto, al posto di Roberto Saviano, invece che scrivere "L'UNICA cosa bella delle fiere sono i lettori" avrei scritto "UNA delle cose belle delle fiere sono i lettori eccetera eccetera " che lì alla Feltrinelli in fondo io ho visto un sacco di persone gentili che lavorano per lui.

E poi io (padiglione 2, stand J52-K51) non lo avrei mica messo, nel post. Che tanto uno che va al salone del Libro di Torino lo stand della Feltrinelli lo trova lo stesso.

Però. Non so.
Che io non sono mica un esperto.






giovedì 11 aprile 2013

A BOCCE FERME, PIOLETS D'OR 2013

Qualche giorno fa hanno assegnato il premio del Piolets d'Or del 2013. Cioè, non l'anno assegnato il premio, in realtà. Non hanno dato nessun premio a nessuno dicendo che altrimenti avrebbero dovuto darlo a tutti, e che non sapevano bene a chi darlo, 'sto premio. E allora non l'hanno dato. 

Che allora io dico: ma allora che cosa lo fai a fare, il giudice, se non vuoi dare dei premi? E poi dateglielo lo stesso a chi glielo volete dare, un premio, e poi basta, no? Perché non glielo date? 
Non è mica che lo date per voi, sapete, il premio? Lo date per tutti. A nome di tutti. Siete giurati - giuria da giurati - mica Dio. 

Va bè lasciamo perdere, cosa vuoi dire di una giuria che ragiona così? 

Io anche se la mia opinione non conta un cacchio, il mio Piolets d'Or 2013 lo assegno ai signori Sandy Allan e a Riky Allen per la traversata della Mazeno Ridge al Nanga Parbat. Mi alzo in piedi, applausi. Questa è davvero una esplorazione che sposta il limite dell'umano, del concepibile, di un passo in avanti.  Un sogno. Chapeau, davvero. E altri applausi.

Quanto al resto, una giuria che non da premi e che assegna una menzione speciale a due che schiodano una via aperta da un altro nel 1970, voglio dire, mi fa lo stesso effetto che mi fanno quelli che bruciano i libri in piazza a salvaguardia della cultura.

Poi certo, è fin troppo facile adesso essere d'accordo con la schiodatura di una via come quella del compressore di Cesare Maestri al Cerro Torre. E per pronunciarsi in merito - a favore o contro, ognuno è libero di pensarla come vuole - non serve certo essere membri della giuria del Piolets d'Or o averlo salito, il Cerro Torre. 

Però me sembra che premiare con una menzione speciale la schiodatura di una via aperta in un contesto storico e in un epoca che possiamo oggi considerare come il medio evo dell'alpinismo leggero e veloce esprima lo stesso livello di presunzione e di arroganza che anni prima è probabilmente stata espressa nel metterli con il compressore, quei chiodi.

E poi mi permetto di aggiungere: avrei proprio voluto vedere cosa sarebbe successo se a levare i chiodi in quel modo invece che un americano e un canadese - bravi alpinisti, nessuno ne discute - fossero stati due alpinisti ukraini sconosciuti, o due bulgari o due coreani, così, per fare un esempio. Io dico che il tono delle reazioni della comunità alpinistica sarebbe stato totalmente diverso e che la menzione speciale del Piolet d'Or ad una azione del genere fatta da due mettiamo-il-caso non americani, non la avrebbero mai assegnata. 

Mai e poi mai, dico. 

Infine: dire, come dice la motivazione della giuria del Piolet d'Or 2013 nella menzione, che con la schiodatura della via Maestri "la parete Sud-Est del Cerro Torre ha riacquistato il carattere di vera avventura" significa dire una cazzata gigantesca, perché a fare grande una parete e a rendere spazio d'avventura un luogo remoto come è il Cerro Torre - che altro non è che un deserto di roccia e di vento e di ghiaccio - è soprattutto la storia di quel luogo e la forza e la perseveranza e la fantasia e la creatività e il cuore degli uomini che hanno cercato di compierne l'esplorazione. 

Marco Pedrini (nel lontano 1985) mettendosi a cavallo del compressore davanti all'obiettivo di Fulvio Mariani e fingendo di guidarlo come se fosse una motocicletta durante la sua salita solitaria, aveva fatto molto meglio di Kennedy, di Kruk e di tutta la giuria del Piolets d'Or messi insieme. Aveva cercato di rimettere le cose a posto con l'ironia, senza presunzione, senza pretendere di dare lezioni a nessuno. Il Pedro - che grande privilegio avere arrampicato con lui - aveva vissuto una grande avventura solitaria (alla faccia delle motivazioni farneticanti della giuria) e soprattutto aveva dato una grande lezione di fairplay, dicendo al mondo intero senza bisogno di aprire bocca o di puntare il dito, quale era la sua opinione in merito al compressore e sulle residue possibilità di vivere della grande avventura su quella parete. 

Ma quelli erano altri tempi e quelli soprattutto, erano altri alpinisti. E poi anche quelli che stavano a guardarlo dal fondovalle il grande alpinismo, forse non avevano la presunzione di voler "rimettere le cose a posto" come, a quanto pare invece, ha avuto voglia di fare questa giuria. 

lunedì 31 dicembre 2012

SIAMO A POSTO.


Siamo saliti prima con le pelli poi a piedi con gli sci in spalla, siamo arrivati in cima a una cresta dove si vedeva dall’altra parte, io ero un po' dietro. Ho visto Damiano sbottonarsi la giacca a vento e togliersi i guanti. La temperatura non era da togliersi i guanti. Aveva una faccia strana, che si capisce che c'era qualcosa, che era eccitato. 
Sono arrivato dove era lui e ho guardato giù, era bellissimo, una cattedrale. Una cattedrale di meringhe di neve. Mi ha detto: Ce la fai ad andare a sciare dentro a quel canale? Io per l’entusiasmo ho detto Certo, ma non avevo neanche guardato bene. Non sembrava larghissimo. Allora sono sceso da solo da un altro versante e sono risalito per un altra cresta, ho arrampicato su un traversino di roccia, ho girato dietro a un pilastrino e ho visto un canale ripido che andava giù. Ho guardato bene, si poteva fare, dovevo stare tutto a sinistra. 
Ho messo gli sci e sono partito, ero soprattutto preoccupato per la neve, non capivo se era crostosa o ghiacciata sotto la polverina. Sono sbucato fuori più veloce che potevo più in alto che potevo e ho curvato vicino al sole lasciando slidare un po' gli sci, ho pensato non sbagliare non sbagliare non sbagliare, non ho sbagliato, poi sono andato giù in fondo al pendio tutto d'un fiato continuando a curvare. Mi sembrava di avere fatto bene. 
In fondo al pendio mi sono fermato, c’era un pianoro enorme, con delle dune di neve e il cielo azzurro. Ho tolto gli sci. C’era silenzio, solo un po’ il rumore della neve che saltellava portata dal vento e qualche pallina gelata che rotolava giù dal pendio che avevo appena sciato. C’era un silenzio assoluto, un silenzio che dentro sembrava che avesse un ronzio. Dopo un po' che ero lì a guadarmi in giro, dopo un bel po', è arrivato Damiano tutto sorridente e senza guanti e la macchina fotografica ancora al collo. Sorrideva. Mi ha detto Ok, siamo a posto. 
Eravamo a posto.

Cover SkiAlper 86 - Dicembre 2012
Remarkables, New Zealand | Foto Damiano Levati

lunedì 17 dicembre 2012

CARO IL MIO MAX.

Caro il mio Max Cassani,

ho letto solo stamattina sul sito de La Stampa il tuo nuovo articolo in risposta al mio post su facebook e ai successivi commenti che circa 250 dei miei amici hanno scritto dopo il tuo primo articolo della settimana scorsa. Devo ammettere che sono un po' sorpreso perché io ero rimasto all'epoca in cui erano i lettori che scrivevano le lettere a un giornale, e non il contrario. Tu hai scritto un articolo su un giornale nazionale per replicare a uno che ti ha commentato sulla sua pagina privata di facebook. E' come se Monti - Monti sei tu - facesse una conferenza stampa a reti unificate per rispondere per le rime al barista del Circolo Arci di Poggibonsi che ha osato criticarlo. (Il barista di Poggibonsi sono io.)

Qui si è girato il mondo e io non me ne ero neanche accorto.

La prima cosa che ho pensato è stata questa: il fatto che tu, dalle pagine del tuo giornale, ti sia dovuto prendere la briga di scrivere qualcosa a riguardo del mio post su FB mi da l'idea di quanto un certo tipo di giornalismo fatto male sia alla frutta e di quanto invece uno strumento come FB possa essere potente. E' una cosa che avevo decisamente sottovalutato, la forza dei social network, di FB, di twitter, della mia rete di amici virtuali e del mio blog.

Mi fa anche ridere il tono che usi per difendere il tuo primo articolo scrivendone un altro ancora più luogocomunista del precedente e che sembra più adatto alla pubblicazione su sputtanolamiaexfidanzata.com che per il sito de La Stampa. Comunque, contento te e contenti loro che te lo lasciano pubblicare, per me non c'è problema. Anzi. Mi sa che adesso iniziamo a divertirci.

Allora. Andiamo al sodo.

Io e i miei amici che abbiamo commentato il tuo articolo su FB siamo quelli che tu definisci "il popolo freeride de noaltri ". Siamo anche quelli che lo sci fuoripista, lo sci alpinismo, il freestyle, lo sci in pista tra le porte di un gigante, il telemark, lo snowboard, lo sci di fondo, lo slittino e il bob, insomma tutto quello che scivola e si può fare scivolare sulla neve andandoci sopra, indifferentemente, lo facciamo per davvero. Tra noi che ti abbiamo letto e commentato ci sono scivolatori della domenica ma anche maestri e istruttori nazionali di sci, di telemark, di snowboard, guide alpine, CAIsti, pro-skiers, scalzacani sovrappeso, ciaspolatori accaniti, morose che aspettano al bar della funivia, insomma c'è, ben rappresentata in ogni categoria di appassionato di montagna e della neve, tutta quella comunità eterogenea di persone che tu con il tuo articolo hai in qualche modo riepilogato in una accozzaglia di "braghemolli" che si alzano tardi; e in un gruppo "scivolatori di ringhiere" certi del fatto che per sciare liberi fuoripista non c'è niente di cui preoccuparsi, e niente da imparare.

Ecco, volevo dirti: non è così.

Io e quelli come me il freeride (o lo sci fuori pista, chiamalo come vuoi tu che per me è lo stesso) ci siamo preoccupati di farlo conoscere, di promuoverlo e di farlo crescere in modo responsabile tenendolo lontano dai luoghi comuni. Noi il freeride, facile o difficile, tanto o poco, estremo o elementare, lo facciamo per passione, perché ci piace, perché ci rende felici. Alcuni di noi ne hanno fatto una professione e lo insegnano o ne scrivono, altri lo fanno solo una volta ogni tanto ma insomma tutti, noi tutti che lo facciamo, bene o male che ci venga, lo facciamo prima di tutto perché ci piace stare in montagna. Ci piace la neve. Ci piace stare insieme. Non perché - come scrivi tu  - il freeride e il freestyle sono di tendenza. Non è perché è una cosa di moda, che uno va a sciare fuori pista. E' perché gli piace. Almeno, io credo. Io lo spero. Per me è così.

Io nella mia vita di direttore editoriale, di maestro, di atleta e di vicino occasionale di sedia in seggiovia, oltre a dire che sciando fuoripista ci si diverte, ho anche sempre detto e spiegato a chi ha appena iniziato o a chi sta per iniziare, che "la  montagna non è né buona né cattiva; è semplicemente pericolosa" e come tale - come a una cosa pericolosa, come dice Messner - bisogna avvicinarsi.

Se su FREE.rider da direttore editoriale il freeride l'avessi cercato di promuovere e di fare conoscere così come hai fatto tu con il tuo articolo su La Stampa, nel modo più banale e scontato e pericoloso che io riesca a immaginare, beh, di FREE.rider ne avrei portati in edicola un paio di numeri, non 32 in 9 anni come invece abbiamo fatto. Già che siamo in argomento, per smentire quello che hai scritto, vorrei ricordarti che quando io ho smesso di farla la rivista FREE.rider era viva e vegeta e la decisione di concludere la mia esperienza di direttore editoriale l'ho presa io. La mia decisione derivava dalla consapevolezza che un certo modo di fare i giornali stava per finire e che un altro modo di raccontare, di comunicare e di scrivere di montagna era alle porte ed era a quello che io volevo dedicarmi. Vedendo come li lasciano scrivere a te, gli articoli sui giornali, direi che la mia analisi e le mie scelte conseguenti non erano sbagliate

Max, cambio argomento rispondendo alle offese personali che muovi a me in prima persona, che sono una cosa diversa da quello che ho scritto io sulla mia pagina FB (sottolineo mia pagina FB personale, non la pagina di un giornale nazionale) rispetto al tuo lavoro. Io non ho detto che tu sei penoso;  Io ho detto che hai fatto male il tuo lavoro di giornalista, in modo qualunquista e luogocomunista e l'ho detto perché è quella la cosa a cui ho pensato appena dopo averti letto. E quanto pare non ero l'unico.

Poi. Il furgoncino VW che sta sulla homepage del mio sito web accanto alla scritta "In freeride we trust" è lì da quasi quindici anni, può darsi che a te adesso appaia un luogo comune ma ti garantisco che nel lontano 1986, quando io ho comprato il mio primo furgone per andare a sciare e dormirci dentro mentre tutti i miei coetanei sognavano e compravano la Golf GTI, la Renault 5GT Turbo o la Uno Turbo, non era affatto un luogo comune. Chissà dove eri tu, nel 1986?

Poi. Le frasi come questa "veniva la nausea a vedere le immagini pubblicate su Skiing" che tu citi con malizia e arbitrariamente prelevandole da uno dei miei editoriali di FREE.rider avevano nel contesto dell'articolo il senso esattamente opposto a quello che tu vuoi dare ad intendere ai tuoi lettori, che in questo secondo articolo cerchi di spaccare in due fazioni opposte: i freerider cattivi e integralisti come me; e i freerider buoni e aperti al nuovo, in cui ti ci metti tu e in cui cerchi di fare convergere quelli che non mi conoscono e che non hanno la pazienza o il tempo di leggere tutte le cose che ho detto sino a qui.

Il contesto originario della frase, che tu hai omesso di citare, diceva che ciò che mi dava la nausea era l'idea che il freeriding fosse considerato soltanto immagine, spettacolo, qualcosa privo di contenuto da svendere e da usare, e poi nient'altro. Mi dava fastidio l'idea che il freeriding su certe riviste stesse diventando quella cosa che è diventata oggi, solo immagine e tendenza (che parola del cazzo, tendenza) e che i giornalisti come te, quelli che sono arrivati dopo e che del freeriding se ne occupano un giorno all'anno e se ne fottono, ne stessero facendo carne da macello. Max, io l'ho già visto lo snowboard dove è andato a finire grazie a quelli che ne hanno scritto e che lo hanno "usato" come fai tu adesso con il freeriding. Non è stata una bella fine. Per quanto mi è possibile, io non lascerò che la situazione si ripeta.

Infine.  Per dimostrare quanto fai male e sopratutto in modo scorretto il tuo mestiere di giornalista basta leggere dove dici : "Io INVECE" e poi prosegui "credo che bisogna avere rispetto per tutti: scitori, freerider, fondisti, scialpinisti. Perché in pista o fuoripista, sempre di sci - o di snowboard - si tratta. Sputare sugli sciatori chiamandoli "pistaioli" (un classico) fa sorridere se pensi a chi predica il rispetto per la montagna e poi sale in cima con l'elicottero".

Invece cosa? Invece, un cazzo.

Io ho fatto della multisportività e della polivalenza la mia filosofia sportiva e - azzardo a dire - di vita. A testimoniarlo ci sono le cose che ho fatto o provato a fare nella mia carriera sportiva e professionale e le cose che ho scritto, che se uno vuole può andarsi ancora a leggere o a cercare nel web, qui ad esempio, dove ci sono ancora gli editoriali che tu hai citato nelle parti che ti facevano comodo e che probabilmente non hai nemmeno provato a leggere per intero e fino in fondo.

Caro Max, quando hai voglia di farti un giro a Foppolo io ti aspetto. Portati sci larghi, lunghi, corti stretti, da freeride, da sci alpinismo, da telemark, da fondo; portati lo snowboard, le ciaspole, le pelli di foca, il tutino e le braghe larghe, riempi la macchina di tutta la roba che hai per scivolare e vienimi a trovare, che ci facciamo una sciata insieme. I bob casomai, li prendiamo al noleggio.

Gli sci da pista, portati i tuoi. Fai bene le lamine, prima di venire, che sciamo veloce e in conduzione sul duro. Così capisci che anche a me piace sciare in pista e tra i pali di un gigante e che non sono io quello che sputa su quelli che stanno in pista chiamandoli dispregiativamente "pistaioli", non ho mai detto niente del genere. Nell' occasione se troviamo tempo e se sei allenato abbastanza ci facciamo anche un giro in salita con le pelli e ti spiego che non sono io quello che per sciare in neve fresca ha bisogno di farsi portare in cima alle montagne con l'elicottero. Cazzo dici?

E magari, tra una curva e l'altra, ti rendi conto che oltre a dire fesserie belle e buone hai anche detto cose non vere. Che per uno che fa il giornalista, non è mai una bella cosa.

Ti aspetto,
ciao,
Emilio.