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lunedì 16 marzo 2015

ON NE MARCHE QU'UNE FOIS SUR LA LUNE.

Ciascuno di noi nel proprio intimo, sa di avere camminato almeno una volta sulla Luna. Chi non lo ha ancora fatto prima o poi lo farà o almeno questo è quello che bisogna augurarsi, questa è la speranza. Andare più in là, oltre, lasciandosi tutto alle spalle per cercare un senso, per dare valore ad una vita intera. Non sempre la nostra esperienza personale verrà condivisa, non necessariamente si tratterà di qualcosa di estremo o di eccitante, di grandioso, di interessante, non sempre gli altri capiranno o sapranno, di noi e di quel momento in cui la nostra vita e le nostre certezze sono state in bilico e il nostro destino si è probabilmente compiuto. Abbiamo mollato i freni e siamo andati. Via. In un luogo che non è un luogo ma è piuttosto uno stato della mente. Al nostro ritorno, dopo quella volta, non eravamo più gli stessi di prima.

E' probabilmente in questo punto di contatto con la normalità, con la vita quotidiana di ciascuno di noi il senso profondo ed universale dell'alpinismo, sempre che l'alpinismo un senso ce l'abbia: lo scopo dell' alpinismo non è conquistare ma casomai esplorare. Indagare le possibilità. Più che dare risposte l'alpinismo si occupa delle domande, si occupa di accoglierle. Non si tratta di tramutare l'impossibile in possibile come sostengono alcuni, quanto di accettare l'idea dell'incognito come una possibilità ed andargli incontro, consapevolmente. Si tratta di una ricerca infinita che a volte richiede lo sforzo di andare fin sulla Luna e altre volte, no. A volte basta guardarsi intorno e provare con coraggio, nel nostro piccolo, a cambiare. Fare un passo in una direzione diversa. Insistere e perseverare. Non voltarsi mai indietro, mai.

Il resto poi, vien da sé.

On ne marche qu'une fois sur la lune - La bande annonce from Editions Guérin on Vimeo.

lunedì 2 marzo 2015

COMBATTERE.

“Per fare questo mestiere bisogna combattere, perché nessuno ti chiede di produrre un’opera.” - Yuri Ancarani

 

E' vero, per fare questo mestiere bisogna combattere.
E certe volte si perde.

Io, per ora, a quanto pare, ho perso.

mercoledì 17 dicembre 2014

SCIARE SOTTO AL NANGA PARBAT.

La spedizione era finita e avevamo cominciato il viaggio di ritorno. Quando le spedizioni finiscono c'è una voglia pazzesca i ritornare a casa, ti assale una specie di frenesia, una accelerazione del desiderio di essere a casa propria, con le persone care, che è difficile da controllare. Alla mattina avevamo smontato le tende e preparato tutto, i portatori avevano suddiviso i carichi e caricato i muli e avevamo iniziato la discesa dal campo base del Nanga Parbat verso Rupal, che è il primo piccolo villaggio a qualche ora di cammino. Alla euforia mia e di Simone e di David mi sembrava che corrispondesse una malinconia dei ragazzi pakistani che erano stati con noi. Sapevano che difficilmente ci saremmo rivisti. 

Di tanto in tanto durante la spedizione qualche ragazzo saliva dal villaggio per portare qualcosa, dei rifornimenti, qualche ortaggio o per avere qualche medicinale dei nostri per curare la tosse o l'influenza o semplicemente per farci visita. Un giorno uno di loro, Jamil, era salito con un paio di vecchi sci da fondo per sciare con me. Avevamo speso il pomeriggio a parlare e a girare in tondo su un anello improvvisato sul grande piano di Lattaboo, dove stava il nostro campo. Jamil mi aveva spiegato che quegli sci appartenevano a suo fratello che faceva parte delle troupe speciali dell'esercito pakistano, se li era fatti prestare ed era salito appositamente per sciare con me. Era stato un bel giorno. 

Quando iniziammo il cammino di discesa per andare via, dopo le foto di rito con i polacchi che sarebbero rimasti un altro po' per recuperare i loro materiali sparsi sulla montagna, mi accorsi che un gran numero di bambini erano saliti con i genitori o con i fratelli o con gli zii per aiutare nel trasporto a valle dei nostri materiali. Questi bambini mi giravano intorno, curiosi, facendomi tutti la stessa domanda. Gli sci? Dove sono i tuoi sci? Non li vedevano. Dissi che erano nella sacca lunga, quella azzurra e che da qualche parte c'erano gli scarponi, i bastoncini li avevo in mano, li avrei usati per camminare in discesa. Non capivo bene tutto questo interesse dei bambini per i miei sci ma poi, mentre camminavo verso valle mi resi conto che nella desolazione e nella normalità di un luogo come quello, dove l'unica attrattiva fuori dall'ordinario è rappresentata da qualche alpinista occidentale o trekker che può capitare di vedere durante l'estate, io rappresentavo una eccezione. Una specie di alpinista Superman. Io per quei bambini ero uno sciatore, quello che aveva sciato sul Nanga Parbat, non un normale alpinista. Era diverso. Per loro era di più. 

Sul sentiero di ritorno davanti a me e dietro a un mulo che ci precedeva un ragazzino che avrà avuto sui quindici anni camminava con uno zainetto sulle spalle e nelle mani teneva due delle cose più scomode che la mia mente possa immaginare da maneggiare e trasportare: una thermos arancione da cinque litri (vuota) e un grosso rotolo di gommapiuma espansa, quella che avevamo usato come isolante sul pavimento della nostra tenda casa. Era un cilindro altro due metri e del diametro di una cinquantina di centimetri tenuto insieme da uno spago, era leggerissimo ma ingombrante e scomodo da maneggiare. Il ragazzino aveva ai piedi un paio di stivali di gomma e procedeva senza lamentarsi con un passo che alternava continuamente tra veloce e lentissimo. Riconobbi lo zainetto che teneva in spalla che era quello che conteneva il computer di Simone, non era né ingombrante né pesante, ma molto delicato, gli era stato affidato per averne particolare cura. A un certo punto, prima di un tratto in salita, dissi a quel ragazzino di darmi o la thermos o il rotolone di gomma piuma, che lo avrei aiutato trasportandolo io. Mi disse di no e si guardò in giro nella speranza che nessuno dei grandi ci avesse sentito. Insistetti un po' perché non mi andava di vedere un ragazzino che poteva avere l'età di mio figlio camminare così scomodo, non erano carichi pesanti, ma erano scomodi da trasportare. Lui non volle. 

Dopo un po' mentre la nostra carovana procedeva e camminavamo mi si avvicinò un uomo che era uno zio del ragazzo, non parlava inglese, ma mi fece un gesto con gli occhi per riferirsi al nipote e uno con la mano che avrebbe potuto sembrare "piano", mimava quel gesto con la mano di rallentare, ma che capii che invece si riferiva al ragazzino davanti a noi e che significava "ci vuole pazienza, tu stai tranquillo, non preoccuparti. Lascialo fare." Con i gesti, con lo sguardo e con un unica parola inglese mi fece capire che in tutto questo, nella scelta di assegnare a quel ragazzo quel carico, al tempo stesso leggero e molto scomodo da trasportare, c'era un progetto educativo ben preciso. L'uomo, che avrà avuto la mia età ma che sembrava molto più vecchio mi disse: "learning". Imparare. La parola gli usci a fatica dalla bocca facendosi spazio tra dei denti radi e bianchissimi. Capii perfettamente e annuii. Il ragazzo stava imparando, e così tutti gli altri.

Scendemmo ancora, nevicava intanto, Simone e David scesero a valle quasi di corsa, io restai indietro con i portatori a fare qualche foto e a filmare. Quando fummo a Rupal, dopo qualche ora, individuai nel centro del villaggio la casa di Aquil, ci eravamo già passati a dicembre, in salita, ma ora c'era molta più neve. Fuori di casa su un filo c'era qualche panno steso, tutto intorno a delimitare quelli che d'estate devono essere orti c'erano delle staccionate fatte di rametti secchi e sottili che si sfrangiavano puntando verso l'alto. Una vivace colonna di fumo saliva dal comignolo della casa di Aquil, nella quale era stato preparato un pranzo speciale per noi, mentre nelle altre case vicine, dai comignoli, usciva solo un leggerissimo alito di fumo. Faceva un freddo cane, ma era molto meno freddo che a Lattaboo. Arrivai fuori dalla casa di Aquil e c'erano tutti i bambini del paese ad aspettarmi, in piedi con le mani in tasca. Mi guardavano. 

Uno di loro, il più grande, aveva un paio di sci Dynastar ai piedi recuperati chissà dove e un paio di scarponi Nordica a calzata posteriore. I bambini mi chiesero ancora una volta tutti insieme dove erano i miei sci perché volevano che io sciassi con loro, solo che a quel punto la mia sacca con gli sci e gli scarponi doveva aver proseguito verso valle in groppa a un mulo. La delusione fu grande e capii che non potevo cavarmela così. I bambini mi aspettavano da due mesi e mezzo e mi guardavano e si aspettavano qualcosa di speciale da me, così invece che entrare a mangiare dove gli altri mi aspettavano, dissi: "Let's go skiing". Ci fu un immediato animarsi del gruppo e un vociare in una lingua a me incomprensibile e tutti corsero in discesa verso il campetto di neve che c'era appena più in basso. Il ragazzo grande con gli sci prese i bastoncini e iniziò a spingersi e a scendere, pattinando verso valle. In fondo al pendio fece una curva verso sinistra e poi risalì di corsa e fece un altro giro e poi un altro e un altro. I bambini mi guardavano, come per sapere se avevo un giudizio da dare sullo stile e sulla tecnica del loro amico e io dissi: "Very good" facendo vedere il mio pollice alzato. Dissi anche "Champion" e tutti scoppiarono a ridere e applaudirono. 

I bambini più piccoli a turno salivano in groppa al ragazzo con gli sci, lui se li caricava a cavalcioni uno alla volta e li portava in discesa. Non avevo mai pensato, in vita mia, che lo sci potesse essere uno sport di squadra. In Pakistan, lo è. 

Restai lì fuori a giocare e ad applaudire a mia volta queste evoluzioni sugli sci, intanto dalla casa di Aquil ogni qualche minuto lui stesso o un adulto usciva a chiamarmi e a dirmi di entrare a mangiare. "Please, come in. Lunch is ready". I bambini ogni volta mi fissavano in silenzio, per capire se io stavo per andarmene e per lasciarli lì o se sarei restato con loro ancora un po' a sciare, e ogni volta che io rimandavo il momento del pranzo loro si gasavano e caricavano di entusiasmo e di gioia e riprendevano ad andare su e giù dal pendio stando in groppa al più grande di loro. 

Penso che quello sia stato uno dei giorni di sci più belli della mia vita e non è stato per merito della neve o degli sci o del pendio o del Nanga Parbat che avevamo appena sopra, nascosto nella nebbia. 

E' stato per via di quei bambini pakistani. 

Qui c'è un video di quel giorno.

venerdì 22 agosto 2014

L'ARTE DI ACCAMPARE SCUSE.

In questi anni ho sentito raccontare migliaia di stronzate sul freestyle, parlo di sci ma anche di snowboard. Ho sentito atleti nostrani o presunti tali (presunti atleti, dico) sostenere e fare scrivere sui giornali attraverso le proprie interviste idiote che il freestyle è festa, bordello. Stile di vita. Ossa rotte. Sregolatezza. Libertà.

Cazzate, la libertà è un'altra cosa.

Ci siamo ritrovati con una generazione di skiers convinti che a fare la differenza fossero la larghezza o il taglio dei pantaloni, le fotine e le mini-ITW sui giornali specializzati, la quantità di festa che si faceva la sera prima, durante e dopo gli eventi mettendosi in mostra. Mettersi in mostra al bar, intendo. A progredire ci hanno sempre pensato i soliti, gli atleti veri, quelli che non hanno mai perso di vista l'allenamento e la progressione, il metodo, anche in Italia che ne sono alcuni, molto in gamba.

Poi ho sentito altrettante stronzate che hanno a che vedere con il talento, frasi fatte idiote che non hanno altro scopo che giustificare la propria incapacità di concentrarsi su qualcosa, di insistere, di perseverare. E' passata l'idea che il talento uno ce l'ha, perché l'ha ricevuto da Dio piovuto dal cielo, oppure non ce l'ha. E poi la solita scusa italiana, quella della carenza delle strutture.

In questo video Jesper Tjäder che è un'atleta dell'ultima generazione - anzi, della penultima - esegue su un rail tutte le 32 combinazioni possibili e immaginabili di un trick [ 90 on, 180 switch up, 270 out], mostra una coordinazione, una destrezza, una simmetria e una capacità esecutiva imbarazzante. E' il frutto di impegno, di lavoro metodico, di allenamento. Il rail è un normalissimo rail che si può trovare anche nella più sfigata delle stazioni sciistiche sfigate del pianeta.

Noi - noi italiani - continuiamo a nasconderci dietro alla scusa della carenza di strutture e di attenzione da parte dei grandi media. La verità è che abbiamo sprecato la maggior parte del tempo accampando scuse invece che allenarci e formare tecnici e che l'attenzione dei grandi media, quando è capitato di averla, l'abbiamo sprecata parando di freestyle come lifestyle e come stile di vita e di altre puttanate del genere, invece che parlare di sport e di allenamento.

Per fortuna anche da noi è in arrivo una nuova ondata di atleti e soprattutto di allenatori in gamba che ci capiscono e che hanno voglia. Questi tecnici e questi allenatori sono i pionieri del freestyle italiano,  gli atleti di ieri e dell'altro ieri, quelli che il freestyle l'hanno sempre vissuto come sport e come passione profonda, che sono diventati adulti e che ora prendono in mano la progressione del loro sport per farlo crescere.

Bene. Buon lavoro, allora.

mercoledì 21 agosto 2013

APNEA.

Le corse a piedi, le maratone, i trail, e anche i duathlon non mi sono mai davvero piaciuti, perché prima della partenza la gente dice un sacco di cose che a me non interessano e che io non riesco a fare a meno di ascoltare, cose che di solito mi mettono in ansia e che disturbano l'idea che mi sono fatto della prova che sto per affrontare, del viaggio che mi accingo a compiere.

I triathlon mi piacciono perché dopo che danno il via infili la testa sott'acqua e non c'è più nessuno, sei da solo, le chiacchiere non contano più, conta solo quello che fai. Rimangono il tuo respiro e le bolle d'aria che soffi fuori dalla bocca e il rumore delle mani che schiaffeggiano l'acqua e il riassunto liquido del mondo che c'è là fuori.

Quando vado a correre mi piace andare da solo, meglio se in montagna o su una riga di asfalto deserta, dove non c'è bisogno né di parlare né di stare ad ascoltare.

Che in un certo senso, adesso che ho visto questo film l'ho capito, è come fare dell'apnea.

Freediving I do Air from Maxim Guryanov on Vimeo.


domenica 13 dicembre 2009

ATLETE MEETING TNF

Un meeting. Poi un altro. Poi un altro, e un altro ancora. In fondo non è cambiato molto il mio modo di lavorare rispetto a 10 anni fa. Pensare. Confrontarsi. Progettare. Organizzare. Fare, fare, fare. Confrontarsi. E poi da capo.
Soltanto che oggi penso, progetto, organizzo, insomma faccio cose tutte mie. Spedizioni, viaggi, cose da scrivere, prodotti da inventare e da mettere a punto, progetti da sviluppare. Allenarmi, e soprattutto stare sulla neve. Sciare, fare snowboard, arrampicare. Correre, pedalare. Esplorare. Insomma, un sacco di cose. Bello. Sono stato bravo a crederci fino in fondo.

A questo link un riepilogo del Global Athletes Meeting TNF, a S.Francisco. Ora sono in Colorado. Per una settimanina di training a tallone libero.
Life is good. I'm happy.

Peace & Powder.
Emilio