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sabato 17 gennaio 2015

JEAN AFASSANIEFF FUMAVA LE GITANES BLU.

Jean Afanassieff aveva un nome che sembrava finto. Leggerlo e ricordarlo esattamente quel nome, scriverlo correttamente, era già un impresa. Una avventura. Era più facile ricordarsi dei suoi capelli lunghissimi, castani, lisci. Negli anni ’80 avere i capelli lunghi per essere un climber o un alpinista — un certo tipo di climber e di alpinista — era indispensabile o almeno così mi pareva. Io negli anni ’80 ho avuto tra i tredici e i ventitré anni, gli anni più belli della vita, quelli in cui diventi quello che poi sarai per sempre. Edlinger aveva i capelli lunghi. Berahult, aveva i capelli lunghi. Reinhold Messner aveva i capelli lunghi e ce li avevano i britannici Doug Scott, Chris Bonington, Peter Boardman. Jean Marc Boivin, il mio idolo assoluto, aveva i capelli lunghi. Tutti quelli a cui avrei voluto somigliare avevano i capelli lunghi e un po’ in disordine. Allora anche io mi ero fatto crescere i capelli lunghi. Compatibilmente con mia madre, li tenevo abbastanza in disordine. Jean Afanassieff però era diverso. Intanto aveva dei capelli lunghissimi, più lunghi di tutti gli altri, quasi da donna, curati e poi aveva quel nome che sembrava finto. Afanassieff. Sembrava che nello scriverlo ci fosse stato un refuso o un errore, nessuno sembrava ricordarlo davvero quel nome, ma io avevo imparato a riconoscerlo sulle riviste di alpinismo e a tenerlo a mente. Era così affascinante quel rincorrersi di consonanti e di vocali. A-fana-ssieff, in fondo non era difficile da memorizzare. Sapevo che quando mi imbattevo in quel nome ci sarebbe sempre stata sempre la certezza di venire a sapere qualcosa di straordinario, di innovativo, di rivoluzionario dal punto di vista alpinistico. Jean Afanassieff si è fatto conoscere con una serie lunghissima di salite solitarie in velocità nel massiccio del Monte Bianco, salite che poi nel tempo, seguendo le sue tracce, sarei andato a vedere o a ripetere così come si va a visitare un tempio, un luogo in cui si sente la necessità di essere mettendosi al cospetto di qualcun altro, alla ricerca di se stessi. L’ intero inverno del 1977 Afanassieff lo trascorse sciando a Bugaboos, in Canada (un altro luogo che in seguito sarei andato a conoscere) e nel 1978 fu il primo francese in vetta all’Everest, in autunno, insieme a Nicolas Jaeger e Kurt Diemberger. La sua fu la 72esima salita della montagna. Nicolas Jaeger fu un’altro personaggio fondamentale nel mio diventare uomo. Alpinista e fisiologo contribuì in modo determinante a conoscere i meccanismi dell’adattamento dell’essere umano all’alta quota, trascorse sessanta giorni a 6768 metri in vetta all’Huascaran, tempo in cui scrisse un libro che si intitola “ Carnet de solitude”, “Solitudine” nell’edizione italiana. Bellissimo. Giunto in vetta all’Everest Jaeger si accese e fumò una Gitanes, le stesse sigarette che fumava anche Edlinger. Se mai avessi iniziato a fumare un giorno, avrei fumato delle Gitanes, ma non divaghiamo adesso. Afassanieff: insieme alla prima salita francese dell’Everest compì nello stesso giorno anche la prima discesa di un 8000 con gli sci, partendo da quota 8300. Un exploit assoluto, non soltanto per l’epoca. Infischiandosene delle collezioni di 8000 Afassanieff tornò in seguito altre tre volte all’Everest, per il versante Nord. Nel 1979 fu escluso dalla spedizione nazionale alla Magic Line del K2, accadde per via di alcune dichiarazioni scomode dopo la spedizione nazionale dell’anno prima e per via del suo carattere piuttosto naïf, Afassanieff non mandava certo a dire quello che pensava. Restare escluso da una spedizione perché hai detto quello che pensi. Dire quello che pensi sempre, anche se non conviene. Anche se ti tagliano fuori. A me sembrava grandioso, anzi è grandioso, lo penso tuttora. Una cosa di cui andare orgogliosi, non è importante se nel frattempo ti perdi qualcosa. In seguito Afassanieff sarebbe diventato un documentarista o come si dice oggi, un filmmacker. Uno che si prende cura di raccogliere e di raccontare delle storie. “Certi mi considerano un alpinista, certi un regista, mi rendo conto di essere un personaggio complicato, difficile da inquadrare. Io sono stato alpinista e sciatore in una vita precedente e oggi, nella mia nuova vita, anche se ancora pratico l’arrampicata e lo sci per piacere personale, mi considero un autore. Il mio mestiere e la mia passione è quella di raccontare delle storie attraverso i miei film”. Jean Afassanieff se n’è andato qualche giorno fa, a 61 anni per un male incurabile. Non ho mai avuto la fortuna di incontrarlo di persona ma la sua storia, la sua vita, mi hanno sempre ispirato. Se penso a uno a cui avrei voluto assomigliare, uno che mi ha fatto sognare, uno di cui vorrei ricalcare la traccia, parlo come alpinista e come sciatore ma anche come autore, come appassionato di storie da raccontare, penso a lui, a Jean Afanassieff. Buon viaggio, Maestro. Adieu.

domenica 11 maggio 2014

GIRO DI BOA.

Gli alpinisti della mia generazione sono cresciuti leggendo il libri e immaginando quello che succedeva sulle grandi montagne. Erano gli alpinisti in prima persona una volta a raccontare al rientro delle loro spedizioni, con i libri o con le conferenze, la loro avventura. Raccontavano il loro punto di vista, la loro storia e lo facevano con calma, in un secondo tempo da casa, quando tutto era finito. A bocce ferme. 

Poi con i telefoni satellitari e la facilità con cui grazie a internet e ai mezzi digitali si può comunicare, fotografare, filmare e condividere mostrando istantaneamente quello che succede su ogni montagna del pianeta, da un certo momento in avanti abbiamo avuto la sensazione che tutto fosse vicino e a portata di mano e di non avere più bisogno dell'occhio e del cuore di qualcun altro che ci raccontasse al suo rientro che cosa aveva visto laggiù. Per colpa di questo, per questa idea che ci siamo fatti che tutto avvenga in un infinito "qui e ora" che è ovunque, ci siamo convinti di non avere più bisogno che l'esperienza umana venga filtrata e rielaborata attraverso gli occhi e il sentimento di qualcun altro. 

Passata l'euforia tecnologica iniziale improvvisamente tutto ha cominciato a sembrarci piatto e banale, scontato, a portata di mano, tanto vicino da apparire privo di senso o poco importante, perfino noioso. Forse anche perché gli alpinisti non erano ancora pronti a raccontare in quel modo, in diretta, senza filtri e noi non eravamo più disposti ad ascoltare. Volevamo soprattutto "vedere" e a nostra volta "dire" usando in prima persona, senza filtri, gli strumenti che ci consentivano e che ci consentono di comunicare. Internet, i blog, Facebook, twitter, tutto. Un certo tipo di alpinismo che non tutti fanno e che a meno di essere un protagonista non si può fare altro che farsi raccontare ha, a un certo punto, perso la sua magia, la sua aura. 

I protagonisti, gli alpinisti, alcuni, da autorevoli hanno cominciato a diventare soltanto celebri e noi abbiamo finito per accontentarci e per smettere di essere curiosi e sensibili, attenti, critici. Cosa più grave di tutte ci siamo fatti l'idea di non avere più bisogno dei giornalisti o degli scrittori o degli inviati, di un punto di vista esterno, ci siamo convinti di non avere più bisogno di quelle persone che con fatica da un certo luogo, dalle montagne e dai campi base dove è scomodo o difficile o pericoloso andare e restare ci raccontavano in prima persona cosa stava succedendo, cosa era successo e cosa stava per succedere. Per essere risvegliati dal nostro torpore, per rimanere attenti almeno per qualche minuto su un certo argomento abbiamo cominciato a dover essere intrattenuti, anziché informati. 

Li' sono cominciati i problemi. E' stato quello il momento in cui siamo partiti per la tangente e guardando film di montagna o brevi clip on-line che hanno la stessa qualità cinematografica di un film di Hollywood, è facile rendersene conto, abbiamo cominciato ad andare in confusione. Abbiamo finito per dimenticarci delle storie e della sostanza, della realtà, dei fatti, della necessità nell'alpinismo e nel mondo dell'avventura, prima di tutto, di documentare. 

Abbiamo finito per confondere il vero con il verosimile e abbiamo cominciato ad accontentarci, a smettere di farci domande. Per fortuna c'è ancora chi questo mestiere di raccontare lo sa fare e ha voglia di farlo, io sono ottimista, siamo a un punto di svolta. Io dico che siamo al giro di boa. Siamo al punto in cui le storie di montagna, di alpinismo e di avventura da raccontare tornano ad essere importanti, tornano a essere il cuore delle cose che vogliamo sapere. Torna ad essere importante l'autorevolezza, l'obiettività, l'indipendenza, la capacità narrativa di chi ci racconta. Tornano ad essere importanti i fatti e le notizie. Tornano ad essere importanti gli uomini. Torna ad essere importante la qualità. Torna ad essere indispensabile essere autorevoli. 

Mentre i nostri giornali italiani pubblicavano notizie sulla sciagura dell'Everest per sentito dire e mostrando una valanga di repertorio che niente aveva a che vedere con i fatti e che non proveniva nemmeno dal versante giusto, il New York Times lavorava a questo. Che nel suo genere, nel suo piccolo, è un capolavoro. 

Vi consiglio di guardarlo.


mercoledì 23 aprile 2014

COME TUTTE LE PRIMAVERE, EVEREST.

Buona parte dei discorsi che sento sull'Everest arrivano puntualmente a primavera, verso la metà di aprile e se ne parla di solito fin verso la fine di maggio non oltre, sento opinioni, grandi slanci di pensiero, ragionamenti sull'etica in difesa del grande alpinismo e - esagero - della libertà.

Poi dopo, da fine maggio ad aprile dell'anno dopo di Everest non se ne parla più, se non in occasione delle tragedie della "montagna assassina", verso agosto, quando la maggior parte di noi è pronto per andare in vacanza e a un certo tipo di stampa piace tirare fuori i soliti discorsi sull'alpinismo di un tempo che non c'è più, sulle grandi montagne, sui grandi dell'alpinismo che anche quelli, secondo una certa stampa, non ci sarebbero più. Sì, come no. Anche le mezze stagioni, non ci sono più.

Noi - dico noi che siamo o ci sentiamo alpinisti - l'Everest lo pensiamo come un santuario o come un museo, come un luogo sacro e supremo dove fare risiedere tutte le idee e i sentimenti migliori che abbiamo rispetto all'alpinismo e alla wilderness. Lo sentiamo un po' tutti come il vertice di tutte le montagne, come la montagna delle montagne e in un certo senso lo è, l'Everest. E' un simbolo. Forse però, mettendo da parte per un attimo i luoghi comuni e le pretese dovremmo iniziare a pensare che l'Everest è un simbolo per l'umanità, non solo per gli alpinisti e che, tanto per cominciare, non è mica roba nostra ma è una montagna del Nepal e spetta forse ai nepalesi, insieme agli altri ma un po' prima degli altri, decidere cosa farne.

E' ora forse di diventare più tolleranti e concentrarsi sulle cose che contano davvero, sulla sicurezza, sulla salvaguardia e la preservazione dell'ambiente, sulla sostenibilità delle spedizioni e della vita nel Khumbu e potremmo tranquillamente abituarci a pensare che per un mese e mezzo all'anno l'Everest è un luogo in cui fare "turismo alpinistico". Così è già da quasi vent'anni, in effetti. Questo ci consentirebbe oltre che di aiutare il Nepal e i nepalesi di concentrare gli sforzi sui restanti 10 mesi e mezzo dell'anno, a totale beneficio di chi l'Everest lo vuole puro e libero dal turismo, simbolo dell'alpinismo. Per chi vuole la solitudine e la montagna così come era, cento o mille anni fa, c'è sempre il periodo i post-monsonico, c'è l'inverno, ci sono tante altre vie da fare, senza ossigeno se uno è forte abbastanza, e ci sono gli altri versanti. Non facciamo turismo noi, sulle Dolomiti Patrimonio della Umanità o intorno al Monte Bianco, con gli impianti di risalita, con le moto, le auto, con le costruzioni, con le strade, con gli elicotteri, insomma con tutto?

Quello di chi tenta l'Everest in primavera, guidato, è in un certo senso un un turismo d'elitè e non è esente da pericolo, per certi è un turismo avventuroso e per certi altri è banale, scontato ma insomma in definitiva, nel 2014, l'Everest è anche di queste persone qui. Un po' come le maratone, che non appartengo mica soltanto di quelli forti che corrono sotto le 2h10'. Alcuno dicono che non senso correre una maratona in più di 2h10', il record del mondo è fissato a 2h03'23. Altri dicono che non ha senso correre una maratona in più di 2h30'. O in più di 3h00. O 3h30'. O 4h00' insomma ognuno, a proprio piacimento, arbitrariamente, fissa la linea del legittimo e dell'illegittimo, del giusto e dell'ingiusto come gli fa comodo.

A me non pare sia questo il modo più intelligente di guardare al problema. Tolleranza, questa mi sembra la parola chiave. E l'etica, quella, i principi, i valori a cui ispirarsi, i simboli, meglio metterli nelle cose che facciamo piuttosto che nelle cose di cui discutiamo. Perché io gli alpinisti - e gli uomini - che ammiro, quelli che mi hanno ispirato e che secondo me hanno fatto la storia, l'etica gliel'ho vista sudare dal polpastrelli, dalla fronte, gliel'ho vista tracciare nella neve fonda, sulle creste, sulle grandi pareti con le grandi vie. Dei grandi alpinisti che ho avuto la fortuna di conoscere che tra loro parlavano di "etica" tanto per parlarne, non ho mai visto nessuno.

L'etica a me, ai grandi alpinisti, sembra soprattutto di avergliela vista praticare.

E' per questo che secondo me erano e sono dei grandi uomini, perché più che dire agli altri cosa bisogna fare, nel rispetto di tutti, tollerando tutti, hanno fatto e fanno vedere al mondo la loro idea. E' di questi uomini che l'alpinismo e anche l'Everest e anche il Nepal hanno bisogno.

Di quelli tolleranti che parlano con l'esempio.

mercoledì 1 maggio 2013

THE WAITING GAME AL TRENTO FILM FESTIVAL.

Io mi sono seduto in ultima fila, davanti a me avevo tutto il pubblico. Avevano proiettato un altro film prima, e nella sala c'era già buio. Erano già finiti gli applausi e i commenti con il vicino di sedia e i titoli di coda sul nero stavano per finire, sono finiti, poi si sono di nuovo abbassate le voci.

Nero.

Toccava a noi, adesso. Il nostro film. I suoni, gli ultimi suoni prima del silenzio, venivano risucchiati dalle pareti e dalla moquette e dalle sedie. Un colpo di tosse, ancora. Qualcuno che aveva ancora qualcosa da dire. Un altro colpo di tosse giù in fondo in prima fila, sulla sinistra. Poi silenzio, quel silenzio peloso che c'è dentro alle sale dove si proiettano i film. Buio. E poi finalmente il film è iniziato.

Io l'ho già visto cinquanta volte o cinquecento, in cinquanta versioni diverse, o in cinquecento o in cinquemila, chi lo sa più, ormai? Ogni volta una diversa. Alla fine non ce la facevo più, e finalmente avevamo chiuso, avevamo finito. Stop. The end. Ora il film era lì che si srotolava davanti agli occhi di tutti.

Il film adesso era una cosa diversa da una idea nella mia testa e da un'elenco di appunti scritti con la biro blu sul mio quaderno. Il film adesso era luce e buio e voce e musica e personaggi che prendevano forma. Hansjorg. Ben. Eneko e Iker. Levi. William. Personaggi, i miei amici non erano più persone, non erano quelli seduti vicino a me lì a fianco, adesso erano quell'altra cosa diversa sullo schermo a cui io  avevo cercato di dare forma e corpo. E cuore.

Davanti a noi su quello schermo così grande e bello sequenze di immagini che si rincorrevano e che io con Milena avevamo provato a spostare una infinità di volte: un po' più avanti, un po' più indietro; un po' prima, un po' dopo; un po' prima del suono o della musica, un po' dopo. Sequenze e fasi all'inizio soltanto abbozzate che poi avevano preso forma e che si erano arricchite di dettagli, di particolari, di immagini prese da un altra camera o da altri punti di vista. Tagli. Sintesi. Ellissi temporali. Cose impossibili da fare, racconti impossibili da fare. Tentativi andati a vuoto, tantissimi. Poi altri tentativi, altre soluzioni. Compromessi.

Io ero lì in fondo in ultima fila ed avevo davanti a me le teste di tutti, di tutto il pubblico. La sala era piena. Il pubblico era una cosa viva, un organismo pulsante e unico e lo sentivo respirare e ridere e trattenere il respiro e poi ridere ancora. Spostarsi sulla sedia, da un bracciolo all'altro, tutto nello stesso momento. Lo sentivo chiedersi: Cosa succede? Chiedersi: perchè il film non finisce, adesso?

Stare lì in fondo, in ultima fila, era come stare su una spiaggia e vedere le onde arrivare da lontano. Vederle formarsi all'orizzonte, con tutta quella massa d'acqua che si solleva e poi prende forma e ci restituisce una idea del mare che è collina e montagna e scogliera e aria e dondolio di un altalena e profumo di salsedine e di sabbia e una barca che passa all'orizzonte e cielo che si fa arancione e poi rosso e che poi tramonta laggiù in fondo dove non sembra ci sia nient'altro che acqua e cielo.

Il mare non è acqua. Il mare è mare. E' caos. Indipendente.

Siamo noi, dalla spiaggia, che facciamo ordine, che assegnamo il senso. Che cerchiamo di capire. Che immaginiamo.

Io ero lì e vedevo quelle onde arrivare da lontano, io lo sapevo quando arrivavano le onde e le seguivo con lo sguardo, le vedevo avvicinarsi. Guardavo alle teste del pubblico che avevo davanti come si guarda un bambino sulla battigia che salta le onde quando frangono. Ci si mette un po' indietro, si rimane alle sue spalle e ci si accerta che mentre gioca, mentre va incontro alle onde, tutto vada come deve andare. Si controlla. Che la schiuma o la risacca non lo trascini via, a quel bambino. Si partecipa alla sua gioia, quando c'è. Lo si protegge. Lo si lascia fare.

Si sentono i piedi che si bagnano.
La sensazione del freddo alle caviglie.
Il rumore della schiuma che sbolle nell'aria.
Il suono della risacca.
Si vedono quegli immensi archi bianchi di schiuma che si disegnano di lato sulla spiaggia e che poi, dopo un secondo, spariscono via.

Ecco, guardare il mio film in mezzo al pubblico ieri, era più o meno quella cosa lì. Guardare il film in mezzo agli altri mi ha insegnato più di tutto quello che avevo imparato finora. Ho chiuso un cerchio. Ho avuto delle risposte a delle domande che prima, soltanto quarantuno minuti prima, non ero nemmeno in grado di fare.
Ho capito delle cose, in un istante, in un momento solo. Ed è stato bello. Bellissimo. E' bello imparare, capire dove hai fatto giusto e dove magari hai sbagliato o potevi fare meglio.

Da domani si riparte, con delle altre idee. Con un altro progetto.

Da qui, ormai, indietro non si torna.

The Waiting Game trailer > https://vimeo.com/51811416