Ieri sera al Presidente Sergio Mattarella, sul tardi — era già in pigiama — è arrivata una chiamata. Era sua madre.
Gli ha detto:
Sergio, domani viene da te Quentin Tarantino per via del David di Donatello.
Non è ancora sicuro, mamma — si è difeso subito lui.
Viene, viene. E’ dal ’94 che deve venire, vedrai che viene.
Embè? — ha detto Sergio.
Gli devi dire quella cosa.
Quale cosa, mamma?
Lo sai, quale.
Mamma non cominciamo.
Ti ho già detto di no.
Come, no?
Mamma, è Quentin Tarantino, mica uno qualunque.
Ma che cazzo, tu sei il Presidente della Repubblica Italiana! Un po’ di coraggio! Gli tieni la mano stretta e non lo fai andare via. E intanto glielo dici.
Mamma, perfavore…
Gli dici: Quentin: ti ricordi il ristorante sulla costiera palermitana dove ti sei sposato? Ecco, era il ristorante di mia mamma.
Mamma non lo posso dire.
Devi, dirlo. Vedrai che gli fa piacere.
…e poi durante il cerimoniale non so nemmeno se ci sarà tempo abbastanza.
Cazzate, sei il Presidente della Repubblica. Promettimelo.
Non posso farlo, mamma.
Promettimelo!
Ti ho detto che non posso. E poi sei sicura-sicura che fosse lui?
Certo che sono sicura!
Promesso?
Vedremo.
La telefonata è finita proprio così, con un vedremo. Che c’è da dire che la mamma di Mattarella, quando ci si mette, mmm, è difficile tenergli testa.
Questa mattina al Quirinale il Presidente Sergio Mattarella ha incontrato i candidati al premio David di Donatello, che è il principale premio cinematografico italiano. Il Presidente della Repubblica ogni anno, come da tradizione, in un breve cerimoniale incontra i candidati. Ed è successo che quando è arrivato Quentin Tarantino, Sergio Mattarella, ha preso con una mano la mano di Tarantino, e gliela ha stretta forte. E con l’altra mano ha preso tutto il coraggio che aveva e forse proprio per quello — proprio perché non ha preso il coraggio a due mani ma lo ha preso soltanto con una mano sola — invece che dire quella cosa di sua mamma e del ristorante e del matrimonio e della costiera palermitana, ha detto, con una voce un po’ impastata:
«Uscire dalla crisi non è facile. Signor Tarantino, anche se ci prestasse il suo mister Wolf, non credo che lui da solo riuscirebbe a risolvere tutti i problemi». Un riferimento al film-cult Pulp Fiction.
Tarantino era un po’ in imbarazzo, però si è messo a ridere. Forse è andata anche bene così, ha avuto ragione il Presidente Mattarella a non dirla quella cosa della madre.
Che metti che Tarantino non si fosse ricordato del nome del ristorante, della costiera palermitana e magari neanche del suo matrimonio. Che poi: abbiamo controllato se per caso è sposato, Quentin Tarantino?
O metti che — peggio ancora — a Sergio Mattarella fosse venuto in mente quell’altra battuta di Pulp Fiction, quella che fa: “Non è ancora arrivato il momento di farci i pompini a vicenda.”
Ecco, noi voglio dire, noi nel senso di Noi-Popolo-Italiano, che figura ci facevamo?
ps. Nel caso, leggetevi “Momenti di trascurabile felicità”, di Francesco Piccolo, Einaudi. Nel caso, dico.
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sabato 13 giugno 2015
venerdì 1 maggio 2015
IL MANTELLO DI SUPERMAN.
"Ero nel garage di Walter Bonatti, che da qualche tempo non c’era più. Stavamo cominciando a prenderci cura delle sue cose e del suo archivio personale facendone una sorta di grossolano inventario iniziale. Nel suo garage Rossana aveva radunato delle scatole di cartone che aveva rinvenuto da qualche altra parte, le scatole contenevano dei vecchi numeri di Epoca e dei ritagli di giornale. Secondo Rossana, lì in garage, non c’era probabilmente nient’altro di cui occuparsi. Mi guardai in giro, intorno c’erano degli oggetti di uso comune che si possono rinvenire in qualsiasi garage di qualsiasi casa del mondo. In fondo al garage c’era una tenda tirata che penzolava dal soffitto e che nascondeva il fondo della stanza, chiesi a Rossana là dietro cosa ci potesse essere. Lei ci pensò un attimo e poi mi disse che non c'era niente di particolare, soltanto vecchie cose, non ricordava nemmeno bene. Guardammo. Scostammo la tenda e dietro, in perfetto ordine su uno scaffale, c’erano le scarpe di Walter Bonatti. C’erano scarpe di tutti i tipi: scarponi da montagna usati e meno usati, pesanti e meno pesanti e poi riconobbi tra tutte quelle paia di scarpe, i suoi anfibi. Quelli alti, in pelle, che avevo visto nelle fotografie delle sue avventure in Zaire, In Kongo, in Nuova Guinea, sull’Alto Orinoco. Provo a spiegarvi come mi sentii io, in quel momento. Era come se Superman fosse morto e io, che ero stato chiamato lì nella sua casa a guardare tra le sue cose, mi fossi imbattuto nel suo mantello. Il mantello di Superman. C'era il mantello ripiegato e in ordine dentro a un cassetto, senza più Superman, e poi c’ero io. Voi, come vi sareste sentiti?”
Ieri alla FIERA DEI LIBRAIAngelo Ponta, che è curatore del libro "Walter Bonatti - Giorno per giorno, l’avventura" è venuto a Bergamo all’Auditorium di Piazza della Libertà portando con sé alcune fotografie di Bonatti da proiettare sul grande schermo. Oltre che mostrare queste straordinarie immagini e parlare un po' del libro e della mostra allo Spazio Tadini di Milano (oltre 40.000 presenze), tra le altre cose Angelo ha raccontato questa storiella che a me ha fatto venire la pelle d’oca. Ero seduto sul palco accanto a lui e quando ha finito di dire questa storia avrei voluto avere il coraggio di alzarmi e abbracciarlo e di stringerlo. Tenerlo lì stretto un momento e dirgli grazie, per quello che aveva appena detto e per la cura che si prende dell’Archivio, dentro a cui ha compiuto e continua a compiere una vera e propria esplorazione storica e letteraria. E’ grazie anche al suo lavoro che la memoria di Bonatti viene costruita e protetta. L'archivio di Walter Bonatti è al momento custodito nel caveau di una banca in Valtellina, ci ha detto Angelo. Si tratta di libri, di note, di appunti, quaderni, stampe fotografiche e fotografie digitali che prima che sia troppo tardi, prima che siano deteriorate per sempre, bisognerebbe prendersi la cura di digitalizzare. Ci sono circa 90.000 fotografie. Se fossimo in un paese diverso dall’Italia questo lavoro sarebbe già stato fatto per intero, noi invece siamo ancora quasi fermi alle celebrazioni e ai tagli di nastro una volta ogni tanto e alle querelle legata alla vicenda del K2 o del Freney. Se non ci fosse il lavoro prezioso di persone come Angelo o Alessandro o di altri che conosco e che hanno voluto bene a Bonatti e che continuano a volergliene, il suo patrimonio culturale lasciatoci in eredità andrebbe pian piano perduto. Dimenticato. Peccato che ieri all’Auditorium in Piazza della Libertà, dove eravamo davvero in troppo pochi per la portata dell'evento, non ho visto nessuno dei dirigenti del CAI cittadino. Ogni volta che una manifestazione culturale legata alla montagna, a Bergamo, prova a prendere corpo fuori dalle mura della Casa della Montagna, è quasi sempre così. Ieri forse questa assenza istituzionale che era impossibile non notare era per via del week-end lungo che era appena iniziato. E va beh. O forse era per colpa di qualche riunione di commissione importantissima che non si poteva rimandare. O forse al CAI erano troppo presi con i tortellini del ristorante del Rifugio in città. Peccato però. Per Walter. Per l’alpinismo e per gli appassionati di montagne e di avventura della nostra città. Sarebbe valsa la pena esserci, anche solo per quelle straordinarie foto proiettate sullo schermo gigante e per sentire Angelo raccontare la storia del mantello. Io a un certo punto, quasi quasi, piangevo. -
Foto © Archivio Bonatti - Venezuela, 1967
Ieri alla FIERA DEI LIBRAIAngelo Ponta, che è curatore del libro "Walter Bonatti - Giorno per giorno, l’avventura" è venuto a Bergamo all’Auditorium di Piazza della Libertà portando con sé alcune fotografie di Bonatti da proiettare sul grande schermo. Oltre che mostrare queste straordinarie immagini e parlare un po' del libro e della mostra allo Spazio Tadini di Milano (oltre 40.000 presenze), tra le altre cose Angelo ha raccontato questa storiella che a me ha fatto venire la pelle d’oca. Ero seduto sul palco accanto a lui e quando ha finito di dire questa storia avrei voluto avere il coraggio di alzarmi e abbracciarlo e di stringerlo. Tenerlo lì stretto un momento e dirgli grazie, per quello che aveva appena detto e per la cura che si prende dell’Archivio, dentro a cui ha compiuto e continua a compiere una vera e propria esplorazione storica e letteraria. E’ grazie anche al suo lavoro che la memoria di Bonatti viene costruita e protetta. L'archivio di Walter Bonatti è al momento custodito nel caveau di una banca in Valtellina, ci ha detto Angelo. Si tratta di libri, di note, di appunti, quaderni, stampe fotografiche e fotografie digitali che prima che sia troppo tardi, prima che siano deteriorate per sempre, bisognerebbe prendersi la cura di digitalizzare. Ci sono circa 90.000 fotografie. Se fossimo in un paese diverso dall’Italia questo lavoro sarebbe già stato fatto per intero, noi invece siamo ancora quasi fermi alle celebrazioni e ai tagli di nastro una volta ogni tanto e alle querelle legata alla vicenda del K2 o del Freney. Se non ci fosse il lavoro prezioso di persone come Angelo o Alessandro o di altri che conosco e che hanno voluto bene a Bonatti e che continuano a volergliene, il suo patrimonio culturale lasciatoci in eredità andrebbe pian piano perduto. Dimenticato. Peccato che ieri all’Auditorium in Piazza della Libertà, dove eravamo davvero in troppo pochi per la portata dell'evento, non ho visto nessuno dei dirigenti del CAI cittadino. Ogni volta che una manifestazione culturale legata alla montagna, a Bergamo, prova a prendere corpo fuori dalle mura della Casa della Montagna, è quasi sempre così. Ieri forse questa assenza istituzionale che era impossibile non notare era per via del week-end lungo che era appena iniziato. E va beh. O forse era per colpa di qualche riunione di commissione importantissima che non si poteva rimandare. O forse al CAI erano troppo presi con i tortellini del ristorante del Rifugio in città. Peccato però. Per Walter. Per l’alpinismo e per gli appassionati di montagne e di avventura della nostra città. Sarebbe valsa la pena esserci, anche solo per quelle straordinarie foto proiettate sullo schermo gigante e per sentire Angelo raccontare la storia del mantello. Io a un certo punto, quasi quasi, piangevo. -
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TUT-TUT-TUT
- Buongiorno, noi siamo una azienda che facciamo delle ricerche e delle statistiche, sono la dottoressa Iccs ( Iccs, si fa per dire) posso farle alcune domande?
- No
- Non è interessato alle nostre ricerche di mercato?
- No
- Posso chiederle che ruolo ricopre nella azienda per cui lavora?
- Terzino sinistro.
- tut-tut-tut-tut...
SIGNIFICATO DELLA PAROLA: CIRCA.
Carta, forbice, sasso.
E va bé.
Papà, auto nuova, bambino, pacchetto-di-Pavesini.
Che è circa lo stesso.
giovedì 16 aprile 2015
GLI HOBBIES, QUANDO PER CASO MUORI.
Io è un po' che non vado in libreria, andare in libreria è uno dei miei hobbies. Hobby con l'acca, aspirata. Hhhhobby. E' importante, bisogna aspirare.
Hobby.
Perfetto.
Gli hobbies sono quella cosa che tutti a quanto pare devono averne uno, è importante avere un hobby (singolare, senza esse finale) perché quando ti fanno la domanda o lo devi scrivere in un curriculum - nei curriculum a quanto pare bisogna sempre scrivere che hobby hai - scrivere modellismo può essere scocciante. Hobby: modellismo. Non ti assumono.
Che poi io tra l'altro non ho niente contro il modellismo e neanche contro i modellisti, ci mancherebbe, anzi. Pensa piuttosto a quelli che scrivono: Hobby: fare shopping. Shopping? Ma veramente? E lo dici in giro? Agghiacciante.
Mai uno che abbia il coraggio di dire la verità e alla voce hobby scriva: mi piace la figa, per dire. Ma non divaghiamo.
A me piace leggere il mio hobby è leggere. E anche scrivere mi piace, ma insomma, quella è una conseguenza. Uno a un certo punto dopo tanto leggere deve provare a scrivere, deve svuotarsi un po', perché scrivere più che a dire delle cose dovrebbe servire per svuotarsi per poi riempirsi di nuovo. Per leggere certi libri bisogna fare spazio ed essere vuoti. Assolutamente vuoti, ci va della preparazione. Ci sono certi personaggi che ci entrano così dentro, certi autori o certe voci sono così forti che l'unico modo per farli uscire dalla nostra testa, per liberarcene, è scrivere. Farli fluire fuori, sulla carta.
Che poi tra parentesi esce fuori un sacco di altra roba quando uno scrive, ed è quello il bello. Leggi un libro, per svuotarti scrivi, e ti vengono fuori delle cose che non c'entrano niente con quello che hai letto e che non sapevi nemmeno di avere dentro.
Comunque. Andare in libreria mi piace, è una specie di appuntamento che ho con una parte di me. Vado lì e mi ritrovo.
- Ciao.
- Ciao.
- Come va?
- Bene dài, e te?
- Bene.
- E' un po' che non mi venivi a trovare.
- Lavoro, famiglia, sport. Scazzi. Stanchezza. Solite cose.
- Capisco. Hai la lista?
- Ce l'ho.
- Grande. Fa vedere.
Tiro fuori la lista dei libri e leggiamo mentalmente, io e me.
Guardiamo i libri che mi sono segnato sulla lista, i libri che vorrei leggere o comperare. Quelli di cui ho sentito parlare oppure di cui ho letto in altri libri. Non è per comprarli, i libri, che uno li compra. E' per averli. Per leggerli certo, ma anche per averli.
Averli lì.
Che se a uno un giorno, tanto tempo dopo, viene voglia di rileggerli, certi libri, meglio averli. Oppure se muore. Se uno muore i suo libri non sono più suoi e i suoi figli o i suoi nipoti o insomma quelli che gli hanno voluto bene, ma anche quelli che non sono riusciti a volergliene perché non erano ancora nati o perché non c'erano ancora, possono farsi una idea di chi era.
Metti che nella libreria hai il libro dei Guinnes dei Primati, quello con la copertina argentata specchiata, ecco, per esempio, uno una idea di chi eri, se la fa. Che poi magari, quel libro lì dei Guinnes dei primati, te l'ha regalata una vecchia zia che non vedi mai per Natale. Un regalo di una zia potrebbe completamente snaturare la tua memoria eterna, ma comunque. Anche le vecchie zie hanno i loro diritti. Anche loro fanno parte della tua storia.
Un mio amico invece, per fare un altro esempio, quando è morto, la sua compagna ha preso tutte le sue magliette e le ha portate in un prato e i suoi amici sono andati tutti in quel prato e ne hanno presa una per uno, quella che volevano e che gli piaceva di più e l'hanno portata via. Adesso se la mettono tutti la maglietta che hanno preso in quel prato quel giorno, la maglia di quel nostro vecchio amico che è morto, una volta ogni tanto se la mettono e la portano in giro e ognuno insomma, a me pare, quel nostro amico lì lo fa sembrare meno morto.
Ecco io ho pensato che si potrebbe fare lo stesso con i libri. Se uno muore, ad esempio, i suoi amici possono prendere i suoi libri, uno per uno. O le sue magliette. O i suoi sci. Mi è venuto in mente che forse a me piace in andare in libreria a comprare dei libri e averli perché se un giorno per caso muoio, io divento le parole che ci sono scritto nei libri che ho letto. Mi piace sciare, mi pare, perché quando scio io sono sono le curve che ho fatto. Mi piace arrampicare perché quando arrampico divento gli appigli che ho stretto.
Eccetera.
Hobby.
Perfetto.
Gli hobbies sono quella cosa che tutti a quanto pare devono averne uno, è importante avere un hobby (singolare, senza esse finale) perché quando ti fanno la domanda o lo devi scrivere in un curriculum - nei curriculum a quanto pare bisogna sempre scrivere che hobby hai - scrivere modellismo può essere scocciante. Hobby: modellismo. Non ti assumono.
Che poi io tra l'altro non ho niente contro il modellismo e neanche contro i modellisti, ci mancherebbe, anzi. Pensa piuttosto a quelli che scrivono: Hobby: fare shopping. Shopping? Ma veramente? E lo dici in giro? Agghiacciante.
Mai uno che abbia il coraggio di dire la verità e alla voce hobby scriva: mi piace la figa, per dire. Ma non divaghiamo.
A me piace leggere il mio hobby è leggere. E anche scrivere mi piace, ma insomma, quella è una conseguenza. Uno a un certo punto dopo tanto leggere deve provare a scrivere, deve svuotarsi un po', perché scrivere più che a dire delle cose dovrebbe servire per svuotarsi per poi riempirsi di nuovo. Per leggere certi libri bisogna fare spazio ed essere vuoti. Assolutamente vuoti, ci va della preparazione. Ci sono certi personaggi che ci entrano così dentro, certi autori o certe voci sono così forti che l'unico modo per farli uscire dalla nostra testa, per liberarcene, è scrivere. Farli fluire fuori, sulla carta.
Che poi tra parentesi esce fuori un sacco di altra roba quando uno scrive, ed è quello il bello. Leggi un libro, per svuotarti scrivi, e ti vengono fuori delle cose che non c'entrano niente con quello che hai letto e che non sapevi nemmeno di avere dentro.
Comunque. Andare in libreria mi piace, è una specie di appuntamento che ho con una parte di me. Vado lì e mi ritrovo.
- Ciao.
- Ciao.
- Come va?
- Bene dài, e te?
- Bene.
- E' un po' che non mi venivi a trovare.
- Lavoro, famiglia, sport. Scazzi. Stanchezza. Solite cose.
- Capisco. Hai la lista?
- Ce l'ho.
- Grande. Fa vedere.
Tiro fuori la lista dei libri e leggiamo mentalmente, io e me.
Guardiamo i libri che mi sono segnato sulla lista, i libri che vorrei leggere o comperare. Quelli di cui ho sentito parlare oppure di cui ho letto in altri libri. Non è per comprarli, i libri, che uno li compra. E' per averli. Per leggerli certo, ma anche per averli.
Averli lì.
Che se a uno un giorno, tanto tempo dopo, viene voglia di rileggerli, certi libri, meglio averli. Oppure se muore. Se uno muore i suo libri non sono più suoi e i suoi figli o i suoi nipoti o insomma quelli che gli hanno voluto bene, ma anche quelli che non sono riusciti a volergliene perché non erano ancora nati o perché non c'erano ancora, possono farsi una idea di chi era.
Metti che nella libreria hai il libro dei Guinnes dei Primati, quello con la copertina argentata specchiata, ecco, per esempio, uno una idea di chi eri, se la fa. Che poi magari, quel libro lì dei Guinnes dei primati, te l'ha regalata una vecchia zia che non vedi mai per Natale. Un regalo di una zia potrebbe completamente snaturare la tua memoria eterna, ma comunque. Anche le vecchie zie hanno i loro diritti. Anche loro fanno parte della tua storia.
Un mio amico invece, per fare un altro esempio, quando è morto, la sua compagna ha preso tutte le sue magliette e le ha portate in un prato e i suoi amici sono andati tutti in quel prato e ne hanno presa una per uno, quella che volevano e che gli piaceva di più e l'hanno portata via. Adesso se la mettono tutti la maglietta che hanno preso in quel prato quel giorno, la maglia di quel nostro vecchio amico che è morto, una volta ogni tanto se la mettono e la portano in giro e ognuno insomma, a me pare, quel nostro amico lì lo fa sembrare meno morto.
Ecco io ho pensato che si potrebbe fare lo stesso con i libri. Se uno muore, ad esempio, i suoi amici possono prendere i suoi libri, uno per uno. O le sue magliette. O i suoi sci. Mi è venuto in mente che forse a me piace in andare in libreria a comprare dei libri e averli perché se un giorno per caso muoio, io divento le parole che ci sono scritto nei libri che ho letto. Mi piace sciare, mi pare, perché quando scio io sono sono le curve che ho fatto. Mi piace arrampicare perché quando arrampico divento gli appigli che ho stretto.
Eccetera.
lunedì 23 marzo 2015
IL PIANTAGRANE.
Quando ero piccolo pensavo che il "piantagrane" fosse un attrezzo. Una specie di piccola trivella cicciotta e filettata, lunga una ventina di centimetri con una impugnatura verde (non so perché ma io l'impugnatura me la immaginavo verde). La trivella aveva grossomodo la forma e le proporzioni di un cono gelato capovolto, leggermente più grande di un cono gelato però molto più robusta, in metallo, con delle alette filettate e taglienti e con questa impugnatura ovale che riempiva il palmo di una mano.
Non riuscivo a immaginare tecnicamente il funzionamento esatto della “piantagrane" ma immaginavo che fosse necessario appoggiarla per terra, fare pressione sull’impugnatura caricandoci bene sopra tutto il peso del corpo, e poi lasciarla lavorare. Poi faceva tutto lei. Se qualcuno mi avesse chiesto se ne avevo mai vista una di trivella piantagrane avrei quasi certamente risposto di sì, che l'avevo vista, tanto ero convinto. Ero sicuro di averne vista una tra gli attrezzi da lavoro di mio nonno.
Poi diventando grande capii senza che nessuno me lo spiegasse che per "piantagrane" non si intende un attrezzo ma si intendono dei soggetti, delle persone, una certo tipo specifico di persone. Persone piuttosto pignole e rognose con cui avere a che fare, diciamo. E' un modo di dire.
Una volta un po' di tempo fa ero in fila per fare un documento in un ufficio comunale, eravamo in fila nel corridoio e c’era lì un signore che pareva saperla lunga di documenti e di file e di uffici comunali e che aveva iniziato a puntarmi e a parlarmi e che a un certo punto di un discorso che io non capivo nemmeno molto bene se devo dire la verità, aveva buttato lì la parola “piantagrane”. Che io effettivamente erano dei secoli che non la sentivo dire, la parola “piantagrane". Pianta da pianta, grane da grane. Piantare-grane. Mi era subito venuta in mente tutta questa storia di quando ero bambino e la forma esatta dello strumento “piantagrane”, mi erano venute perfino in mente le alette filettate e la forma e il colore dell’impugnatura. Ovale, verde. Il signore che mi parlava e che mi incalzava nel discorso mi veniva sempre più vicino inclinandosi verso di me con la testa e sollevandosi sulla punta dei piedi, usava un tono sempre più polemico e confidenziale, lanciando delle occhiate ostili a destra e a sinistra verso le altre persone in fila nel corridoio e verso gli impiegati che ogni tanto passavano di lì. Il signore si doveva anche essere accorto del mio ascolto distratto e piuttosto superficiale, intanto. Doveva avere notato il mio sguardo fisso nel vuoto in un punto indefinito in fondo al corridoio e il fatto che io stavo pensando quasi certamente ai cazzi miei.
Indossava un cappotto color cammello elegante e teneva una cartellina porta documenti nelle mani che si passava continuamente dalla destra alla sinistra, e dalla sinistra alla destra, nervosamente. Era ben pettinato e rasato e aveva un profumo deciso di dopobarba alla menta. Si avvicinava e allontanava da a me continuamente con una sequenza ininterrotta di mezzi passi e giravolte, aveva ai piedi dei mocassini neri un po’ lisi, si capiva che ci doveva avere camminato dentro parecchio. A un certo punto, all’improvviso, dopo qualche secondo di sospensione del discorso, prese a fissarmi dritto negli occhi, mi venne vicinissimo per parlare, deviando all’ultimo istante in direzione dell’orecchio sinistro. Io feci docilmente il gesto di girare un po’ la testa di lato, per agevolarlo, non sapevo che altro potevo fare. Girai la testa leggermente di lato e rimasi in silenzio ad ascoltare.
Il signore diede una ultima occhiata furtiva a destra e a sinistra per assicurarsi che nessuno delle persone in attesa nel corridoio ci potesse sentire, in fila c’erano parecchie altre persone che ci osservavano tutte. Iniziò a sussurrare una frase a bassa voce che all’inizio non capii, capii solo che il soggetto del discorso era responsabile dell’ufficio dove stavamo per consegnare il documento. “Lei lo sa cosa è un piantagrane?” feci cenno di sì con la testa muovendola avanti e indietro, per fare intendere che avevo capito, poi mi fermai rimanendo immobile in attesa del resto del discorso. “Lei lo sa cosa vuole dire avere una trivella puntata direttamente sui coglioni?”.
Sbarrai gli occhi. Il piantagrane - pensai - lo strumento: quindi, esiste per davvero?
Non riuscivo a immaginare tecnicamente il funzionamento esatto della “piantagrane" ma immaginavo che fosse necessario appoggiarla per terra, fare pressione sull’impugnatura caricandoci bene sopra tutto il peso del corpo, e poi lasciarla lavorare. Poi faceva tutto lei. Se qualcuno mi avesse chiesto se ne avevo mai vista una di trivella piantagrane avrei quasi certamente risposto di sì, che l'avevo vista, tanto ero convinto. Ero sicuro di averne vista una tra gli attrezzi da lavoro di mio nonno.
Poi diventando grande capii senza che nessuno me lo spiegasse che per "piantagrane" non si intende un attrezzo ma si intendono dei soggetti, delle persone, una certo tipo specifico di persone. Persone piuttosto pignole e rognose con cui avere a che fare, diciamo. E' un modo di dire.
Una volta un po' di tempo fa ero in fila per fare un documento in un ufficio comunale, eravamo in fila nel corridoio e c’era lì un signore che pareva saperla lunga di documenti e di file e di uffici comunali e che aveva iniziato a puntarmi e a parlarmi e che a un certo punto di un discorso che io non capivo nemmeno molto bene se devo dire la verità, aveva buttato lì la parola “piantagrane”. Che io effettivamente erano dei secoli che non la sentivo dire, la parola “piantagrane". Pianta da pianta, grane da grane. Piantare-grane. Mi era subito venuta in mente tutta questa storia di quando ero bambino e la forma esatta dello strumento “piantagrane”, mi erano venute perfino in mente le alette filettate e la forma e il colore dell’impugnatura. Ovale, verde. Il signore che mi parlava e che mi incalzava nel discorso mi veniva sempre più vicino inclinandosi verso di me con la testa e sollevandosi sulla punta dei piedi, usava un tono sempre più polemico e confidenziale, lanciando delle occhiate ostili a destra e a sinistra verso le altre persone in fila nel corridoio e verso gli impiegati che ogni tanto passavano di lì. Il signore si doveva anche essere accorto del mio ascolto distratto e piuttosto superficiale, intanto. Doveva avere notato il mio sguardo fisso nel vuoto in un punto indefinito in fondo al corridoio e il fatto che io stavo pensando quasi certamente ai cazzi miei.
Indossava un cappotto color cammello elegante e teneva una cartellina porta documenti nelle mani che si passava continuamente dalla destra alla sinistra, e dalla sinistra alla destra, nervosamente. Era ben pettinato e rasato e aveva un profumo deciso di dopobarba alla menta. Si avvicinava e allontanava da a me continuamente con una sequenza ininterrotta di mezzi passi e giravolte, aveva ai piedi dei mocassini neri un po’ lisi, si capiva che ci doveva avere camminato dentro parecchio. A un certo punto, all’improvviso, dopo qualche secondo di sospensione del discorso, prese a fissarmi dritto negli occhi, mi venne vicinissimo per parlare, deviando all’ultimo istante in direzione dell’orecchio sinistro. Io feci docilmente il gesto di girare un po’ la testa di lato, per agevolarlo, non sapevo che altro potevo fare. Girai la testa leggermente di lato e rimasi in silenzio ad ascoltare.
Il signore diede una ultima occhiata furtiva a destra e a sinistra per assicurarsi che nessuno delle persone in attesa nel corridoio ci potesse sentire, in fila c’erano parecchie altre persone che ci osservavano tutte. Iniziò a sussurrare una frase a bassa voce che all’inizio non capii, capii solo che il soggetto del discorso era responsabile dell’ufficio dove stavamo per consegnare il documento. “Lei lo sa cosa è un piantagrane?” feci cenno di sì con la testa muovendola avanti e indietro, per fare intendere che avevo capito, poi mi fermai rimanendo immobile in attesa del resto del discorso. “Lei lo sa cosa vuole dire avere una trivella puntata direttamente sui coglioni?”.
Sbarrai gli occhi. Il piantagrane - pensai - lo strumento: quindi, esiste per davvero?
lunedì 16 marzo 2015
ON NE MARCHE QU'UNE FOIS SUR LA LUNE.
Ciascuno di noi nel proprio intimo, sa di avere camminato almeno una volta sulla Luna. Chi non lo ha ancora fatto prima o poi lo farà o almeno questo è quello che bisogna augurarsi, questa è la speranza. Andare più in là, oltre, lasciandosi tutto alle spalle per cercare un senso, per dare valore ad una vita intera. Non sempre la nostra esperienza personale verrà condivisa, non necessariamente si tratterà di qualcosa di estremo o di eccitante, di grandioso, di interessante, non sempre gli altri capiranno o sapranno, di noi e di quel momento in cui la nostra vita e le nostre certezze sono state in bilico e il nostro destino si è probabilmente compiuto. Abbiamo mollato i freni e siamo andati. Via. In un luogo che non è un luogo ma è piuttosto uno stato della mente. Al nostro ritorno, dopo quella volta, non eravamo più gli stessi di prima.
E' probabilmente in questo punto di contatto con la normalità, con la vita quotidiana di ciascuno di noi il senso profondo ed universale dell'alpinismo, sempre che l'alpinismo un senso ce l'abbia: lo scopo dell' alpinismo non è conquistare ma casomai esplorare. Indagare le possibilità. Più che dare risposte l'alpinismo si occupa delle domande, si occupa di accoglierle. Non si tratta di tramutare l'impossibile in possibile come sostengono alcuni, quanto di accettare l'idea dell'incognito come una possibilità ed andargli incontro, consapevolmente. Si tratta di una ricerca infinita che a volte richiede lo sforzo di andare fin sulla Luna e altre volte, no. A volte basta guardarsi intorno e provare con coraggio, nel nostro piccolo, a cambiare. Fare un passo in una direzione diversa. Insistere e perseverare. Non voltarsi mai indietro, mai.
Il resto poi, vien da sé.
E' probabilmente in questo punto di contatto con la normalità, con la vita quotidiana di ciascuno di noi il senso profondo ed universale dell'alpinismo, sempre che l'alpinismo un senso ce l'abbia: lo scopo dell' alpinismo non è conquistare ma casomai esplorare. Indagare le possibilità. Più che dare risposte l'alpinismo si occupa delle domande, si occupa di accoglierle. Non si tratta di tramutare l'impossibile in possibile come sostengono alcuni, quanto di accettare l'idea dell'incognito come una possibilità ed andargli incontro, consapevolmente. Si tratta di una ricerca infinita che a volte richiede lo sforzo di andare fin sulla Luna e altre volte, no. A volte basta guardarsi intorno e provare con coraggio, nel nostro piccolo, a cambiare. Fare un passo in una direzione diversa. Insistere e perseverare. Non voltarsi mai indietro, mai.
Il resto poi, vien da sé.
On ne marche qu'une fois sur la lune - La bande annonce from Editions Guérin on Vimeo.
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giovedì 6 novembre 2014
ERMANNO GIA' LO FACEVA.
Poco tempo fa sono stato a un meeting in cui la parola storytelling sarà stata usata in due giorni almeno cento volte. Anche di più. Centocinquanta. Duecento. Trecento, forse. Da parte di tutti. Ed è una cosa curiosa perché sempre allo stesso tipo di riunione fino a poco tempo fa, fino a qualche anno fa, nessuno usava mai la parola "storytelling". Oggi sembra che il significato della parola "storytelling" lo sappiano tutti e che tutti lo sappiano fare, lo "storytelling", anche se a me non pare.
Storytelling non vuole dire raccontare delle storie. Che degli affari propri o della pubblicità, o dell'advertising camuffato alla gente, interessa poco o niente. Fare storytelling significa parlare attraverso il racconto, che è una cosa diversa. Significa fondare un universo narrativo e connettersi emotivamente con la propria audience rendendola partecipe del viaggio verso il nostro destino. O una cosa del genere.
Non è nemmeno una cosa tanto nuova tra l'altro, lo storytelling come tecnica di narrazione del proprio brand. Guardate qui, ad esempio. Questo è un piccolo cortometraggio-capolavoro di Ermanno Olmi che a cavallo tra gli anni '50 e '60 aveva realizzato per conto di Edisonvolta, l'azienda per cui lavorava come dipendente, dei piccoli cortometraggi sulla attività industriale della azienda, tra cui questo. Si intitola: "Il Pensionato". Opera d'arte.
Con l'intraprendenza e il metodo del bravo artigiano, senza nessuna esperienza specifica alle spalle, il giovane Ermanno Olmi (vi ho già detto che era di Bergamo? Nato alla Malpensata dove fanno il mercato tutti i lunedì) tra il 1953 e il 1961 realizzò decine di documentari raccontando storie di uomini che sono fondamentalmente - insieme al know-how- il patrimonio più grande su cui una azienda possa contare. Olmi raccolse, trattò e raccontò storie della azienda per cui sia lui che i protagonisti dei suoi film erano al lavoro. Si tratta di un concetto di avanguardia, prendere un dipendente e fargli raccontare la propria azienda attraverso le storie dei suoi uomini. E' il lavoro che tanti giovani oggi vorrebbero fare e che piace fare anche a me. Certe volte anche, capita che me lo fanno fare.
Tra l'altro nel rendere merito a Olmi credo anche si debba rendere merito alla sua azienda e al concetto pionieristico per l'epoca di "raccontare il proprio brand"- così si dice oggi. E già che ci siamo rendiamo merito anche a Feltrinelli, che ha recentemente pubblicato un dvd con alcuni di questi documentari di Ermanno Olmi.
Ho visto molti di questi cortometraggi di Olmi, affascinato dalla sua capacità di travasare le atmosfere e il reale nella narrazione cinematografica, con un uso coraggioso delle sequenze, dei personaggi e soprattutto dei silenzi. Ci vuole del carattere per raccontare delle storie partendo dai silenzi.
Silenzi e coraggio. Carattere. Pazienza. Tutte qualità che fanno parte del dna Orobico e che ho l'impressione ai giorni nostri, nello storytelling moderno, secondo alcuni esperti almeno, si faccia fatica a raccontare.
Olmi già lo faceva. Sessanta anni fa.
Storytelling non vuole dire raccontare delle storie. Che degli affari propri o della pubblicità, o dell'advertising camuffato alla gente, interessa poco o niente. Fare storytelling significa parlare attraverso il racconto, che è una cosa diversa. Significa fondare un universo narrativo e connettersi emotivamente con la propria audience rendendola partecipe del viaggio verso il nostro destino. O una cosa del genere.
Non è nemmeno una cosa tanto nuova tra l'altro, lo storytelling come tecnica di narrazione del proprio brand. Guardate qui, ad esempio. Questo è un piccolo cortometraggio-capolavoro di Ermanno Olmi che a cavallo tra gli anni '50 e '60 aveva realizzato per conto di Edisonvolta, l'azienda per cui lavorava come dipendente, dei piccoli cortometraggi sulla attività industriale della azienda, tra cui questo. Si intitola: "Il Pensionato". Opera d'arte.
Con l'intraprendenza e il metodo del bravo artigiano, senza nessuna esperienza specifica alle spalle, il giovane Ermanno Olmi (vi ho già detto che era di Bergamo? Nato alla Malpensata dove fanno il mercato tutti i lunedì) tra il 1953 e il 1961 realizzò decine di documentari raccontando storie di uomini che sono fondamentalmente - insieme al know-how- il patrimonio più grande su cui una azienda possa contare. Olmi raccolse, trattò e raccontò storie della azienda per cui sia lui che i protagonisti dei suoi film erano al lavoro. Si tratta di un concetto di avanguardia, prendere un dipendente e fargli raccontare la propria azienda attraverso le storie dei suoi uomini. E' il lavoro che tanti giovani oggi vorrebbero fare e che piace fare anche a me. Certe volte anche, capita che me lo fanno fare.
Tra l'altro nel rendere merito a Olmi credo anche si debba rendere merito alla sua azienda e al concetto pionieristico per l'epoca di "raccontare il proprio brand"- così si dice oggi. E già che ci siamo rendiamo merito anche a Feltrinelli, che ha recentemente pubblicato un dvd con alcuni di questi documentari di Ermanno Olmi.
Ho visto molti di questi cortometraggi di Olmi, affascinato dalla sua capacità di travasare le atmosfere e il reale nella narrazione cinematografica, con un uso coraggioso delle sequenze, dei personaggi e soprattutto dei silenzi. Ci vuole del carattere per raccontare delle storie partendo dai silenzi.
Silenzi e coraggio. Carattere. Pazienza. Tutte qualità che fanno parte del dna Orobico e che ho l'impressione ai giorni nostri, nello storytelling moderno, secondo alcuni esperti almeno, si faccia fatica a raccontare.
Olmi già lo faceva. Sessanta anni fa.
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martedì 4 novembre 2014
ALGORITMI.
Per quel che ho capito dal punto di vista linguistico un algoritmo è una specie di buco nero della comunicazione, una via di mezzo tra un tombino e un frullatore. Cioè: dal punto di vista matematico è senz'altro qualcosa di più complesso e specifico, ma ogni volta che va a finire che succede qualcosa dentro a un computer e c'è presumibilmente una logica dietro, che non si capisce, e c'è qualcuno che ci dovrebbe spiegare, la parola dove si va a finire sempre è: algoritmo. Che è un po' come la parola "coso", solo che dire algoritmo invece che "coso" sembra molto, molto più avveniristico. E noi, tutti, noi che leggiamo o ascoltiamo queste spiegazioni siamo più tranquilli, che la nostra vita e i computer e il mondo sia governato da dei sofisticatissimi algoritmi, invece che da dei così, lì.
sabato 11 ottobre 2014
QUELLA VOLTA CHE HO SCALATO CON BEN MOON.
Era il 1986 e le gare di arrampicata erano alla preistoria. Chiamarle gare, di già, è una esagerazione. Erano in realtà degli incontri dove c'era sì una gara e una classifica ma soprattutto gli arrampicatori ci andavano e anche partecipavano per incontrarsi e per conoscersi e - non tutti avevano il coraggio di dirlo - per confrontarsi e per constatare personalmente lo stato dell'arte dell'arrampicata sportiva. C'era una fame pazzesca di confronto, cosa da sempre condannata e ripudiata e denigrata nell'alpinismo classico, storicamente da sempre alla ricerca di valori assoluti. L'alpinismo lo pensavamo (ce lo facevano pensare) un po' come una religione o una scienza. L'arrampicata sportiva invece era un'altra cosa e tutti noi a cui piaceva arrampicare su gradi sempre più duri, per il puro gusto del gesto sportivo, infischiandocene della lotta con l'Alpe, cominciavamo a capirlo. Allora non c'era internet non c'erano i video o i DVD e l'unico arrampicatore sportivo di altissimo livello che gli italiani avevano visto in televisione era Patrick Edlinger in Opera Verticale. C'era Alp e c'era la rubrica Il Punto Rosso curato da Andrea Gallo che teneva nota dei progressi dell'arrampicata italiana e di quella europea. Poi più o meno, basta. Io gli arrampicatori stranieri forti che conoscevo li avevo incontrati quasi tutti in falesia, in Francia, e li avevo visti dal vivo e solo alcuni di loro mi avevano davvero impressionato. Non tutti erano forti come li descrivevano sulle pagine delle riviste, secondo me. Avevo visto arrampicare Jerry Moffat - il mio idolo - Beat Kamerlander, Patrick Edlinger, Marc e Antoine le Menestrel, JB Tribout, Alex Duboic, Didier Raboutou, Jakie Godoffe, Ron Fawcett, con alcuni di loro avevo anche arrampicato e alcuni mi erano sembrati più terrestri di quello che immaginavo. Altri invece mi erano sembrati molto più forti di come pensavo si potesse arrampicare invece, molto meglio di come la scarsa celebrità che accompagnava questi personaggi avrebbe suggerito. Mi ero fatto una classifica tutta mia, in testa.
Quello era il primo anno che Sportroccia si disputava in due tappe. La seconda delle due gare, la finale, veniva disputata a Bardonecchia, come al solito, sulla Parete dei Militi che era un bellissimo posto ma la parete rocciosa non aveva molta qualità e nemmeno molta storia o tradizione alle spalle, condizione ideale per disputare una gara per peccatori sacrilegi senza fare incazzare nessuno. Ad Arco di Trento si tenne invece la prima tappa quell'anno, in quella che sarebbe stata la gara progenitrice del Rock Master. Si capiva subito che i soldi della Provincia Autonoma di Trento stavano per arrivare a foraggiare l'arrampicata e il nascente climbing stadium (allora su roccia) e che il baricentro di Sportroccia si stava per spostare dall'ovest all'est. Arco era una location molto più prestigiosa, in effetti è lì che arrampicavano quelli che ci avevano addestrati a riconoscere come i padri della arrampicata sportiva italiana: Manolo, Roberto Bassi, Heinz Mariacher, Luisa Jovane, eccetera. Poi non era esattamente così, ce n'erano anche altri, ma insomma io a 17 o 18 anni mi ero fatto quell'idea. Come tutti. Che l'ombelico dell'arrampicata italiana fosse ad Arco.
Io ancora anche quell'anno non partecipavo alla gara, avevo assistito alla edizione precedente di Sport Roccia e ancora mi rimbombavano nelle orecchie le frasi del "Documento dei 19", quella carta che i 19 arrampicatori sportivi più influenti dell'epoca scrissero per opporsi alla competizioni sportive nell'arrampicata. Io ero ancora lì a meditare sul da farsi e a riflettere sulla ragionevolezza di quella carta, sull'etica e sui principi nel frattempo però le gare le andavo a vedere. Tutte, che poi erano state due. I miei amici, quelli che incontravo nelle varie falesie italiane e che gareggiavano mi chiedevano perché non partecipavo alle gare e io, non sapevo bene cosa rispondere. Perché non partecipavo? Boh. In effetti l'anno dopo cominciai a gareggiare. Nel frattempo dei 19 firmatari del documento, quasi tutti lo avevano già fatto, tra loro Patrick Berhault rimase l'unico a non gareggiare mai in una competizione di arrampicata sportiva.
La cosa fantastica della arrampicata sportiva e delle gare era poter essere gomito a gomito con le leggende della arrampicata sportiva e così ti capitava di stare qualche ora o qualche giorno insieme a persone che conoscevi solo di nome, per la loro leggenda personale che aleggiava tra gli arrampicatori. Sai che Gullich fa sette trazioni monodito su un braccio? Otto. O forse dieci. Undici. Venti. Sai che Manolo fa la spaccata frontale? Sai che le vie in Totoga sono tre gradi più dure delle vie del Verdon? Ellamadonna. Sai che Beat Kamerlamder ha il travo fuori dal furgone e si allena due volte al giorno? Sai che la sua fidanzata è una top model da paura? Sì, quello lo sapevo.
Ad Arco quell'anno durante le gare mi ritrovai ad arrampicare con uno che non conoscevo. Il tipo in questione mi aveva chiesto di fare qualche via di riscaldamento con lui, era uno che non avevo mai visto e che non parlava italiano. Parlava inglese. Aveva dei lunghi capelli rasta e devo dire, non un gran bell'aspetto, io comunque risposi entusiasta di sì. Principalmente perché non era italiano e sentivo la necessità di mostrarmi international e gentile, anche se all'epoca non capivo una parola di inglese. Poi lui mi sembrava abbastanza emarginato dagli altri climber, non è che lo cagavano molto, diciamolo. E neanche a me. Andammo ad arrampicare insieme. Passammo prima dal mio furgone e presi le mie cose e il tipo mi seguì docile tenendo un doppio sacchetto di plastica della Conad in mano. Notai che dentro c'era la sua roba, rinvii, sacchetto della magnesite, imbrago e un mezzo panino rosicchiato. E un paio di Boreal grigie. Capii dai gesti che mi chiedeva se potevamo usare la mia corda che lui non l'aveva e io risposi entusiasta di sì. Corda nuova, cercai di dire. Lui non sembrò particolarmente colpito. Andammo e arrivammo alla base della falesia e lui estrasse le sue cose dal sacchetto, si preparò e cominciò a salire, io gli feci sicura. Non mi chiese se poteva andare per primo, ando'.
Tra le cose che teneva nel sacchetto sparse per terra notai un carnet di buoni pasto riservato agli atleti in gara, quindi capii che era un concorrente. Al terzo spit capii che doveva essere uno di quelli buoni, lo capii da come usava i piedi e dalla facilità con cui scalava. Rimasi impressionato, non avevo mai visto niente del genere. Quando fu il mio turno di salire sfilai la corda e partii, tentai di adoperare con i piedi la stessa delicatezza e la stessa precisione che aveva usato lui sugli appigli, io non avevo mai visto nessuno arrampicare così. Così bene. Nel farlo le mie braccia si ghisarono presto e finii la via senza cadere ma con le braccia durissime. Chi cazzo è, sto tipo? Non ci eravamo nemmeno detti il nome. Arrampicammo alternandoci per tre o quattro tiri, scegliendo le vie in difficoltà crescente. All'ultima via io ero abbastanza vicino al mio limite, lui continuava ad arrampicare come all'inizio, cioè bene. Benissimo. Era meno delicato e preciso di prima, anche un po' sgraziato a tratti con quei piedoni dentro alle Boreal grigie, ma era terribilmente efficace.
Finimmo di arrampicare e tornammo alla base, che per lui era quasi ora di gareggiare. Mi fece capire che era in gara, lo avevo capito. Misi il mio zaino in furgone e lo andai a vedere in gara su una delle vie di selezione, mi sistemai su un sasso e lui era pronto a partire. Era arrivato in partenza sempre con il suo sacchetto di cellophane della Conad, dentro a cui stava ancora armeggiando alla ricerca del sacchetto della magnesite. Poi dissero il suo nome con il megafono, io non lo avevo mai sentito: Ben Moon. Vinse la gara.
A Bardonecchia vinse Edlinger invece, che ad Arco era salito meno del mio amico di lecco Marco Ballerini, che quel giorno, all'esordio in competizione, aveva fatto un garone. Ben Moon arrivò secondo in classifica generale. Quel giorno lì capii che l'arrampicata era una cosa diversa da quello che leggevo sulle riviste. Capii che in giro c'era in giro tanta gente di cui sulle riviste non si parlava (ancora) che scalava fortissimo. Gente come Ben Moon. Capii che per arrampicare forte e fare i gradi bisognava allenarsi di più e meglio. Preoccuparsi meno delle cose tipo gli zaini, che tanto ad arrampicare si poteva andare anche con la sportina della spesa della Conad, e preoccuparsi di più invece della sostanza.
Cioè, di usare bene i piedi e di tenersi, ad esempio.
giovedì 9 ottobre 2014
QUANDO SEI FUORI FORMA.
Quando sono tornato dal Nanga Parbat la primavera scorsa ero completamente fuori forma. Per uno che di mestiere non fa l'atleta o per uno che fa l'alpinista soltanto, che fa solo quella cosa e poi basta dico, è senz'altro è diverso. E' più facile convivere con il fatto di essere fuori forma. Se non sei un'atleta e non gareggi, se non ti confronti direttamente con gli altri o se fai l'alpinista soltanto la pura performance atletica è meno rilevante. Non conta molto quando sei in azione la pura performance, non è nemmeno misurabile esattamente pensandoci bene, una performance alpinistica. L'alpinismo non è neanche uno sport. Contano altre cose.
Ma se sei un atleta, se ti pensi un atleta è diverso e io più che alpinista mi sono sempre pensato e considerato un atleta.
Sono uno che nella grammatica delle cose che fa che hanno a che vedere con le montagne e con l'alpinismo, con l'endurance, con il tenere duro e con il resistere alla fatica - e con la tecnica anche, nello sci ad esempio - ci ha sempre visto la performance di mezzo. Ci ha sempre visto lo sport, quello misurabile in ore o minuti o secondi, in gradi, in metri o in centimetri o in chilometri all'ora e quindi inevitabilmente anche con la capacità di andare forte. Sempre più forte. Sempre meglio.
Bene, veloce, a lungo.
Mi sono sempre considerato e trattato da atleta nella vita di tutti i giorni e nelle scelte, nei progetti, nelle sfide da raccogliere. A me piacciono da matti le cose che non sono in grado di fare, quelle fuori dalla mia portata, quelle appena o un bel po' - dipende - oltre al mio limite. Quelle che gli altri ti dicono: "Non ce la farai mai." Ecco, quelle mi piacciono. Quelle mi fanno sentire vivo. Mi fanno sentire un principiante un po' sfigato e goffo, uno imbarazzante e fuori luogo. Un turiglione. Mi piacciono le sfide in cui parti perdente. Mi piacciono perché mi costringono a pensare e a capire, a osservare, a mettermi in gioco, a buttarmi e a re-inventarmi, a dare il meglio di me. La mia storia è fatta ad ogni livello, in ogni ambito, di cose che credevo di non essere capace di fare e che poi alla fine invece, ho imparato a fare. A modo mio. Quasi sempre da testone autodidatta.
Due mesi e mezzo di spedizione invernale sono stati decisamente troppi per uno che vuole fare l'atleta, soprattutto per uno della mia età. Tornato a casa a marzo ho prima dovuto riposare e riprendermi, anche emotivamente, ricaricarmi mentalmente e fisicamente, i muscoli erano quasi tutti spariti in cambio di una massa budinosa e grinzosa, ero sempre stanco e sfinito, bastava il minimo sforzo. Ho ricominciato ad allenarmi in bici partendo praticamente da zero. Anzi, sotto zero.
Certe volte mi sentivo patetico e ridicolo, sarebbe stato certamente più facile mollare il colpo e celebrarmi per quello che sono stato, tanto o poco che fosse e reinventarmi facendo qualcos'altro di più comodo, di più prestigioso, di più adatto alla mia età. Sto invecchiando. Potrei limitarmi a commemorare. Celebrare. Ricordare. In fondo che cosa ho da pretendere?
Essere fuori forma, io credo, è una grande opportunità.
E' la possibilità di ricominciare da capo e in ogni inizio c'è qualcosa di magico e meraviglioso, di speciale, di straordinario. Essere fuori forma è un modo diverso di guardare al mondo. Dentro a ogni piccolo passo, dentro a ogni progresso c'è un piccolo successo, un mondo che si rivela, un viaggio. E' fantastico. E' stato fantastico. Non è la conquista del mondo quello di cui siamo alla ricerca, ma la riconquista di noi stessi. Non conta quanto si corre o si pedala veloce. Non conta il grado che fai. Non conta il tempo che hai sulla maratona.
Conta quella sensazione di poter fare sempre un po' di più, ogni giorno di più, ogni volta un pezzettino di più, sempre meglio. Conta quell'istante in cui stai per dire basta e invece, non sai neanche il perché, un bel giorno tieni duro e insisti. Riesci. Stai lì. Galleggi nel disagio fisico e nella fatica, nella sofferenza fisica e finisci per non sentire più niente, riesci a sopportare. Resisti. Vuoi capire cosa c'è dopo, oltre.
Quello è il momento in cui stai patendo ma quella sofferenza che si chiama fatica si trasforma in gioia e intorno a te si aprono delle porte che prima non vedevi neanche o forse non c'erano, compaiono e tu le apri e ci entri dentro e entri in un'altra dimensione, passi a un livello successivo. C'è un'altro te e un altro mondo oltre quelle porte, da qualche parte e ti vai a cercare e a riprendere.
Il tempo tra un allenamento e un'altro, quello in cui hai un po' male alle gambe o ai muscoli o alle ossa e sei in attesa della prossima volta, del prossimo momento in cui potrai essere nuovamente da solo con te stesso, diventa importante. Sacro. La cosa più importante di tutte. Quella che ti fa crescere. Non è più un'attesa o un tempo morto, quello tra un allenamento e un altro.
E' un intervallo. Un momento di attesa e di rielaborazione. Speciale.
Quando sei fuori forma non lo sai nemmeno più dove puoi arrivare, quali sono i confini del tuo essere. Te ne sei dimenticato e il tuo corpo budinoso e flaccido e la tua mente e a volte anche quelli che hai intorno ti suggeriscono di andare avanti così, di adeguarti, che va bene lo stesso. Ti dicono di mollare, di non insistere, di non sforzarti. Che tanto è lo stesso. Alla tua età, poi.
Alla tua età un cazzo. Allenarsi è il modo migliore che conosco per ricordare. Ricordarmi di me.
Due fine settimana di bici ancora, forse tre. Un paio di gare a cronometro. Sono al massimo della mia forma, mai andato così. Poi metterò via la bici e verrà il momento di tirare fuori gli sci. Seriamente. Continuamente. Di nuovo quella sensazione bellissima di essere un principiante allo sbaraglio, alla prima discesa. Quella sensazione di inadeguatezza che poi a me, sulla neve, purtroppo passa quasi subito. Quest'estate non ho quasi sciato. Ora l'inverno è alle porte e bisogna darci sotto. Con il telemark.
Che per colpa del Nanga Parbat l' inverno scorso sono rimasto indietro di una stagione.
Ma se sei un atleta, se ti pensi un atleta è diverso e io più che alpinista mi sono sempre pensato e considerato un atleta.
Sono uno che nella grammatica delle cose che fa che hanno a che vedere con le montagne e con l'alpinismo, con l'endurance, con il tenere duro e con il resistere alla fatica - e con la tecnica anche, nello sci ad esempio - ci ha sempre visto la performance di mezzo. Ci ha sempre visto lo sport, quello misurabile in ore o minuti o secondi, in gradi, in metri o in centimetri o in chilometri all'ora e quindi inevitabilmente anche con la capacità di andare forte. Sempre più forte. Sempre meglio.
Bene, veloce, a lungo.
Mi sono sempre considerato e trattato da atleta nella vita di tutti i giorni e nelle scelte, nei progetti, nelle sfide da raccogliere. A me piacciono da matti le cose che non sono in grado di fare, quelle fuori dalla mia portata, quelle appena o un bel po' - dipende - oltre al mio limite. Quelle che gli altri ti dicono: "Non ce la farai mai." Ecco, quelle mi piacciono. Quelle mi fanno sentire vivo. Mi fanno sentire un principiante un po' sfigato e goffo, uno imbarazzante e fuori luogo. Un turiglione. Mi piacciono le sfide in cui parti perdente. Mi piacciono perché mi costringono a pensare e a capire, a osservare, a mettermi in gioco, a buttarmi e a re-inventarmi, a dare il meglio di me. La mia storia è fatta ad ogni livello, in ogni ambito, di cose che credevo di non essere capace di fare e che poi alla fine invece, ho imparato a fare. A modo mio. Quasi sempre da testone autodidatta.
Due mesi e mezzo di spedizione invernale sono stati decisamente troppi per uno che vuole fare l'atleta, soprattutto per uno della mia età. Tornato a casa a marzo ho prima dovuto riposare e riprendermi, anche emotivamente, ricaricarmi mentalmente e fisicamente, i muscoli erano quasi tutti spariti in cambio di una massa budinosa e grinzosa, ero sempre stanco e sfinito, bastava il minimo sforzo. Ho ricominciato ad allenarmi in bici partendo praticamente da zero. Anzi, sotto zero.
Certe volte mi sentivo patetico e ridicolo, sarebbe stato certamente più facile mollare il colpo e celebrarmi per quello che sono stato, tanto o poco che fosse e reinventarmi facendo qualcos'altro di più comodo, di più prestigioso, di più adatto alla mia età. Sto invecchiando. Potrei limitarmi a commemorare. Celebrare. Ricordare. In fondo che cosa ho da pretendere?
Essere fuori forma, io credo, è una grande opportunità.
E' la possibilità di ricominciare da capo e in ogni inizio c'è qualcosa di magico e meraviglioso, di speciale, di straordinario. Essere fuori forma è un modo diverso di guardare al mondo. Dentro a ogni piccolo passo, dentro a ogni progresso c'è un piccolo successo, un mondo che si rivela, un viaggio. E' fantastico. E' stato fantastico. Non è la conquista del mondo quello di cui siamo alla ricerca, ma la riconquista di noi stessi. Non conta quanto si corre o si pedala veloce. Non conta il grado che fai. Non conta il tempo che hai sulla maratona.
Conta quella sensazione di poter fare sempre un po' di più, ogni giorno di più, ogni volta un pezzettino di più, sempre meglio. Conta quell'istante in cui stai per dire basta e invece, non sai neanche il perché, un bel giorno tieni duro e insisti. Riesci. Stai lì. Galleggi nel disagio fisico e nella fatica, nella sofferenza fisica e finisci per non sentire più niente, riesci a sopportare. Resisti. Vuoi capire cosa c'è dopo, oltre.
Quello è il momento in cui stai patendo ma quella sofferenza che si chiama fatica si trasforma in gioia e intorno a te si aprono delle porte che prima non vedevi neanche o forse non c'erano, compaiono e tu le apri e ci entri dentro e entri in un'altra dimensione, passi a un livello successivo. C'è un'altro te e un altro mondo oltre quelle porte, da qualche parte e ti vai a cercare e a riprendere.
Il tempo tra un allenamento e un'altro, quello in cui hai un po' male alle gambe o ai muscoli o alle ossa e sei in attesa della prossima volta, del prossimo momento in cui potrai essere nuovamente da solo con te stesso, diventa importante. Sacro. La cosa più importante di tutte. Quella che ti fa crescere. Non è più un'attesa o un tempo morto, quello tra un allenamento e un altro.
E' un intervallo. Un momento di attesa e di rielaborazione. Speciale.
Quando sei fuori forma non lo sai nemmeno più dove puoi arrivare, quali sono i confini del tuo essere. Te ne sei dimenticato e il tuo corpo budinoso e flaccido e la tua mente e a volte anche quelli che hai intorno ti suggeriscono di andare avanti così, di adeguarti, che va bene lo stesso. Ti dicono di mollare, di non insistere, di non sforzarti. Che tanto è lo stesso. Alla tua età, poi.
Alla tua età un cazzo. Allenarsi è il modo migliore che conosco per ricordare. Ricordarmi di me.
Due fine settimana di bici ancora, forse tre. Un paio di gare a cronometro. Sono al massimo della mia forma, mai andato così. Poi metterò via la bici e verrà il momento di tirare fuori gli sci. Seriamente. Continuamente. Di nuovo quella sensazione bellissima di essere un principiante allo sbaraglio, alla prima discesa. Quella sensazione di inadeguatezza che poi a me, sulla neve, purtroppo passa quasi subito. Quest'estate non ho quasi sciato. Ora l'inverno è alle porte e bisogna darci sotto. Con il telemark.
Che per colpa del Nanga Parbat l' inverno scorso sono rimasto indietro di una stagione.
lunedì 29 settembre 2014
ERNESTO A GUARDAMIGLIO.
Oggi io e l’Ernesto siamo andati a fare una gara di bici. Io ero io e l’Ernesto era una maglia da ciclismo di 35 anni fa. La sua, maglia da ciclismo. Quella che gli vedevo mettere quando andava a fare allenamento quando io ero piccolo.
A me allora non piaceva molto la bici, a me interessava sciare e andare ad arrampicare, la bici va beh, casomai in estate. Perché non ci andiamo tutte le domeniche a sciare, papà? O a arrampicare? Perché così sciare te lo gusti di più. E poi perché sciare costa. Per fare la gara oggi la maglia di lana non andava bene, era una cronometro quindi bisogna mettere il body, ma per andare in giro, prima e dopo la gara, quello sì. L'Ernesto è una maglia della Santini a maniche lunghe in lana, con le tasche dietro, nera e gialla. Bellissima. Mia mamma un po' di tempo fa me l'ha data, mi ha detto La vuoi? Prendila. E io l'ho presa. Da un po’ di tempo ho iniziato a usarla tipo giacchina da città, è molto di tendenza, mi pare. O forse no, ma chissenefrega.
Ho corso oggi e me lo sentivo che era andata bene. Meglio di tutte le altre volte. Lo sentivo e poi il contachilometri ce l’ho avuto sotto il naso per ventiquattro minuti e undici secondi, non sono mica scemo. La velocità la vedevo anche io. E anche gli altri li vedevo, li ho visti passare mentre mi scaldavo e uno in gara lo sono andato a riprendere, quindi. Alla fine della gara mi sono cambiato e asciugato e rivestito e sono andato alla premiazione portandomi con me l’Ernesto, gli ho detto Dài, vieni anche te, oggi. Anche se faceva caldo, troppo caldo per una maglia di lana. Non gli ho detto del premio, ma me lo sentivo. Secondo me ce lo davano. Ho detto: al massimo ti fai un giro.
A un certo punto mentre eravamo lì in piazza di Guardamiglio con tutti gli altri corridori e i motociclisti della scorta tecnica che gironzolavamo e aspettavamo, hanno appeso le classifiche ai vetri di una banca - credo una banca - o del municipio, non lo so esattamente, hanno appeso tutti i fogli con i tempi e io tanto per cominciare non sono andato subito. L’Ernesto mi diceva Ma cosa aspettiamo ad andare a vedere? io ho detto niente, non aspettiamo niente. Ce la godiamo. C’era tutta questa gente accalcata che leggeva le classifiche e i tempi e venivano via e commentavano, quando hanno cominciato a diradarsi e ad andare via e hanno cominciato a preparare il tavolo per la premiazione, siamo andati noi. Sono arrivato lì e ho guardato, invece di leggere partendo dal basso come faccio di solito questa volta sono partito dall’alto del foglio, da in cima andando in giù, convinto. C’era un nome e poi subito c’era il mio. Poi tutti gli altri. Ho guardato il mio tempo e il distacco dal primo e con lo sguardo perso nel vuoto ho fatto a mente il calcolo della media. L’Ernesto era silenzioso.
Siamo andati al banco del ristoro e c’era lì un Lambrusco frizzante, ne ho bevuto un bel bicchiere. Poi un altro. Poi dopo mi sembrava che dovevo berne un altro ancora. Era l’Ernesto che me lo chiedeva. Per lui. Allora ho aperto la cerniera della giacchina Santini, faceva un po’ caldo, e mi sono fatto versare un altro bicchiere. C’era una signora che li riempiva per tutti i bicchieri e li dava, gentilissima, una con la messa in piega fatta ieri, bionda e con un rossetto molto acceso. Mi ha detto Ne prenda quanto ne vuole di vino, che a noi fa piacere. Ancora uno, grazie. Poi dopo hanno chiamato i nomi dalla lista con il microfono che ogni tanto faceva qui fischi che fanno i microfoni e hanno detto i tempi e a me hanno chiamato per secondo, siamo andati, io e l’Ernesto, mi sembrava contento. Poi siamo stati lì ancora un po’ ad applaudire gli altri concorrenti quando li chiamavano e le categorie, che a me non piacciono quelli che prendono il premio e poi vanno via, come certi genitori con i figli alla scuola di sci. Poi alla fine abbiamo salutato chi era rimasto, ci siamo dati appuntamento a domenica prossima e siamo tornati alla macchina.
Mentre camminavamo per strada l’Ernesto mi ha chiesto Cosa c’è dentro al sacchetto? io l’ho aperto e ci ho guardato dentro, tra le altre cose ho visto un salame. Veniva su un bel profumino di nostrano. Ho detto Niente, le solite cose. Poi siamo saliti in macchina e ho tolto la giacca Santini e l’ho piegata e l’ho messa bene in ordine sul sedile del passeggero, con sopra la medaglia che mi hanno dato. Sono andato avanti per un po’ in silenzio viaggiando in autostrada, senza la radio, solo il rumore delle ruote e del motore e del vento sul parabrezza.
Poi l’Ernesto ha rotto il silenzio e mi ha detto Sì, ma si può sapere che media hai fatto, almeno? A casa guardiamo - ho risposto. Mi ha fatto uno sguardo interrogativo. Con il Garmin. Ancora mi guardava. Il GPS. E’ tutto registrato. Ah, va bè, mi ha detto lui, l’Ernesto.
Poi fino a casa non ha più detto niente. Adesso è nell’armadio.
A me allora non piaceva molto la bici, a me interessava sciare e andare ad arrampicare, la bici va beh, casomai in estate. Perché non ci andiamo tutte le domeniche a sciare, papà? O a arrampicare? Perché così sciare te lo gusti di più. E poi perché sciare costa. Per fare la gara oggi la maglia di lana non andava bene, era una cronometro quindi bisogna mettere il body, ma per andare in giro, prima e dopo la gara, quello sì. L'Ernesto è una maglia della Santini a maniche lunghe in lana, con le tasche dietro, nera e gialla. Bellissima. Mia mamma un po' di tempo fa me l'ha data, mi ha detto La vuoi? Prendila. E io l'ho presa. Da un po’ di tempo ho iniziato a usarla tipo giacchina da città, è molto di tendenza, mi pare. O forse no, ma chissenefrega.
Ho corso oggi e me lo sentivo che era andata bene. Meglio di tutte le altre volte. Lo sentivo e poi il contachilometri ce l’ho avuto sotto il naso per ventiquattro minuti e undici secondi, non sono mica scemo. La velocità la vedevo anche io. E anche gli altri li vedevo, li ho visti passare mentre mi scaldavo e uno in gara lo sono andato a riprendere, quindi. Alla fine della gara mi sono cambiato e asciugato e rivestito e sono andato alla premiazione portandomi con me l’Ernesto, gli ho detto Dài, vieni anche te, oggi. Anche se faceva caldo, troppo caldo per una maglia di lana. Non gli ho detto del premio, ma me lo sentivo. Secondo me ce lo davano. Ho detto: al massimo ti fai un giro.
A un certo punto mentre eravamo lì in piazza di Guardamiglio con tutti gli altri corridori e i motociclisti della scorta tecnica che gironzolavamo e aspettavamo, hanno appeso le classifiche ai vetri di una banca - credo una banca - o del municipio, non lo so esattamente, hanno appeso tutti i fogli con i tempi e io tanto per cominciare non sono andato subito. L’Ernesto mi diceva Ma cosa aspettiamo ad andare a vedere? io ho detto niente, non aspettiamo niente. Ce la godiamo. C’era tutta questa gente accalcata che leggeva le classifiche e i tempi e venivano via e commentavano, quando hanno cominciato a diradarsi e ad andare via e hanno cominciato a preparare il tavolo per la premiazione, siamo andati noi. Sono arrivato lì e ho guardato, invece di leggere partendo dal basso come faccio di solito questa volta sono partito dall’alto del foglio, da in cima andando in giù, convinto. C’era un nome e poi subito c’era il mio. Poi tutti gli altri. Ho guardato il mio tempo e il distacco dal primo e con lo sguardo perso nel vuoto ho fatto a mente il calcolo della media. L’Ernesto era silenzioso.
Siamo andati al banco del ristoro e c’era lì un Lambrusco frizzante, ne ho bevuto un bel bicchiere. Poi un altro. Poi dopo mi sembrava che dovevo berne un altro ancora. Era l’Ernesto che me lo chiedeva. Per lui. Allora ho aperto la cerniera della giacchina Santini, faceva un po’ caldo, e mi sono fatto versare un altro bicchiere. C’era una signora che li riempiva per tutti i bicchieri e li dava, gentilissima, una con la messa in piega fatta ieri, bionda e con un rossetto molto acceso. Mi ha detto Ne prenda quanto ne vuole di vino, che a noi fa piacere. Ancora uno, grazie. Poi dopo hanno chiamato i nomi dalla lista con il microfono che ogni tanto faceva qui fischi che fanno i microfoni e hanno detto i tempi e a me hanno chiamato per secondo, siamo andati, io e l’Ernesto, mi sembrava contento. Poi siamo stati lì ancora un po’ ad applaudire gli altri concorrenti quando li chiamavano e le categorie, che a me non piacciono quelli che prendono il premio e poi vanno via, come certi genitori con i figli alla scuola di sci. Poi alla fine abbiamo salutato chi era rimasto, ci siamo dati appuntamento a domenica prossima e siamo tornati alla macchina.
Mentre camminavamo per strada l’Ernesto mi ha chiesto Cosa c’è dentro al sacchetto? io l’ho aperto e ci ho guardato dentro, tra le altre cose ho visto un salame. Veniva su un bel profumino di nostrano. Ho detto Niente, le solite cose. Poi siamo saliti in macchina e ho tolto la giacca Santini e l’ho piegata e l’ho messa bene in ordine sul sedile del passeggero, con sopra la medaglia che mi hanno dato. Sono andato avanti per un po’ in silenzio viaggiando in autostrada, senza la radio, solo il rumore delle ruote e del motore e del vento sul parabrezza.
Poi l’Ernesto ha rotto il silenzio e mi ha detto Sì, ma si può sapere che media hai fatto, almeno? A casa guardiamo - ho risposto. Mi ha fatto uno sguardo interrogativo. Con il Garmin. Ancora mi guardava. Il GPS. E’ tutto registrato. Ah, va bè, mi ha detto lui, l’Ernesto.
Poi fino a casa non ha più detto niente. Adesso è nell’armadio.
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venerdì 26 settembre 2014
MEDICINALE DA 1200€.
Un po' di tempo fa abbaiamo portato mio figlio da un medico per una problema ricorrente e per risolvere il suo disagio gli sono state prospettate due possibilità, una soluzione chirurgica e una farmaceutica. Nel primo caso si tratta di un intervento un po' fastidioso e - forse - risolutivo, che ci hanno sconsigliato di fare alla sua età; nel secondo un trattamento con una serie di 10 iniezioni mensili, a quanto pare qualche volta un po' dolorose o fastidiose.
Mio figlio è grande ormai, quindi abbiamo proposto a lui di decidere in autonomia che cosa fare e lui dopo averci pensato un po' su ha detto che si teneva il suo problema così come era o che eventualmente, se proprio, tra un po' si faceva operare. Io mi sono cercato di informare circa che cosa fosse questo trattamento rivoluzionario e non so come sono giunto alla conclusione che ciascuna delle 10 iniezioni avesse un costo unitario di 1200€. Minchia. Non chiedetemi come ho fatto ad arrivare a sapere questa cosa. Andiamo avanti.
Appurato che si trattasse di un trattamento mutabile oltre che innovativo, ho suggerito a mio figlio di provare questa seconda soluzione, ad operarsi avrebbe sempre fatto in tempo. Mio figlio però era sempre più titubante, anzi a dirla tutta era sempre più convinto di non farsi le punture, tenersi il suo disagio, e vada via i ciàp. Io, lì, ho pensato che a quel punto dovevo intervenire e assumere in pieno il mio ruolo di padre. Queste punture da fare o da non fare erano una ottima occasione educativa, la metafora perfetta di altre situazioni della vita in cui devi dare un po', se vuoi ricevere un po'.
Allora, cominciando a parlare dalle punture e del disagio che provocano - una sera, a tavola, c'era tutta la famiglia riunita e quindi anche le altre mie due figlie - mi sono avventurato a parlare di massimi sistemi, del mondo, della vita, ho tirato in ballo le opportunità che il progresso e la ricerca ci offrono, il sistema sanitario nazionale "che non è poi tanto male qui in Italia che ci passa con la mutua quei medicinali qui d'avanguardia....in America, invece..."; ho affrontato il tema dell'apprezzare quello che abbiamo, del fatto che non possiamo sempre e solo prendere quello che ci piace e che ci conviene, eccetera, eccetera, eccetera. Robe pallose che però ogni tanto un padre deve dire.
Alla fine Daniele è giunto alla conclusione che avrebbe fatto le punture, che era la soluzione migliore. Oggi siamo andati a comprarle, mi chiedevo come poteva essere fatta una puntura da 1200€ e soprattutto quanto e come l'avrei dovuta pagare. O meglio, non pagare, al massimo il ticket, da bravo e giudizioso cittadino contribuente.
Alla farmacia è andata mia moglie e poi prima di andare da un'altra parte è tornata indietro a casa a darmi il medicinale da mettere subito in frigorifero. Beh, ovvio, un medicinale da 1200€ - mi sono detto - deve essere una cosa talmente speciale che bisogna tenerlo in frigorifero. Mentre lei arrivava io mi sono messo in fondo alle scale fuori dal cancello ad aspettare, per fare prima con il trasporto in frigorifero. Quando lei è arrivata e mi ha passato dal finestrino questa scatolina bianca e azzurra io l'ho presa sul palmo delle mani come - per quanto mi ricordo - ti davano l'ostia il giorno della prima comunione. Adesso mi pare che te la diano direttamente in bocca, comunque andiamo avanti. La scatola era fredda-gelata, si capiva che arrivava da un'altro frigo. Una scatolina abbastanza anonima, da medicinale generico, tra l'altro. Pensa te la scienza mi sono detto, niente marketing e tutta sostanza. Una confezione così semplice eppure è così costosa. Chissà quanto fa bene. Sul medicinale c'era una scritta 1.200.000 UI che vuol dire unità, è un antibiotico. Allora mi ha preso un dubbio e ho chiesto a mia moglie: " Ma è la medicina da 1200€?" Si è messa a ridere e mi ha guardato come un deficiente e mi ha detto di no: "Non costa 1200€" ma io non capivo.
Sono salito di sopra in casa e ho messo il medicinale in frigo. Poi, prima di scrivere tutta questa cosa qui che state leggendo, mi sono messo davanti al computer e ho digitato il nome del medicinale e mi è uscita una scheda del farmaco. E anche il prezzo. Costa 24€. Non 1200. Fermi però, la storia non è finita. Prima costava 2€, poi 24€. L'aumento è stato del 1200%, il farmaco è passato dalla fascia A alla fascia C, per decreto. In un giorno, taak. E certo, siamo in Italia, mi sono detto. Forse la confusione quando mi hanno spiegato è nata lì, 1200%, 1200€.
Comunque adesso io ho un problema. Oggi Daniele tornerà da scuola e gli diremo che abbiamo finalmente comprato il medicinale costosissimo rivoluzionario e che deve fare la puntura e immagino che questo medicinale lo vorrà vedere e mi chiederà - ne sono sicuro: "Ma veramente costa 1200€ sta robina qui?".
Ecco.
Io sto pensando alla risposta da dare, per non tradire i concetti del mio pippone dell'altro giorno e poi insomma anche per difendere la questione di principio, i massimi sistemi. Della figura da vecchio rincoglionito che l'ho già fatta una volta, va beh, di quella non mi interessa. Potrei digli che l'Italia è un paese di merda in cui lo Stato a una azienda privata offre il diritto di aumentare il prezzo di un prodotto che viene venduto in farmacia del 1200%. Come se niente fosse.
Come se da domani ad esempio, un litro di benzina costasse circa 20€.
E invece gli dirò: "Ehy, bócia, ci sei cascato, eh? Ma quando è che cresci?"
Però secondo me, non se la beve.
Mio figlio è grande ormai, quindi abbiamo proposto a lui di decidere in autonomia che cosa fare e lui dopo averci pensato un po' su ha detto che si teneva il suo problema così come era o che eventualmente, se proprio, tra un po' si faceva operare. Io mi sono cercato di informare circa che cosa fosse questo trattamento rivoluzionario e non so come sono giunto alla conclusione che ciascuna delle 10 iniezioni avesse un costo unitario di 1200€. Minchia. Non chiedetemi come ho fatto ad arrivare a sapere questa cosa. Andiamo avanti.
Appurato che si trattasse di un trattamento mutabile oltre che innovativo, ho suggerito a mio figlio di provare questa seconda soluzione, ad operarsi avrebbe sempre fatto in tempo. Mio figlio però era sempre più titubante, anzi a dirla tutta era sempre più convinto di non farsi le punture, tenersi il suo disagio, e vada via i ciàp. Io, lì, ho pensato che a quel punto dovevo intervenire e assumere in pieno il mio ruolo di padre. Queste punture da fare o da non fare erano una ottima occasione educativa, la metafora perfetta di altre situazioni della vita in cui devi dare un po', se vuoi ricevere un po'.
Allora, cominciando a parlare dalle punture e del disagio che provocano - una sera, a tavola, c'era tutta la famiglia riunita e quindi anche le altre mie due figlie - mi sono avventurato a parlare di massimi sistemi, del mondo, della vita, ho tirato in ballo le opportunità che il progresso e la ricerca ci offrono, il sistema sanitario nazionale "che non è poi tanto male qui in Italia che ci passa con la mutua quei medicinali qui d'avanguardia....in America, invece..."; ho affrontato il tema dell'apprezzare quello che abbiamo, del fatto che non possiamo sempre e solo prendere quello che ci piace e che ci conviene, eccetera, eccetera, eccetera. Robe pallose che però ogni tanto un padre deve dire.
Alla fine Daniele è giunto alla conclusione che avrebbe fatto le punture, che era la soluzione migliore. Oggi siamo andati a comprarle, mi chiedevo come poteva essere fatta una puntura da 1200€ e soprattutto quanto e come l'avrei dovuta pagare. O meglio, non pagare, al massimo il ticket, da bravo e giudizioso cittadino contribuente.
Alla farmacia è andata mia moglie e poi prima di andare da un'altra parte è tornata indietro a casa a darmi il medicinale da mettere subito in frigorifero. Beh, ovvio, un medicinale da 1200€ - mi sono detto - deve essere una cosa talmente speciale che bisogna tenerlo in frigorifero. Mentre lei arrivava io mi sono messo in fondo alle scale fuori dal cancello ad aspettare, per fare prima con il trasporto in frigorifero. Quando lei è arrivata e mi ha passato dal finestrino questa scatolina bianca e azzurra io l'ho presa sul palmo delle mani come - per quanto mi ricordo - ti davano l'ostia il giorno della prima comunione. Adesso mi pare che te la diano direttamente in bocca, comunque andiamo avanti. La scatola era fredda-gelata, si capiva che arrivava da un'altro frigo. Una scatolina abbastanza anonima, da medicinale generico, tra l'altro. Pensa te la scienza mi sono detto, niente marketing e tutta sostanza. Una confezione così semplice eppure è così costosa. Chissà quanto fa bene. Sul medicinale c'era una scritta 1.200.000 UI che vuol dire unità, è un antibiotico. Allora mi ha preso un dubbio e ho chiesto a mia moglie: " Ma è la medicina da 1200€?" Si è messa a ridere e mi ha guardato come un deficiente e mi ha detto di no: "Non costa 1200€" ma io non capivo.
Sono salito di sopra in casa e ho messo il medicinale in frigo. Poi, prima di scrivere tutta questa cosa qui che state leggendo, mi sono messo davanti al computer e ho digitato il nome del medicinale e mi è uscita una scheda del farmaco. E anche il prezzo. Costa 24€. Non 1200. Fermi però, la storia non è finita. Prima costava 2€, poi 24€. L'aumento è stato del 1200%, il farmaco è passato dalla fascia A alla fascia C, per decreto. In un giorno, taak. E certo, siamo in Italia, mi sono detto. Forse la confusione quando mi hanno spiegato è nata lì, 1200%, 1200€.
Comunque adesso io ho un problema. Oggi Daniele tornerà da scuola e gli diremo che abbiamo finalmente comprato il medicinale costosissimo rivoluzionario e che deve fare la puntura e immagino che questo medicinale lo vorrà vedere e mi chiederà - ne sono sicuro: "Ma veramente costa 1200€ sta robina qui?".
Ecco.
Io sto pensando alla risposta da dare, per non tradire i concetti del mio pippone dell'altro giorno e poi insomma anche per difendere la questione di principio, i massimi sistemi. Della figura da vecchio rincoglionito che l'ho già fatta una volta, va beh, di quella non mi interessa. Potrei digli che l'Italia è un paese di merda in cui lo Stato a una azienda privata offre il diritto di aumentare il prezzo di un prodotto che viene venduto in farmacia del 1200%. Come se niente fosse.
Come se da domani ad esempio, un litro di benzina costasse circa 20€.
E invece gli dirò: "Ehy, bócia, ci sei cascato, eh? Ma quando è che cresci?"
Però secondo me, non se la beve.
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martedì 23 settembre 2014
CALZINI.
Ultimamente ho cambiato idea su un sacco di cose, è l'esperienza umana che ti porta a cambiare idea. I calzini, ad esempio. Prima non capivo come fosse possibile che uno dei due ogni tanto, si volatilizzasse. Mi sembrava impossibile.
Adesso che capita che li tolgo personalmente dalla lavatrice con la massima cura e li metto in una cesta e li trasporto al piano di sotto e li stendo e dopo che sono asciugati li ritiro e provo a metterli insieme ordinatamente in paia, voglio dire: ho capito che può succedere. I calzini svaniscono, nel nulla. E' una loro prerogativa. Anche se uno è convinto di essere un genio - tra l'altro io non lo sono - i calzini svaniscono lo stesso.
Non è che li rubano. E' che si smaterializzano.
Ma veramente.
Adesso che capita che li tolgo personalmente dalla lavatrice con la massima cura e li metto in una cesta e li trasporto al piano di sotto e li stendo e dopo che sono asciugati li ritiro e provo a metterli insieme ordinatamente in paia, voglio dire: ho capito che può succedere. I calzini svaniscono, nel nulla. E' una loro prerogativa. Anche se uno è convinto di essere un genio - tra l'altro io non lo sono - i calzini svaniscono lo stesso.
Non è che li rubano. E' che si smaterializzano.
Ma veramente.
UNA BUSTA GIALLA. MORBIDA.
Ogni tanto capita ancora che arrivi una busta. Inaspettata. Non una cosa che hai ordinato elettronicamente o la versione cartacea di qualcosa che ti hanno già comunicato via email. Una busta, di carta. Una busta gialla morbida che non sai esattamente cosa contenga e che corrisponde a un essere umano, da qualche parte su questo pianeta, che si è preso la briga di impiegare alcuni minuti della sua giornata per mandare qualcosa a te. Esattamente a te.
Ha preso quella cosa che ti voleva mandare, l'ha messa dentro alla busta, l'ha chiusa accuratamente con la colla e con la lingua, con lo scotch, ci ha scritto sopra il tuo indirizzo, ha cercato le chiavi dell'auto dove le aveva messe ed è uscito di casa, ha guidato fino alla posta, ha cercato parcheggio, ha parcheggiato, è entrato nell'ufficio postale tenendo la busta in mano e ha fatto la fila, c'era quell'odore di timbri e di polvere negli angoli della stanza e lui, o lei, mentre aspettava, è restato lì in fila pazientemente a respirare quell'odore, fino a quando è arrivato il suo turno, si è ritrovato davanti allo sportello e ha parlato con l'impiegata, ha mostrato la busta e ha pagato quello che bisognava pagare, lui o lei ha tolto le banconote dal portafoglio e le ha fatte passare sotto al vetro insieme alla busta. La busta è partita. Inviata. Poi mentre la busta iniziava il suo viaggio verso di te lui, o lei, è tornato a casa. Ad attendere.
Non è una attesa vera e propria questa: il tempo che la busta arrivi dove deve arrivare. Intanto uno va avanti a fare le proprie cose, l'attesa in questo caso è un pensiero di sottofondo. Una specie di ricordo che già si proietta nel futuro. Una cosa che hai mandato (passato) arriverà (futuro). Che strano. Una busta di carta che viaggia con la posta, a quanto pare, non conosce il tempo presente. Forse è per quello che ci sembra sempre che la posta non funzioni, che sia in ritardo, perché a una cosa passata corrisponde nella nostra mente un'altra cosa che non è ancora successa: la consegna. E' una specie di corto circuito dei pensieri.
Le mie preferite sono le buste gialle, quelle un po' imbottite, che se le schiacci un po' tra le dita puoi tentare di indovinare cosa c'è dentro. Un libro. Un dvd. Un plico di fogli. Un mazzo di chiavi, una chiavetta usb. Non so. Quando me ne arriva una di busta prima di tutto me la godo un po', me la tengo lì sulla scrivania e prima di aprirla me la studio. Osservo la cura con cui è stata chiusa, la precisione o la fretta - a secondo - con cui l'indirizzo è stato scritto sulla busta, a penna o a pennarello, nero, di solito. Osservo bene la calligrafia, l'andamento delle linee, la dimensione e la forma del carattere, la forza con cui il pennarello è stato premuto sulla carta. Guardo i francobolli e i bolli, ogni busta ha la sua storia e quella storia è scritta negli angoli sgualciti, nelle note del postino scritte con la biro blu, nei timbri. Ti è arrivata la busta, non l'hai ancora aperta e sai già un sacco di cose di chi te l'ha mandata, anche se non lo conosci.
Chi sarà?
Poi alla fine la busta la apri. Per forza. C'è dentro una cosa, non importa cosa. Qualsiasi cosa. La tiri fuori. Un po' ti dispiace che sia tutto finito, quella sensazione magica. Dura poco, il tempo di aprirla, la busta. Se dentro c'è un bigliettino lo leggi, veloce, poi metti via tutto, di nuovo dentro alla busta.
Poi dopo quando sarai tranquillo rileggerai il biglietto ed eventualmente farai una telefonata, per dire grazie o per dire qualcosa. Qualcosa bisogna sempre dire. Dall'altra parte del telefono lei o lui ti dirà "Ah, è arrivata?". Sì, è arrivata. Poi dopo quella busta, ti dispiace buttarla via. Perlomeno, a me dispiace. Io in effetti io le tengo quasi tutte, le buste che ricevo. Almeno per un po'.
Poi certo, alla fine le butto.
Ha preso quella cosa che ti voleva mandare, l'ha messa dentro alla busta, l'ha chiusa accuratamente con la colla e con la lingua, con lo scotch, ci ha scritto sopra il tuo indirizzo, ha cercato le chiavi dell'auto dove le aveva messe ed è uscito di casa, ha guidato fino alla posta, ha cercato parcheggio, ha parcheggiato, è entrato nell'ufficio postale tenendo la busta in mano e ha fatto la fila, c'era quell'odore di timbri e di polvere negli angoli della stanza e lui, o lei, mentre aspettava, è restato lì in fila pazientemente a respirare quell'odore, fino a quando è arrivato il suo turno, si è ritrovato davanti allo sportello e ha parlato con l'impiegata, ha mostrato la busta e ha pagato quello che bisognava pagare, lui o lei ha tolto le banconote dal portafoglio e le ha fatte passare sotto al vetro insieme alla busta. La busta è partita. Inviata. Poi mentre la busta iniziava il suo viaggio verso di te lui, o lei, è tornato a casa. Ad attendere.
Non è una attesa vera e propria questa: il tempo che la busta arrivi dove deve arrivare. Intanto uno va avanti a fare le proprie cose, l'attesa in questo caso è un pensiero di sottofondo. Una specie di ricordo che già si proietta nel futuro. Una cosa che hai mandato (passato) arriverà (futuro). Che strano. Una busta di carta che viaggia con la posta, a quanto pare, non conosce il tempo presente. Forse è per quello che ci sembra sempre che la posta non funzioni, che sia in ritardo, perché a una cosa passata corrisponde nella nostra mente un'altra cosa che non è ancora successa: la consegna. E' una specie di corto circuito dei pensieri.
Le mie preferite sono le buste gialle, quelle un po' imbottite, che se le schiacci un po' tra le dita puoi tentare di indovinare cosa c'è dentro. Un libro. Un dvd. Un plico di fogli. Un mazzo di chiavi, una chiavetta usb. Non so. Quando me ne arriva una di busta prima di tutto me la godo un po', me la tengo lì sulla scrivania e prima di aprirla me la studio. Osservo la cura con cui è stata chiusa, la precisione o la fretta - a secondo - con cui l'indirizzo è stato scritto sulla busta, a penna o a pennarello, nero, di solito. Osservo bene la calligrafia, l'andamento delle linee, la dimensione e la forma del carattere, la forza con cui il pennarello è stato premuto sulla carta. Guardo i francobolli e i bolli, ogni busta ha la sua storia e quella storia è scritta negli angoli sgualciti, nelle note del postino scritte con la biro blu, nei timbri. Ti è arrivata la busta, non l'hai ancora aperta e sai già un sacco di cose di chi te l'ha mandata, anche se non lo conosci.
Chi sarà?
Poi alla fine la busta la apri. Per forza. C'è dentro una cosa, non importa cosa. Qualsiasi cosa. La tiri fuori. Un po' ti dispiace che sia tutto finito, quella sensazione magica. Dura poco, il tempo di aprirla, la busta. Se dentro c'è un bigliettino lo leggi, veloce, poi metti via tutto, di nuovo dentro alla busta.
Poi dopo quando sarai tranquillo rileggerai il biglietto ed eventualmente farai una telefonata, per dire grazie o per dire qualcosa. Qualcosa bisogna sempre dire. Dall'altra parte del telefono lei o lui ti dirà "Ah, è arrivata?". Sì, è arrivata. Poi dopo quella busta, ti dispiace buttarla via. Perlomeno, a me dispiace. Io in effetti io le tengo quasi tutte, le buste che ricevo. Almeno per un po'.
Poi certo, alla fine le butto.
sabato 20 settembre 2014
COSE CHE UNO NON DICE.
Quando ero piccolo una volta avevo comprato un paio di sci bellissimi. Erano gli sci che sognavo, non avrei mai immaginato di averne un paio così belli, li avevo presi con mio papà durante una svendita. Piacevano a lui ma c'era solo la misura più piccola - mio papà era grande e grosso - e così, li comprammo per me. Non dico comprai e nemmeno me li comprarono: li comprammo, insieme, io e mio papà. Erano un po' lunghi per me e poi eravamo già a metà stagione, quindi la decisione fu quella di tenere le aste per l'anno successivo, ci avremmo montato gli attacchi in autunno, nel frattempo io mi sarei alzato un po' di statura e avrei messo da parte qualche soldo durante l'estate per comprarli.
Quando tornammo a casa e poi il giorno successivo a scuola e quello successivo ancora morivo dalla voglia di raccontare a qualcuno del mio acquisto, dei miei sci nuovi, volevo dirlo ai miei amici o ai compagni di sci o di classe o a quelli del cortile, allora comprare gli sci era un avvenimento importante. Allora un paio di sci era qualcosa che ti avrebbe accompagnato per un pezzo di vita, non soltanto per una stagione, e poi uno di sci, allora, ne aveva un paio e basta e ci doveva fare di tutto, io ci dovevo fare di tutto. Pista, fuoripista, sci-alpinismo, magari anche fondo se capitava, poteva succedere anche di doverli prestare a un parente che andava a fare la settimana bianca in Trentino, i propri sci e i propri scarponi. Anche i bastoncini. Volevo raccontare a tutti dei miei sci nuovi ma non avrei potuto mostrarli in azione sulla neve perché mancavano gli attacchi, quindi non potendo dimostrare di averli acquistati, non potendo essere certo di essere creduto, tenni la notizia per me, soltanto per me, come fosse un segreto. Era difficile.
Per tutto il resto dell'inverno capitò che andavo a sciare e che qualcuno degli altri bambini arrivava con un paio di sci nuovi. Io avrei voluto dire che ne avevo un paio nuovo anche io a casa, in salotto - esatto, li tenevamo in salotto appoggiati contro il muro vicino alla credenza - ma non potevo. Quegli sci esistevano, ce li avevo ma non ce li avevo. In un certo non esistevano ancora. Per quello non potevo parlarne, perché non c'erano. All'inizio tenere tutto per me, non dire niente, fu difficile, frustrante. Fu una sofferenza. Avevo il desiderio di urlare al mondo: "Anche io ho un paio di sci nuovi, i Tour Randonne Professionaaaal" erano bellissimi, bianchi, lunghi 1 metro e 70 (io sarò stato alto uno e cinquanta, a malapena) e invece non potevo. Dovevo stare zitto.
Questa sofferenza mi consumò dentro per un po', ma mi piaceva anche, non sapevo perché ma mi provocava una sensazione che mi piaceva quindi continuai a non parlarne mai con nessuno. Diventò una specie di gioco il mio, guardare agli altri tenendo in mente che io avevo un paio di sci nuovi a casa e loro non lo sapevano. Guardavo come reagivano e come si comportavano gli altri, scoprii che le persone si rivolgono a te in modo diverso a secondo di quello che possiedi, gli sci o qualcos'altro. Se fai vedere che hai, che possiedi, se gli altri ti vedono o ti pensano in un modo, se qualcosa fai intuire o immaginare, loro sono diversi con te. Si comportano in modo diverso. Curioso.
Poi accadde che gli sci nuovi di chi avevo intorno, quelle degli amici con cui sciavo non erano più nuovi. A fine inverno erano già diventati vecchi. Usati. I miei invece erano ancora nuovi, perfetti, integri, ancora da montare e da usare. I miei amici manco sapevano che ce li avevo,a casa, degli sci nuovi. Alla frustrazione da un certo momento in avanti si sostituì piano piano la gioia, una gioia interiore potentissima, continua, pulsante, una energia che perlomeno all'inizio faticavo a comprendere. Più andavamo avanti e più ero felice di non avere detto niente a nessuno dei miei sci nuovi, di non avere consumato quel momento. I miei sci erano a casa e ogni tanto me li andavo a guardare, erano diventati un luogo sicuro della mia mente, un punto in cui ritornare con il pensiero a prendere forza ed un respiro. Un luogo da cui partire e a cui ritornare ogni volta per orientarmi, per sentirmi tranquillo, forte, anche io. Per sentire che c'ero.
Capii che quello che mi doveva rendere felice era il fatto di avere un paio di sci nuovi e soprattutto di poterli usare prima o poi, di sciarci, presto, l'inverno successivo. In neve fresca, come piaceva a me. Sono sempre stato fissato io, con la neve fresca. Capii che forse c'era qualcosa che dovevo rivedere in me e cioè che era anomalo che io considerassi così importante dire agli altri che avevo un paio di sci nuovi a casa. Tenevo molto da conto il loro giudizio e la loro considerazione, troppo.
Perché?
Non era tanto il fatto di averli o di usarli, gli sci. Era il fatto di farlo sapere agli altri che in un certo senso mi gratificava, in effetti, me ne resi conto quasi per caso. Per via di quel segreto che per gioco avevo deciso di tenere. Non era la loro considerazione, che avrebbe dovuto rendermi felice. Non era lo stupore o la invidia o la gioia degli altri la cosa di cui mi dovevo riempire. Era della mia, di gioia, quella che avevo dentro. Dovevo essere felice per i miei sci e basta, per quello che ci avrei potuto fare, per le belle sciate che avrei fatto, indipendentemente dagli altri. Da un certo punto in avanti, da quella volta, tenere delle cose per me senza raccontarle a nessuno è diventato un metodo. Una abitudine. Un modo di fare e di pormi di fronte al mondo. Nella mia vita sono stato molto fortunato, ho vissuto una infinità di avventure, ho girato il mondo, ho fatto cose in montagna, nello sport, nella vita che in tanti conoscono e che in qualche modo sono state il carburante delle mie avventure successive. Sforzandomi di non svenderle, alcune delle mie cose le ho raccontate e vendute, le ho condivise, certe volte è stata una gioia, certe volte è stata una pena, una sofferenza assoluta. E' stato un compromesso il mio, come ne fanno tutti. Il mio punto di equilibrio, e quell'equilibrio sono io.
Ma la cosa magnifica che mi è capitata io credo, la migliore di tutte, è stata l'opportunità di tenere alcune cose soltanto per me. Cose che non ho mai avuto la necessità di raccontare ad altri. Quelle cose, la maggior parte di quelle quelle che ho tenuto per me, rappresentano in realtà quello che sono. A volte è curioso stare in mezzo agli altri che ti pensano in un modo, soltanto perché tu non hai raccontato tutto. Altre volte è penoso. Altre volte provi vergogna o ti viene da ridere a crepapelle. Il mondo non è come te lo raccontano o come lo si vede. Il mondo è come è. Solo che noi ci facciamo molto influenzare da quello che pensano gli altri.
Quasi sempre, troppo.
Quando tornammo a casa e poi il giorno successivo a scuola e quello successivo ancora morivo dalla voglia di raccontare a qualcuno del mio acquisto, dei miei sci nuovi, volevo dirlo ai miei amici o ai compagni di sci o di classe o a quelli del cortile, allora comprare gli sci era un avvenimento importante. Allora un paio di sci era qualcosa che ti avrebbe accompagnato per un pezzo di vita, non soltanto per una stagione, e poi uno di sci, allora, ne aveva un paio e basta e ci doveva fare di tutto, io ci dovevo fare di tutto. Pista, fuoripista, sci-alpinismo, magari anche fondo se capitava, poteva succedere anche di doverli prestare a un parente che andava a fare la settimana bianca in Trentino, i propri sci e i propri scarponi. Anche i bastoncini. Volevo raccontare a tutti dei miei sci nuovi ma non avrei potuto mostrarli in azione sulla neve perché mancavano gli attacchi, quindi non potendo dimostrare di averli acquistati, non potendo essere certo di essere creduto, tenni la notizia per me, soltanto per me, come fosse un segreto. Era difficile.
Per tutto il resto dell'inverno capitò che andavo a sciare e che qualcuno degli altri bambini arrivava con un paio di sci nuovi. Io avrei voluto dire che ne avevo un paio nuovo anche io a casa, in salotto - esatto, li tenevamo in salotto appoggiati contro il muro vicino alla credenza - ma non potevo. Quegli sci esistevano, ce li avevo ma non ce li avevo. In un certo non esistevano ancora. Per quello non potevo parlarne, perché non c'erano. All'inizio tenere tutto per me, non dire niente, fu difficile, frustrante. Fu una sofferenza. Avevo il desiderio di urlare al mondo: "Anche io ho un paio di sci nuovi, i Tour Randonne Professionaaaal" erano bellissimi, bianchi, lunghi 1 metro e 70 (io sarò stato alto uno e cinquanta, a malapena) e invece non potevo. Dovevo stare zitto.
Questa sofferenza mi consumò dentro per un po', ma mi piaceva anche, non sapevo perché ma mi provocava una sensazione che mi piaceva quindi continuai a non parlarne mai con nessuno. Diventò una specie di gioco il mio, guardare agli altri tenendo in mente che io avevo un paio di sci nuovi a casa e loro non lo sapevano. Guardavo come reagivano e come si comportavano gli altri, scoprii che le persone si rivolgono a te in modo diverso a secondo di quello che possiedi, gli sci o qualcos'altro. Se fai vedere che hai, che possiedi, se gli altri ti vedono o ti pensano in un modo, se qualcosa fai intuire o immaginare, loro sono diversi con te. Si comportano in modo diverso. Curioso.
Poi accadde che gli sci nuovi di chi avevo intorno, quelle degli amici con cui sciavo non erano più nuovi. A fine inverno erano già diventati vecchi. Usati. I miei invece erano ancora nuovi, perfetti, integri, ancora da montare e da usare. I miei amici manco sapevano che ce li avevo,a casa, degli sci nuovi. Alla frustrazione da un certo momento in avanti si sostituì piano piano la gioia, una gioia interiore potentissima, continua, pulsante, una energia che perlomeno all'inizio faticavo a comprendere. Più andavamo avanti e più ero felice di non avere detto niente a nessuno dei miei sci nuovi, di non avere consumato quel momento. I miei sci erano a casa e ogni tanto me li andavo a guardare, erano diventati un luogo sicuro della mia mente, un punto in cui ritornare con il pensiero a prendere forza ed un respiro. Un luogo da cui partire e a cui ritornare ogni volta per orientarmi, per sentirmi tranquillo, forte, anche io. Per sentire che c'ero.
Capii che quello che mi doveva rendere felice era il fatto di avere un paio di sci nuovi e soprattutto di poterli usare prima o poi, di sciarci, presto, l'inverno successivo. In neve fresca, come piaceva a me. Sono sempre stato fissato io, con la neve fresca. Capii che forse c'era qualcosa che dovevo rivedere in me e cioè che era anomalo che io considerassi così importante dire agli altri che avevo un paio di sci nuovi a casa. Tenevo molto da conto il loro giudizio e la loro considerazione, troppo.
Perché?
Non era tanto il fatto di averli o di usarli, gli sci. Era il fatto di farlo sapere agli altri che in un certo senso mi gratificava, in effetti, me ne resi conto quasi per caso. Per via di quel segreto che per gioco avevo deciso di tenere. Non era la loro considerazione, che avrebbe dovuto rendermi felice. Non era lo stupore o la invidia o la gioia degli altri la cosa di cui mi dovevo riempire. Era della mia, di gioia, quella che avevo dentro. Dovevo essere felice per i miei sci e basta, per quello che ci avrei potuto fare, per le belle sciate che avrei fatto, indipendentemente dagli altri. Da un certo punto in avanti, da quella volta, tenere delle cose per me senza raccontarle a nessuno è diventato un metodo. Una abitudine. Un modo di fare e di pormi di fronte al mondo. Nella mia vita sono stato molto fortunato, ho vissuto una infinità di avventure, ho girato il mondo, ho fatto cose in montagna, nello sport, nella vita che in tanti conoscono e che in qualche modo sono state il carburante delle mie avventure successive. Sforzandomi di non svenderle, alcune delle mie cose le ho raccontate e vendute, le ho condivise, certe volte è stata una gioia, certe volte è stata una pena, una sofferenza assoluta. E' stato un compromesso il mio, come ne fanno tutti. Il mio punto di equilibrio, e quell'equilibrio sono io.
Ma la cosa magnifica che mi è capitata io credo, la migliore di tutte, è stata l'opportunità di tenere alcune cose soltanto per me. Cose che non ho mai avuto la necessità di raccontare ad altri. Quelle cose, la maggior parte di quelle quelle che ho tenuto per me, rappresentano in realtà quello che sono. A volte è curioso stare in mezzo agli altri che ti pensano in un modo, soltanto perché tu non hai raccontato tutto. Altre volte è penoso. Altre volte provi vergogna o ti viene da ridere a crepapelle. Il mondo non è come te lo raccontano o come lo si vede. Il mondo è come è. Solo che noi ci facciamo molto influenzare da quello che pensano gli altri.
Quasi sempre, troppo.
venerdì 19 settembre 2014
SCURDAMMOCE 'O PASSATO.
Jens Voigt mi sta simpatico. E' alto un metro e novanta e ha due gambe così. Ha 43 anni quindi sportivamente parlando è un vecchietto. E ha sei figli. A me se uno è ha più di due figli, d'ufficio, mi sta già simpatico. Io ne ho tre, di figli. Voigt il doppio di me. Simpaticissimo, lui.
Una volta in un intervista gli ho sentito dire che quando uno sente di essere al limite, quando uno sta andando a tutta e il suo corpo alla fine di una gara a cronometro o alla fine di una salita gli urla di mollare, di smettere, che non vuole soffrire più, uno al suo cuore, ai suoi polmoni, al suo fegato, ai suoi muscoli gli deve dire di stare zitti e di ascoltare la mente. La mente è tutto. La mente comanda. "Shut up, legs", state zitte, gambe. Dovete pedalare, è il cervello che ve lo dice. Cioè, io. Me. Me medesimo. E' una frase così bella, un modo di pensare e in fondo di esistere così bello, puro, basato sulla perseveranza, sull' essere ostinati, determinati, convinti che se solo avessi un po' più di coraggio quella frase me la tatuerei sulle gambe. "Shut up, legs". In piccolo, da qualche parte.
Ieri Voigt per festeggiare la fine della sua carriera di ciclista professionista ha deciso di tentare di battere il record dell'ora, come ultima sfida. Ci ha provato e in un ora ha percorso 51,115 km che vuol dire andare forte. Molto forte. Ha anche stabilito un record, a quanto pare. Ecco, mi immagino voi che leggete adesso, voi che di ciclismo non vi interessate tanto che state tentando di richiamare alla mente qualche flashback della vostra giovinezza. Anno 1984, Città del Messico. Francesco Moser. Tutino aderente bianco e blu con scritta Tuc Gis Gelati. Niente casco, cuffietta di lycra in testa tipo quella che ci si metteva per andare in piscina con su scritto Enervit. Ruote lenticolari. Ma non lo aveva battuto lui, il record? Prima 50 e qualcosa. Poi 51,151 km. In un ora.
Sì, è esatto. Forse voi non lo sapete ma ci sono nuove regole nel ciclismo, l'UCI a maggio di quest'anno ha deciso di rilanciare il record dell'ora e di dare un bel colpo di spugna al suo passato. Una operazione di restyling meditato e profondo. Un progetto ben preciso, a pensarci bene, devono averci studiato su bene. Il record dell'ora è una performance umana estrema che metteva in imbarazzo il governo mondiale del ciclismo. Imbarazzo pesante. Gli ultimi venti anni sono stati i più bui della intera storia del ciclismo, l'intera credibilità dello sport è stata messa in ginocchio dal doping. E dall'antidoping, dobbiamo anche dire. Da quell'altalena di performance mostruose e di squalifiche tardive che si rincorrevano non per mesi o settimane ma per anni, troppi, pateticamente in certi casi, con squalifiche che tentavano di cancellare non vittorie, intere carriere sportive. Vedi Armstrong, ad esempio. 7 tour de France, fuiishhht. Spariti in un soffio.
L'UCI a maggio dello scorso anno ha deciso di fare una bel gioco di prestigio, i giochi di prestigio sono quei trucchi dove tu sposti l'attenzione dello spettatore su una cosa mentre con le mani - ma devi essere bravo, e veloce - fai dell'altro. E insomma così, in corsa, dopo venti anni di pensa e ripensa, tira e molla, dopo vent'anni di soffocamento e morte tecnica del record dell'ora l'UCI, passando da Moser a Rominger al geniale O'Bree fino al semi sconosciuto Sosenka, ha cambiato strategia, cambiando le regole del gioco. Le biciclette. Il problema del record dell'ora, a quanto si è appreso a maggio e a quanto scrivono oggi quasi tutti i giornali, erano le biciclette. Non gli atleti o chi li doveva controllare. Le bici.
E così - con tutta la simpatia che ho per Voigt - ci ritroviamo con un record dell'ora nuovo fiammante che non è nemmeno superiore a quello di Moser dell' 84, che correva quando non avevano ancora inventato la tecnologia del carbonio, i telai in carbonio, le ruote ad alto profilo, i manubri aerodinamici e poi i cardiofrequenzimetri, i powermeter, insomma tutto quello che c'è nel ciclismo di adesso, oltre al doping, che quello già c'era. L'UCI - e certi giornali - ci vogliono convincere che il reset del record dell'ora è stato fatto ed era necessario. Che la bicicletta di Voigt di ieri era meno tecnologica di quella di Moser dell'84.
Ecco, a me oggi, con tutta la simpatia che ho per Voigt, mentre leggevo stamattina su La Gazzetta dello Sport di questo nuovo record mi è venuto in mente quel film di Benigni, Johnny Stecchino, dove lui va a Palermo e gli succedono un sacco di avventure rocambolesche collegate alla vita malavitosa e alla mafia e c'è questo dialogo con l'avvocato D'Agata mentre sono in macchina e lui insomma, l'avvocato, con tono convinto, dopo un lunghissimo e bellissimo discorso, condivisibilissimo, dice che la piaga di Palermo, è il traffico.
Ma veramente?
Una volta in un intervista gli ho sentito dire che quando uno sente di essere al limite, quando uno sta andando a tutta e il suo corpo alla fine di una gara a cronometro o alla fine di una salita gli urla di mollare, di smettere, che non vuole soffrire più, uno al suo cuore, ai suoi polmoni, al suo fegato, ai suoi muscoli gli deve dire di stare zitti e di ascoltare la mente. La mente è tutto. La mente comanda. "Shut up, legs", state zitte, gambe. Dovete pedalare, è il cervello che ve lo dice. Cioè, io. Me. Me medesimo. E' una frase così bella, un modo di pensare e in fondo di esistere così bello, puro, basato sulla perseveranza, sull' essere ostinati, determinati, convinti che se solo avessi un po' più di coraggio quella frase me la tatuerei sulle gambe. "Shut up, legs". In piccolo, da qualche parte.
Ieri Voigt per festeggiare la fine della sua carriera di ciclista professionista ha deciso di tentare di battere il record dell'ora, come ultima sfida. Ci ha provato e in un ora ha percorso 51,115 km che vuol dire andare forte. Molto forte. Ha anche stabilito un record, a quanto pare. Ecco, mi immagino voi che leggete adesso, voi che di ciclismo non vi interessate tanto che state tentando di richiamare alla mente qualche flashback della vostra giovinezza. Anno 1984, Città del Messico. Francesco Moser. Tutino aderente bianco e blu con scritta Tuc Gis Gelati. Niente casco, cuffietta di lycra in testa tipo quella che ci si metteva per andare in piscina con su scritto Enervit. Ruote lenticolari. Ma non lo aveva battuto lui, il record? Prima 50 e qualcosa. Poi 51,151 km. In un ora.
Sì, è esatto. Forse voi non lo sapete ma ci sono nuove regole nel ciclismo, l'UCI a maggio di quest'anno ha deciso di rilanciare il record dell'ora e di dare un bel colpo di spugna al suo passato. Una operazione di restyling meditato e profondo. Un progetto ben preciso, a pensarci bene, devono averci studiato su bene. Il record dell'ora è una performance umana estrema che metteva in imbarazzo il governo mondiale del ciclismo. Imbarazzo pesante. Gli ultimi venti anni sono stati i più bui della intera storia del ciclismo, l'intera credibilità dello sport è stata messa in ginocchio dal doping. E dall'antidoping, dobbiamo anche dire. Da quell'altalena di performance mostruose e di squalifiche tardive che si rincorrevano non per mesi o settimane ma per anni, troppi, pateticamente in certi casi, con squalifiche che tentavano di cancellare non vittorie, intere carriere sportive. Vedi Armstrong, ad esempio. 7 tour de France, fuiishhht. Spariti in un soffio.
L'UCI a maggio dello scorso anno ha deciso di fare una bel gioco di prestigio, i giochi di prestigio sono quei trucchi dove tu sposti l'attenzione dello spettatore su una cosa mentre con le mani - ma devi essere bravo, e veloce - fai dell'altro. E insomma così, in corsa, dopo venti anni di pensa e ripensa, tira e molla, dopo vent'anni di soffocamento e morte tecnica del record dell'ora l'UCI, passando da Moser a Rominger al geniale O'Bree fino al semi sconosciuto Sosenka, ha cambiato strategia, cambiando le regole del gioco. Le biciclette. Il problema del record dell'ora, a quanto si è appreso a maggio e a quanto scrivono oggi quasi tutti i giornali, erano le biciclette. Non gli atleti o chi li doveva controllare. Le bici.
E così - con tutta la simpatia che ho per Voigt - ci ritroviamo con un record dell'ora nuovo fiammante che non è nemmeno superiore a quello di Moser dell' 84, che correva quando non avevano ancora inventato la tecnologia del carbonio, i telai in carbonio, le ruote ad alto profilo, i manubri aerodinamici e poi i cardiofrequenzimetri, i powermeter, insomma tutto quello che c'è nel ciclismo di adesso, oltre al doping, che quello già c'era. L'UCI - e certi giornali - ci vogliono convincere che il reset del record dell'ora è stato fatto ed era necessario. Che la bicicletta di Voigt di ieri era meno tecnologica di quella di Moser dell'84.
Ecco, a me oggi, con tutta la simpatia che ho per Voigt, mentre leggevo stamattina su La Gazzetta dello Sport di questo nuovo record mi è venuto in mente quel film di Benigni, Johnny Stecchino, dove lui va a Palermo e gli succedono un sacco di avventure rocambolesche collegate alla vita malavitosa e alla mafia e c'è questo dialogo con l'avvocato D'Agata mentre sono in macchina e lui insomma, l'avvocato, con tono convinto, dopo un lunghissimo e bellissimo discorso, condivisibilissimo, dice che la piaga di Palermo, è il traffico.
Ma veramente?
sabato 13 settembre 2014
LA RUOTA LENTICOLARE
Amico automobilista, te lo ricordi Francesco Moser? Il record dell'ora a Città del Messico? I 50,808 km percorsi nel tempo di un ora? Ecco, la prima ruota lenticolare probabilmente l'hai vista lì, erano gli anni ottanta, i magici anni '80. L'economia andava a gonfie vele, avevamo appena vinto i mondiali di calcio in Spagna, nella notte magica del Bernabeu. Zoff, Gentile, Scirea, Collovati, Bergomi, Cabrini, Oriali, Tardelli, Conti, Altobelli, Rossi. Poi c'era stata Azzurra, nell'83, la Coppa America e Cino Ricci, quel bell'uomo abbronzato che ci aveva fatto sognare, era uno con il pizzetto che diceva cose sagge, un velista, pettinato bene, sempre, te lo ricordi?
Bei tempi, quelli, eh?
La tua Ford Taunus devi averla comprata allora, all'inizio degli anni '80, una delle ultime che hanno prodotto. Hanno smesso di farle nell'82. Erano successe tutte quelle cose, era un bel momento, eravamo tutti felici e contenti e io avevo quattordici anni. Tu stavi probabilmente per andare in pensione - allora ci si andava prima - e te ne andavi in giro felice e contento con la tua auto nuova, la tua Taunus color nocciola dentro a cui probabilmente stivavi conigli e galline, balle di paglia sul portapacchi, ma quello va beh. Adesso siamo nel 2014. Duemila-quattordici. Basta la terza media per scoprire che da allora, da quando hai visto la prima ruota lenticolare al telegiornale della sera, era la sera del 19 gennaio 1984, sono passati più di 30 anni. Tu eri giovane e bello, allora avevi ancora tutti i capelli e i denti e uno sguardo vispo, eri allegro, anche i riflessi erano un altra cosa.
Diciamolo, adesso ti sei un po' rincoglionito, anche al volante non sei mica più quello di prima. Non sei più tanto sicuro.
E' per questo che te lo dico, mio caro amico, con tutto il rispetto: se mi vedi in tangenziale con la bici da crono e la ruota lenticolare, ti prego, ti scongiuro, specialmente se vedi che anche io sono un po' rincoglionito e barcollo - vuol dire che sono all'ultima ripetuta e sono stanco e poi c'ho anche io la mia età - se mi vedi affannato in piega sul manubrio, te lo chiedo in ginocchio: non ti affiancare. Davvero, non ti affiancare. Soprattutto non la fare quella cosa. Non farla. Di guidarmi a fianco alla mia velocità e di sporgerti verso la portiera di destra tenendo il volante con una mano sola e con l'altra di abbassare il finestrino girando la manovella. Sulla Ford Taunus i finestrini si abbassano a manovella.
E poi mentre viaggiamo affiancati, veloci, con quelle virgole che ti prendi, in quel caos di aria turbinante che si rimescola tra la tua Taunus e le mie ruota lenticolare che continui a fissare, incredulo, ipnotizzato come se fosse la prima volta che ne vedi una, quella cosa di gridarmi la velocità, ti prego non farla. "Cinquantaaaaaaaa!!" Con la voce rauca. E quel cappellino da ciclista con la visiera girata all'insù, sei simpatico, ti voglio bene, sei fantastico, ma sei pericoloso.
E poi, soprattutto, amico mio: il contachilometri ce l'ho anche io. Elettronico. E' fissato sul manubrio.
Bei tempi, quelli, eh?
La tua Ford Taunus devi averla comprata allora, all'inizio degli anni '80, una delle ultime che hanno prodotto. Hanno smesso di farle nell'82. Erano successe tutte quelle cose, era un bel momento, eravamo tutti felici e contenti e io avevo quattordici anni. Tu stavi probabilmente per andare in pensione - allora ci si andava prima - e te ne andavi in giro felice e contento con la tua auto nuova, la tua Taunus color nocciola dentro a cui probabilmente stivavi conigli e galline, balle di paglia sul portapacchi, ma quello va beh. Adesso siamo nel 2014. Duemila-quattordici. Basta la terza media per scoprire che da allora, da quando hai visto la prima ruota lenticolare al telegiornale della sera, era la sera del 19 gennaio 1984, sono passati più di 30 anni. Tu eri giovane e bello, allora avevi ancora tutti i capelli e i denti e uno sguardo vispo, eri allegro, anche i riflessi erano un altra cosa.
Diciamolo, adesso ti sei un po' rincoglionito, anche al volante non sei mica più quello di prima. Non sei più tanto sicuro.
E' per questo che te lo dico, mio caro amico, con tutto il rispetto: se mi vedi in tangenziale con la bici da crono e la ruota lenticolare, ti prego, ti scongiuro, specialmente se vedi che anche io sono un po' rincoglionito e barcollo - vuol dire che sono all'ultima ripetuta e sono stanco e poi c'ho anche io la mia età - se mi vedi affannato in piega sul manubrio, te lo chiedo in ginocchio: non ti affiancare. Davvero, non ti affiancare. Soprattutto non la fare quella cosa. Non farla. Di guidarmi a fianco alla mia velocità e di sporgerti verso la portiera di destra tenendo il volante con una mano sola e con l'altra di abbassare il finestrino girando la manovella. Sulla Ford Taunus i finestrini si abbassano a manovella.
E poi mentre viaggiamo affiancati, veloci, con quelle virgole che ti prendi, in quel caos di aria turbinante che si rimescola tra la tua Taunus e le mie ruota lenticolare che continui a fissare, incredulo, ipnotizzato come se fosse la prima volta che ne vedi una, quella cosa di gridarmi la velocità, ti prego non farla. "Cinquantaaaaaaaa!!" Con la voce rauca. E quel cappellino da ciclista con la visiera girata all'insù, sei simpatico, ti voglio bene, sei fantastico, ma sei pericoloso.
E poi, soprattutto, amico mio: il contachilometri ce l'ho anche io. Elettronico. E' fissato sul manubrio.
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venerdì 12 settembre 2014
COSE CHE TI TIRI DIETRO TUTTA LA VITA.
Indossi delle bellissime scarpe da running Adidas con la suola tassellata, sei l'unico. Gli altri delle Superga o delle Tepa Sport o delle Clark, qualcuno delle College con dei calzini bianchi di cotone. Uno delle Lotto, che marca è, la Lotto? Mai sentita. Altri delle scarpe anonime, di tela, da mercato. Poi dei jeans chiari e una polo azzurra, la più bella che hai. D'altra parte è anche l'unica che possiedi, di polo. A parte quella nel tuo cassetto ci sono soltanto magliette. Da mercato, anche le tue. Poi ti sei messo l'orologio della cresima, quello bello con il cinturino in pelle.
Ci hai messo del tempo per decidere come vestirti il primo giorno di scuola delle superiori, quello è un momento che ricorderai per sempre e anche i tuoi compagni, alcuni dei quali diventeranno gli amici di una vita intera, lo ricorderanno per sempre quel giorno. Lo ricorderete. Insieme. E' un momento speciale, o almeno così ti pare. Così pare a tutti quelli della tua età. Per questo ci hai messo tanta cura nel decidere come vestirti, perché anche gli altri ce la mettevano. E poi la notte non sei neanche riuscito a dormire.
Ora sei lì, fuori dalla scuola, in piedi insieme a tutti gli altri, genitori ce ne sono pochi, pochissimi e stanno in disparte. Non sono mica le medie queste, sono le superiori. Ti guardi intorno cercando uno sguardo amico, qualcuno che conosci. C'è uno delle elementari sulla destra in fondo e uno basso e grasso dell'asilo di cui ti ricordi. E' ancora più grasso. Cinque anni di elementari e tre anni di asilo e con nessuno dei due avevi mai scambiato una sola parola. Indifferenza. Magari adesso sono diventati simpatici. Chissà in che classe stanno? C'è il suono elettrico della campanella, l'aria fresca di settembre e il cielo azzurro.
Vai dentro, appena varcata la soglia fatta di una gigantesca porta a vetri con gli infissi di alluminio anodizzato c'è un aria calma, ferma, diversa da quella che c'era fuori. Anche i rumori che rimbalzano sulle pareti fanno un suono particolare, un rimbombo diverso dalle scuole medie. E' un suono più neutro, più distaccato. Meno aulico. Più adulto. Entri in classe e prendi posto, un banco contro il muro, non troppo avanti, non troppo indietro. A metà, la metà esatta. Dalla parte opposta rispetto alle finestre. Il professore entra subito dopo tenendo dei libri e dei fogli e un registro nuovo sottobraccio, saluta e si presenta, inizia a parlare, a presentarsi e a presentare, si siede sulla cattedra e parla stando lì sopra. Vuole fare il simpatico. L'amicone. Ma tu non ci caschi.
Tu un professore seduto sulla cattedra non lo avevi mai visto, anzi a ben pensarci professori o maestri, maschi, né alle elementari né alle media, non ne hai quasi mai avuti. Nemmeno all'asilo, ma quello tutti. Fai un giro di orizzonte con lo sguardo, guardi i tuoi compagni e i muri verdini della classe con quelle liste di legno in alto che vanno da parte a parte, fuori dalla finestra si vede la cima di due piante di acero molto giovani, le foglie verdi, stanche, ti immagini il tronco grigio pallido che scende in verticale verso il basso e si infila in una terra marrone seccata dall'estate calda che non è ancora finita. D'un tratto mentre il professore parla e parla si zittisce, chiede il silenzio con lo sguardo anche se nessuno fiata da quando è entrato, a parte due giù in fondo alla classe nell'ultima fila, che parlano tra loro e ridono di tutt'altro. Il professore ha dei capelli lunghetti e riccioli, porta gli occhiali, è seduto immobile con la testa e sembra voglia ascoltare qualcosa. Annusa, sollevando la punta del naso per aria e ruotando la testa sul collo, a destra e a sinistra. Tu sei a sinistra.
"Cos'è questo odore di merda?"
I tuoi compagni ridono, esplodono in una risata fragorosa e liberatoria, leggera, prolungata, spezzando quella tensione che c'era nell'aria e che ti stringe lo stomaco e la gola e il torace in alto all'altezza dei pettorali, tra le due ascelle. Ci sono dei muscoli, lì, che fino a stamattina non sapevi nemmeno di avere. Tu non ridi, sei l'unico. Sorridi. Sorridi e scivoli in avanti sul sedile e fai strisciare le suole tassellate delle tue Adidas TRX nuove - bellissime - sul marmo del pavimento, le spingi più indietro che puoi sotto il sedile della sedia, è una seggiolina piuttosto piccola quella su cui stai seduto. Le immaginavi più grandi, le sedie delle scuole superiori.
Cerchi di tenere le suole piatte appoggiate al pavimento, nascondi meglio che puoi i piedi dietro alla cartella, facendo attenzione a non toccarla. I nuovi compagni ti guardano, tu guardi loro. Senti quel caldo sulla faccia, dentro alle orecchie.
Sono cose che lasciano un segno, queste.
Finisce che te le tiri dietro per tutta la vita.
Ci hai messo del tempo per decidere come vestirti il primo giorno di scuola delle superiori, quello è un momento che ricorderai per sempre e anche i tuoi compagni, alcuni dei quali diventeranno gli amici di una vita intera, lo ricorderanno per sempre quel giorno. Lo ricorderete. Insieme. E' un momento speciale, o almeno così ti pare. Così pare a tutti quelli della tua età. Per questo ci hai messo tanta cura nel decidere come vestirti, perché anche gli altri ce la mettevano. E poi la notte non sei neanche riuscito a dormire.
Ora sei lì, fuori dalla scuola, in piedi insieme a tutti gli altri, genitori ce ne sono pochi, pochissimi e stanno in disparte. Non sono mica le medie queste, sono le superiori. Ti guardi intorno cercando uno sguardo amico, qualcuno che conosci. C'è uno delle elementari sulla destra in fondo e uno basso e grasso dell'asilo di cui ti ricordi. E' ancora più grasso. Cinque anni di elementari e tre anni di asilo e con nessuno dei due avevi mai scambiato una sola parola. Indifferenza. Magari adesso sono diventati simpatici. Chissà in che classe stanno? C'è il suono elettrico della campanella, l'aria fresca di settembre e il cielo azzurro.
Vai dentro, appena varcata la soglia fatta di una gigantesca porta a vetri con gli infissi di alluminio anodizzato c'è un aria calma, ferma, diversa da quella che c'era fuori. Anche i rumori che rimbalzano sulle pareti fanno un suono particolare, un rimbombo diverso dalle scuole medie. E' un suono più neutro, più distaccato. Meno aulico. Più adulto. Entri in classe e prendi posto, un banco contro il muro, non troppo avanti, non troppo indietro. A metà, la metà esatta. Dalla parte opposta rispetto alle finestre. Il professore entra subito dopo tenendo dei libri e dei fogli e un registro nuovo sottobraccio, saluta e si presenta, inizia a parlare, a presentarsi e a presentare, si siede sulla cattedra e parla stando lì sopra. Vuole fare il simpatico. L'amicone. Ma tu non ci caschi.
Tu un professore seduto sulla cattedra non lo avevi mai visto, anzi a ben pensarci professori o maestri, maschi, né alle elementari né alle media, non ne hai quasi mai avuti. Nemmeno all'asilo, ma quello tutti. Fai un giro di orizzonte con lo sguardo, guardi i tuoi compagni e i muri verdini della classe con quelle liste di legno in alto che vanno da parte a parte, fuori dalla finestra si vede la cima di due piante di acero molto giovani, le foglie verdi, stanche, ti immagini il tronco grigio pallido che scende in verticale verso il basso e si infila in una terra marrone seccata dall'estate calda che non è ancora finita. D'un tratto mentre il professore parla e parla si zittisce, chiede il silenzio con lo sguardo anche se nessuno fiata da quando è entrato, a parte due giù in fondo alla classe nell'ultima fila, che parlano tra loro e ridono di tutt'altro. Il professore ha dei capelli lunghetti e riccioli, porta gli occhiali, è seduto immobile con la testa e sembra voglia ascoltare qualcosa. Annusa, sollevando la punta del naso per aria e ruotando la testa sul collo, a destra e a sinistra. Tu sei a sinistra.
"Cos'è questo odore di merda?"
I tuoi compagni ridono, esplodono in una risata fragorosa e liberatoria, leggera, prolungata, spezzando quella tensione che c'era nell'aria e che ti stringe lo stomaco e la gola e il torace in alto all'altezza dei pettorali, tra le due ascelle. Ci sono dei muscoli, lì, che fino a stamattina non sapevi nemmeno di avere. Tu non ridi, sei l'unico. Sorridi. Sorridi e scivoli in avanti sul sedile e fai strisciare le suole tassellate delle tue Adidas TRX nuove - bellissime - sul marmo del pavimento, le spingi più indietro che puoi sotto il sedile della sedia, è una seggiolina piuttosto piccola quella su cui stai seduto. Le immaginavi più grandi, le sedie delle scuole superiori.
Cerchi di tenere le suole piatte appoggiate al pavimento, nascondi meglio che puoi i piedi dietro alla cartella, facendo attenzione a non toccarla. I nuovi compagni ti guardano, tu guardi loro. Senti quel caldo sulla faccia, dentro alle orecchie.
Sono cose che lasciano un segno, queste.
Finisce che te le tiri dietro per tutta la vita.
lunedì 1 settembre 2014
CIAO FAUSTO.
A me stare ad ascoltare o leggere Bertinotti è sempre piaciuto, come Mario Capanna del resto, che è stato uno dei riferimenti più importanti della mia giovinezza. Ho sempre avuto la sensazione di averne bisogno di persone come Bertinotti nel mio orizzonte culturale, ho sempre pensato che lui fosse uno di quelli che mi spiegava in mondo, un uomo in grado di leggere i fatti e le contemporaneità alla luce della storia e della cultura. Uno che mi diceva delle cose che io da solo non ero in grado di capire fino in fondo e anche per questo per un certo periodo della mia vita io l'ho anche votato. Con convinzione. Con fiducia. Poi uno che mentre dialoga e struttura i suoi pensieri ha la lucidità e coraggio sufficiente per iniziare le frasi dicendo "Io penso" è senza dubbio un uomo in gamba, almeno secondo me.
Poi a un certo punto ho avuto la sensazione che cominciasse un po' a vacillare, mi spiego: non l'uomo, di cui ho sempre conservato e conservo grande stima, quanto le sue convinzioni. A un certo punto ho avuto la sensazione che certe convinzioni, certe visioni si avvitassero su se stesse e si impigliassero dall'interno in una serie irrazionale e illogica di certezze che mi pareva, mi pare, fossero andate via per la tangente. I conti cominciavano a non tornarmi e avevo la sensazione di pensare più da sostenitore di partito che da uomo libero. E' da quel momento grossomodo che ho anche smesso di comprare Il manifesto che voglio precisare, non era l'unico giornale che leggevo.
Da un certo punto in avanti leggere il manifesto, quasi all'improvviso come in una epifania, mi risultava difficile, addirittura irritante, perché mi sembrava distante dalla realtà che io vivevo, distante dal mondo. Distante dalla gente normale. Il giornale mi sembrava snob e intellettualoide, penso che lo fosse. Ma Fausto no, Fausto valeva sempre la pena di fermarsi ad ascoltarlo.
Una volta in uno di quei programmi che ti fanno delle domande imbarazzanti e un po' scemotte, credo che fossero Le Iene, chiesero a Bertinotti di spiegare la differenza tra una email e un sito internet. Una domanda semplice, elementare: spiegare la differenza tra un indirizzo che contiene un @ e uno che inizia con www. La risposta fu allucinante. Voglio dire, eravamo a metà degli anni '90, quella era l'epoca in cui si parlava continuamente e si tentava di comprendere cosa fosse la globalizzazione e si parlava di digital divide e di come avremmo dovuto immaginare e costruire concretamente il nostro futuro se lo volevamo libero. Bertinotti, l'uomo che avevo sentito maneggiare con fluidità e competenza temi giganteschi che avevano a che vedere con la libertà, con la cultura, con la storia, con la politica, con il sindacato, con il lavoro, con il futuro, con il vivere sociale, con la religione, con l'arte, con la filosofia, non era in grado di rispondere. Fu uno shock.
Diede una risposta imbarazzante, completamente insensata. Non sapeva spiegare la differenza.
Qualcosa da quel momento in avanti dentro di me si è ruppe, un po' come quando capita che hai a che fare con una donna di cui credi di essere innamorato, che pensi di amare e all'improvviso, perché è successo un fatto minimo e banale che però riassume la tua e la sua visione del mondo, non ne vuoi più sapere. Mentre la baci tieni gli occhi aperti e cominci ad avvertire nella sua bocca un sapore diverso a cui prima non facevi caso; i capelli sul collo hanno un modo di stare all'aria che non ti piace più; nel suo modo di ragionare, nel modo in cui ti guarda quella donna, in cui ti parla o ti ascolta o non ti ascolta, c'è qualcosa che non ti va più bene. Non lo tolleri più. Non lo trovi più accettabile o credibile. Pensi che lei non ti ama, o forse sì ma pensi anche che lei ama di più se stessa, più di te.
Forse il futuro di questo paese sarebbe stato un'altra cosa se noi anziché sopportare la tiritera delle frequenze televisive più o meno illegittimamente assegnate alle reti di Berlusconi e le chiacchiere e le prese di posizione intellettualoidi e snob e inconcludenti sul conflitto di interessi, avessimo costruito un sistema informatico in grado di bypassare lo strapotere mediatico della tv e di competerci alla pari, non tanto con le destre ma con il progresso e insomma, con un certo modo soltanto politico e partitico di pensare al mondo. La vera lungimiranza politica sarebbe stata quella di pensare all'individuo come unità fondamentale del mondo libero, anziché come consumatore. Perché è così che sono andate le cose. Conoscere il funzionamento e i potenziali della rete, oltre al resto, ci avrebbe aiutato.
Credo che la libertà, negli anni '90 in Italia, e la nostra crescita economica e sociale sia stata fortemente limitata dalla impossibilità di relazionarci e interagire in modo libero con il resto del mondo grazie all'utilizzo della rete. Tra la fine degli anni '80 e la fine dei '90 il mondo stava per subire una accelerazione, per affrontare un cambiamento che richiedeva per essere affrontato grande lucidità e lungimiranza e competenza. Grande prontezza. Il mondo in quei dieci anni è cambiato molto probabilmente più che nei dieci secoli precedenti. E tu, Fausto, quando quel giorno a quella domanda facile facile fu evidente che non sapevi rispondere, dicesti che non erano cose di cui ti occupavi, che non era il tuo campo. Che non era fondamentale saperla, la differenza tra un indirizzo email e uno web.
Non importa, ve bene così.
Le cose sono andate come sono andate e io, con disincanto, con maggior distacco, con lucidità, adesso che sono diventato grande e non leggo più il manifesto continuo ad apprezzare le cose che dici, la logica dei tuoi ragionamenti, la semplicità con cui sai leggere e ricostruire la storia contemporanea per renderla comprensibile. Continuo ad avere bisogno del tuo saper leggere e ricostruire e collocare i fatti, e prendo quello che dici per quello che mi può servire, per quello che posso rielaborare in altri ragionamenti miei, in altre visioni.
Non avevo mai sentito nessuno dire che le dimissioni di Papa Ratzinger fossero l'atto più rivoluzionario della nostra epoca, hai ragione. Non ci avevo mai pensato, non come hai fatto tu, come hai spiegato ieri. Dentro a quel gesto coraggioso si riassume una visione del mondo che forse noi non siamo ancora pronti ad affrontare. O forse lo siamo ma semplicemente, consciamente o inconsciamente non vogliamo. Il mondo ha bisogno di persone come te, Fausto.
Grazie per quello che hai detto ieri a Todi, è stata una boccata di ossigeno, qualcuno lo prenderà per un mea culpa il tuo, e forse lo è. Spero lo sia e anche, più o meno inconsciamente, spero che non lo sia. Spero soprattutto che non sia l'anticamera del desiderio di tornare di nuovo al centro della scena politica perché lo hai detto tu stesso: il tuo progetto - mettiemola così, il nostro, io ti ho votato - è fallito.
Lo hai detto, non è da tutti.
Continua a parlare, io ti leggerò, ti ascolterò, capisco che ho bisogno come l'aria di tutti quei ragionamenti e di quei "Io penso" in cui spesso mi riconosco. Ma sentirti parlare da uomo di partito anziché da uomo libero, ecco io quello proprio non lo sopporterei.
Non farlo. Anzi, non rifarlo.
Poi a un certo punto ho avuto la sensazione che cominciasse un po' a vacillare, mi spiego: non l'uomo, di cui ho sempre conservato e conservo grande stima, quanto le sue convinzioni. A un certo punto ho avuto la sensazione che certe convinzioni, certe visioni si avvitassero su se stesse e si impigliassero dall'interno in una serie irrazionale e illogica di certezze che mi pareva, mi pare, fossero andate via per la tangente. I conti cominciavano a non tornarmi e avevo la sensazione di pensare più da sostenitore di partito che da uomo libero. E' da quel momento grossomodo che ho anche smesso di comprare Il manifesto che voglio precisare, non era l'unico giornale che leggevo.
Da un certo punto in avanti leggere il manifesto, quasi all'improvviso come in una epifania, mi risultava difficile, addirittura irritante, perché mi sembrava distante dalla realtà che io vivevo, distante dal mondo. Distante dalla gente normale. Il giornale mi sembrava snob e intellettualoide, penso che lo fosse. Ma Fausto no, Fausto valeva sempre la pena di fermarsi ad ascoltarlo.
Una volta in uno di quei programmi che ti fanno delle domande imbarazzanti e un po' scemotte, credo che fossero Le Iene, chiesero a Bertinotti di spiegare la differenza tra una email e un sito internet. Una domanda semplice, elementare: spiegare la differenza tra un indirizzo che contiene un @ e uno che inizia con www. La risposta fu allucinante. Voglio dire, eravamo a metà degli anni '90, quella era l'epoca in cui si parlava continuamente e si tentava di comprendere cosa fosse la globalizzazione e si parlava di digital divide e di come avremmo dovuto immaginare e costruire concretamente il nostro futuro se lo volevamo libero. Bertinotti, l'uomo che avevo sentito maneggiare con fluidità e competenza temi giganteschi che avevano a che vedere con la libertà, con la cultura, con la storia, con la politica, con il sindacato, con il lavoro, con il futuro, con il vivere sociale, con la religione, con l'arte, con la filosofia, non era in grado di rispondere. Fu uno shock.
Diede una risposta imbarazzante, completamente insensata. Non sapeva spiegare la differenza.
Qualcosa da quel momento in avanti dentro di me si è ruppe, un po' come quando capita che hai a che fare con una donna di cui credi di essere innamorato, che pensi di amare e all'improvviso, perché è successo un fatto minimo e banale che però riassume la tua e la sua visione del mondo, non ne vuoi più sapere. Mentre la baci tieni gli occhi aperti e cominci ad avvertire nella sua bocca un sapore diverso a cui prima non facevi caso; i capelli sul collo hanno un modo di stare all'aria che non ti piace più; nel suo modo di ragionare, nel modo in cui ti guarda quella donna, in cui ti parla o ti ascolta o non ti ascolta, c'è qualcosa che non ti va più bene. Non lo tolleri più. Non lo trovi più accettabile o credibile. Pensi che lei non ti ama, o forse sì ma pensi anche che lei ama di più se stessa, più di te.
Forse il futuro di questo paese sarebbe stato un'altra cosa se noi anziché sopportare la tiritera delle frequenze televisive più o meno illegittimamente assegnate alle reti di Berlusconi e le chiacchiere e le prese di posizione intellettualoidi e snob e inconcludenti sul conflitto di interessi, avessimo costruito un sistema informatico in grado di bypassare lo strapotere mediatico della tv e di competerci alla pari, non tanto con le destre ma con il progresso e insomma, con un certo modo soltanto politico e partitico di pensare al mondo. La vera lungimiranza politica sarebbe stata quella di pensare all'individuo come unità fondamentale del mondo libero, anziché come consumatore. Perché è così che sono andate le cose. Conoscere il funzionamento e i potenziali della rete, oltre al resto, ci avrebbe aiutato.
Credo che la libertà, negli anni '90 in Italia, e la nostra crescita economica e sociale sia stata fortemente limitata dalla impossibilità di relazionarci e interagire in modo libero con il resto del mondo grazie all'utilizzo della rete. Tra la fine degli anni '80 e la fine dei '90 il mondo stava per subire una accelerazione, per affrontare un cambiamento che richiedeva per essere affrontato grande lucidità e lungimiranza e competenza. Grande prontezza. Il mondo in quei dieci anni è cambiato molto probabilmente più che nei dieci secoli precedenti. E tu, Fausto, quando quel giorno a quella domanda facile facile fu evidente che non sapevi rispondere, dicesti che non erano cose di cui ti occupavi, che non era il tuo campo. Che non era fondamentale saperla, la differenza tra un indirizzo email e uno web.
Non importa, ve bene così.
Le cose sono andate come sono andate e io, con disincanto, con maggior distacco, con lucidità, adesso che sono diventato grande e non leggo più il manifesto continuo ad apprezzare le cose che dici, la logica dei tuoi ragionamenti, la semplicità con cui sai leggere e ricostruire la storia contemporanea per renderla comprensibile. Continuo ad avere bisogno del tuo saper leggere e ricostruire e collocare i fatti, e prendo quello che dici per quello che mi può servire, per quello che posso rielaborare in altri ragionamenti miei, in altre visioni.
Non avevo mai sentito nessuno dire che le dimissioni di Papa Ratzinger fossero l'atto più rivoluzionario della nostra epoca, hai ragione. Non ci avevo mai pensato, non come hai fatto tu, come hai spiegato ieri. Dentro a quel gesto coraggioso si riassume una visione del mondo che forse noi non siamo ancora pronti ad affrontare. O forse lo siamo ma semplicemente, consciamente o inconsciamente non vogliamo. Il mondo ha bisogno di persone come te, Fausto.
Grazie per quello che hai detto ieri a Todi, è stata una boccata di ossigeno, qualcuno lo prenderà per un mea culpa il tuo, e forse lo è. Spero lo sia e anche, più o meno inconsciamente, spero che non lo sia. Spero soprattutto che non sia l'anticamera del desiderio di tornare di nuovo al centro della scena politica perché lo hai detto tu stesso: il tuo progetto - mettiemola così, il nostro, io ti ho votato - è fallito.
Lo hai detto, non è da tutti.
Continua a parlare, io ti leggerò, ti ascolterò, capisco che ho bisogno come l'aria di tutti quei ragionamenti e di quei "Io penso" in cui spesso mi riconosco. Ma sentirti parlare da uomo di partito anziché da uomo libero, ecco io quello proprio non lo sopporterei.
Non farlo. Anzi, non rifarlo.
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