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sabato 17 gennaio 2015

JEAN AFASSANIEFF FUMAVA LE GITANES BLU.

Jean Afanassieff aveva un nome che sembrava finto. Leggerlo e ricordarlo esattamente quel nome, scriverlo correttamente, era già un impresa. Una avventura. Era più facile ricordarsi dei suoi capelli lunghissimi, castani, lisci. Negli anni ’80 avere i capelli lunghi per essere un climber o un alpinista — un certo tipo di climber e di alpinista — era indispensabile o almeno così mi pareva. Io negli anni ’80 ho avuto tra i tredici e i ventitré anni, gli anni più belli della vita, quelli in cui diventi quello che poi sarai per sempre. Edlinger aveva i capelli lunghi. Berahult, aveva i capelli lunghi. Reinhold Messner aveva i capelli lunghi e ce li avevano i britannici Doug Scott, Chris Bonington, Peter Boardman. Jean Marc Boivin, il mio idolo assoluto, aveva i capelli lunghi. Tutti quelli a cui avrei voluto somigliare avevano i capelli lunghi e un po’ in disordine. Allora anche io mi ero fatto crescere i capelli lunghi. Compatibilmente con mia madre, li tenevo abbastanza in disordine. Jean Afanassieff però era diverso. Intanto aveva dei capelli lunghissimi, più lunghi di tutti gli altri, quasi da donna, curati e poi aveva quel nome che sembrava finto. Afanassieff. Sembrava che nello scriverlo ci fosse stato un refuso o un errore, nessuno sembrava ricordarlo davvero quel nome, ma io avevo imparato a riconoscerlo sulle riviste di alpinismo e a tenerlo a mente. Era così affascinante quel rincorrersi di consonanti e di vocali. A-fana-ssieff, in fondo non era difficile da memorizzare. Sapevo che quando mi imbattevo in quel nome ci sarebbe sempre stata sempre la certezza di venire a sapere qualcosa di straordinario, di innovativo, di rivoluzionario dal punto di vista alpinistico. Jean Afanassieff si è fatto conoscere con una serie lunghissima di salite solitarie in velocità nel massiccio del Monte Bianco, salite che poi nel tempo, seguendo le sue tracce, sarei andato a vedere o a ripetere così come si va a visitare un tempio, un luogo in cui si sente la necessità di essere mettendosi al cospetto di qualcun altro, alla ricerca di se stessi. L’ intero inverno del 1977 Afanassieff lo trascorse sciando a Bugaboos, in Canada (un altro luogo che in seguito sarei andato a conoscere) e nel 1978 fu il primo francese in vetta all’Everest, in autunno, insieme a Nicolas Jaeger e Kurt Diemberger. La sua fu la 72esima salita della montagna. Nicolas Jaeger fu un’altro personaggio fondamentale nel mio diventare uomo. Alpinista e fisiologo contribuì in modo determinante a conoscere i meccanismi dell’adattamento dell’essere umano all’alta quota, trascorse sessanta giorni a 6768 metri in vetta all’Huascaran, tempo in cui scrisse un libro che si intitola “ Carnet de solitude”, “Solitudine” nell’edizione italiana. Bellissimo. Giunto in vetta all’Everest Jaeger si accese e fumò una Gitanes, le stesse sigarette che fumava anche Edlinger. Se mai avessi iniziato a fumare un giorno, avrei fumato delle Gitanes, ma non divaghiamo adesso. Afassanieff: insieme alla prima salita francese dell’Everest compì nello stesso giorno anche la prima discesa di un 8000 con gli sci, partendo da quota 8300. Un exploit assoluto, non soltanto per l’epoca. Infischiandosene delle collezioni di 8000 Afassanieff tornò in seguito altre tre volte all’Everest, per il versante Nord. Nel 1979 fu escluso dalla spedizione nazionale alla Magic Line del K2, accadde per via di alcune dichiarazioni scomode dopo la spedizione nazionale dell’anno prima e per via del suo carattere piuttosto naïf, Afassanieff non mandava certo a dire quello che pensava. Restare escluso da una spedizione perché hai detto quello che pensi. Dire quello che pensi sempre, anche se non conviene. Anche se ti tagliano fuori. A me sembrava grandioso, anzi è grandioso, lo penso tuttora. Una cosa di cui andare orgogliosi, non è importante se nel frattempo ti perdi qualcosa. In seguito Afassanieff sarebbe diventato un documentarista o come si dice oggi, un filmmacker. Uno che si prende cura di raccogliere e di raccontare delle storie. “Certi mi considerano un alpinista, certi un regista, mi rendo conto di essere un personaggio complicato, difficile da inquadrare. Io sono stato alpinista e sciatore in una vita precedente e oggi, nella mia nuova vita, anche se ancora pratico l’arrampicata e lo sci per piacere personale, mi considero un autore. Il mio mestiere e la mia passione è quella di raccontare delle storie attraverso i miei film”. Jean Afassanieff se n’è andato qualche giorno fa, a 61 anni per un male incurabile. Non ho mai avuto la fortuna di incontrarlo di persona ma la sua storia, la sua vita, mi hanno sempre ispirato. Se penso a uno a cui avrei voluto assomigliare, uno che mi ha fatto sognare, uno di cui vorrei ricalcare la traccia, parlo come alpinista e come sciatore ma anche come autore, come appassionato di storie da raccontare, penso a lui, a Jean Afanassieff. Buon viaggio, Maestro. Adieu.

sabato 11 ottobre 2014

QUELLA VOLTA CHE HO SCALATO CON BEN MOON.

Era il 1986 e le gare di arrampicata erano alla preistoria. Chiamarle gare, di già, è una esagerazione. Erano in realtà degli incontri dove c'era sì una gara e una classifica ma soprattutto gli arrampicatori ci andavano e anche partecipavano per incontrarsi e per conoscersi e - non tutti avevano il coraggio di dirlo - per confrontarsi e per constatare personalmente lo stato dell'arte dell'arrampicata sportiva. C'era una fame pazzesca di confronto, cosa da sempre condannata e ripudiata e denigrata nell'alpinismo classico, storicamente da sempre alla ricerca di valori assoluti. L'alpinismo lo pensavamo (ce lo facevano pensare) un po' come una religione o una scienza. L'arrampicata sportiva invece era un'altra cosa e tutti noi a cui piaceva arrampicare su gradi sempre più duri, per il puro gusto del gesto sportivo, infischiandocene della lotta con l'Alpe, cominciavamo a capirlo. Allora non c'era internet non c'erano i video o i DVD e l'unico arrampicatore sportivo di altissimo livello che gli italiani avevano visto in televisione era Patrick Edlinger in Opera Verticale. C'era Alp e c'era la rubrica Il Punto Rosso curato da Andrea Gallo che teneva nota dei progressi dell'arrampicata italiana e di quella europea. Poi più o meno, basta. Io gli arrampicatori stranieri forti che conoscevo li avevo incontrati quasi tutti in falesia, in Francia, e li avevo visti dal vivo e solo alcuni di loro mi avevano davvero impressionato. Non tutti erano forti come li descrivevano sulle pagine delle riviste, secondo me. Avevo visto arrampicare Jerry Moffat - il mio idolo - Beat Kamerlander, Patrick Edlinger, Marc e Antoine le Menestrel, JB Tribout, Alex Duboic, Didier Raboutou, Jakie Godoffe, Ron Fawcett, con alcuni di loro avevo anche arrampicato e alcuni mi erano sembrati più terrestri di quello che immaginavo. Altri invece mi erano sembrati molto più forti di come pensavo si potesse arrampicare invece, molto meglio di come la scarsa celebrità che accompagnava questi personaggi avrebbe suggerito. Mi ero fatto una classifica tutta mia, in testa. 

Quello era il primo anno che Sportroccia si disputava in due tappe. La seconda delle due gare, la finale, veniva disputata a Bardonecchia, come al solito, sulla Parete dei Militi che era un bellissimo posto ma la parete rocciosa non aveva molta qualità e nemmeno molta storia o tradizione alle spalle, condizione ideale per disputare una gara per peccatori sacrilegi senza fare incazzare nessuno. Ad Arco di Trento si tenne invece la prima tappa quell'anno, in quella che sarebbe stata la gara progenitrice del Rock Master. Si capiva subito che i soldi della Provincia Autonoma di Trento stavano per arrivare a foraggiare l'arrampicata e il nascente climbing stadium (allora su roccia) e che il baricentro di Sportroccia si stava per spostare dall'ovest all'est. Arco era una location molto più prestigiosa, in effetti è lì che arrampicavano quelli che ci avevano addestrati a riconoscere come i padri della arrampicata sportiva italiana: Manolo, Roberto Bassi, Heinz Mariacher, Luisa Jovane, eccetera. Poi non era esattamente così, ce n'erano anche altri, ma insomma io a 17 o 18 anni mi ero fatto quell'idea. Come tutti. Che l'ombelico dell'arrampicata italiana fosse ad Arco. 

Io ancora anche quell'anno non partecipavo alla gara, avevo assistito alla edizione precedente di Sport Roccia e ancora mi rimbombavano nelle orecchie le frasi del "Documento dei 19", quella carta che i 19 arrampicatori sportivi più influenti dell'epoca scrissero per opporsi alla competizioni sportive nell'arrampicata. Io ero ancora lì a meditare sul da farsi e a riflettere sulla ragionevolezza di quella carta, sull'etica e sui principi nel frattempo però le gare le andavo a vedere. Tutte, che poi erano state due. I miei amici, quelli che incontravo nelle varie falesie italiane e che gareggiavano mi chiedevano perché  non partecipavo alle gare e io, non sapevo bene cosa rispondere. Perché non partecipavo? Boh. In effetti l'anno dopo cominciai a gareggiare. Nel frattempo dei 19 firmatari del documento, quasi tutti lo avevano già fatto, tra loro Patrick Berhault rimase l'unico a non gareggiare mai in una competizione di arrampicata sportiva. 

La cosa fantastica della arrampicata sportiva e delle gare era poter essere gomito a gomito con le leggende della arrampicata sportiva e così ti capitava di stare qualche ora o qualche giorno insieme a persone che conoscevi solo di nome, per la loro leggenda personale che aleggiava tra gli arrampicatori. Sai che Gullich fa sette trazioni monodito su un braccio? Otto. O forse dieci. Undici. Venti. Sai che Manolo fa la spaccata frontale? Sai che le vie in Totoga sono tre gradi più dure delle vie del Verdon? Ellamadonna. Sai che Beat Kamerlamder ha il travo fuori dal furgone e si allena due volte al giorno? Sai che la sua fidanzata è una top model da paura? Sì, quello lo sapevo.

Ad Arco quell'anno durante le gare mi ritrovai ad arrampicare con uno che non conoscevo. Il tipo in questione mi aveva chiesto di fare qualche via di riscaldamento con lui, era uno che non avevo mai visto e che non parlava italiano. Parlava inglese. Aveva dei lunghi capelli rasta e devo dire, non un gran bell'aspetto, io comunque risposi entusiasta di sì. Principalmente perché non era italiano e sentivo la necessità di mostrarmi international e gentile, anche se all'epoca non capivo una parola di inglese. Poi lui mi sembrava abbastanza emarginato dagli altri climber, non è che lo cagavano molto, diciamolo.  E neanche a me. Andammo ad arrampicare insieme. Passammo prima dal mio furgone e presi le mie cose e il tipo mi seguì docile tenendo un doppio sacchetto di plastica della Conad in mano. Notai che dentro c'era la sua roba, rinvii, sacchetto della magnesite, imbrago e un mezzo panino rosicchiato. E un paio di Boreal grigie. Capii dai gesti che mi chiedeva se potevamo usare la mia corda che lui non l'aveva e io risposi entusiasta di sì. Corda nuova, cercai di dire. Lui non sembrò particolarmente colpito. Andammo e arrivammo alla base della falesia e lui estrasse le sue cose dal sacchetto, si preparò e cominciò a salire, io gli feci sicura. Non mi chiese se poteva andare per primo, ando'. 

Tra le cose che teneva nel sacchetto sparse per terra notai un carnet di buoni pasto riservato agli atleti in gara, quindi capii che era un concorrente. Al terzo spit capii che doveva essere uno di quelli buoni, lo capii da come usava i piedi e dalla facilità con cui scalava. Rimasi impressionato, non avevo mai visto niente del genere. Quando fu il mio turno di salire sfilai la corda e partii, tentai di adoperare con i piedi la stessa delicatezza e la stessa precisione che aveva usato lui sugli appigli, io non avevo mai visto nessuno arrampicare così. Così bene. Nel farlo le mie braccia si ghisarono presto e finii la via senza cadere ma con le braccia durissime. Chi cazzo è, sto tipo? Non ci eravamo nemmeno detti il nome. Arrampicammo alternandoci per tre o quattro tiri, scegliendo le vie in difficoltà crescente. All'ultima via io ero abbastanza vicino al mio limite, lui continuava ad arrampicare come all'inizio, cioè bene. Benissimo. Era meno delicato e preciso di prima, anche un po' sgraziato a tratti con quei piedoni dentro alle Boreal grigie, ma era terribilmente efficace. 

Finimmo di arrampicare e tornammo alla base, che per lui era quasi ora di gareggiare. Mi fece capire che era in gara, lo avevo capito. Misi il mio zaino in furgone e lo andai a vedere in gara su una delle vie di selezione, mi sistemai su un sasso e lui era pronto a partire. Era arrivato in partenza sempre con il suo sacchetto di cellophane della Conad, dentro a cui stava ancora armeggiando alla ricerca del sacchetto della magnesite. Poi dissero il suo nome con il megafono, io non lo avevo mai sentito: Ben Moon. Vinse la gara. 

A Bardonecchia vinse Edlinger invece, che ad Arco era salito meno del mio amico di lecco Marco Ballerini, che quel giorno, all'esordio in competizione, aveva fatto un garone. Ben Moon arrivò secondo in classifica generale. Quel giorno lì capii che l'arrampicata era una cosa diversa da quello che leggevo sulle riviste. Capii che in giro c'era in giro tanta gente di cui sulle riviste non si parlava (ancora) che scalava fortissimo. Gente come Ben Moon. Capii che per arrampicare forte e fare i gradi bisognava allenarsi di più e meglio. Preoccuparsi meno delle cose tipo gli zaini, che tanto ad arrampicare si poteva andare anche con la sportina della spesa della Conad, e preoccuparsi di più invece della sostanza. 

Cioè, di usare bene i piedi e di tenersi, ad esempio.

venerdì 16 maggio 2014

PIANO CHE SI SCIVOLA.

Le gomme scivolano per via della salsedine. Ieri io sono già caduto, quindi meglio andare adagio. Faccio la curva con prudenza cercando di non inclinarmi troppo poi c’è un rettilineo, ne percorro una decina di metri lentamente, poi spalanco il gas. Spalanco, si fa per dire. Quello che sto guidando è uno scooter greco da 50 centimetri cubici preso a noleggio. Velocità massima 60 kilometri orari, ruote da 12”. Kalymnos, settembre. Fa parecchio caldo.


Alla fine del rettilineo c’è un altra curva, lo scooter viaggia con il motore al minimo, rallento e freno cercando di non bloccare la ruote, prima di impostare la curva mi volto indietro un’altra volta per guardare. 


Dov’è Denis? 

La strada è deserta.


Curvo prudentemente inclinandomi il meno possibile, raddrizzo e continuo andando a passo d’uomo, Denis non arriva. Strano, però. La strada davanti a me è di nuovo dritta c’è un altro rettilineo un po’ in salita, non resisto al desiderio di aprire il gas un’altra volta. Mi piace quella sensazione della moto che accelera e quel rumore.  


Maaaaaaaaaahhhmm. 


Apro tutta la manetta del gas. Lo so che è pericoloso e che l’asfalto scivola e che è pieno di buche, so che non dovrei, però lo faccio lo stesso. Accelero. Maaaaaaaaaahhhmm. Percorro un centinaio di metri e poi rallento di nuovo e mi fermo a bordo strada. Denis: o è caduto, o ha sbagliato strada, impossibile non arrivi ancora. 


Aspetto. Il motore gira al minimo, c’è quel tan tan tan tan tan metallico del pistone, forse bisognerebbe aggiungere dell’olio. Sicuro. Il sole di fine settembre mi batte sul casco e sulle spalle, c’è una brezza leggera che viene dal mare che non è ancora vento, è solo brezza, io sono già sudato anche se sono solo le nove del mattino e a parte una colazione giga a base di yogurt greco e miele, non ho ancora fatto niente per cui dovrei essere sudato. 


Le cicale cantano. 

I fili d’erba secca a bordo strada oscillano rigidi nell’aria. 


Denis non arriva, che faccio? tan tan tan tan tan, Maaaaaaaaahhmmm apro il gas, attraverso la strada in curva facendo inversione di marcia e sfiorando l’asfalto con il piede torno indietro, vado a vedere. Svolto oltre la prima curva e Denis non c’è ancora, proseguo. Arrivo quasi in fondo al secondo rettilineo, appena sto per svoltare dietro alla prima curva eccolo che compare. Va pianissimo, con uno sguardo diligente e guidando con una meccanica di curva, con una geometria delle traiettorie che mentre lo vedo penso debba necessariamente essere una meccanica di curva tutta sovietica. Russa. Inesorabile, inconsueta, squadrata.


My friend Denis Urubko

 

Nemmeno per un secondo ho la sensazione che sia una bella curva, quella di Denis, dinamica o elegante. Non ho mai sentito parlare di un grande pilota di motociclismo russo, in effetti. Di grandi alpinisti russi, sì. Abalakov, Bouckrev, Bolotov, Samoilov. Urubko, appunto. Altrettanto, nemmeno per un secondo ho la sensazione che Denis possa cadere da quello scooter, perlomeno non a causa della velocità o per perdita di aderenza. Potrebbe cadere per perdita dell’equilibrio forse, tanto va lentamente. Denis è sistemato in sella come se fosse un blocco unico con il telaio della moto. Le punte dei piedi e dei calzini bianchi e dei sandali sbucano a lato delle pedane. E seduto come ci si siede sull’autobus quando si tiene uno zaino in spalla e si è in attesa della fermata a cui bisogna scendere, in punta al sedile. Fa ridere Denis con il casco di una taglia più grande in testa, ma su quello è meglio che io non dica niente, ne porto uno uguale identico. Sembro un cretino. Denis mi sorride con gli occhi azzurri distogliendo solo per una frazione di secondo lo sguardo dalla strada, poi continua dritto. Non si ferma. Io faccio di nuovo inversione di marcia e lo seguo. Lo affianco e lo sorpasso di nuovo fino in fondo al rettilineo e poi curvo a destra, c’è una salita ripida sul cemento poi la strada si fa sterrata, proseguiamo lentamente fino al parcheggio sotto la falesia di Odissey, Denis rimane ancora indietro, poi arriva. 


Parcheggia. 

Spegne. 

Tira la moto sul cavalletto, mettiamo via i caschi e preso lo zaino e la corda cominciamo a salire per il sentiero. 


“Scusa, Emilio - mi dice in un buon italiano, Denis vive in Italia vicino a Bergamo per qualche mese all’anno - io in moto vado muolto piano. Pericuolo” 


“…” 


“ Ho promesso a mia moglie quando noi due sposati che non farò mai più due cose: una è scalare di nuovo K2 e altra cosa è guidare moto. Due cose molto pericuolose. Pericuolosissime.” - mi piace come Denis usa gli aggettivi.  


Pericuolosissiume” rimarca parlando con il suo accento russo che stringe tutte le o e le mescola con le u


Il termine pericolosissimo, comunque, usato da uno che viene considerato uno dei più forti Himalaysti di tutti i tempi, uno che ha scalato tutti i 14 ottomila della terra senza ossigeno, due in inverno, cinque per vie nuove, uno che è stato candidato al Piolet d’Or per 5 volte vincendone due, ha un significato particolare, difficile da comprendere per me. Il fatto che Denis classifichi come “molto pericoloso” un trasferimento di cinque chilometri in scooter 50cc su un isola greca semideserta è quantomeno bizzarro. Mi fa pensare.


“Denis, le nostre non sono della moto - gli dico – sono degli scooterini del cacchio da 50cc. ”

  

“Si , ma è pericuoloso ugualmente” intanto guarda le abrasioni aperte sulla mia gamba e sul mio braccio. Anche io le guardo, con il sudore e il sole poi brucano tantissimo. Io ieri sono caduto. Che idiota.


Arriviamo alla base della falesia di Odissey e la costeggiamo per un tratto guardando all’insù fino ad arrivare al nostro settore. Ci imbraghiamo, cominciamo ad arrampicare.


“Emilio, tu prima”. 


Vado. Salgo, catena, mi calo, tocca a Denis. Denis non è particolarmente elegante o aggraziato nel muoversi sulla roccia, non è molto fluido ma ha una efficacia, un consistenza arrampicatoria straordinaria. Quello che è in grado di fare qui, in falesia, con le protezioni relativamente vicine e le scarpette d’arrampicata ai piedi, Denis è quasi in grado di farlo in montagna, a 8000 metri, con gli scarponi doppi. 


A pensarci bene direi che è questo il suo vero talento: riuscire a essere nell’arrampicata e nell’alpinismo quello che è nella vita di tutti i giorni. Denis è una persona generosa – forse la più generosa che conosco - caparbia, determinata, entusiasta, appassionata, che non lascia mai nulla di intentato e che allo stesso tempo non da nulla per certo o per scontato. Uno che si sa ancora sorprendere delle piccole cose e gode di ogni momento, anche quelli che noi consideriamo tempi morti o non-tempo, la transizione tra una cosa che stavamo facendo prima e una che faremo più tardi. 


Denis è uno che sa dire grazie a chiunque, senza imbarazzo e senza vergogna. 


“Vuoi?” dopo averlo calato mentre mi preparo ad arrampicare per il mio turno mi offre un succo di frutta  mirtillo-lampone che sta dentro a una gigantesca bottiglia da tre litri. Non esattamente una confezione comoda da portarsi nello zaino. Ne bevo un po’. Non ha un sapore buonissimo, anzi fa proprio schifo, in più è calda. E credo che se la stia portando dietro da almeno tre giorni. 


“Buona, no?” mi dice con un entusiasmo e una gioia fuori dal comune. 

“Buona, sì” - dico io - “Buona”.


Denis oggi quando salivamo lungo il sentiero ha voluto a tutti i costi prendere sulle spalle la sacca con la mia corda da 80 metri “Tu leader di spedizione oggi, io soltanto seguo” ha detto mettendosi la corda a tracolla, non c’è stato verso di tenermela in spalla. Mi viene da ridere. Denis è quasi certamente l’Himalaysta vivente più forte della nostra epoca, è un alpinista famoso in tutto il mondo, e io oggi in falesia a Kalymnos sono il suo capo spedizione. 


“Denis, mi prendi per il culo?” rido. 


Denis è serissimo, invece. “Oggi tu comanda”. 


Arrampicavo bene tanto tempo fa quando facevo solo quello, adesso faccio forse un grado e mezzo più di lui in falesia. A volte. E mi dice convinto che sono il suo capospedizione. Certe volte addirittura mi chiama "maestro di uso di piedi", seriamente. Non scherza mica. Denis adesso è senza maglietta e a piedi nudi in cima a un grande sasso, in mano tiene la bottiglia di succo di frutta da tre litri ai frutti di bosco. Beve e respira a pieni polmoni guardando verso Telendos. 


“Non c’era una bottiglia più grande?” chiedo ironico. “No” mi risponde serio. Non hanno ironia, io penso, in Russia. Prendono sempre tutto così maledettamente sul serio. Poi dopo qualche secondo si mette a ridere anche lui. 


“Era in offerta speciale, è buonissimuo, bevi ancora un po’, Emilio.” 


Prendo la bottiglia e ne bevo un sorso. E’ ancora più calda di prima ed è un po’ acida, gli riconsegno la bottiglia in mano facendo la faccia di uno che ha appena dato un morso a un limone acerbo. 


“Sorry Emilio. But it’s good for Energy. We need energy.”


You need energy in these days, Denis. Fai attenzione al Kangch. Mi raccomando.


‪#‎kangchennorth


Denis è un mio amico ed è anche il mio himalaysta preferito. E’ il mio eroe, se io fossi adolescente avrei un suo poster appeso sopra al comodino nella mia stanza. Alcune salite della sua carriera mi hanno lasciato senza parole come le nuove vie aperte con Serguey Samoilov sulla parete Sud-Ovest del Broad Peak, nel 2005 o la via nuova sulla parete Nord-Ovest del Manaslu nel 2006 o la salita al K2 lungo la North-West Ridge in ottobre, prima e unica volta nella storia che qualcuno è arrivato in cima al K2 in autunno; oppure ancora il capolavoro di via aperta nel 2009 sulla parete Sud Est del Cho Oyu con Boris Dedeshko. Salite leggendarie. Quando è in Italia e sta ad Albino io e Denis ci alleniamo spesso insieme in falesia. 


In questi giorni Denis è al Kangchenzonga a tentare un’altra delle sue incredibili vie. Tra qualche giorno tenta la cima. Probabilmente domenica 18 maggio. Io sono qui che lo seguo e aspetto. Lo penso e nel frattempo mi alleno in bici.  



giovedì 17 ottobre 2013

COSA E' UNA CORDATA.



C'era Alexander Megos che saliva sulla via più dura del Kalymnos Climbing Festival, l'8c+ che era l'unica via delle quattro vie che era resistita al suo salire senza cadere al primo tentativo. Era il secondo tentativo.

Era lì in parete Alexander, un puntino verde a tre quarti della via, compresso come una molla con un piede altissimo e il ginocchio davanti alla bocca, era lì che studiava i movimenti, che ragionava su come muoversi, su cosa fare, su dove andare. Alla base della via c'era Kilian Fishuber, che era il suo principale avversario, in gergo giornalistico bisognerebbe dire il suo rivale, in realtà l'unico punteggi alla mano, almeno fino a quel punto, che a Megos avrebbe potuto tentare di rimanergli davanti nella classifica finale. 

Kilian era lì sotto con la schiena piegata all'indietro e lo sguardo rivolto in alto che spiegava i movimenti al suo avversario, si arrampicava nell'aria muovendo le braccia su appigli immaginari e spiegava all'altro parlando in tedesco, Megos è tedesco e Kilian è austriaco. Kilian quella via l'aveva appena finita di provare, ce l'aveva ancora tutta in memoria, appiglio dopo appiglio. La voce di Kilian rimbombava sulle pareti gialle dello strapiombo e poi il vento la portava in alto, il pubblico stava tutto in religioso silenzio ad ascoltare come se a parlarsi fossero due extraterrestri che si dicevano tra loro di cose non comprensibili in un linguaggio altrettanto incomprensibile, io ero dall'altra parte della parete a fotografare e a godermi la scena, di fronte, seduto su un sasso. 

A un certo punto Megos ha fatto un movimento con i piedi e ha liberato una mano, ha preso un appiglio con la sinistra ed è uscito da una specie di impasse e si è avviato a concludere, sopra era più facile, c'era Kilian che faceva il tifo per lui, che applaudiva e urlava, era chiaro che a quel punto la competizione stava per finire e che a vincerla sarebbe stato Megos. La gioia di Kilian Fishuber era sincera, abbondante, pura. Era gioia per il suo principale avversario, colui che lo aveva appena battuto e lo aveva relegato al secondo posto in classifica, e questa cosa che Kilian continuasse ad applaudire e a gioire lealmente è per me qualcosa di straordinario, di bellissimo, la ragione per cui sono felice di pensare all'arrampicata sportiva come alla origine della mia storia sportiva, come al codice genetico di ciascuna delle cose che provo a fare quando mi metto un pettorale sulla schiena o quando cerco di battere me stesso andando oltre i miei limiti. 

Le gare di arrampicata non possiamo definirle sport, non quelle come questa del Kalymnos Climbing Festival perlomeno, perché nello sport c'è chi vince e c'è chi perde, c'è una classifica con dei numeri e una scala di valori e qui invece c'è molto di più, oltre ad esserci un primo classificato e un secondo e un terzo e così via, qui c'è soprattutto l'idea della cordata. Anche se non ci si lega insieme l'idea del sodalizio con il tuo compagno di cordata, con i tuoi compagni che sono anche i tuoi avversari, rimane tuttora integro nelle gare di arrampicata, come un valore, come nell'alpinismo, come la vera forza motrice che unisce l'arrampicata sportiva all'esplorazione. 

Le gare di arrampicata come quella che ho visto a Kalymnos non sono alpinismo e non sono competizione. Non sono neanche sport. Sono un'altra cosa, qualcosa di più, una cosa bellissima per la quale forse, a questo punto, dovremmo inventare un nome diverso. 

Che poi a pensarci bene, per cominciare, una parola ce l'abbiamo di già, e quella parola è: Festival.