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lunedì 16 marzo 2015

ON NE MARCHE QU'UNE FOIS SUR LA LUNE.

Ciascuno di noi nel proprio intimo, sa di avere camminato almeno una volta sulla Luna. Chi non lo ha ancora fatto prima o poi lo farà o almeno questo è quello che bisogna augurarsi, questa è la speranza. Andare più in là, oltre, lasciandosi tutto alle spalle per cercare un senso, per dare valore ad una vita intera. Non sempre la nostra esperienza personale verrà condivisa, non necessariamente si tratterà di qualcosa di estremo o di eccitante, di grandioso, di interessante, non sempre gli altri capiranno o sapranno, di noi e di quel momento in cui la nostra vita e le nostre certezze sono state in bilico e il nostro destino si è probabilmente compiuto. Abbiamo mollato i freni e siamo andati. Via. In un luogo che non è un luogo ma è piuttosto uno stato della mente. Al nostro ritorno, dopo quella volta, non eravamo più gli stessi di prima.

E' probabilmente in questo punto di contatto con la normalità, con la vita quotidiana di ciascuno di noi il senso profondo ed universale dell'alpinismo, sempre che l'alpinismo un senso ce l'abbia: lo scopo dell' alpinismo non è conquistare ma casomai esplorare. Indagare le possibilità. Più che dare risposte l'alpinismo si occupa delle domande, si occupa di accoglierle. Non si tratta di tramutare l'impossibile in possibile come sostengono alcuni, quanto di accettare l'idea dell'incognito come una possibilità ed andargli incontro, consapevolmente. Si tratta di una ricerca infinita che a volte richiede lo sforzo di andare fin sulla Luna e altre volte, no. A volte basta guardarsi intorno e provare con coraggio, nel nostro piccolo, a cambiare. Fare un passo in una direzione diversa. Insistere e perseverare. Non voltarsi mai indietro, mai.

Il resto poi, vien da sé.

On ne marche qu'une fois sur la lune - La bande annonce from Editions Guérin on Vimeo.

giovedì 6 novembre 2014

ERMANNO GIA' LO FACEVA.

Poco tempo fa sono stato a un meeting in cui la parola storytelling sarà stata usata in due giorni almeno cento volte. Anche di più. Centocinquanta. Duecento. Trecento, forse. Da parte di tutti. Ed è una cosa curiosa perché sempre allo stesso tipo di riunione fino a poco tempo fa, fino a qualche anno fa, nessuno usava mai la parola "storytelling". Oggi sembra che il significato della parola "storytelling" lo sappiano tutti e che tutti lo sappiano fare, lo "storytelling", anche se a me non pare.

Storytelling non vuole dire raccontare delle storie. Che degli affari propri o della pubblicità, o dell'advertising camuffato alla gente, interessa poco o niente. Fare storytelling significa parlare attraverso il racconto, che è una cosa diversa. Significa fondare un universo narrativo e connettersi emotivamente con la propria audience rendendola partecipe del viaggio verso il nostro destino. O una cosa del genere.

Non è nemmeno una cosa tanto nuova tra l'altro, lo storytelling come tecnica di narrazione del proprio brand. Guardate qui, ad esempio. Questo è un piccolo cortometraggio-capolavoro di Ermanno Olmi che a cavallo tra gli anni '50 e '60 aveva realizzato per conto di Edisonvolta, l'azienda per cui lavorava come dipendente, dei piccoli cortometraggi sulla attività industriale della azienda, tra cui questo. Si intitola: "Il Pensionato". Opera d'arte.

Con l'intraprendenza e il metodo del bravo artigiano, senza nessuna esperienza specifica alle spalle, il giovane Ermanno Olmi (vi ho già detto che era di Bergamo? Nato alla Malpensata dove fanno il mercato tutti i lunedì) tra il 1953 e il 1961 realizzò decine di documentari raccontando storie di uomini che sono fondamentalmente - insieme al know-how- il patrimonio più grande su cui una azienda possa contare. Olmi raccolse, trattò e raccontò storie della azienda per cui sia lui che i protagonisti dei suoi film erano al lavoro. Si tratta di un concetto di avanguardia, prendere un dipendente e fargli raccontare la propria azienda attraverso le storie dei suoi uomini. E' il lavoro che tanti giovani oggi vorrebbero fare e che piace fare anche a me. Certe volte anche, capita che me lo fanno fare.

Tra l'altro nel rendere merito a Olmi credo anche si debba rendere merito alla sua azienda e al concetto pionieristico per l'epoca di "raccontare il proprio brand"- così si dice oggi. E già che ci siamo rendiamo merito anche a Feltrinelli, che ha recentemente pubblicato un dvd con alcuni di questi documentari di Ermanno Olmi.

Ho visto molti di questi cortometraggi di Olmi, affascinato dalla sua capacità di travasare le atmosfere e il reale nella narrazione cinematografica, con un uso coraggioso delle sequenze, dei personaggi e soprattutto dei silenzi. Ci vuole del carattere per raccontare delle storie partendo dai silenzi.

Silenzi e coraggio. Carattere. Pazienza. Tutte qualità che fanno parte del dna Orobico e che ho l'impressione ai giorni nostri, nello storytelling moderno, secondo alcuni esperti almeno, si faccia fatica a raccontare.

Olmi già lo faceva. Sessanta anni fa.

domenica 3 agosto 2014

UN LIBRO BRUTTO E UNO BELLO.

Non si può sconsigliare mai, a nessuno, per nessun motivo, la lettura di un libro. Ci mancherebbe.

I libri che siano belli o che siano brutti vale sempre la pena leggerli o perlomeno tentarci. Poi - è un diritto fondamentale del lettore, Merci Monsieur Pennac - si può sempre saltare le pagine o lasciarli a metà.

Certo però si può sempre sconsigliare l'acquisto di un libro - anche questo è un diritto, coalizzarsi per evitare lo spreco - quindi io vi sconsiglio l'acquisto di "Figuracce", edito da Einaudi, 17.50€ che non dimentichiamolo sono circa 34mila delle vecchie lire porca-puttana-zozza, libro pompatissimo e superpromosso che nonostante un paio di racconti interessanti e scritti bene non tiene fede alla sua promessa narrativa, anzi della promessa narrativa: "Durante una cena estiva, dopo aver bevuto un po', otto scrittori cominciano a confessarsi le peggiori figuracce della loro vita" se ne sbatte proprio.

Ma si sa, a luglio e agosto il pubblico è più ampio e soprattutto distratto, poi si tratta di racconti brevi e con poco sforzo uno il libro, anche soltanto per principio o per orgoglio, senza incazzarsi e per dire che lo ha finito, lo finisce.

Vi consiglio invece, anche se non siete particolarmente interessati al tema fotografia "Lezioni di Fotografia" di Luigi Ghirri, Ed.Quodlibet. E' un libro bellissimo e interessantissimo che piacerà a chi è attento alla composizione non solo come strumento espressivo della immagine fotografica o pittorica ma anche a chi pensa alla composizione come a una opportunità di combinazione di tutti i tipi di linguaggio e di espressione possibile e immaginabile.

Luigi Ghirri tenta di dire - anzi, dice - perché e come, consapevolmente o inconsapevolmente, un fotografo, un artista o uno scrittore è sempre in qualche modo influenzato contemporaneamente sia dal contesto che ha da una parte, alle sue spalle e intorno, sia dall'altra, di fronte a sé, oltre all'obiettivo. "Il fotografo rappresenta il punto di equilibrio tra la nostra interiorità e ciò che sta all'esterno, che vive fuori di noi." Wow.

Certo, se quello che cercate nei libri e nelle cose che leggete è una lista veloce di 10 cose da fare per riuscire a, magari con delle frasi riepilogo evidenziate in carattere grassetto, nemmeno questo di libro fa per voi. Quindi non leggetelo.

Anzi, non compratelo proprio, che anche questo costa 22€.
Cioè 43mila delle vecchie Lire.