Un po' di tempo fa abbaiamo portato mio figlio da un medico per una problema ricorrente e per risolvere il suo disagio gli sono state prospettate due possibilità, una soluzione chirurgica e una farmaceutica. Nel primo caso si tratta di un intervento un po' fastidioso e - forse - risolutivo, che ci hanno sconsigliato di fare alla sua età; nel secondo un trattamento con una serie di 10 iniezioni mensili, a quanto pare qualche volta un po' dolorose o fastidiose.
Mio figlio è grande ormai, quindi abbiamo proposto a lui di decidere in autonomia che cosa fare e lui dopo averci pensato un po' su ha detto che si teneva il suo problema così come era o che eventualmente, se proprio, tra un po' si faceva operare. Io mi sono cercato di informare circa che cosa fosse questo trattamento rivoluzionario e non so come sono giunto alla conclusione che ciascuna delle 10 iniezioni avesse un costo unitario di 1200€. Minchia. Non chiedetemi come ho fatto ad arrivare a sapere questa cosa. Andiamo avanti.
Appurato che si trattasse di un trattamento mutabile oltre che innovativo, ho suggerito a mio figlio di provare questa seconda soluzione, ad operarsi avrebbe sempre fatto in tempo. Mio figlio però era sempre più titubante, anzi a dirla tutta era sempre più convinto di non farsi le punture, tenersi il suo disagio, e vada via i ciàp. Io, lì, ho pensato che a quel punto dovevo intervenire e assumere in pieno il mio ruolo di padre. Queste punture da fare o da non fare erano una ottima occasione educativa, la metafora perfetta di altre situazioni della vita in cui devi dare un po', se vuoi ricevere un po'.
Allora, cominciando a parlare dalle punture e del disagio che provocano - una sera, a tavola, c'era tutta la famiglia riunita e quindi anche le altre mie due figlie - mi sono avventurato a parlare di massimi sistemi, del mondo, della vita, ho tirato in ballo le opportunità che il progresso e la ricerca ci offrono, il sistema sanitario nazionale "che non è poi tanto male qui in Italia che ci passa con la mutua quei medicinali qui d'avanguardia....in America, invece..."; ho affrontato il tema dell'apprezzare quello che abbiamo, del fatto che non possiamo sempre e solo prendere quello che ci piace e che ci conviene, eccetera, eccetera, eccetera. Robe pallose che però ogni tanto un padre deve dire.
Alla fine Daniele è giunto alla conclusione che avrebbe fatto le punture, che era la soluzione migliore. Oggi siamo andati a comprarle, mi chiedevo come poteva essere fatta una puntura da 1200€ e soprattutto quanto e come l'avrei dovuta pagare. O meglio, non pagare, al massimo il ticket, da bravo e giudizioso cittadino contribuente.
Alla farmacia è andata mia moglie e poi prima di andare da un'altra parte è tornata indietro a casa a darmi il medicinale da mettere subito in frigorifero. Beh, ovvio, un medicinale da 1200€ - mi sono detto - deve essere una cosa talmente speciale che bisogna tenerlo in frigorifero. Mentre lei arrivava io mi sono messo in fondo alle scale fuori dal cancello ad aspettare, per fare prima con il trasporto in frigorifero. Quando lei è arrivata e mi ha passato dal finestrino questa scatolina bianca e azzurra io l'ho presa sul palmo delle mani come - per quanto mi ricordo - ti davano l'ostia il giorno della prima comunione. Adesso mi pare che te la diano direttamente in bocca, comunque andiamo avanti. La scatola era fredda-gelata, si capiva che arrivava da un'altro frigo. Una scatolina abbastanza anonima, da medicinale generico, tra l'altro. Pensa te la scienza mi sono detto, niente marketing e tutta sostanza. Una confezione così semplice eppure è così costosa. Chissà quanto fa bene. Sul medicinale c'era una scritta 1.200.000 UI che vuol dire unità, è un antibiotico. Allora mi ha preso un dubbio e ho chiesto a mia moglie: " Ma è la medicina da 1200€?" Si è messa a ridere e mi ha guardato come un deficiente e mi ha detto di no: "Non costa 1200€" ma io non capivo.
Sono salito di sopra in casa e ho messo il medicinale in frigo. Poi, prima di scrivere tutta questa cosa qui che state leggendo, mi sono messo davanti al computer e ho digitato il nome del medicinale e mi è uscita una scheda del farmaco. E anche il prezzo. Costa 24€. Non 1200. Fermi però, la storia non è finita. Prima costava 2€, poi 24€. L'aumento è stato del 1200%, il farmaco è passato dalla fascia A alla fascia C, per decreto. In un giorno, taak. E certo, siamo in Italia, mi sono detto. Forse la confusione quando mi hanno spiegato è nata lì, 1200%, 1200€.
Comunque adesso io ho un problema. Oggi Daniele tornerà da scuola e gli diremo che abbiamo finalmente comprato il medicinale costosissimo rivoluzionario e che deve fare la puntura e immagino che questo medicinale lo vorrà vedere e mi chiederà - ne sono sicuro: "Ma veramente costa 1200€ sta robina qui?".
Ecco.
Io sto pensando alla risposta da dare, per non tradire i concetti del mio pippone dell'altro giorno e poi insomma anche per difendere la questione di principio, i massimi sistemi. Della figura da vecchio rincoglionito che l'ho già fatta una volta, va beh, di quella non mi interessa. Potrei digli che l'Italia è un paese di merda in cui lo Stato a una azienda privata offre il diritto di aumentare il prezzo di un prodotto che viene venduto in farmacia del 1200%. Come se niente fosse.
Come se da domani ad esempio, un litro di benzina costasse circa 20€.
E invece gli dirò: "Ehy, bócia, ci sei cascato, eh? Ma quando è che cresci?"
Però secondo me, non se la beve.
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venerdì 26 settembre 2014
venerdì 19 settembre 2014
SCURDAMMOCE 'O PASSATO.
Jens Voigt mi sta simpatico. E' alto un metro e novanta e ha due gambe così. Ha 43 anni quindi sportivamente parlando è un vecchietto. E ha sei figli. A me se uno è ha più di due figli, d'ufficio, mi sta già simpatico. Io ne ho tre, di figli. Voigt il doppio di me. Simpaticissimo, lui.
Una volta in un intervista gli ho sentito dire che quando uno sente di essere al limite, quando uno sta andando a tutta e il suo corpo alla fine di una gara a cronometro o alla fine di una salita gli urla di mollare, di smettere, che non vuole soffrire più, uno al suo cuore, ai suoi polmoni, al suo fegato, ai suoi muscoli gli deve dire di stare zitti e di ascoltare la mente. La mente è tutto. La mente comanda. "Shut up, legs", state zitte, gambe. Dovete pedalare, è il cervello che ve lo dice. Cioè, io. Me. Me medesimo. E' una frase così bella, un modo di pensare e in fondo di esistere così bello, puro, basato sulla perseveranza, sull' essere ostinati, determinati, convinti che se solo avessi un po' più di coraggio quella frase me la tatuerei sulle gambe. "Shut up, legs". In piccolo, da qualche parte.
Ieri Voigt per festeggiare la fine della sua carriera di ciclista professionista ha deciso di tentare di battere il record dell'ora, come ultima sfida. Ci ha provato e in un ora ha percorso 51,115 km che vuol dire andare forte. Molto forte. Ha anche stabilito un record, a quanto pare. Ecco, mi immagino voi che leggete adesso, voi che di ciclismo non vi interessate tanto che state tentando di richiamare alla mente qualche flashback della vostra giovinezza. Anno 1984, Città del Messico. Francesco Moser. Tutino aderente bianco e blu con scritta Tuc Gis Gelati. Niente casco, cuffietta di lycra in testa tipo quella che ci si metteva per andare in piscina con su scritto Enervit. Ruote lenticolari. Ma non lo aveva battuto lui, il record? Prima 50 e qualcosa. Poi 51,151 km. In un ora.
Sì, è esatto. Forse voi non lo sapete ma ci sono nuove regole nel ciclismo, l'UCI a maggio di quest'anno ha deciso di rilanciare il record dell'ora e di dare un bel colpo di spugna al suo passato. Una operazione di restyling meditato e profondo. Un progetto ben preciso, a pensarci bene, devono averci studiato su bene. Il record dell'ora è una performance umana estrema che metteva in imbarazzo il governo mondiale del ciclismo. Imbarazzo pesante. Gli ultimi venti anni sono stati i più bui della intera storia del ciclismo, l'intera credibilità dello sport è stata messa in ginocchio dal doping. E dall'antidoping, dobbiamo anche dire. Da quell'altalena di performance mostruose e di squalifiche tardive che si rincorrevano non per mesi o settimane ma per anni, troppi, pateticamente in certi casi, con squalifiche che tentavano di cancellare non vittorie, intere carriere sportive. Vedi Armstrong, ad esempio. 7 tour de France, fuiishhht. Spariti in un soffio.
L'UCI a maggio dello scorso anno ha deciso di fare una bel gioco di prestigio, i giochi di prestigio sono quei trucchi dove tu sposti l'attenzione dello spettatore su una cosa mentre con le mani - ma devi essere bravo, e veloce - fai dell'altro. E insomma così, in corsa, dopo venti anni di pensa e ripensa, tira e molla, dopo vent'anni di soffocamento e morte tecnica del record dell'ora l'UCI, passando da Moser a Rominger al geniale O'Bree fino al semi sconosciuto Sosenka, ha cambiato strategia, cambiando le regole del gioco. Le biciclette. Il problema del record dell'ora, a quanto si è appreso a maggio e a quanto scrivono oggi quasi tutti i giornali, erano le biciclette. Non gli atleti o chi li doveva controllare. Le bici.
E così - con tutta la simpatia che ho per Voigt - ci ritroviamo con un record dell'ora nuovo fiammante che non è nemmeno superiore a quello di Moser dell' 84, che correva quando non avevano ancora inventato la tecnologia del carbonio, i telai in carbonio, le ruote ad alto profilo, i manubri aerodinamici e poi i cardiofrequenzimetri, i powermeter, insomma tutto quello che c'è nel ciclismo di adesso, oltre al doping, che quello già c'era. L'UCI - e certi giornali - ci vogliono convincere che il reset del record dell'ora è stato fatto ed era necessario. Che la bicicletta di Voigt di ieri era meno tecnologica di quella di Moser dell'84.
Ecco, a me oggi, con tutta la simpatia che ho per Voigt, mentre leggevo stamattina su La Gazzetta dello Sport di questo nuovo record mi è venuto in mente quel film di Benigni, Johnny Stecchino, dove lui va a Palermo e gli succedono un sacco di avventure rocambolesche collegate alla vita malavitosa e alla mafia e c'è questo dialogo con l'avvocato D'Agata mentre sono in macchina e lui insomma, l'avvocato, con tono convinto, dopo un lunghissimo e bellissimo discorso, condivisibilissimo, dice che la piaga di Palermo, è il traffico.
Ma veramente?
Una volta in un intervista gli ho sentito dire che quando uno sente di essere al limite, quando uno sta andando a tutta e il suo corpo alla fine di una gara a cronometro o alla fine di una salita gli urla di mollare, di smettere, che non vuole soffrire più, uno al suo cuore, ai suoi polmoni, al suo fegato, ai suoi muscoli gli deve dire di stare zitti e di ascoltare la mente. La mente è tutto. La mente comanda. "Shut up, legs", state zitte, gambe. Dovete pedalare, è il cervello che ve lo dice. Cioè, io. Me. Me medesimo. E' una frase così bella, un modo di pensare e in fondo di esistere così bello, puro, basato sulla perseveranza, sull' essere ostinati, determinati, convinti che se solo avessi un po' più di coraggio quella frase me la tatuerei sulle gambe. "Shut up, legs". In piccolo, da qualche parte.
Ieri Voigt per festeggiare la fine della sua carriera di ciclista professionista ha deciso di tentare di battere il record dell'ora, come ultima sfida. Ci ha provato e in un ora ha percorso 51,115 km che vuol dire andare forte. Molto forte. Ha anche stabilito un record, a quanto pare. Ecco, mi immagino voi che leggete adesso, voi che di ciclismo non vi interessate tanto che state tentando di richiamare alla mente qualche flashback della vostra giovinezza. Anno 1984, Città del Messico. Francesco Moser. Tutino aderente bianco e blu con scritta Tuc Gis Gelati. Niente casco, cuffietta di lycra in testa tipo quella che ci si metteva per andare in piscina con su scritto Enervit. Ruote lenticolari. Ma non lo aveva battuto lui, il record? Prima 50 e qualcosa. Poi 51,151 km. In un ora.
Sì, è esatto. Forse voi non lo sapete ma ci sono nuove regole nel ciclismo, l'UCI a maggio di quest'anno ha deciso di rilanciare il record dell'ora e di dare un bel colpo di spugna al suo passato. Una operazione di restyling meditato e profondo. Un progetto ben preciso, a pensarci bene, devono averci studiato su bene. Il record dell'ora è una performance umana estrema che metteva in imbarazzo il governo mondiale del ciclismo. Imbarazzo pesante. Gli ultimi venti anni sono stati i più bui della intera storia del ciclismo, l'intera credibilità dello sport è stata messa in ginocchio dal doping. E dall'antidoping, dobbiamo anche dire. Da quell'altalena di performance mostruose e di squalifiche tardive che si rincorrevano non per mesi o settimane ma per anni, troppi, pateticamente in certi casi, con squalifiche che tentavano di cancellare non vittorie, intere carriere sportive. Vedi Armstrong, ad esempio. 7 tour de France, fuiishhht. Spariti in un soffio.
L'UCI a maggio dello scorso anno ha deciso di fare una bel gioco di prestigio, i giochi di prestigio sono quei trucchi dove tu sposti l'attenzione dello spettatore su una cosa mentre con le mani - ma devi essere bravo, e veloce - fai dell'altro. E insomma così, in corsa, dopo venti anni di pensa e ripensa, tira e molla, dopo vent'anni di soffocamento e morte tecnica del record dell'ora l'UCI, passando da Moser a Rominger al geniale O'Bree fino al semi sconosciuto Sosenka, ha cambiato strategia, cambiando le regole del gioco. Le biciclette. Il problema del record dell'ora, a quanto si è appreso a maggio e a quanto scrivono oggi quasi tutti i giornali, erano le biciclette. Non gli atleti o chi li doveva controllare. Le bici.
E così - con tutta la simpatia che ho per Voigt - ci ritroviamo con un record dell'ora nuovo fiammante che non è nemmeno superiore a quello di Moser dell' 84, che correva quando non avevano ancora inventato la tecnologia del carbonio, i telai in carbonio, le ruote ad alto profilo, i manubri aerodinamici e poi i cardiofrequenzimetri, i powermeter, insomma tutto quello che c'è nel ciclismo di adesso, oltre al doping, che quello già c'era. L'UCI - e certi giornali - ci vogliono convincere che il reset del record dell'ora è stato fatto ed era necessario. Che la bicicletta di Voigt di ieri era meno tecnologica di quella di Moser dell'84.
Ecco, a me oggi, con tutta la simpatia che ho per Voigt, mentre leggevo stamattina su La Gazzetta dello Sport di questo nuovo record mi è venuto in mente quel film di Benigni, Johnny Stecchino, dove lui va a Palermo e gli succedono un sacco di avventure rocambolesche collegate alla vita malavitosa e alla mafia e c'è questo dialogo con l'avvocato D'Agata mentre sono in macchina e lui insomma, l'avvocato, con tono convinto, dopo un lunghissimo e bellissimo discorso, condivisibilissimo, dice che la piaga di Palermo, è il traffico.
Ma veramente?
lunedì 1 settembre 2014
CIAO FAUSTO.
A me stare ad ascoltare o leggere Bertinotti è sempre piaciuto, come Mario Capanna del resto, che è stato uno dei riferimenti più importanti della mia giovinezza. Ho sempre avuto la sensazione di averne bisogno di persone come Bertinotti nel mio orizzonte culturale, ho sempre pensato che lui fosse uno di quelli che mi spiegava in mondo, un uomo in grado di leggere i fatti e le contemporaneità alla luce della storia e della cultura. Uno che mi diceva delle cose che io da solo non ero in grado di capire fino in fondo e anche per questo per un certo periodo della mia vita io l'ho anche votato. Con convinzione. Con fiducia. Poi uno che mentre dialoga e struttura i suoi pensieri ha la lucidità e coraggio sufficiente per iniziare le frasi dicendo "Io penso" è senza dubbio un uomo in gamba, almeno secondo me.
Poi a un certo punto ho avuto la sensazione che cominciasse un po' a vacillare, mi spiego: non l'uomo, di cui ho sempre conservato e conservo grande stima, quanto le sue convinzioni. A un certo punto ho avuto la sensazione che certe convinzioni, certe visioni si avvitassero su se stesse e si impigliassero dall'interno in una serie irrazionale e illogica di certezze che mi pareva, mi pare, fossero andate via per la tangente. I conti cominciavano a non tornarmi e avevo la sensazione di pensare più da sostenitore di partito che da uomo libero. E' da quel momento grossomodo che ho anche smesso di comprare Il manifesto che voglio precisare, non era l'unico giornale che leggevo.
Da un certo punto in avanti leggere il manifesto, quasi all'improvviso come in una epifania, mi risultava difficile, addirittura irritante, perché mi sembrava distante dalla realtà che io vivevo, distante dal mondo. Distante dalla gente normale. Il giornale mi sembrava snob e intellettualoide, penso che lo fosse. Ma Fausto no, Fausto valeva sempre la pena di fermarsi ad ascoltarlo.
Una volta in uno di quei programmi che ti fanno delle domande imbarazzanti e un po' scemotte, credo che fossero Le Iene, chiesero a Bertinotti di spiegare la differenza tra una email e un sito internet. Una domanda semplice, elementare: spiegare la differenza tra un indirizzo che contiene un @ e uno che inizia con www. La risposta fu allucinante. Voglio dire, eravamo a metà degli anni '90, quella era l'epoca in cui si parlava continuamente e si tentava di comprendere cosa fosse la globalizzazione e si parlava di digital divide e di come avremmo dovuto immaginare e costruire concretamente il nostro futuro se lo volevamo libero. Bertinotti, l'uomo che avevo sentito maneggiare con fluidità e competenza temi giganteschi che avevano a che vedere con la libertà, con la cultura, con la storia, con la politica, con il sindacato, con il lavoro, con il futuro, con il vivere sociale, con la religione, con l'arte, con la filosofia, non era in grado di rispondere. Fu uno shock.
Diede una risposta imbarazzante, completamente insensata. Non sapeva spiegare la differenza.
Qualcosa da quel momento in avanti dentro di me si è ruppe, un po' come quando capita che hai a che fare con una donna di cui credi di essere innamorato, che pensi di amare e all'improvviso, perché è successo un fatto minimo e banale che però riassume la tua e la sua visione del mondo, non ne vuoi più sapere. Mentre la baci tieni gli occhi aperti e cominci ad avvertire nella sua bocca un sapore diverso a cui prima non facevi caso; i capelli sul collo hanno un modo di stare all'aria che non ti piace più; nel suo modo di ragionare, nel modo in cui ti guarda quella donna, in cui ti parla o ti ascolta o non ti ascolta, c'è qualcosa che non ti va più bene. Non lo tolleri più. Non lo trovi più accettabile o credibile. Pensi che lei non ti ama, o forse sì ma pensi anche che lei ama di più se stessa, più di te.
Forse il futuro di questo paese sarebbe stato un'altra cosa se noi anziché sopportare la tiritera delle frequenze televisive più o meno illegittimamente assegnate alle reti di Berlusconi e le chiacchiere e le prese di posizione intellettualoidi e snob e inconcludenti sul conflitto di interessi, avessimo costruito un sistema informatico in grado di bypassare lo strapotere mediatico della tv e di competerci alla pari, non tanto con le destre ma con il progresso e insomma, con un certo modo soltanto politico e partitico di pensare al mondo. La vera lungimiranza politica sarebbe stata quella di pensare all'individuo come unità fondamentale del mondo libero, anziché come consumatore. Perché è così che sono andate le cose. Conoscere il funzionamento e i potenziali della rete, oltre al resto, ci avrebbe aiutato.
Credo che la libertà, negli anni '90 in Italia, e la nostra crescita economica e sociale sia stata fortemente limitata dalla impossibilità di relazionarci e interagire in modo libero con il resto del mondo grazie all'utilizzo della rete. Tra la fine degli anni '80 e la fine dei '90 il mondo stava per subire una accelerazione, per affrontare un cambiamento che richiedeva per essere affrontato grande lucidità e lungimiranza e competenza. Grande prontezza. Il mondo in quei dieci anni è cambiato molto probabilmente più che nei dieci secoli precedenti. E tu, Fausto, quando quel giorno a quella domanda facile facile fu evidente che non sapevi rispondere, dicesti che non erano cose di cui ti occupavi, che non era il tuo campo. Che non era fondamentale saperla, la differenza tra un indirizzo email e uno web.
Non importa, ve bene così.
Le cose sono andate come sono andate e io, con disincanto, con maggior distacco, con lucidità, adesso che sono diventato grande e non leggo più il manifesto continuo ad apprezzare le cose che dici, la logica dei tuoi ragionamenti, la semplicità con cui sai leggere e ricostruire la storia contemporanea per renderla comprensibile. Continuo ad avere bisogno del tuo saper leggere e ricostruire e collocare i fatti, e prendo quello che dici per quello che mi può servire, per quello che posso rielaborare in altri ragionamenti miei, in altre visioni.
Non avevo mai sentito nessuno dire che le dimissioni di Papa Ratzinger fossero l'atto più rivoluzionario della nostra epoca, hai ragione. Non ci avevo mai pensato, non come hai fatto tu, come hai spiegato ieri. Dentro a quel gesto coraggioso si riassume una visione del mondo che forse noi non siamo ancora pronti ad affrontare. O forse lo siamo ma semplicemente, consciamente o inconsciamente non vogliamo. Il mondo ha bisogno di persone come te, Fausto.
Grazie per quello che hai detto ieri a Todi, è stata una boccata di ossigeno, qualcuno lo prenderà per un mea culpa il tuo, e forse lo è. Spero lo sia e anche, più o meno inconsciamente, spero che non lo sia. Spero soprattutto che non sia l'anticamera del desiderio di tornare di nuovo al centro della scena politica perché lo hai detto tu stesso: il tuo progetto - mettiemola così, il nostro, io ti ho votato - è fallito.
Lo hai detto, non è da tutti.
Continua a parlare, io ti leggerò, ti ascolterò, capisco che ho bisogno come l'aria di tutti quei ragionamenti e di quei "Io penso" in cui spesso mi riconosco. Ma sentirti parlare da uomo di partito anziché da uomo libero, ecco io quello proprio non lo sopporterei.
Non farlo. Anzi, non rifarlo.
Poi a un certo punto ho avuto la sensazione che cominciasse un po' a vacillare, mi spiego: non l'uomo, di cui ho sempre conservato e conservo grande stima, quanto le sue convinzioni. A un certo punto ho avuto la sensazione che certe convinzioni, certe visioni si avvitassero su se stesse e si impigliassero dall'interno in una serie irrazionale e illogica di certezze che mi pareva, mi pare, fossero andate via per la tangente. I conti cominciavano a non tornarmi e avevo la sensazione di pensare più da sostenitore di partito che da uomo libero. E' da quel momento grossomodo che ho anche smesso di comprare Il manifesto che voglio precisare, non era l'unico giornale che leggevo.
Da un certo punto in avanti leggere il manifesto, quasi all'improvviso come in una epifania, mi risultava difficile, addirittura irritante, perché mi sembrava distante dalla realtà che io vivevo, distante dal mondo. Distante dalla gente normale. Il giornale mi sembrava snob e intellettualoide, penso che lo fosse. Ma Fausto no, Fausto valeva sempre la pena di fermarsi ad ascoltarlo.
Una volta in uno di quei programmi che ti fanno delle domande imbarazzanti e un po' scemotte, credo che fossero Le Iene, chiesero a Bertinotti di spiegare la differenza tra una email e un sito internet. Una domanda semplice, elementare: spiegare la differenza tra un indirizzo che contiene un @ e uno che inizia con www. La risposta fu allucinante. Voglio dire, eravamo a metà degli anni '90, quella era l'epoca in cui si parlava continuamente e si tentava di comprendere cosa fosse la globalizzazione e si parlava di digital divide e di come avremmo dovuto immaginare e costruire concretamente il nostro futuro se lo volevamo libero. Bertinotti, l'uomo che avevo sentito maneggiare con fluidità e competenza temi giganteschi che avevano a che vedere con la libertà, con la cultura, con la storia, con la politica, con il sindacato, con il lavoro, con il futuro, con il vivere sociale, con la religione, con l'arte, con la filosofia, non era in grado di rispondere. Fu uno shock.
Diede una risposta imbarazzante, completamente insensata. Non sapeva spiegare la differenza.
Qualcosa da quel momento in avanti dentro di me si è ruppe, un po' come quando capita che hai a che fare con una donna di cui credi di essere innamorato, che pensi di amare e all'improvviso, perché è successo un fatto minimo e banale che però riassume la tua e la sua visione del mondo, non ne vuoi più sapere. Mentre la baci tieni gli occhi aperti e cominci ad avvertire nella sua bocca un sapore diverso a cui prima non facevi caso; i capelli sul collo hanno un modo di stare all'aria che non ti piace più; nel suo modo di ragionare, nel modo in cui ti guarda quella donna, in cui ti parla o ti ascolta o non ti ascolta, c'è qualcosa che non ti va più bene. Non lo tolleri più. Non lo trovi più accettabile o credibile. Pensi che lei non ti ama, o forse sì ma pensi anche che lei ama di più se stessa, più di te.
Forse il futuro di questo paese sarebbe stato un'altra cosa se noi anziché sopportare la tiritera delle frequenze televisive più o meno illegittimamente assegnate alle reti di Berlusconi e le chiacchiere e le prese di posizione intellettualoidi e snob e inconcludenti sul conflitto di interessi, avessimo costruito un sistema informatico in grado di bypassare lo strapotere mediatico della tv e di competerci alla pari, non tanto con le destre ma con il progresso e insomma, con un certo modo soltanto politico e partitico di pensare al mondo. La vera lungimiranza politica sarebbe stata quella di pensare all'individuo come unità fondamentale del mondo libero, anziché come consumatore. Perché è così che sono andate le cose. Conoscere il funzionamento e i potenziali della rete, oltre al resto, ci avrebbe aiutato.
Credo che la libertà, negli anni '90 in Italia, e la nostra crescita economica e sociale sia stata fortemente limitata dalla impossibilità di relazionarci e interagire in modo libero con il resto del mondo grazie all'utilizzo della rete. Tra la fine degli anni '80 e la fine dei '90 il mondo stava per subire una accelerazione, per affrontare un cambiamento che richiedeva per essere affrontato grande lucidità e lungimiranza e competenza. Grande prontezza. Il mondo in quei dieci anni è cambiato molto probabilmente più che nei dieci secoli precedenti. E tu, Fausto, quando quel giorno a quella domanda facile facile fu evidente che non sapevi rispondere, dicesti che non erano cose di cui ti occupavi, che non era il tuo campo. Che non era fondamentale saperla, la differenza tra un indirizzo email e uno web.
Non importa, ve bene così.
Le cose sono andate come sono andate e io, con disincanto, con maggior distacco, con lucidità, adesso che sono diventato grande e non leggo più il manifesto continuo ad apprezzare le cose che dici, la logica dei tuoi ragionamenti, la semplicità con cui sai leggere e ricostruire la storia contemporanea per renderla comprensibile. Continuo ad avere bisogno del tuo saper leggere e ricostruire e collocare i fatti, e prendo quello che dici per quello che mi può servire, per quello che posso rielaborare in altri ragionamenti miei, in altre visioni.
Non avevo mai sentito nessuno dire che le dimissioni di Papa Ratzinger fossero l'atto più rivoluzionario della nostra epoca, hai ragione. Non ci avevo mai pensato, non come hai fatto tu, come hai spiegato ieri. Dentro a quel gesto coraggioso si riassume una visione del mondo che forse noi non siamo ancora pronti ad affrontare. O forse lo siamo ma semplicemente, consciamente o inconsciamente non vogliamo. Il mondo ha bisogno di persone come te, Fausto.
Grazie per quello che hai detto ieri a Todi, è stata una boccata di ossigeno, qualcuno lo prenderà per un mea culpa il tuo, e forse lo è. Spero lo sia e anche, più o meno inconsciamente, spero che non lo sia. Spero soprattutto che non sia l'anticamera del desiderio di tornare di nuovo al centro della scena politica perché lo hai detto tu stesso: il tuo progetto - mettiemola così, il nostro, io ti ho votato - è fallito.
Lo hai detto, non è da tutti.
Continua a parlare, io ti leggerò, ti ascolterò, capisco che ho bisogno come l'aria di tutti quei ragionamenti e di quei "Io penso" in cui spesso mi riconosco. Ma sentirti parlare da uomo di partito anziché da uomo libero, ecco io quello proprio non lo sopporterei.
Non farlo. Anzi, non rifarlo.
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martedì 29 luglio 2014
ESSERE NELLA NORMA.
Mi è simpatico il signore della storia qui, è una bella storia da sentirsi raccontare, leggetela.
Però volevo dirvi, anche se non siete mai stati sovrappeso e non siete mai stati così depressi da dovervi drogare o ubriacare tutte le sere e gonfiare di cibo ai fast food fino ad essere così insoddisfatti di voi stessi da non avere voglia di fare niente, insomma se siete soltanto mediamente felici e mediamente soddisfatti di voi stessi, se è una vita che vi allenate normalmente, seriamente, regolarmente, se è tutta una vita che vi impegnate nello sport o in qualcosa che per voi conta davvero che ne so io la musica, la pittura, il tiro al piattello, il ballo, il bridge, gli scacchi, la selezione per maestro di sci, qualche cosa, qualsiasi cosa, quello che volete e magari nonostante tutti gli sforzi e i sacrifici e l'impegno che ci mettete non siete ancora riusciti a realizzare il vostro sogno ma ne avete realizzati tanti piccolini; e anche se non vi mettono sulle pagine dei giornali con la vostra storia normale perché non è straordinaria ma è normale, soltanto normale, troppo normale, ecco volevo dirvi: non scoraggiatevi. Non preoccupatevi. Siete nella norma, anche voi, e non c'è niente di triste o di scoraggiante nell'essere nella norma. La vita è così che funziona. Normalmente. Va avanti per piccoli passi, piccoli traguardi quotidiani che ai più restano invisibili. Non è questione di essere pecore o leoni. E' questione di essere uomini o donne. Esseri umani. Le pecore e i leoni vanno bene a un certo tipo di cinema e a un certo tipo di giornalismo che non sa raccontare la normalità, l'impegno, il quotidiano, l'equilibrio, la fatica, la pazienza, l'armonia, l'accontentarsi. Cercate sempre di distinguere la realtà dalla fantasia. Perché a un certo punto, sentendo certe storie, si fa quasi fatica a capire cosa è una e cosa è l'altra. E quello, è il dramma.
Però volevo dirvi, anche se non siete mai stati sovrappeso e non siete mai stati così depressi da dovervi drogare o ubriacare tutte le sere e gonfiare di cibo ai fast food fino ad essere così insoddisfatti di voi stessi da non avere voglia di fare niente, insomma se siete soltanto mediamente felici e mediamente soddisfatti di voi stessi, se è una vita che vi allenate normalmente, seriamente, regolarmente, se è tutta una vita che vi impegnate nello sport o in qualcosa che per voi conta davvero che ne so io la musica, la pittura, il tiro al piattello, il ballo, il bridge, gli scacchi, la selezione per maestro di sci, qualche cosa, qualsiasi cosa, quello che volete e magari nonostante tutti gli sforzi e i sacrifici e l'impegno che ci mettete non siete ancora riusciti a realizzare il vostro sogno ma ne avete realizzati tanti piccolini; e anche se non vi mettono sulle pagine dei giornali con la vostra storia normale perché non è straordinaria ma è normale, soltanto normale, troppo normale, ecco volevo dirvi: non scoraggiatevi. Non preoccupatevi. Siete nella norma, anche voi, e non c'è niente di triste o di scoraggiante nell'essere nella norma. La vita è così che funziona. Normalmente. Va avanti per piccoli passi, piccoli traguardi quotidiani che ai più restano invisibili. Non è questione di essere pecore o leoni. E' questione di essere uomini o donne. Esseri umani. Le pecore e i leoni vanno bene a un certo tipo di cinema e a un certo tipo di giornalismo che non sa raccontare la normalità, l'impegno, il quotidiano, l'equilibrio, la fatica, la pazienza, l'armonia, l'accontentarsi. Cercate sempre di distinguere la realtà dalla fantasia. Perché a un certo punto, sentendo certe storie, si fa quasi fatica a capire cosa è una e cosa è l'altra. E quello, è il dramma.
mercoledì 9 luglio 2014
SCONFITTE.
Ecco. Io penso che alla montagna quello che servirebbe davvero è qualcuno che con il "nemico" ci dialoga. Qualcuno che più che porre dei veti si confronta, più che imporre cose che non è in condizione di imporre, tratta. Qualcuno in graduo di stabilire delle priorità sostenibili, una strategia politica, degli obiettivi primari raggiungibili, qualcuno in grado quando serve di stringere alleanze o accettare anche soluzioni di compromesso. Qualcuno con il senso della realtà, consapevole delle proprie forze ma anche delle proprie debolezze. Qualcuno preoccupato di portare a casa un risultato utile più che di stare schierato dalla parte della ragione, confortato dall'opinione di altri come lui e dall'idea inviolabile di essere nel giusto.
Servirebbe qualcuno che con i motociclisti o con gli auto-fuoristradisti o con gli impiantisti o con i cacciatori, insomma con quelli che vengono definiti sbrigativamente "i nemici della natura" invece che farci una guerra di principio ci parla, ci dialoga continuamente e si confronta, nelle sedi opportune, nelle amministrazioni locali, nelle Province, nelle Regioni, in Parlamento. Sui giornali. Nelle proprie sedi e nelle sedi altrui. Nei motoclub. Ai motoraduni. Nelle federazioni. Al bar.
Invece abbiamo puntato tutto su una petizione on-line, sulla semplicità con cui - alcuni pensano - il mondo cambia grazie a un click. Non è vero. Il mondo cambia grazie a quello che facciamo, non grazie a quello che pensiamo. Abbiamo perso. Soprattutto la montagna ha perso, ma nulla è davvero perduto. Adesso per difendere il territorio il dialogo e la trattativa con i Sindaci, con gli enduristi e i fuoristradisti, con gli impiantisti e con i cacciatori non è più soltanto auspicabile. E' necessario. Indispensabile.
A parte gli aggiornamenti di stato in cui ci mostriamo disgustati e scandalizzati per questa legge, concretamente, questa è l'unica carta che ci resta in mano da giocare: il dialogo.
Mi chiedo solo: non era meglio cominciare prima? Non sarebbe stato meglio cedere un asso per vincere la partita?
Servirebbe qualcuno che con i motociclisti o con gli auto-fuoristradisti o con gli impiantisti o con i cacciatori, insomma con quelli che vengono definiti sbrigativamente "i nemici della natura" invece che farci una guerra di principio ci parla, ci dialoga continuamente e si confronta, nelle sedi opportune, nelle amministrazioni locali, nelle Province, nelle Regioni, in Parlamento. Sui giornali. Nelle proprie sedi e nelle sedi altrui. Nei motoclub. Ai motoraduni. Nelle federazioni. Al bar.
Invece abbiamo puntato tutto su una petizione on-line, sulla semplicità con cui - alcuni pensano - il mondo cambia grazie a un click. Non è vero. Il mondo cambia grazie a quello che facciamo, non grazie a quello che pensiamo. Abbiamo perso. Soprattutto la montagna ha perso, ma nulla è davvero perduto. Adesso per difendere il territorio il dialogo e la trattativa con i Sindaci, con gli enduristi e i fuoristradisti, con gli impiantisti e con i cacciatori non è più soltanto auspicabile. E' necessario. Indispensabile.
A parte gli aggiornamenti di stato in cui ci mostriamo disgustati e scandalizzati per questa legge, concretamente, questa è l'unica carta che ci resta in mano da giocare: il dialogo.
Mi chiedo solo: non era meglio cominciare prima? Non sarebbe stato meglio cedere un asso per vincere la partita?
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lunedì 30 giugno 2014
GIORNALISMO 2.0, O FORSE 3.0
Siamo nell'era del giornalismo 2.0 o forse a questo punto 3.0. Un giornalismo fatto non più o non solo da giornalisti e addetti ai lavori ma fatto da chiunque, a quanto pare, abbia un telefonino in tasca e una connessione a internet. Ho letto studi e articoli sull'argomento, mi tengo aggiornato, è parte del mio lavoro quindi sono sempre, da sempre, interessato al tema.
Studio e osservo questo modo di comunicare e raccontare così come si osserva un adolescente crescere e diventare grande, formare il suo carattere, diventare buono o cattivo, o forse, meglio, per spiegarmi più chiaramente, guardo il fenomeno come si guarda a un temporale nel cielo, all'orizzonte. Guardo le nuvole formarsi e correre e radunarsi e poi accumularsi e diventare una tempesta o grandine oppure qualcos'altro un nuovo fronte o dissolversi nel nulla e scomparire così come sono comparse, queste nuvole. Osservo. Faccio tesoro delle esperienze, o almeno cerco.
Diciamo che la sostanza della questione, riassumendo e semplificando notevolmente, sembra diventata che oggi non sei più tu a trovare le notizie ma sono le notizie a trovare te. Una gran figata, sembrerebbe. Solo che comincio ad avere qualche dubbio.
Faccio un esempio: ieri c'era la LUT, una gara di corsa in montagna che si correva nei pressi di Cortina. Non voglio entrare nei dettagli tecnici della gara, adesso, mi basta dire che ci sono un sacco di buone ragioni per cui nel mio feed di FB o di Twitter o di Instagram delle notizie inerenti la gara raggiungessero me. Motivi professionali, economici, di relazione, di condivisione di interesse. Ho ricevuto ieri ogni tipo di informazione, inclusi un quasi centinaio di amici - amici di FB, quindi alcuni amici-amici, altre persone che conosco solo di nome - che a ogni passaggio di un controllo mi inviavano un messaggio (il sistema automatico di cronometraggio, me lo inviava) con su scritto "Tal Dei Tali ha passato il controllo al Tal posto in Tot/h Tot/min' " che è quel tipo di notizia che vorresti ricevere da tuo padre o da tuo fratello se sta correndo in un posto sperduto e tu non sei lì perché lo stai aspettando da un'altra parte.
Poi ho ricevuto, sempre nel mio feed, una quantità enorme di informazioni inerenti la gara postate da giornalisti o presunti tali 2.0 o 3.0. Attraverso le loro condivisioni ho potuto addirittura ascoltare la musica dalla starting line e vedere la mandria dei partecipanti prendere il via e cominciare a correre; vedere le foto o dei piccoli clip video di partecipanti in transito ai vari posti di controllo. Sapere che in testa alla gara c'era un certo atleta, che è un atleta molto conosciuto, per intenderci uno che probabilmente molti non conoscono nemmeno per nome ma che saprebbero riconoscere "a occhio" perché ha i capelli lunghi, la barba e corre solitamente a torso nudo. E' un figo. Americano. Simpatico, se è per quello. Ho ricevuto una quantità di informazioni che lo riguardavano imbarazzante.
A un certo punto, lo ammetto, ho pensato "Che palle".
Oggi il feed prosegue con i partecipanti che hanno cominciato a postare le loro foto dell'evento. Loro in corsa. Loro sulla finish line. Loro abbracciati a Tony (il vincitore, quello figo con la barba e i capelli lunghi). Ora, voglio dire questo. Ieri in gara c'era anche una atleta che conosco - conosco anche personalmente - una ragazza italiana che si chiama Francesca Canepa. E' stata la vincitrice della gara nell'edizione dello scorso anno. E' una atleta che anno dopo anno, con caparbietà, con costanza, piuttosto in silenzio ha continuato a progredire, evolvendo tra l'altro da atleta di pura endurance sulle ultra distaze ad atleta veloce e brillante. Il suo percorso sportivo e umano è un percorso interessantissimo e che probabilmente prelude a un salto di qualità che dobbiamo ancora vedere. Un tema di cui, io credo, un giornalista che fa bene il suo mestiere dovrebbe cercare di occuparsi. L'anno scorso Francesca aveva anche vinto la LUT femminile, quindi era di diritto tra le favorite. In più la gara si corre in Italia, Francesca è italiana.
Quest'anno cioè ieri è arrivata seconda dietro a un'altra atleta americana che si chiama Rory Bosio, una ragazza esuberante e simpatica, un colosso dell'ultra trail che anche conosco personalmente e che lo scorso anno ha vinto anche l'UTMB in un tempo record, piazzandosi al decimo posto. Decimo posto uomini e donne insieme, intendo. Overall. Rory è il corrispondente femminile di Toni, non corre a torso nudo per motivi ovvi, ma insomma è una superstar del trail running. E' brava. E' atleta di punta di un grande team. E' americana.
Francesca è arrivata al traguardo seconda tra le donne (22°overall, Rory si è classificata 18°). Il distacco tra le due è di quindici minuti scarsi, un niente su quasi 15 ore di gara. Eccoci al punto.
E' normale che io ieri, tra migliaia di informazioni ricevute nei miei feed, per sapere qualcosa di Francesca Canepa, zioporco, che era in lotta per vincere la LUT femminile, abbia dovuto andare a cercare da solo le notizie ravanando dappertutto senza trovare niente o quasi? Perché insieme a decine e centinaia di pseudo-notizie, video, foto, tweet, post, post automatici, foto su instagram ritwittate e ripubblicate in tempo reale da pseudo-giornalisti o psedudo-addetti stampa, a me, di Francesca Canepa che era seconda, non mi ha mica parlato nessuno, o quasi.
E questo, per me, vuol dire due cose: primo, che probabilmente nel giornalismo 2.0 o 3.0, c'è qualcosa che non va. Secondo, che un buon numero di giornalisti 2.0 o 3.0 - non tutti per fortuna - più che fare il giornalista usando twitter e fb e instagram e insomma i social media in genere, fanno la stessa cosa che fanno i miei amici che seguono altri amici facendogli assistenza o il tifo in gara e poi postano foto, tweet, post. Soltanto che i miei amici e gli amici dei miei amici sono lì a divertirsi. E i giornalisti invece dovrebbero essere lì per fare un'altro lavoro e per dare una informazione completa. Per dire cosa succede. Per garantire una informazione tempestiva, obiettiva, completa. E invece giocano anche loro con il telefonino. Parlano del primo e del più figo. Del più forte. Di quelli di cui è facile parlare. Del secondo, del terzo, del quarto, no. Parlano dell'atmosfera intorno alla gara, interessante. Degli sponsor, già meno. Dei tapascioni, con il massimo rispetto per i tapascioni. Degli atleti difficili da raccontare, perché non parlano? C'è da sperare almeno che in questa svagatezza digitale, se proprio non vogliono parlare della gara e degli atleti che anche se non vincono si fanno il culo per vincere, i giornalisti 2.0 o 3.0 riescano almeno a restare indipendenti e imparziali.
Almeno quello.
Me lo auguro.
Studio e osservo questo modo di comunicare e raccontare così come si osserva un adolescente crescere e diventare grande, formare il suo carattere, diventare buono o cattivo, o forse, meglio, per spiegarmi più chiaramente, guardo il fenomeno come si guarda a un temporale nel cielo, all'orizzonte. Guardo le nuvole formarsi e correre e radunarsi e poi accumularsi e diventare una tempesta o grandine oppure qualcos'altro un nuovo fronte o dissolversi nel nulla e scomparire così come sono comparse, queste nuvole. Osservo. Faccio tesoro delle esperienze, o almeno cerco.
Diciamo che la sostanza della questione, riassumendo e semplificando notevolmente, sembra diventata che oggi non sei più tu a trovare le notizie ma sono le notizie a trovare te. Una gran figata, sembrerebbe. Solo che comincio ad avere qualche dubbio.
Faccio un esempio: ieri c'era la LUT, una gara di corsa in montagna che si correva nei pressi di Cortina. Non voglio entrare nei dettagli tecnici della gara, adesso, mi basta dire che ci sono un sacco di buone ragioni per cui nel mio feed di FB o di Twitter o di Instagram delle notizie inerenti la gara raggiungessero me. Motivi professionali, economici, di relazione, di condivisione di interesse. Ho ricevuto ieri ogni tipo di informazione, inclusi un quasi centinaio di amici - amici di FB, quindi alcuni amici-amici, altre persone che conosco solo di nome - che a ogni passaggio di un controllo mi inviavano un messaggio (il sistema automatico di cronometraggio, me lo inviava) con su scritto "Tal Dei Tali ha passato il controllo al Tal posto in Tot/h Tot/min' " che è quel tipo di notizia che vorresti ricevere da tuo padre o da tuo fratello se sta correndo in un posto sperduto e tu non sei lì perché lo stai aspettando da un'altra parte.
Poi ho ricevuto, sempre nel mio feed, una quantità enorme di informazioni inerenti la gara postate da giornalisti o presunti tali 2.0 o 3.0. Attraverso le loro condivisioni ho potuto addirittura ascoltare la musica dalla starting line e vedere la mandria dei partecipanti prendere il via e cominciare a correre; vedere le foto o dei piccoli clip video di partecipanti in transito ai vari posti di controllo. Sapere che in testa alla gara c'era un certo atleta, che è un atleta molto conosciuto, per intenderci uno che probabilmente molti non conoscono nemmeno per nome ma che saprebbero riconoscere "a occhio" perché ha i capelli lunghi, la barba e corre solitamente a torso nudo. E' un figo. Americano. Simpatico, se è per quello. Ho ricevuto una quantità di informazioni che lo riguardavano imbarazzante.
A un certo punto, lo ammetto, ho pensato "Che palle".
Oggi il feed prosegue con i partecipanti che hanno cominciato a postare le loro foto dell'evento. Loro in corsa. Loro sulla finish line. Loro abbracciati a Tony (il vincitore, quello figo con la barba e i capelli lunghi). Ora, voglio dire questo. Ieri in gara c'era anche una atleta che conosco - conosco anche personalmente - una ragazza italiana che si chiama Francesca Canepa. E' stata la vincitrice della gara nell'edizione dello scorso anno. E' una atleta che anno dopo anno, con caparbietà, con costanza, piuttosto in silenzio ha continuato a progredire, evolvendo tra l'altro da atleta di pura endurance sulle ultra distaze ad atleta veloce e brillante. Il suo percorso sportivo e umano è un percorso interessantissimo e che probabilmente prelude a un salto di qualità che dobbiamo ancora vedere. Un tema di cui, io credo, un giornalista che fa bene il suo mestiere dovrebbe cercare di occuparsi. L'anno scorso Francesca aveva anche vinto la LUT femminile, quindi era di diritto tra le favorite. In più la gara si corre in Italia, Francesca è italiana.
Quest'anno cioè ieri è arrivata seconda dietro a un'altra atleta americana che si chiama Rory Bosio, una ragazza esuberante e simpatica, un colosso dell'ultra trail che anche conosco personalmente e che lo scorso anno ha vinto anche l'UTMB in un tempo record, piazzandosi al decimo posto. Decimo posto uomini e donne insieme, intendo. Overall. Rory è il corrispondente femminile di Toni, non corre a torso nudo per motivi ovvi, ma insomma è una superstar del trail running. E' brava. E' atleta di punta di un grande team. E' americana.
Francesca è arrivata al traguardo seconda tra le donne (22°overall, Rory si è classificata 18°). Il distacco tra le due è di quindici minuti scarsi, un niente su quasi 15 ore di gara. Eccoci al punto.
E' normale che io ieri, tra migliaia di informazioni ricevute nei miei feed, per sapere qualcosa di Francesca Canepa, zioporco, che era in lotta per vincere la LUT femminile, abbia dovuto andare a cercare da solo le notizie ravanando dappertutto senza trovare niente o quasi? Perché insieme a decine e centinaia di pseudo-notizie, video, foto, tweet, post, post automatici, foto su instagram ritwittate e ripubblicate in tempo reale da pseudo-giornalisti o psedudo-addetti stampa, a me, di Francesca Canepa che era seconda, non mi ha mica parlato nessuno, o quasi.
E questo, per me, vuol dire due cose: primo, che probabilmente nel giornalismo 2.0 o 3.0, c'è qualcosa che non va. Secondo, che un buon numero di giornalisti 2.0 o 3.0 - non tutti per fortuna - più che fare il giornalista usando twitter e fb e instagram e insomma i social media in genere, fanno la stessa cosa che fanno i miei amici che seguono altri amici facendogli assistenza o il tifo in gara e poi postano foto, tweet, post. Soltanto che i miei amici e gli amici dei miei amici sono lì a divertirsi. E i giornalisti invece dovrebbero essere lì per fare un'altro lavoro e per dare una informazione completa. Per dire cosa succede. Per garantire una informazione tempestiva, obiettiva, completa. E invece giocano anche loro con il telefonino. Parlano del primo e del più figo. Del più forte. Di quelli di cui è facile parlare. Del secondo, del terzo, del quarto, no. Parlano dell'atmosfera intorno alla gara, interessante. Degli sponsor, già meno. Dei tapascioni, con il massimo rispetto per i tapascioni. Degli atleti difficili da raccontare, perché non parlano? C'è da sperare almeno che in questa svagatezza digitale, se proprio non vogliono parlare della gara e degli atleti che anche se non vincono si fanno il culo per vincere, i giornalisti 2.0 o 3.0 riescano almeno a restare indipendenti e imparziali.
Almeno quello.
Me lo auguro.
giovedì 12 giugno 2014
ALTRE MOTO.
Torno sull'argomento moto sui sentieri, perché mi sono dichiarato favorevole al dialogo frequentatori della montagna-motociclisti ma non vorrei essere frainteso o peggio, passare per idiota. Cerco di spiegarmi. Nella Provincia di Bergamo ci sono poco più di un milione di abitanti. Ci sono 242 comuni e quindi a occhio e croce 242 sindaci. Questo significa che se si assegna a ciascuno di questi 242 soggetti - più le 7 Comunità Montane - il potere di autorizzare autonomamente sui sentieri e sulle mulattiere del territorio del proprio comune le manifestazioni motociclistiche, siamo all'anarchia totale. Anzi, peggio. E' probabile che il vero problema di cui dovremmo occuparci risieda nell'idea malata che abbiamo dell'amministrazione locale e per rendersene conto basta ad esempio calcolare che la Città di Milano che da sola conta un numero di abitanti più grande del numero di abitanti della intera provincia di Bergamo, ha un solo sindaco. Uno, non 242. E' una città metropolitana e quindi è amministrata in modo diverso rispetto a un comune normale (magari i 450.000 abitanti di Bergamo + hinterland godessero dello stesso sistema amministrativo o di uno simile, invece ci tocca confrontarci con 25 sindaci ciascuno dei quali ragiona spesso come un direttore di azienda invece che come un amministratore pubblico) ma insomma la sproporzione 1/242 mi sembra notevole. Mi viene il dubbio che noi per essere amministrati bene localmente, per gestire bene il territorio e rispettare il volere sovrano della popolazione non abbiamo bisogno di molti amministratori così-così, ma di pochi amministratori buoni. Abbiamo bisogno di leggi quadro serie, di politiche di indirizzo chiare e di leggi scritte bene, che non nascondano al loro interno il trucco per continuare a fare quel cacchio che si vuole, sempre. L'autonomia ai sindaci su certi temi che hanno a che vedere con l'uso e il consumo del territorio, con tutto ciò che riguarda in modo trasversale l'ambiente, con il cacchio che gliela lascerei. Noi abbiamo bisogno di meno sindaci, meno comuni, meno uffici, che siamo nell'era di internet non nel medio evo, e abbiamo bisogno perché le amministrazioni locali funzionino meglio, che siano più facili da controllare. Abbiamo bisogno di accorgerci subito se un Sindaco o se una giunta comunale autorizza a fare o fa delle puttanate. Perché basta una testa di cazzo su 249 per devastare quello che la natura e gli uomini hanno fatto in centinaia di anni. Il casermone che un giorno si è scoperto sbarrava interamente la vista di Città Alta all'uscita del casello dell'autostrada di Bergamo non se lo ricorda più nessuno? Quando ci siamo accorti che merda era, quel casermone, ci è toccato tenerlo. Che ci piacesse, o no.
giovedì 5 giugno 2014
MOTO E SENTIERI.
In questo giorni sul giornale della mia città è molto acceso il dibattito sul tema "motociclette sui sentieri di montagna." Quasi ogni giorno on-line o sulle pagine de L'Eco di Bergamo si leggono lettere a favore o contro l'enduro. (Esatto, enduro, non motocross, come spesso nelle lettere di protesta o nei dibattiti viene chiamato. Cross e Enduro o Trial sono tre cose completamente differenti tra loro, volendo entrare nel merito della questione con l'ambizione di comprenderla e dibatterne è impossibile non tenere conto della differenza). Sarebbe facile e comodo per me schierarmi dalla parte - presunta - degli alpinisti e degli amanti della montagna, dicendo un No categorico e intransigente alle moto e ai motori sui sentieri. Potrei farlo e mi renderei forse simpatico a un certo numero e a un certo tipo di praticanti della montagna ma non renderei il servizio necessario all'ambiente e alle mie Orobie. Per me le montagne sono un luogo di libertà e di tolleranza, di condivisione e di rispetto, oltre che di protezione della wilderness. Cerco sempre quando qualcuno chiede la mia opinione di spiegare in modo chiaro e senza ambiguità quello che penso e quello in cui credo e direi che in questo caso, su questo tema, limitarsi a dichiararsi contro le moto sui sentieri non sia sufficiente. Non è abbastanza. Sarebbe un modo ipocrita e conveniente di aggirare la domanda e di ignorare l'altra parte del problema, fatta ad esempio di baite che diventano ville, di ricoveri attrezzi che diventano casette, di rifugi che diventano ristoranti, di mulattiere che diventano strade, di impianti di risalita già in loco da decenni e tutto sommato sostenibili che diventano o vorrebbero diventare mostruose cattedrali nel deserto. Mi spiego meglio: non mi piacciono le motociclette sulle montagne ma conosco anche la tradizione e la storia motociclistica delle Valli Bergamasche. Conosco le mulattiere, i sentieri, gli itinerari e le potenzialità del turismo legato alle moto e anche se io non lo pratico riconosco il diritto di altri a praticarlo. Nei limiti delle regole, nel rispetto dell'ambiente e di ciascuno, e su una quantità limitata di itinerari eventualmente da stabilire. Serve casomai regolamentarlo l'uso delle moto (e delle auto, anche quelle di certi "rifugi" e "rifugisti") definire gli spazi e i limiti, i periodi di utilizzo nell'arco dell'anno, della settimana, della giornata, ma io credo, come il lettore che ha scritto oggi a L'Eco, che la convivenza sia possibile, ne sono convinto. Sono convinto che quella del dialogo e del venirsi incontro sia l'unica strada possibile. Seguendo il dibattito da un po' ed essendo contro tutti gli integralismi, da qualsiasi parte arrivino, direi che il muro-contro-muro non è il modo utile o intelligente di affrontare la questione e di difendere l'ambiente montagna. Non ho intenzione di cominciare da domani a girare in moto sui sentieri e farò sempre di tutto per tutelarle e difenderle le mie montagne - da qualsiasi tipo di arroganza e di prepotenza - e credo che per mettermi al loro servizio, per proteggerli i nostri sentieri sia indispensabile il dialogo tra chi li utilizza. E' indispensabile l'ascolto. La tolleranza, lontani da ogni pregiudizio. Se servisse davvero a risolvere il problema, a gestirlo in modo efficace, sono disposto anche a farmi da parte sul sentiero ogni tanto, a cambiare gita o itinerario e a lasciarli passare certi enduristi o trialisti, in certi posti dove credo, sinceramente, i veri problemi siano altri. Conosco molti enduristi (o cacciatori o pescatori) e molti tra loro sono persone in gamba, ragionevoli, amante della natura e animati da una passione genuina identica alla mia per lo scialpinismo o per l'arrampicata, molti di loro mi sembrano molto meno nocivi per l'ambiente di certi ecologisti da salotto. Probabilmente il vero problema dell'ambiente è l'idea che hanno alcuni di noi del territorio, che in virtù di non so cosa considerano sempre e soltanto, in modo esclusivo, cosa propria. Le montagne sono di tutti, le regole devono essere condivise, non imposte.
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martedì 29 aprile 2014
TEMPO DI ELEZIONI.
Programma politico amministrativo 2014-2019 per il Comune di Scanzorosciate. Il mio paese. Mi arriva un documento in formato digitale, non dico di che partito, comunque uno di quelli che fa della connettività e della partecipazione diretta alla cosa pubblica uno dei suoi cavalli di battaglia. Leggo.
Nel suddetto programma politico-amministrativo, al punto 8. del programma, voce Connettività sono dedicate 19 righe. Al punto 9. invece si parla di Turismo ed Economia, idea interessante quella di combinare le due voci, tentare di combinare economia e turismo nell'amministrazione locale è forse uno dei modi più intelligenti e razionali per rendere sostenibile la presenza sul territorio creando valore e preservando ciò che il passato storico ci ha lasciato in eredità. Non poco, tra l'altro, preciso che a Scanzorosciate si produce il Moscato di Scanzo, un vino DOCG con una storia che comincia nel XIV secolo, siamo a dieci minuti dal terzo aeroporto italiano, alle porte di Bergamo a meno di venti minuti da Città Alta, in una area collinare magnifica che è uno dei polmoni verdi alle porte della città. Se invece che in provincia di Bergamo fossimo in Alto Adige o in Trentino o in Toscana i turisti negli agriturismi o nelle osterie, sulle piste ciclabili o nelle enoteche non sapremmo più dove metterli.
Nel suddetto programma sotto al paragrafo Turismo ed Economia ci sono queste 6 (sei) righe, non c'è bisogno che ve le riassuma, taglio e incollo direttamente.
9.TURISMO ED ECONOMIA
Incentivazione di eventi atti a sviluppare il turismo sul territorio.
- Istituzione di uno sportello pro-loco di servizio.
- Incentivare eventi o progetti atti a sviluppare il turismo sul nostro territorio.
- Introduzione di progetti di sostegno economico alla popolazione attraverso l'attivazione del "Progetto Arcipelago SCEC" e piani aziendali collegati.
- Gratuità degli spazi pubblici destinati al commercio per i produttori locali.
Fine.
Fine nel senso che sotto all'ultima delle sei righe c'è un deserto di idee e di proposte concrete che prende la forma di un imbarazzante 3/4 di pagina bianca.
Mi dico che forse il progetto Turismo ed Economia per Scanzorosciate sarà spiegato meglio, più chiaramente e dettagliatamente all'interno di questo "Progetto Arcipelago SCEC" di cui non ho mai sentito parlare, però sulla pagina non c'è un link o un collegamento ipertestuale a cui riferirsi e dove andare a vedere. Strano, per un movimento che fa della innovazione tecnologica e dell'uso della rete il suo cavallo di battaglia, redarre un programma privo di ampliamenti e link esterni. Entro in un motore di ricerca e digito "Progetto Arcipelago SCEC", sono un cittadino che si informa, faccio il mio dovere, si apre un sito e comincio a leggere, forse io non sono uno molto intelligente ma di quello che c'è scritto in relazione alla voce Turismo ed Economia capisco poco o niente. Un cazzo, diciamo.
Non si parla di turismo ed economia legata al territorio, in effetti, si parla di moneta e di metodo. C'è un video esplicativo - vi aggiungo il link - provo a guardarmi quello, forse si capisce meglio. Sono lì che cerco di capire e a un certo punto mentre guardo e ascolto e vedo tutti questi screenshot con queste frecce che si muovono sullo schermo componendo grafici indecifrabili mi chiedo due cose: e il progetto Turismo ed Economa per Scanzorosciate? E poi mi chiedo ma io, a voi, un anno fa, come cazzo ho fatto a dare il mio voto?
Nel suddetto programma politico-amministrativo, al punto 8. del programma, voce Connettività sono dedicate 19 righe. Al punto 9. invece si parla di Turismo ed Economia, idea interessante quella di combinare le due voci, tentare di combinare economia e turismo nell'amministrazione locale è forse uno dei modi più intelligenti e razionali per rendere sostenibile la presenza sul territorio creando valore e preservando ciò che il passato storico ci ha lasciato in eredità. Non poco, tra l'altro, preciso che a Scanzorosciate si produce il Moscato di Scanzo, un vino DOCG con una storia che comincia nel XIV secolo, siamo a dieci minuti dal terzo aeroporto italiano, alle porte di Bergamo a meno di venti minuti da Città Alta, in una area collinare magnifica che è uno dei polmoni verdi alle porte della città. Se invece che in provincia di Bergamo fossimo in Alto Adige o in Trentino o in Toscana i turisti negli agriturismi o nelle osterie, sulle piste ciclabili o nelle enoteche non sapremmo più dove metterli.
Nel suddetto programma sotto al paragrafo Turismo ed Economia ci sono queste 6 (sei) righe, non c'è bisogno che ve le riassuma, taglio e incollo direttamente.
9.TURISMO ED ECONOMIA
Incentivazione di eventi atti a sviluppare il turismo sul territorio.
- Istituzione di uno sportello pro-loco di servizio.
- Incentivare eventi o progetti atti a sviluppare il turismo sul nostro territorio.
- Introduzione di progetti di sostegno economico alla popolazione attraverso l'attivazione del "Progetto Arcipelago SCEC" e piani aziendali collegati.
- Gratuità degli spazi pubblici destinati al commercio per i produttori locali.
Fine.
Fine nel senso che sotto all'ultima delle sei righe c'è un deserto di idee e di proposte concrete che prende la forma di un imbarazzante 3/4 di pagina bianca.
Mi dico che forse il progetto Turismo ed Economia per Scanzorosciate sarà spiegato meglio, più chiaramente e dettagliatamente all'interno di questo "Progetto Arcipelago SCEC" di cui non ho mai sentito parlare, però sulla pagina non c'è un link o un collegamento ipertestuale a cui riferirsi e dove andare a vedere. Strano, per un movimento che fa della innovazione tecnologica e dell'uso della rete il suo cavallo di battaglia, redarre un programma privo di ampliamenti e link esterni. Entro in un motore di ricerca e digito "Progetto Arcipelago SCEC", sono un cittadino che si informa, faccio il mio dovere, si apre un sito e comincio a leggere, forse io non sono uno molto intelligente ma di quello che c'è scritto in relazione alla voce Turismo ed Economia capisco poco o niente. Un cazzo, diciamo.
Non si parla di turismo ed economia legata al territorio, in effetti, si parla di moneta e di metodo. C'è un video esplicativo - vi aggiungo il link - provo a guardarmi quello, forse si capisce meglio. Sono lì che cerco di capire e a un certo punto mentre guardo e ascolto e vedo tutti questi screenshot con queste frecce che si muovono sullo schermo componendo grafici indecifrabili mi chiedo due cose: e il progetto Turismo ed Economa per Scanzorosciate? E poi mi chiedo ma io, a voi, un anno fa, come cazzo ho fatto a dare il mio voto?
mercoledì 20 novembre 2013
PAROLE BUGIARDE.
A me la parola condividere non è mai piaciuta. Non mi piace perché è una parola falsa, irreale. Bugiarda.
La condivisione è qualcosa che ha a che vedere con le informazioni o con il passare del tempo e che funziona solo nel mondo virtuale, luogo in cui ciascuno di noi inconsapevolmente alimenta l'illusione che anche nel mondo reale, quello tangibile delle cose e delle persone, qualcosa che viene diviso può allo stesso tempo essere moltiplicato e riprodotto all'infinito senza nessuno sforzo, senza nessuna rinuncia, senza nessun tipo di sacrificio. Questa è una bugia e per rendersene conto basta condividere una mela o un panino o un po' di spazio in un armadio. Questa è "la-bugia", la bugia delle bugie. La bugia del tempo moderno e del consumo. La bugia del finto interesse e del finto slancio verso l'altro. La condivisione è l'illusione su cui tentiamo di costruire un mondo che non può esistere e che ci lascia eternamente insoddisfatti, eternamente orfani di qualche cosa.
A me piace dividere, non condividere.
Mi piace l'espressione "Facciamo a metà". E' una espressione bambina, pura e semplice. Sincera. E' l'espressione della ingenuità e allo stesso tempo della maturità, del coraggio e della dignità. "Facciamo a metà" è l'espressione - di più, l'idea - su cui si costruiscono le amicizie, si basano le partnership di lavoro, si realizzano le grandi imprese sportive o quel genere di esplorazioni che a me piacciono tanto. E' con i gelati leccati a metà, che sono cresciuto. Con le bici prestate, con le auto scassate da usare un po' per uno. Con le birre divise fino all'ultimo sorso. Sono cresciuto con le salite in montagna a comando alternato, con le discese in neve vergine disegnando la prima traccia del pendio soltanto la metà delle volte. L'altra metà delle volte, ho seguito. L'altra metà delle volte sono stato a guardare, seguendo con lo sguardo il mio socio giù per i fianchi della montagna e urlando di gioia per lui. Metà del tempo o delle volte ho ascoltato oppure ho lasciato decidere - a volte a malincuore - invece che parlare e decidere io, da solo, in prima persona.
Non è stata una rinuncia, questa. E' stata una scelta. Fare a metà non è rinunciare a qualche cosa ma scegliere di darsi un limite, e usare questo limite non come una mutilazione delle proprie ambizioni ma come un valore, come la fondamenta del proprio essere. Fare a metà non significa perdere o non avere ambizione abbastanza. Fare a metà vuol dire vincere-insieme o perdere-insieme, significa dare all'altro e contemporaneamente ricevere dall'altro.
E' nel ridurre e nel separare in parti uguali, la vera condivisione.
La condivisione così come la pensiamo oggi, come una moltiplicazione infinita senza mai rinunciare a niente, senza il fare a meno di qualche cosa, è qualcosa che non esiste e che ha a che fare con una idea distorta e malata di libertà, con la solitudine e con l'incapacità di fare a meno del possesso.
Il fare a metà invece ha a che fare con l'amicizia e con la rinuncia, con l'idea del fare-insieme, in modo limpido e trasparente.
Tenetevela, la condivisione. Io preferisco fare a metà.
La condivisione è qualcosa che ha a che vedere con le informazioni o con il passare del tempo e che funziona solo nel mondo virtuale, luogo in cui ciascuno di noi inconsapevolmente alimenta l'illusione che anche nel mondo reale, quello tangibile delle cose e delle persone, qualcosa che viene diviso può allo stesso tempo essere moltiplicato e riprodotto all'infinito senza nessuno sforzo, senza nessuna rinuncia, senza nessun tipo di sacrificio. Questa è una bugia e per rendersene conto basta condividere una mela o un panino o un po' di spazio in un armadio. Questa è "la-bugia", la bugia delle bugie. La bugia del tempo moderno e del consumo. La bugia del finto interesse e del finto slancio verso l'altro. La condivisione è l'illusione su cui tentiamo di costruire un mondo che non può esistere e che ci lascia eternamente insoddisfatti, eternamente orfani di qualche cosa.
A me piace dividere, non condividere.
Mi piace l'espressione "Facciamo a metà". E' una espressione bambina, pura e semplice. Sincera. E' l'espressione della ingenuità e allo stesso tempo della maturità, del coraggio e della dignità. "Facciamo a metà" è l'espressione - di più, l'idea - su cui si costruiscono le amicizie, si basano le partnership di lavoro, si realizzano le grandi imprese sportive o quel genere di esplorazioni che a me piacciono tanto. E' con i gelati leccati a metà, che sono cresciuto. Con le bici prestate, con le auto scassate da usare un po' per uno. Con le birre divise fino all'ultimo sorso. Sono cresciuto con le salite in montagna a comando alternato, con le discese in neve vergine disegnando la prima traccia del pendio soltanto la metà delle volte. L'altra metà delle volte, ho seguito. L'altra metà delle volte sono stato a guardare, seguendo con lo sguardo il mio socio giù per i fianchi della montagna e urlando di gioia per lui. Metà del tempo o delle volte ho ascoltato oppure ho lasciato decidere - a volte a malincuore - invece che parlare e decidere io, da solo, in prima persona.
Non è stata una rinuncia, questa. E' stata una scelta. Fare a metà non è rinunciare a qualche cosa ma scegliere di darsi un limite, e usare questo limite non come una mutilazione delle proprie ambizioni ma come un valore, come la fondamenta del proprio essere. Fare a metà non significa perdere o non avere ambizione abbastanza. Fare a metà vuol dire vincere-insieme o perdere-insieme, significa dare all'altro e contemporaneamente ricevere dall'altro.
E' nel ridurre e nel separare in parti uguali, la vera condivisione.
La condivisione così come la pensiamo oggi, come una moltiplicazione infinita senza mai rinunciare a niente, senza il fare a meno di qualche cosa, è qualcosa che non esiste e che ha a che fare con una idea distorta e malata di libertà, con la solitudine e con l'incapacità di fare a meno del possesso.
Il fare a metà invece ha a che fare con l'amicizia e con la rinuncia, con l'idea del fare-insieme, in modo limpido e trasparente.
Tenetevela, la condivisione. Io preferisco fare a metà.
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martedì 5 novembre 2013
GENTE FORTE NEL CABARET.
@maxcassani "concentrato di adrenalina" e "capriole", più che incapaci siete molto forti nel cabaret @la_stampa @repubblicait @qn_giorno
— emilio previtali (@emilioprevitali) November 5, 2013
lunedì 4 novembre 2013
LA MENTE UMANA E' UNA COSA SEMPLICE.
In fondo la mente umana è una cosa semplice, per dominarla una volta si facevano le guerre, poi hanno scoperto che era più comodo addomesticarti con un mutuo e con le rate da pagare, con i giornali e con le televisioni, adesso per pilotare i consumi basta il web e un telefonino.
Serve rincoglionire sin da subito i più piccoli con l'Ipad e anche i più vecchi, quelli che ancora godono di qualche diritto come la pensione o l'assistenza sociale, i vecchi sono un serbatoio di voti e adesso anche loro bisogna governarli con Ipad e con il web, invece che con la televisione.
Il tempo passa. L'Ipad è in, la TV è out.
Bisogna fornire ai soggetti più giovani e insoddisfatti, a quelli stanchi di questa situazione e che non hanno un lavoro e una casa e un mutuo da pagare e la responsabilità di una famiglia e dei figli da mantenere, quelli che insomma sono più pericolosi e più difficili da governare, un tipo di informazione "alternativa" che viaggia attraverso il web che sembri indipendente, moderna e libera, che faccia sentire emancipati e intelligenti, interattivi. Connessi. Autonomi. Che ci dia l'impressione del progresso, del cambiamento, senza che questo avvenga, in realtà. La missione è: "non cambiare le cose" e per riuscirci il potere ha bisogno che noi ci sentiamo parte di un sogno, di un progetto, parte di qualche cosa, che sia un movimento, una fede calcistica, uno stile di vita, un credo religioso, la categoria di possessori di una certa auto o di una certa bici o di un certo modo di fare le cose, di sciare, di mangiare, di guidare una moto, è lo stesso, basta che sia una "community".
Poi è sufficiente usare le "community" per fare "rivelazioni" che non sono per niente rivelazioni al momento giusto, travestire la pubblicità occulta o le campagne elettorali da "scoop" giornalistico, aggiustare le previsioni del tempo del week-end, robe così. Robe semplici. In fondo la mente umana è una cosa semplice. Governarne una è difficile, governarne tante insieme è molto più facile.
A volte vedi delle notizie riportate, condivise e commentate su facebook o su certe pagine web, su certi giornali on line che se non ci fosse da preoccuparsi perché finisce che qualcuno ci crede per davvero, a certe notizie, ci sarebbe da ridere. Io ho paura, sono terrorizzato da tutta questa gente intorno a me che non si rende conto.
Ieri ho letto questa cosa: "Mini era glaciale in arrivo, durerà 80 anni, inizierà da gennaio." A gennaio, non prima. Che sarebbe un po' come dire che sulla terra stanno per tornare i dinosauri, da giovedì. Non mercoledì, giovedì.
Mercoledì c'è la Champions. Giovedì i dinosauri.
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lunedì 23 settembre 2013
COSE IDIOTE.
Alcuni idioti circolano in bici. Altri in auto. Altri in moto o con il camion o anche a piedi, dipende, in fondo gli idioti sono come le persone in gamba: se guardi bene in giro, ne trovi dappertutto.
Altri idioti ancora, sempre per via del fatto che ce ne sono dappertutto, stanno nelle redazioni dei giornali e quelli sono tra i più pericolosi, perché hanno un potere enorme, pubblicano articoli qualunquisti e "divisivi" come questo qui sotto, non tanto per informare o per favorire il dialogo; non per aprire la nostra visuale ad altri punti di vista e per stimolare la ricerca delle possibili soluzioni, ma con lo scopo di fare leva sulla parte altrettanto idiota e intollerante di noi, sul "tifoso" che abbiamo dentro, per realizzare i loro scopi. Per aumentare il traffico sui loro siti o per vendere qualche copia in più dei loro giornali, ed esempio.
A questo link si parla di gente prepotente che offende e che occupa tutta la carreggiata con la bici, gente incivile che è fin troppo facile disapprovare e criticare ma in fondo sarebbe lo stesso se le parti fossero invertite e se a essere definito incivile e a essere tirato in mezzo fosse stato uno dei tanti automobilisti irrispettosi dei ciclisti e del codice della strada che ci sono in circolazione.
E sarebbe la stessa identica cosa se il tema della discussione fosse l'immigrazione clandestina o il matrimonio gay o l'eutanasia o il calcio o il diritto alla vita o insomma uno di quei tanti argomenti su cui per capire bisognerebbe ricevere una informazione di qualità e fermarsi a riflettere. Il metodo di un certo giornalismo 2.0 "dei nostri stivali" è quasi sempre lo stesso: usare certe notizie innescando subdolamente la polemica, senza mai prendere posizione o approfondire o informare seriamente e chiamare questa cosa qui "imparzialità giornalistica". Il risultato è quello di scavare fossi e tirare su muri, invece che aprire porte e costruire dei ponti.
Invece che mandarli a cagare noi, dei giornalisti così, noi li commentiamo, ci accapigliamo tra noi, ci sostituiamo a loro nel dialogo o nella discussione sui social network. E' triste ammettere che un metodo così squallido e idiota di occuparsi della informazione - e in fin dei conti del mondo che ci circonda - funzioni alla perfezione.
Altri idioti ancora, sempre per via del fatto che ce ne sono dappertutto, stanno nelle redazioni dei giornali e quelli sono tra i più pericolosi, perché hanno un potere enorme, pubblicano articoli qualunquisti e "divisivi" come questo qui sotto, non tanto per informare o per favorire il dialogo; non per aprire la nostra visuale ad altri punti di vista e per stimolare la ricerca delle possibili soluzioni, ma con lo scopo di fare leva sulla parte altrettanto idiota e intollerante di noi, sul "tifoso" che abbiamo dentro, per realizzare i loro scopi. Per aumentare il traffico sui loro siti o per vendere qualche copia in più dei loro giornali, ed esempio.
A questo link si parla di gente prepotente che offende e che occupa tutta la carreggiata con la bici, gente incivile che è fin troppo facile disapprovare e criticare ma in fondo sarebbe lo stesso se le parti fossero invertite e se a essere definito incivile e a essere tirato in mezzo fosse stato uno dei tanti automobilisti irrispettosi dei ciclisti e del codice della strada che ci sono in circolazione.
E sarebbe la stessa identica cosa se il tema della discussione fosse l'immigrazione clandestina o il matrimonio gay o l'eutanasia o il calcio o il diritto alla vita o insomma uno di quei tanti argomenti su cui per capire bisognerebbe ricevere una informazione di qualità e fermarsi a riflettere. Il metodo di un certo giornalismo 2.0 "dei nostri stivali" è quasi sempre lo stesso: usare certe notizie innescando subdolamente la polemica, senza mai prendere posizione o approfondire o informare seriamente e chiamare questa cosa qui "imparzialità giornalistica". Il risultato è quello di scavare fossi e tirare su muri, invece che aprire porte e costruire dei ponti.
Invece che mandarli a cagare noi, dei giornalisti così, noi li commentiamo, ci accapigliamo tra noi, ci sostituiamo a loro nel dialogo o nella discussione sui social network. E' triste ammettere che un metodo così squallido e idiota di occuparsi della informazione - e in fin dei conti del mondo che ci circonda - funzioni alla perfezione.
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giovedì 19 settembre 2013
LA MOSCA.
Mi sono fermato a Novara a fare gasolio. Ho fatto e poi quando sono risalito in macchina e sono ripartito lei era lì.
Una mosca.
Non tanto grande, veloce, nervosa nel volo e nei cambi di direzione. Mi infastidiva, allora ho abbassato i finestrini più di una volta per lasciarla uscire mentre viaggiavo, ma lei niente, non ne voleva sapere. Stava lì sul sedile o sui montanti del tetto, o sul cruscotto, aggrappata. Zampettava su se stessa e con quei due piccoli arti anteriori sembrava pulirsi e lavarsi, indifferente a tutto, almeno fino a quando tentavo di prenderla. Poi volava. Ho cercato di eliminarla ma niente, impossibile.
Me la sono portata fino a Torino poi ho parcheggiato, ho fatto le mie cose e dopo quattro ore sono ritornato alla macchina, lei era ancora li, me ne sono accorto appena sono ripartito. Volava dappertutto nell'abitacolo, sembrava impazzita, però era meno veloce di prima. Ho provato di nuovo a farla uscire dalla macchina e anche a farla secca ma ancora niente. Ho viaggiato un ora con lei che vagava nell'abitacolo, poi sono arrivato in un altro posto dove dovevo prendere del materiale e ho lasciato porte e portellone aperte per quasi un ora mentre caricavo.
Quando sono ripartito, quasi non ci credevo, lei era ancora li. Volava facendo dei pentagoni nell'aria dentro al furgone, si posava un po' di qua e un po' di la, viaggiavo a radio spenta, non la ascolto mai la radio, quindi a tratti potevo anche sentire il suono del suo volare. Immaginarmi il flettersi di quelle piccole ali ad ogni battito e a ogni cambio di direzione. Questa piccola mosca poi ha giocato con il flusso d'aria fresca del mio condizionatore e con il parabrezza camminandoci sopra, dall'interno, prendendosi gioco del vento che scorreva dall'altra parte del vetro. A un certo punto mi si é posata su un braccio e l'ho osservata camminare stando in equilibrio sui peli del mio avambraccio, delicatamente. L'ho lasciata fare, in fondo era tutto il giorno che mi teneva compagnia.
Quando sono arrivato a Orio al Serio, sulla A4, ero proprio davanti all'aeroporto, ho abbassato il finestrino soprapensiero e questa piccola mosca si è buttata fuori, nel flusso d'aria ferma mentre la mia macchina viaggiava a 130 km/h.
Fuff.
Andata.
Ho tirato su il finestrino con i capelli che mi svolazzavano dappertutto, ho chiuso il vetro e i capelli non si muovevano più, c'era solo quel suono di sottofondo del motore e delle ruote che girano sull'asfalto e quel sibilo dell'aria che viene da fuori.
Magari adesso questa piccola insignificante mosca residente a Novara, che oggi è stata a Torino, Ozegna, Milano e Orio al Serio, sale su un aereo della Ryanair e stasera é a Dublino o a Praga o a Barcellona, chi lo sa?
Voi direte: ma che storia é questa? In effetti non é una storia, non é niente. Però é sempre meglio di leggere una post tipo : Aggiornamento a iOS 7 effettuato e venti centimetri di puntini di sospensione.
E anche sapere che tipo di mosche vi volano intorno, ad esempio, a me interesserebbe di più che sapere che marca di telefono avete.
Una mosca.
Non tanto grande, veloce, nervosa nel volo e nei cambi di direzione. Mi infastidiva, allora ho abbassato i finestrini più di una volta per lasciarla uscire mentre viaggiavo, ma lei niente, non ne voleva sapere. Stava lì sul sedile o sui montanti del tetto, o sul cruscotto, aggrappata. Zampettava su se stessa e con quei due piccoli arti anteriori sembrava pulirsi e lavarsi, indifferente a tutto, almeno fino a quando tentavo di prenderla. Poi volava. Ho cercato di eliminarla ma niente, impossibile.
Me la sono portata fino a Torino poi ho parcheggiato, ho fatto le mie cose e dopo quattro ore sono ritornato alla macchina, lei era ancora li, me ne sono accorto appena sono ripartito. Volava dappertutto nell'abitacolo, sembrava impazzita, però era meno veloce di prima. Ho provato di nuovo a farla uscire dalla macchina e anche a farla secca ma ancora niente. Ho viaggiato un ora con lei che vagava nell'abitacolo, poi sono arrivato in un altro posto dove dovevo prendere del materiale e ho lasciato porte e portellone aperte per quasi un ora mentre caricavo.
Quando sono ripartito, quasi non ci credevo, lei era ancora li. Volava facendo dei pentagoni nell'aria dentro al furgone, si posava un po' di qua e un po' di la, viaggiavo a radio spenta, non la ascolto mai la radio, quindi a tratti potevo anche sentire il suono del suo volare. Immaginarmi il flettersi di quelle piccole ali ad ogni battito e a ogni cambio di direzione. Questa piccola mosca poi ha giocato con il flusso d'aria fresca del mio condizionatore e con il parabrezza camminandoci sopra, dall'interno, prendendosi gioco del vento che scorreva dall'altra parte del vetro. A un certo punto mi si é posata su un braccio e l'ho osservata camminare stando in equilibrio sui peli del mio avambraccio, delicatamente. L'ho lasciata fare, in fondo era tutto il giorno che mi teneva compagnia.
Quando sono arrivato a Orio al Serio, sulla A4, ero proprio davanti all'aeroporto, ho abbassato il finestrino soprapensiero e questa piccola mosca si è buttata fuori, nel flusso d'aria ferma mentre la mia macchina viaggiava a 130 km/h.
Fuff.
Andata.
Ho tirato su il finestrino con i capelli che mi svolazzavano dappertutto, ho chiuso il vetro e i capelli non si muovevano più, c'era solo quel suono di sottofondo del motore e delle ruote che girano sull'asfalto e quel sibilo dell'aria che viene da fuori.
Magari adesso questa piccola insignificante mosca residente a Novara, che oggi è stata a Torino, Ozegna, Milano e Orio al Serio, sale su un aereo della Ryanair e stasera é a Dublino o a Praga o a Barcellona, chi lo sa?
Voi direte: ma che storia é questa? In effetti non é una storia, non é niente. Però é sempre meglio di leggere una post tipo : Aggiornamento a iOS 7 effettuato e venti centimetri di puntini di sospensione.
E anche sapere che tipo di mosche vi volano intorno, ad esempio, a me interesserebbe di più che sapere che marca di telefono avete.
lunedì 16 settembre 2013
IMBECILLITA'.
Oggi è il giorno della vergogna. Vergogna come quando vedi una anziana che va a gambe per aria e all'inizio ti viene da ridere, ridi a crepapelle e poi quando ti accorgi che si è fatta male, quando la vedi sdraiata su una barella che soffre e che la portano via e in bella mostra ci sono le sue cosce bianchicce scoperte, e i gambaletti color carne uno su e uno giù, e i capelli in disordine, ti senti imbecille, e se non sei totalmente imbecille ti viene voglia di andare lì a tirarle una coperta sulle gambe e a passarle le dita tra i capelli, a tenerle la mano.
Oggi è il giorno in cui raddrizzano la Costa Concordia.
Quando la vedremo mentre la tirano su, dritta fuori dall'acqua come dovrebbe stare, per metà imponente, forte, bianca come le nuvole e azzurra come il mare e come il cielo, e per metà color ruggine e colore delle alghe e del fango e della morte, all'improvviso ci sentiremo imbecilli e ci vergogneremo di essere italiani.
Specialmente davanti a tutte quelle telecamere che trasmettono le operazioni in mondovisione.
Oggi è il giorno in cui raddrizzano la Costa Concordia.
Quando la vedremo mentre la tirano su, dritta fuori dall'acqua come dovrebbe stare, per metà imponente, forte, bianca come le nuvole e azzurra come il mare e come il cielo, e per metà color ruggine e colore delle alghe e del fango e della morte, all'improvviso ci sentiremo imbecilli e ci vergogneremo di essere italiani.
Specialmente davanti a tutte quelle telecamere che trasmettono le operazioni in mondovisione.
venerdì 13 settembre 2013
FIGHETTISMO.
Oggi in paese ho visto un ragazzino su uno scooter da 50cc che guidava in posizione aerodinamica. Teneva i gomiti larghi e stava inclinato in avanti alla ricerca della massima velocità, aveva lo sguardo a filo del manubrio e un casco colorato. Erano dei secoli che non vedevo uno così felice di andare su un cinquantino, uno così convinto ed entusiasta. Quando ho sentito il rumore del motore arrivare da lontano mi sono voltato per vedere, e ho visto la moto sul rettilineo e il tipo piegato in avanti in quella posizione, comunque sarà andato al massimo a 60 non di più, allora mi sono messo a ridere e ho alzato i pugni al cielo in segno di vittoria e a mente ho urlato Yeeeeaaaaahhhhhh, nel frattempo la moto mi è sfrecciata davanti.
Vuooooom.
Lì in parte a me dove ero c'era la fermata dell'autobus e alla fermata dell'autobus c'era un gruppo di adolescenti fighetti vestiti tutti uguali, con le cuffiette e con il telefonino in mano e uno di questi fighettini senza distogliere lo sguardo dallo schermo dello smartphone ha detto agli altri ad alta voce una frase che poteva dirla uno vecchio, che era ...E poi si ammazzano...
Io ho dovuto trattenermi, non ho detto niente ma ho avuto la tentazione fortissima di dirgli, a quel fighetto del cazzo, Te sei già morto, invece.
Vuooooom.
Lì in parte a me dove ero c'era la fermata dell'autobus e alla fermata dell'autobus c'era un gruppo di adolescenti fighetti vestiti tutti uguali, con le cuffiette e con il telefonino in mano e uno di questi fighettini senza distogliere lo sguardo dallo schermo dello smartphone ha detto agli altri ad alta voce una frase che poteva dirla uno vecchio, che era ...E poi si ammazzano...
Io ho dovuto trattenermi, non ho detto niente ma ho avuto la tentazione fortissima di dirgli, a quel fighetto del cazzo, Te sei già morto, invece.
sabato 1 giugno 2013
LA FORZA DELLE STORIE.
C'è talmente tanta forza nelle storie, che bisogna andarci piano, bisogna starci molto attenti quando ti spiegano una cosa raccontandotene una. Che altrimenti ti fregano.
La storia del calabrone che stando alla fisica non è possibile che voli e che invece vola, ad esempio.
Questa è una storia che qualche anno fa ai manager illuminati piaceva raccontare durante le loro presentazioni illuminanti. Gli piaceva raccontarla questa storia nei convegni o nelle interviste sui giornali, la raccontavano specialmente all'inizio della crisi quando le loro aziende stavano cominciando ad andare a farsi fottere e loro, i manager, dovevano trovare soldi e convincere noi cittadini e gli operai e gli investitori che con gli investimenti giusti e con le idee giuste la crisi sarebbe addirittura stata una specie di opportunità e le nostre aziende italiane sarebbero diventate ancora più forti e più competitive, l'avrò sentita raccontare almeno mille volte questa storia.
Dicevano anche che in cinese dentro alla parola crisi c'è contenuta la parola opportunità, lo hanno scritto anche tutti i giornalisti sopra a tutti i loro giornali questo, ma non divaghiamo adesso.
Di sicuro l'avete sentita raccontare anche voi la storia del calabrone, un po' di anni fa andava molto di moda. Che tra l'altro non è mica vera 'sta storia, i calabroni è normale che volino ed hanno sempre volato.
Comunque.
La cosa che adesso i suddetti manager illuminati si dimenticano di dire quando chiudono le aziende e danno tutta la colpa alla crisi, è che loro qualche anno fa, quando andavano raccontando questa storia in giro e poi dovevano decidere se investire i loro (i nostri) ultimi soldi su un giovane calabrone dalle belle speranze, oppure su un pachiderma in età da pensione con l'adesivo tarocco della Lufthansa appiccicato sopra, loro quasi tutti hanno deciso di andare sul sicuro e di investire sui pachidermi.
Ed ora, a forza di storie, eccoci qua.
La storia del calabrone che stando alla fisica non è possibile che voli e che invece vola, ad esempio.
Questa è una storia che qualche anno fa ai manager illuminati piaceva raccontare durante le loro presentazioni illuminanti. Gli piaceva raccontarla questa storia nei convegni o nelle interviste sui giornali, la raccontavano specialmente all'inizio della crisi quando le loro aziende stavano cominciando ad andare a farsi fottere e loro, i manager, dovevano trovare soldi e convincere noi cittadini e gli operai e gli investitori che con gli investimenti giusti e con le idee giuste la crisi sarebbe addirittura stata una specie di opportunità e le nostre aziende italiane sarebbero diventate ancora più forti e più competitive, l'avrò sentita raccontare almeno mille volte questa storia.
Dicevano anche che in cinese dentro alla parola crisi c'è contenuta la parola opportunità, lo hanno scritto anche tutti i giornalisti sopra a tutti i loro giornali questo, ma non divaghiamo adesso.
Di sicuro l'avete sentita raccontare anche voi la storia del calabrone, un po' di anni fa andava molto di moda. Che tra l'altro non è mica vera 'sta storia, i calabroni è normale che volino ed hanno sempre volato.
Comunque.
La cosa che adesso i suddetti manager illuminati si dimenticano di dire quando chiudono le aziende e danno tutta la colpa alla crisi, è che loro qualche anno fa, quando andavano raccontando questa storia in giro e poi dovevano decidere se investire i loro (i nostri) ultimi soldi su un giovane calabrone dalle belle speranze, oppure su un pachiderma in età da pensione con l'adesivo tarocco della Lufthansa appiccicato sopra, loro quasi tutti hanno deciso di andare sul sicuro e di investire sui pachidermi.
Ed ora, a forza di storie, eccoci qua.
mercoledì 29 maggio 2013
LE PAROLE SONO IMPORTANTI.
Un po' tempo fa un mattino mi suona il telefono, rispondo ed è uno che parla a nome di una agency di creativi e di esperti di sport-marketing. Lavoriamo a dei progetti. Ah, OK, piacere.
Posso rubarti due minuti, mi dice lui?
Prego, dico io.
Ti secca se ti metto in viva voce?
Prego, dico ancora.
Al di là dal telefono sono in cinque, si presentano tutti uno a uno.
Piacere, Piacere, Piacere.
Piacere.
Piacere.
Fanno per cominciare una recap della loro mission e mi danno una overview delle potenzialità dei social e del blogging oggi per creare awarness attorno al proprio brand. Sì, perché - mi spiegano - tu devi pensare a te stesso in termini di personal branding, di self-promotion e dalle nostre analisi le tue potenzialità sono top e ancora inesplorate, possiamo collaborare alla creazione di aspirational stories da condividere attraverso i social e lavorare insieme sul mood della tua comunicazione, ovviamente senza scivolare nell sell-out del personaggio.
Scusate ma ho da fare adesso, dico io.
Se ci dai ancora un attimo abbiamo finito.
Ok un attimo.
Insomma - continuano - serve identificare i targets, stabilire un format dentro al quale embeddare i tuoi contents ed i tuoi projects, ed è fatta.
Ok, perfetto, grazie, allora magari ci sentiamo più avanti eh, dico io per chiudere.
Loro mi chiedono come ultimissima cosa se per caso ho una timeline da condividere con i miei prossimi projects e se in questo momento sono al lavoro su qualcosa di specifico.
Io al momento come progetto specifico sono in bagno, dico. Silenzio dall'altra parte.
Sto cagando, più precisamente.
Allora ci risentiamo più avanti, dicono loro.
Dopo non li ho più risentiti.
Posso rubarti due minuti, mi dice lui?
Prego, dico io.
Ti secca se ti metto in viva voce?
Prego, dico ancora.
Al di là dal telefono sono in cinque, si presentano tutti uno a uno.
Piacere, Piacere, Piacere.
Piacere.
Piacere.
Fanno per cominciare una recap della loro mission e mi danno una overview delle potenzialità dei social e del blogging oggi per creare awarness attorno al proprio brand. Sì, perché - mi spiegano - tu devi pensare a te stesso in termini di personal branding, di self-promotion e dalle nostre analisi le tue potenzialità sono top e ancora inesplorate, possiamo collaborare alla creazione di aspirational stories da condividere attraverso i social e lavorare insieme sul mood della tua comunicazione, ovviamente senza scivolare nell sell-out del personaggio.
Scusate ma ho da fare adesso, dico io.
Se ci dai ancora un attimo abbiamo finito.
Ok un attimo.
Insomma - continuano - serve identificare i targets, stabilire un format dentro al quale embeddare i tuoi contents ed i tuoi projects, ed è fatta.
Ok, perfetto, grazie, allora magari ci sentiamo più avanti eh, dico io per chiudere.
Loro mi chiedono come ultimissima cosa se per caso ho una timeline da condividere con i miei prossimi projects e se in questo momento sono al lavoro su qualcosa di specifico.
Io al momento come progetto specifico sono in bagno, dico. Silenzio dall'altra parte.
Sto cagando, più precisamente.
Allora ci risentiamo più avanti, dicono loro.
Dopo non li ho più risentiti.
giovedì 16 maggio 2013
UNA CONSIDERAZIONE E UNA STORIA.
In ogni dibattito, in ogni dialogo complesso che richiede attenzione, riflessione, apertura, capacità di ascolto e di espressione, magari per definire qualcosa di etereo e di astratto ma importantissimo come un principio o un valore o un momento storico da comprendere e rielaborare, a un certo punto, salta sempre fuori uno che appena sente il rumore della ferraglia arruginita che porta in giro nella scatola cranica che si rimette in moto, appena sente il cigolio dei suoi neuroni che si risvegliano dal coma e si riattivano, spaventato, esce fuori con frasi del tipo :
"Basta parlare, dobbiamo fare, cazzo!"
(Cazzo e punto esclamativo sono rafforzativi necessari, indispensabili in frasi come queste).
Fare. La parola magica è: fare.
A quel punto altri soggetti uguali a lui, a quello che da ora in avanti chiameremo "il Qualunquista", altri che vivono la stessa sensazione di noia e di gonadi gonfie - quando non sei in grado di capire un discorso perché stare ad ascoltare e cercare di capire e di imparare costa tempo e fatica ed è facile annoiarsi nel frattempo, ed avere le gonadi gonfie - altri soggetti uguali al qualunquista dicevo, altri qualunquisti appunto, applaudono e si mettono in scia. Prendono forza. Si caricano. Il qualunquista in genere vive in branco e non si pronuncia mai se non è certo di avere la sua clack al seguito, piuttosto se si sente in minoranza preferisce trattenersi nel momento topico della discussione e non intervenire platealmente, rimandando le sue considerazioni al bar, nello spogliatoio, in un luogo alternativo insomma, un luogo rigorosamente non ufficiale dove lui riesce a sentirsi protetto ed apprezzato e confortato dall'opinione idiota di altri che ragionano per semplici assiomi come lui. Non dimentichiamolo, al qualunquista in carriera la propria audience è indispensabile come l'ossigeno, dato che la sua opinione, al riscontro dei fatti, è aria fritta.
Per farlo ragionare il qualunquista bisogna prenderlo singolarmente. Isolarlo. Altrimenti la spavalderia e il tono supponente delle sue parole, che sono elementi irrinunciabili del suo stile di comunicazione, prenderanno il sopravvento. Sempre che questo, il suo "stile" noi vogliamo chiamarlo "stile di comunicazione", perché faremmo prima a chiamarlo comportamento.
In effetti lo stile ha a che fare con una azione, con una interpretazione personale, con una visione, con un modo di fare; e il comportamento invece ha a che fare con l'istinto, con una sensazione, con una reazione, più che altro.
Di interventi così io, di persone così, agli aggiornamenti dei Maestri di sci, degli Istruttori di snowboard o di sci, alle riunioni condominiali, nelle riunioni di club o società sportive, delle Guide Alpine anche e delle Comunità Montane, delle Associazioni, dei Collegi, nei forum su internet anche, insomma in tutti i luoghi dove bisogna avere un po' di pazienza per capire e stare ad ascoltare, ne ho visti a migliaia.
Migliaia, dico.
La demagogia del fare anziché parlare funziona sempre, da sempre. E' sul principio del "Fare - basta parole" che in definitiva si finisce con il pensare in un certo modo, con il reagire in un certo modo, con il comportarsi in un certo modo e quel che più conta in democrazia, con il votare in un certo modo.
Avevo un amico, un tempo, che quando aveva davanti a lui delle auto bloccate dal traffico, impazziva. Era una persona sensibile e intelligente ma era incapace di attendere e di portare pazienza. Allora lui il mio amico, in quelle occasioni lì, si metteva alla ricerca di una strada alternativa, una qualsiasi, e a costo di dovere andare nella direzione opposta di dove doveva andare, pur di andare, di muoversi, lui quella strada la prendeva. Capitava che dovevi andare da una parte della pianura padana e ti trovavi invece dalla parte opposta per poi dover tornare indietro lentamente e con fatica lungo le strade provinciali; oppure che per andare in un posto a venti chilometri da dove eri ne facevi centoventi con due passi alpini in mezzo, e poi arrivavi tre ore dopo rispetto a un altro che era in coda davanti a te e che aveva avuto la pazienza di aspettare.
Una volta, un giorno di tanti anni fa, io viaggiavo su una automobile e questo mio amico era in colonna dietro di me. Davanti a noi su una strada di montagna, a un certo punto, c'era il traffico bloccato. Il mio amico che mi seguiva, appena fermi, fece inversione di marcia, lo vidi nello specchietto retrovisore a fare manovra e andare via subito. Dall'altra parte. Io il giro che andava a fare per andare dove dovevamo andare lo sapevo di già, ma decisi di non seguirlo e di rimanere lì in colonna e di portare pazienza. Stetti lì un po' ad aspettare, poi visto che le auto non si muovevano spensi il motore della macchina e andai avanti a piedi a vedere per capire cosa era successo. Arrivai in un punto della strada dove erano caduti dei massi sulla carreggiata, e lì c'era della gente che si lamentava che aveva fretta e che diceva che era una cosa indegna da non credere e che aspettava l'intervento degli operai dell'ANAS con le mani in tasca. Allora io tornai alla macchina e presi dal baule i miei attrezzi da lavoro, un leverino, un piccone e un pezzo di corda - all'epoca facevo un po' di disgaggi - poi ritornai nel punto della strada in cui quelle grosse rocce erano cadute e bloccavano la strada. Con cinque minuti di lavoro, con gli attrezzi giusti e con l'aiuto di un paio di signori volenterosi che c'erano lì in piedi ad aspettare, levammo i sassi dalla carreggiata e ripulimmo la strada, poi tutti risalirono in macchina e le auto ripresero a circolare prima dell'arrivo degli operai dell'ANAS. Io arrivai all'appuntamento nel luogo dove dovevamo andare puntuale mentre il mio amico non era ancora arrivato e non si sapeva neanche dove era, allora non c'erano i telefonini. Aspettai più di un ora e mezza su una panchina nel parcheggio, c'era un buon odore di bosco e di resina, me lo ricordo, poi sentii il rumore del motore arrivare da lontano, lo vidi comparire il mio amico, entrò nel parcheggio a tutta velocità attraversandolo in diagonale, si fermò facendo stridere le ruote. Spense il motore e tirò su il freno a mano che fece quel craaackkk che fanno i freni a a mano quando li tiri su e scese dalla macchina con la sigaretta tra le labbra come la teneva sempre lui, con gli occhi socchiusi in una finestrella sottile per via del fumo, gettò il mozzicone di sigaretta a terra e mi chiese, in dialetto bergamasco:
- L'è tàt che te sè chè?
- Due ore - gli risposi io, esagerando un po' per rincarare la dose - Ma perché non ti sei fermato ad aspettare un attimo? Erano solo quattro sassi in mezzo alla carreggiata.
- Perché a mé fàm fà èrgòta, fàm fà n'òtra strada, fàm indà, ma fàm mìa stà lè férmo a bòtà vià l'tèp.
- A perdere del tempo? Guarda che il tempo non si perde. E che giro hai fatto, tu?
Mi raccontò di avere fatto una strada lunghissima e poi a un certo punto di avere scollinato in un altra valle, di avere imboccato una strada sterrata, di essere tornato indietro perché non si passava, di avere preso un'altra strada ancora e di essere sbucato su un altra provinciale. Dove anche lì, c'era un senso unico alternato per dei lavori. Altra colonna. Fermo.
Io lo guardai negli occhi senza dire niente, nel frattempo avevamo perso mezza giornata di lavoro. Lui prese un'altra sigaretta dal pacchetto che teneva tra in tasca e la accese.
- Dài che andiamo a bere qualcosa - gli dissi. Attraversammo il parcheggio e ci avviammo al bar.
- L'è che sò ù bìgol. - mi disse lui.
Stavo per dire infatti, e invece riuscii a resistere e non dissi niente. Mi misi a ridere ed aprii la porta del bar. Poi entrammo.
Poi non mi ricordo.
"Basta parlare, dobbiamo fare, cazzo!"
(Cazzo e punto esclamativo sono rafforzativi necessari, indispensabili in frasi come queste).
Fare. La parola magica è: fare.
A quel punto altri soggetti uguali a lui, a quello che da ora in avanti chiameremo "il Qualunquista", altri che vivono la stessa sensazione di noia e di gonadi gonfie - quando non sei in grado di capire un discorso perché stare ad ascoltare e cercare di capire e di imparare costa tempo e fatica ed è facile annoiarsi nel frattempo, ed avere le gonadi gonfie - altri soggetti uguali al qualunquista dicevo, altri qualunquisti appunto, applaudono e si mettono in scia. Prendono forza. Si caricano. Il qualunquista in genere vive in branco e non si pronuncia mai se non è certo di avere la sua clack al seguito, piuttosto se si sente in minoranza preferisce trattenersi nel momento topico della discussione e non intervenire platealmente, rimandando le sue considerazioni al bar, nello spogliatoio, in un luogo alternativo insomma, un luogo rigorosamente non ufficiale dove lui riesce a sentirsi protetto ed apprezzato e confortato dall'opinione idiota di altri che ragionano per semplici assiomi come lui. Non dimentichiamolo, al qualunquista in carriera la propria audience è indispensabile come l'ossigeno, dato che la sua opinione, al riscontro dei fatti, è aria fritta.
Per farlo ragionare il qualunquista bisogna prenderlo singolarmente. Isolarlo. Altrimenti la spavalderia e il tono supponente delle sue parole, che sono elementi irrinunciabili del suo stile di comunicazione, prenderanno il sopravvento. Sempre che questo, il suo "stile" noi vogliamo chiamarlo "stile di comunicazione", perché faremmo prima a chiamarlo comportamento.
In effetti lo stile ha a che fare con una azione, con una interpretazione personale, con una visione, con un modo di fare; e il comportamento invece ha a che fare con l'istinto, con una sensazione, con una reazione, più che altro.
Di interventi così io, di persone così, agli aggiornamenti dei Maestri di sci, degli Istruttori di snowboard o di sci, alle riunioni condominiali, nelle riunioni di club o società sportive, delle Guide Alpine anche e delle Comunità Montane, delle Associazioni, dei Collegi, nei forum su internet anche, insomma in tutti i luoghi dove bisogna avere un po' di pazienza per capire e stare ad ascoltare, ne ho visti a migliaia.
Migliaia, dico.
La demagogia del fare anziché parlare funziona sempre, da sempre. E' sul principio del "Fare - basta parole" che in definitiva si finisce con il pensare in un certo modo, con il reagire in un certo modo, con il comportarsi in un certo modo e quel che più conta in democrazia, con il votare in un certo modo.
Avevo un amico, un tempo, che quando aveva davanti a lui delle auto bloccate dal traffico, impazziva. Era una persona sensibile e intelligente ma era incapace di attendere e di portare pazienza. Allora lui il mio amico, in quelle occasioni lì, si metteva alla ricerca di una strada alternativa, una qualsiasi, e a costo di dovere andare nella direzione opposta di dove doveva andare, pur di andare, di muoversi, lui quella strada la prendeva. Capitava che dovevi andare da una parte della pianura padana e ti trovavi invece dalla parte opposta per poi dover tornare indietro lentamente e con fatica lungo le strade provinciali; oppure che per andare in un posto a venti chilometri da dove eri ne facevi centoventi con due passi alpini in mezzo, e poi arrivavi tre ore dopo rispetto a un altro che era in coda davanti a te e che aveva avuto la pazienza di aspettare.
Una volta, un giorno di tanti anni fa, io viaggiavo su una automobile e questo mio amico era in colonna dietro di me. Davanti a noi su una strada di montagna, a un certo punto, c'era il traffico bloccato. Il mio amico che mi seguiva, appena fermi, fece inversione di marcia, lo vidi nello specchietto retrovisore a fare manovra e andare via subito. Dall'altra parte. Io il giro che andava a fare per andare dove dovevamo andare lo sapevo di già, ma decisi di non seguirlo e di rimanere lì in colonna e di portare pazienza. Stetti lì un po' ad aspettare, poi visto che le auto non si muovevano spensi il motore della macchina e andai avanti a piedi a vedere per capire cosa era successo. Arrivai in un punto della strada dove erano caduti dei massi sulla carreggiata, e lì c'era della gente che si lamentava che aveva fretta e che diceva che era una cosa indegna da non credere e che aspettava l'intervento degli operai dell'ANAS con le mani in tasca. Allora io tornai alla macchina e presi dal baule i miei attrezzi da lavoro, un leverino, un piccone e un pezzo di corda - all'epoca facevo un po' di disgaggi - poi ritornai nel punto della strada in cui quelle grosse rocce erano cadute e bloccavano la strada. Con cinque minuti di lavoro, con gli attrezzi giusti e con l'aiuto di un paio di signori volenterosi che c'erano lì in piedi ad aspettare, levammo i sassi dalla carreggiata e ripulimmo la strada, poi tutti risalirono in macchina e le auto ripresero a circolare prima dell'arrivo degli operai dell'ANAS. Io arrivai all'appuntamento nel luogo dove dovevamo andare puntuale mentre il mio amico non era ancora arrivato e non si sapeva neanche dove era, allora non c'erano i telefonini. Aspettai più di un ora e mezza su una panchina nel parcheggio, c'era un buon odore di bosco e di resina, me lo ricordo, poi sentii il rumore del motore arrivare da lontano, lo vidi comparire il mio amico, entrò nel parcheggio a tutta velocità attraversandolo in diagonale, si fermò facendo stridere le ruote. Spense il motore e tirò su il freno a mano che fece quel craaackkk che fanno i freni a a mano quando li tiri su e scese dalla macchina con la sigaretta tra le labbra come la teneva sempre lui, con gli occhi socchiusi in una finestrella sottile per via del fumo, gettò il mozzicone di sigaretta a terra e mi chiese, in dialetto bergamasco:
- L'è tàt che te sè chè?
- Due ore - gli risposi io, esagerando un po' per rincarare la dose - Ma perché non ti sei fermato ad aspettare un attimo? Erano solo quattro sassi in mezzo alla carreggiata.
- Perché a mé fàm fà èrgòta, fàm fà n'òtra strada, fàm indà, ma fàm mìa stà lè férmo a bòtà vià l'tèp.
- A perdere del tempo? Guarda che il tempo non si perde. E che giro hai fatto, tu?
Mi raccontò di avere fatto una strada lunghissima e poi a un certo punto di avere scollinato in un altra valle, di avere imboccato una strada sterrata, di essere tornato indietro perché non si passava, di avere preso un'altra strada ancora e di essere sbucato su un altra provinciale. Dove anche lì, c'era un senso unico alternato per dei lavori. Altra colonna. Fermo.
Io lo guardai negli occhi senza dire niente, nel frattempo avevamo perso mezza giornata di lavoro. Lui prese un'altra sigaretta dal pacchetto che teneva tra in tasca e la accese.
- Dài che andiamo a bere qualcosa - gli dissi. Attraversammo il parcheggio e ci avviammo al bar.
- L'è che sò ù bìgol. - mi disse lui.
Stavo per dire infatti, e invece riuscii a resistere e non dissi niente. Mi misi a ridere ed aprii la porta del bar. Poi entrammo.
Poi non mi ricordo.
giovedì 21 febbraio 2013
THE SHOW MUST GO ON.
Lo so che io adesso qui, dovrei raccontare di un'altra cosa. Voi vi aspettate che io parli degli sci da 19 euro e 95 che ho comprato e montato a telemark e a usato ieri. Invece no. Quello, dopo.
Adesso volevo dire un'altra cosa.
Ho sentito la cosa di Giannino e delle sue due lauree e del master che invece, a quanto pare, non ce li ha. Adesso, io conosco tanta gente che insomma, alla fine si sa, le cose le ha fatte un po' così, diciamo che ha cercato di rimettere i conti a posto con il destino perché lui sentiva che quella cosa che non aveva mai veramente fatto, in fondo, se la meritava lo stesso, la stava per fare. E' come se l'avesse fatta. Alpinisti dico, ad esempio. Cime che erano quasi cime e sono diventate cime, va bè. Sportivi. Ma anche altri. Laureati, diplomati, abilitati, insomma un sacco di gente. Ma sì, dai. Noi italiani siamo fatti così, noi abbiamo una visione delle regole e dei limiti che è abbastanza flessibile. Che comunque, alla fine, è triste da dire, ma per certe cose ha anche i suoi lati positivi.
In Italia, se non hai una assicurazione sanitaria o la mutua del tuo paese, ti aiutano lo stesso.
In Italia se vieni qui su un barcone e non hai niente, niente proprio, qualcosa e un posto te lo trovano.
In Italia se non c'hai i soldi per l'asilo o non c'hai l'asilo proprio, un nonno o una nonna o una signora che ti aiuta a tenere il tuo bambino mentre tu vai a lavorare, li trovi sempre.
A Napoli c'è il caffè già pagato, che è una cosa che non c'è in nessun altro posto del mondo, è un tipo di caffè che se tu vai lì e vuoi bere un caffè e non c'hai una lira (non c'hai un euro) il caffè te lo danno lo stesso, perché ogni tanto c'è qualcuno che di caffè ne paga due e ne beve uno solo. D'ufficio. Caffè sospeso, si chiama. Non è un diritto. Non è una regola. E' una pratica. E' un favore. E' come una specie di assicurazione, un sindacato, un esercito della salvezza del caffè. Contro tutte le norme e le regole. In Svizzera ad esempio, dove dal punto di vista amministrativo credo che funzioni tutto molto bene, a Zurigo ad esempio, il caffè sospeso secondo me non ce l'hanno. Avranno altre cose. Ad esempio dei servizi che funzionano. Un economia che cresce. Treni puntuali. Piste ciclabili ovunque. Scuole che funzionano. La Rivella, va bè la Rivella tenetevela. Cose così, hanno, in Svizzera.
Insomma, in Italia, se dimostri che meriti, gli italiani ti aiutano. O se ti "aiuti" da solo, in un certo senso, tollerano. Chiudono un occhio. Portano pazienza.
Ecco, allora io adesso volevo dire una cosa. Volevo dire che in fondo a me che Giannino - che mi stava anche simpatico per certi versi - che si sia per così dire aiutato un po' da solo, mi fa effetto ma solo fino a un certo punto. Ci eravamo già abituati a questa cosa.
A me che fa effetto, ma veramente effetto, è quello che va dicendo adesso che lo hanno sgamato. La disinvoltura. Il sistema con cui dice "Susatemi. Arrivederci. Andate avanti voi."
Cioè, mi pare che abbia detto "Queste sono le regole, se uno sbaglia è fuori. " che io ok, concordo. In politica, nella vita pubblica, quando si tratta di amministrare il bene comune quello mi sembra il minimo. Cosa c'entra l'andate avanti voi? Cosa c'entra il perdono che invocano alcuni, adesso? Non siamo mica a "C'è posta per te". Quella tra l'altro, Giannino, quella del Fare per fermare il declino era una regola che avevi dettato tu. Una bella regola.
Allora la mia perplessità, enorme, a questo punto è questa: ma se nessuno ti sgamava, Giannino, allora?
Allora vuole dire che la cosa davvero importante in questo paese e in quello che ci apprestiamo a costruire non è essere puliti e rispettare le regole, ma non farsi beccare. Non farsi sgamare, mai. Che questa, direi, è una cosa a cui noi Italiani eravamo già abituati. A quelli che non li beccano mai.
Poi c'è un'altra cosa, l'ultima, ma credo sia la più importante. Sono quelli che dicono "Beh, Giannino ha sbagliato ma in fondo le cose che dice sono cose giuste e intelligenti. Andiamo avanti lo stesso." La filosofia del " The show must go on." Certo, andiamo avanti lo stesso, alé. Come sempre.
Ecco, io quella, la filosofia del "The show must go on" non l'ho mai sopportata. L'idea che bisogna andare avanti a tutti i costi. Sempre. Sopportare. Mandare giù. Quella mi fa veramente incazzare. Come se non ci fosse modo di correggersi e di cambiare.
Cambiare. Cambiare. Cambiare.
Ma vogliamo veramente cambiare, noi?
Adesso volevo dire un'altra cosa.
Ho sentito la cosa di Giannino e delle sue due lauree e del master che invece, a quanto pare, non ce li ha. Adesso, io conosco tanta gente che insomma, alla fine si sa, le cose le ha fatte un po' così, diciamo che ha cercato di rimettere i conti a posto con il destino perché lui sentiva che quella cosa che non aveva mai veramente fatto, in fondo, se la meritava lo stesso, la stava per fare. E' come se l'avesse fatta. Alpinisti dico, ad esempio. Cime che erano quasi cime e sono diventate cime, va bè. Sportivi. Ma anche altri. Laureati, diplomati, abilitati, insomma un sacco di gente. Ma sì, dai. Noi italiani siamo fatti così, noi abbiamo una visione delle regole e dei limiti che è abbastanza flessibile. Che comunque, alla fine, è triste da dire, ma per certe cose ha anche i suoi lati positivi.
In Italia, se non hai una assicurazione sanitaria o la mutua del tuo paese, ti aiutano lo stesso.
In Italia se vieni qui su un barcone e non hai niente, niente proprio, qualcosa e un posto te lo trovano.
In Italia se non c'hai i soldi per l'asilo o non c'hai l'asilo proprio, un nonno o una nonna o una signora che ti aiuta a tenere il tuo bambino mentre tu vai a lavorare, li trovi sempre.
A Napoli c'è il caffè già pagato, che è una cosa che non c'è in nessun altro posto del mondo, è un tipo di caffè che se tu vai lì e vuoi bere un caffè e non c'hai una lira (non c'hai un euro) il caffè te lo danno lo stesso, perché ogni tanto c'è qualcuno che di caffè ne paga due e ne beve uno solo. D'ufficio. Caffè sospeso, si chiama. Non è un diritto. Non è una regola. E' una pratica. E' un favore. E' come una specie di assicurazione, un sindacato, un esercito della salvezza del caffè. Contro tutte le norme e le regole. In Svizzera ad esempio, dove dal punto di vista amministrativo credo che funzioni tutto molto bene, a Zurigo ad esempio, il caffè sospeso secondo me non ce l'hanno. Avranno altre cose. Ad esempio dei servizi che funzionano. Un economia che cresce. Treni puntuali. Piste ciclabili ovunque. Scuole che funzionano. La Rivella, va bè la Rivella tenetevela. Cose così, hanno, in Svizzera.
Insomma, in Italia, se dimostri che meriti, gli italiani ti aiutano. O se ti "aiuti" da solo, in un certo senso, tollerano. Chiudono un occhio. Portano pazienza.
Ecco, allora io adesso volevo dire una cosa. Volevo dire che in fondo a me che Giannino - che mi stava anche simpatico per certi versi - che si sia per così dire aiutato un po' da solo, mi fa effetto ma solo fino a un certo punto. Ci eravamo già abituati a questa cosa.
A me che fa effetto, ma veramente effetto, è quello che va dicendo adesso che lo hanno sgamato. La disinvoltura. Il sistema con cui dice "Susatemi. Arrivederci. Andate avanti voi."
Cioè, mi pare che abbia detto "Queste sono le regole, se uno sbaglia è fuori. " che io ok, concordo. In politica, nella vita pubblica, quando si tratta di amministrare il bene comune quello mi sembra il minimo. Cosa c'entra l'andate avanti voi? Cosa c'entra il perdono che invocano alcuni, adesso? Non siamo mica a "C'è posta per te". Quella tra l'altro, Giannino, quella del Fare per fermare il declino era una regola che avevi dettato tu. Una bella regola.
Allora la mia perplessità, enorme, a questo punto è questa: ma se nessuno ti sgamava, Giannino, allora?
Allora vuole dire che la cosa davvero importante in questo paese e in quello che ci apprestiamo a costruire non è essere puliti e rispettare le regole, ma non farsi beccare. Non farsi sgamare, mai. Che questa, direi, è una cosa a cui noi Italiani eravamo già abituati. A quelli che non li beccano mai.
Poi c'è un'altra cosa, l'ultima, ma credo sia la più importante. Sono quelli che dicono "Beh, Giannino ha sbagliato ma in fondo le cose che dice sono cose giuste e intelligenti. Andiamo avanti lo stesso." La filosofia del " The show must go on." Certo, andiamo avanti lo stesso, alé. Come sempre.
Ecco, io quella, la filosofia del "The show must go on" non l'ho mai sopportata. L'idea che bisogna andare avanti a tutti i costi. Sempre. Sopportare. Mandare giù. Quella mi fa veramente incazzare. Come se non ci fosse modo di correggersi e di cambiare.
Cambiare. Cambiare. Cambiare.
Ma vogliamo veramente cambiare, noi?
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