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mercoledì 17 dicembre 2014

SCIARE SOTTO AL NANGA PARBAT.

La spedizione era finita e avevamo cominciato il viaggio di ritorno. Quando le spedizioni finiscono c'è una voglia pazzesca i ritornare a casa, ti assale una specie di frenesia, una accelerazione del desiderio di essere a casa propria, con le persone care, che è difficile da controllare. Alla mattina avevamo smontato le tende e preparato tutto, i portatori avevano suddiviso i carichi e caricato i muli e avevamo iniziato la discesa dal campo base del Nanga Parbat verso Rupal, che è il primo piccolo villaggio a qualche ora di cammino. Alla euforia mia e di Simone e di David mi sembrava che corrispondesse una malinconia dei ragazzi pakistani che erano stati con noi. Sapevano che difficilmente ci saremmo rivisti. 

Di tanto in tanto durante la spedizione qualche ragazzo saliva dal villaggio per portare qualcosa, dei rifornimenti, qualche ortaggio o per avere qualche medicinale dei nostri per curare la tosse o l'influenza o semplicemente per farci visita. Un giorno uno di loro, Jamil, era salito con un paio di vecchi sci da fondo per sciare con me. Avevamo speso il pomeriggio a parlare e a girare in tondo su un anello improvvisato sul grande piano di Lattaboo, dove stava il nostro campo. Jamil mi aveva spiegato che quegli sci appartenevano a suo fratello che faceva parte delle troupe speciali dell'esercito pakistano, se li era fatti prestare ed era salito appositamente per sciare con me. Era stato un bel giorno. 

Quando iniziammo il cammino di discesa per andare via, dopo le foto di rito con i polacchi che sarebbero rimasti un altro po' per recuperare i loro materiali sparsi sulla montagna, mi accorsi che un gran numero di bambini erano saliti con i genitori o con i fratelli o con gli zii per aiutare nel trasporto a valle dei nostri materiali. Questi bambini mi giravano intorno, curiosi, facendomi tutti la stessa domanda. Gli sci? Dove sono i tuoi sci? Non li vedevano. Dissi che erano nella sacca lunga, quella azzurra e che da qualche parte c'erano gli scarponi, i bastoncini li avevo in mano, li avrei usati per camminare in discesa. Non capivo bene tutto questo interesse dei bambini per i miei sci ma poi, mentre camminavo verso valle mi resi conto che nella desolazione e nella normalità di un luogo come quello, dove l'unica attrattiva fuori dall'ordinario è rappresentata da qualche alpinista occidentale o trekker che può capitare di vedere durante l'estate, io rappresentavo una eccezione. Una specie di alpinista Superman. Io per quei bambini ero uno sciatore, quello che aveva sciato sul Nanga Parbat, non un normale alpinista. Era diverso. Per loro era di più. 

Sul sentiero di ritorno davanti a me e dietro a un mulo che ci precedeva un ragazzino che avrà avuto sui quindici anni camminava con uno zainetto sulle spalle e nelle mani teneva due delle cose più scomode che la mia mente possa immaginare da maneggiare e trasportare: una thermos arancione da cinque litri (vuota) e un grosso rotolo di gommapiuma espansa, quella che avevamo usato come isolante sul pavimento della nostra tenda casa. Era un cilindro altro due metri e del diametro di una cinquantina di centimetri tenuto insieme da uno spago, era leggerissimo ma ingombrante e scomodo da maneggiare. Il ragazzino aveva ai piedi un paio di stivali di gomma e procedeva senza lamentarsi con un passo che alternava continuamente tra veloce e lentissimo. Riconobbi lo zainetto che teneva in spalla che era quello che conteneva il computer di Simone, non era né ingombrante né pesante, ma molto delicato, gli era stato affidato per averne particolare cura. A un certo punto, prima di un tratto in salita, dissi a quel ragazzino di darmi o la thermos o il rotolone di gomma piuma, che lo avrei aiutato trasportandolo io. Mi disse di no e si guardò in giro nella speranza che nessuno dei grandi ci avesse sentito. Insistetti un po' perché non mi andava di vedere un ragazzino che poteva avere l'età di mio figlio camminare così scomodo, non erano carichi pesanti, ma erano scomodi da trasportare. Lui non volle. 

Dopo un po' mentre la nostra carovana procedeva e camminavamo mi si avvicinò un uomo che era uno zio del ragazzo, non parlava inglese, ma mi fece un gesto con gli occhi per riferirsi al nipote e uno con la mano che avrebbe potuto sembrare "piano", mimava quel gesto con la mano di rallentare, ma che capii che invece si riferiva al ragazzino davanti a noi e che significava "ci vuole pazienza, tu stai tranquillo, non preoccuparti. Lascialo fare." Con i gesti, con lo sguardo e con un unica parola inglese mi fece capire che in tutto questo, nella scelta di assegnare a quel ragazzo quel carico, al tempo stesso leggero e molto scomodo da trasportare, c'era un progetto educativo ben preciso. L'uomo, che avrà avuto la mia età ma che sembrava molto più vecchio mi disse: "learning". Imparare. La parola gli usci a fatica dalla bocca facendosi spazio tra dei denti radi e bianchissimi. Capii perfettamente e annuii. Il ragazzo stava imparando, e così tutti gli altri.

Scendemmo ancora, nevicava intanto, Simone e David scesero a valle quasi di corsa, io restai indietro con i portatori a fare qualche foto e a filmare. Quando fummo a Rupal, dopo qualche ora, individuai nel centro del villaggio la casa di Aquil, ci eravamo già passati a dicembre, in salita, ma ora c'era molta più neve. Fuori di casa su un filo c'era qualche panno steso, tutto intorno a delimitare quelli che d'estate devono essere orti c'erano delle staccionate fatte di rametti secchi e sottili che si sfrangiavano puntando verso l'alto. Una vivace colonna di fumo saliva dal comignolo della casa di Aquil, nella quale era stato preparato un pranzo speciale per noi, mentre nelle altre case vicine, dai comignoli, usciva solo un leggerissimo alito di fumo. Faceva un freddo cane, ma era molto meno freddo che a Lattaboo. Arrivai fuori dalla casa di Aquil e c'erano tutti i bambini del paese ad aspettarmi, in piedi con le mani in tasca. Mi guardavano. 

Uno di loro, il più grande, aveva un paio di sci Dynastar ai piedi recuperati chissà dove e un paio di scarponi Nordica a calzata posteriore. I bambini mi chiesero ancora una volta tutti insieme dove erano i miei sci perché volevano che io sciassi con loro, solo che a quel punto la mia sacca con gli sci e gli scarponi doveva aver proseguito verso valle in groppa a un mulo. La delusione fu grande e capii che non potevo cavarmela così. I bambini mi aspettavano da due mesi e mezzo e mi guardavano e si aspettavano qualcosa di speciale da me, così invece che entrare a mangiare dove gli altri mi aspettavano, dissi: "Let's go skiing". Ci fu un immediato animarsi del gruppo e un vociare in una lingua a me incomprensibile e tutti corsero in discesa verso il campetto di neve che c'era appena più in basso. Il ragazzo grande con gli sci prese i bastoncini e iniziò a spingersi e a scendere, pattinando verso valle. In fondo al pendio fece una curva verso sinistra e poi risalì di corsa e fece un altro giro e poi un altro e un altro. I bambini mi guardavano, come per sapere se avevo un giudizio da dare sullo stile e sulla tecnica del loro amico e io dissi: "Very good" facendo vedere il mio pollice alzato. Dissi anche "Champion" e tutti scoppiarono a ridere e applaudirono. 

I bambini più piccoli a turno salivano in groppa al ragazzo con gli sci, lui se li caricava a cavalcioni uno alla volta e li portava in discesa. Non avevo mai pensato, in vita mia, che lo sci potesse essere uno sport di squadra. In Pakistan, lo è. 

Restai lì fuori a giocare e ad applaudire a mia volta queste evoluzioni sugli sci, intanto dalla casa di Aquil ogni qualche minuto lui stesso o un adulto usciva a chiamarmi e a dirmi di entrare a mangiare. "Please, come in. Lunch is ready". I bambini ogni volta mi fissavano in silenzio, per capire se io stavo per andarmene e per lasciarli lì o se sarei restato con loro ancora un po' a sciare, e ogni volta che io rimandavo il momento del pranzo loro si gasavano e caricavano di entusiasmo e di gioia e riprendevano ad andare su e giù dal pendio stando in groppa al più grande di loro. 

Penso che quello sia stato uno dei giorni di sci più belli della mia vita e non è stato per merito della neve o degli sci o del pendio o del Nanga Parbat che avevamo appena sopra, nascosto nella nebbia. 

E' stato per via di quei bambini pakistani. 

Qui c'è un video di quel giorno.

domenica 11 maggio 2014

GIRO DI BOA.

Gli alpinisti della mia generazione sono cresciuti leggendo il libri e immaginando quello che succedeva sulle grandi montagne. Erano gli alpinisti in prima persona una volta a raccontare al rientro delle loro spedizioni, con i libri o con le conferenze, la loro avventura. Raccontavano il loro punto di vista, la loro storia e lo facevano con calma, in un secondo tempo da casa, quando tutto era finito. A bocce ferme. 

Poi con i telefoni satellitari e la facilità con cui grazie a internet e ai mezzi digitali si può comunicare, fotografare, filmare e condividere mostrando istantaneamente quello che succede su ogni montagna del pianeta, da un certo momento in avanti abbiamo avuto la sensazione che tutto fosse vicino e a portata di mano e di non avere più bisogno dell'occhio e del cuore di qualcun altro che ci raccontasse al suo rientro che cosa aveva visto laggiù. Per colpa di questo, per questa idea che ci siamo fatti che tutto avvenga in un infinito "qui e ora" che è ovunque, ci siamo convinti di non avere più bisogno che l'esperienza umana venga filtrata e rielaborata attraverso gli occhi e il sentimento di qualcun altro. 

Passata l'euforia tecnologica iniziale improvvisamente tutto ha cominciato a sembrarci piatto e banale, scontato, a portata di mano, tanto vicino da apparire privo di senso o poco importante, perfino noioso. Forse anche perché gli alpinisti non erano ancora pronti a raccontare in quel modo, in diretta, senza filtri e noi non eravamo più disposti ad ascoltare. Volevamo soprattutto "vedere" e a nostra volta "dire" usando in prima persona, senza filtri, gli strumenti che ci consentivano e che ci consentono di comunicare. Internet, i blog, Facebook, twitter, tutto. Un certo tipo di alpinismo che non tutti fanno e che a meno di essere un protagonista non si può fare altro che farsi raccontare ha, a un certo punto, perso la sua magia, la sua aura. 

I protagonisti, gli alpinisti, alcuni, da autorevoli hanno cominciato a diventare soltanto celebri e noi abbiamo finito per accontentarci e per smettere di essere curiosi e sensibili, attenti, critici. Cosa più grave di tutte ci siamo fatti l'idea di non avere più bisogno dei giornalisti o degli scrittori o degli inviati, di un punto di vista esterno, ci siamo convinti di non avere più bisogno di quelle persone che con fatica da un certo luogo, dalle montagne e dai campi base dove è scomodo o difficile o pericoloso andare e restare ci raccontavano in prima persona cosa stava succedendo, cosa era successo e cosa stava per succedere. Per essere risvegliati dal nostro torpore, per rimanere attenti almeno per qualche minuto su un certo argomento abbiamo cominciato a dover essere intrattenuti, anziché informati. 

Li' sono cominciati i problemi. E' stato quello il momento in cui siamo partiti per la tangente e guardando film di montagna o brevi clip on-line che hanno la stessa qualità cinematografica di un film di Hollywood, è facile rendersene conto, abbiamo cominciato ad andare in confusione. Abbiamo finito per dimenticarci delle storie e della sostanza, della realtà, dei fatti, della necessità nell'alpinismo e nel mondo dell'avventura, prima di tutto, di documentare. 

Abbiamo finito per confondere il vero con il verosimile e abbiamo cominciato ad accontentarci, a smettere di farci domande. Per fortuna c'è ancora chi questo mestiere di raccontare lo sa fare e ha voglia di farlo, io sono ottimista, siamo a un punto di svolta. Io dico che siamo al giro di boa. Siamo al punto in cui le storie di montagna, di alpinismo e di avventura da raccontare tornano ad essere importanti, tornano a essere il cuore delle cose che vogliamo sapere. Torna ad essere importante l'autorevolezza, l'obiettività, l'indipendenza, la capacità narrativa di chi ci racconta. Tornano ad essere importanti i fatti e le notizie. Tornano ad essere importanti gli uomini. Torna ad essere importante la qualità. Torna ad essere indispensabile essere autorevoli. 

Mentre i nostri giornali italiani pubblicavano notizie sulla sciagura dell'Everest per sentito dire e mostrando una valanga di repertorio che niente aveva a che vedere con i fatti e che non proveniva nemmeno dal versante giusto, il New York Times lavorava a questo. Che nel suo genere, nel suo piccolo, è un capolavoro. 

Vi consiglio di guardarlo.


mercoledì 23 aprile 2014

COME TUTTE LE PRIMAVERE, EVEREST.

Buona parte dei discorsi che sento sull'Everest arrivano puntualmente a primavera, verso la metà di aprile e se ne parla di solito fin verso la fine di maggio non oltre, sento opinioni, grandi slanci di pensiero, ragionamenti sull'etica in difesa del grande alpinismo e - esagero - della libertà.

Poi dopo, da fine maggio ad aprile dell'anno dopo di Everest non se ne parla più, se non in occasione delle tragedie della "montagna assassina", verso agosto, quando la maggior parte di noi è pronto per andare in vacanza e a un certo tipo di stampa piace tirare fuori i soliti discorsi sull'alpinismo di un tempo che non c'è più, sulle grandi montagne, sui grandi dell'alpinismo che anche quelli, secondo una certa stampa, non ci sarebbero più. Sì, come no. Anche le mezze stagioni, non ci sono più.

Noi - dico noi che siamo o ci sentiamo alpinisti - l'Everest lo pensiamo come un santuario o come un museo, come un luogo sacro e supremo dove fare risiedere tutte le idee e i sentimenti migliori che abbiamo rispetto all'alpinismo e alla wilderness. Lo sentiamo un po' tutti come il vertice di tutte le montagne, come la montagna delle montagne e in un certo senso lo è, l'Everest. E' un simbolo. Forse però, mettendo da parte per un attimo i luoghi comuni e le pretese dovremmo iniziare a pensare che l'Everest è un simbolo per l'umanità, non solo per gli alpinisti e che, tanto per cominciare, non è mica roba nostra ma è una montagna del Nepal e spetta forse ai nepalesi, insieme agli altri ma un po' prima degli altri, decidere cosa farne.

E' ora forse di diventare più tolleranti e concentrarsi sulle cose che contano davvero, sulla sicurezza, sulla salvaguardia e la preservazione dell'ambiente, sulla sostenibilità delle spedizioni e della vita nel Khumbu e potremmo tranquillamente abituarci a pensare che per un mese e mezzo all'anno l'Everest è un luogo in cui fare "turismo alpinistico". Così è già da quasi vent'anni, in effetti. Questo ci consentirebbe oltre che di aiutare il Nepal e i nepalesi di concentrare gli sforzi sui restanti 10 mesi e mezzo dell'anno, a totale beneficio di chi l'Everest lo vuole puro e libero dal turismo, simbolo dell'alpinismo. Per chi vuole la solitudine e la montagna così come era, cento o mille anni fa, c'è sempre il periodo i post-monsonico, c'è l'inverno, ci sono tante altre vie da fare, senza ossigeno se uno è forte abbastanza, e ci sono gli altri versanti. Non facciamo turismo noi, sulle Dolomiti Patrimonio della Umanità o intorno al Monte Bianco, con gli impianti di risalita, con le moto, le auto, con le costruzioni, con le strade, con gli elicotteri, insomma con tutto?

Quello di chi tenta l'Everest in primavera, guidato, è in un certo senso un un turismo d'elitè e non è esente da pericolo, per certi è un turismo avventuroso e per certi altri è banale, scontato ma insomma in definitiva, nel 2014, l'Everest è anche di queste persone qui. Un po' come le maratone, che non appartengo mica soltanto di quelli forti che corrono sotto le 2h10'. Alcuno dicono che non senso correre una maratona in più di 2h10', il record del mondo è fissato a 2h03'23. Altri dicono che non ha senso correre una maratona in più di 2h30'. O in più di 3h00. O 3h30'. O 4h00' insomma ognuno, a proprio piacimento, arbitrariamente, fissa la linea del legittimo e dell'illegittimo, del giusto e dell'ingiusto come gli fa comodo.

A me non pare sia questo il modo più intelligente di guardare al problema. Tolleranza, questa mi sembra la parola chiave. E l'etica, quella, i principi, i valori a cui ispirarsi, i simboli, meglio metterli nelle cose che facciamo piuttosto che nelle cose di cui discutiamo. Perché io gli alpinisti - e gli uomini - che ammiro, quelli che mi hanno ispirato e che secondo me hanno fatto la storia, l'etica gliel'ho vista sudare dal polpastrelli, dalla fronte, gliel'ho vista tracciare nella neve fonda, sulle creste, sulle grandi pareti con le grandi vie. Dei grandi alpinisti che ho avuto la fortuna di conoscere che tra loro parlavano di "etica" tanto per parlarne, non ho mai visto nessuno.

L'etica a me, ai grandi alpinisti, sembra soprattutto di avergliela vista praticare.

E' per questo che secondo me erano e sono dei grandi uomini, perché più che dire agli altri cosa bisogna fare, nel rispetto di tutti, tollerando tutti, hanno fatto e fanno vedere al mondo la loro idea. E' di questi uomini che l'alpinismo e anche l'Everest e anche il Nepal hanno bisogno.

Di quelli tolleranti che parlano con l'esempio.

giovedì 6 marzo 2014

COMPLEANNO SULLA KARKORUM HIGHWAY.

Ho sentito il motore spegnersi e mi sono svegliato. Mi sono guardato in giro mezzo addormentato e mi hanno fatto segno di scendere, la porta era già aperta e Simone e David stavano già scendendo. "Ten minutes."Sono sceso dal pulmino un po' assonnato e mi sono diretto verso quello che sembrava un bar, era Amin a indicarmi la strada facendomi segno con il braccio. Fuori dal locale che poteva sembrare un meccanico o un negozio di tessuti o un calzolaio c'era una insegna della Coca Cola e appena più in lá davanti alla vetrata c'era un ragazzo con un banco che vendeva delle bibite e delle lattine, alcune non le avevo mai viste prima. Appena entrato nel locale non riuscivo quasi a vedere tanto era buio. Non si capiva bene se era un bar o un garage. C'erano dei tavolini e delle sedie in plastica, tipo quelle da giardino. Sopra i tavolini c'erano delle thermos arancioni che poi avrei imparato a riconoscere e a vedere in ogni luogo pubblico del Pakistan, contengono acqua tiepida o bollente, a seconda dei casi. Il locale era di forma rettangolare, il lato lungo interrotto da una piccola vetrina, insufficiente, quadrata, al centro. Sulla linea mediana della stanza, proprio nel mezzo, c'erano quattro colonne di cemento armato che in parte nascondevano la vista, colonne nemmeno tanto grosse. Snelle. In fondo vicino al muro si intravedevano quattro uomini seduti con una lunga barba grigia e in abbigliamento pakistano che tenevano una tazza fumante di qualche cosa in mano. Chai, penso. Erano fermi che mi fissavano, tutti si sono fermati dentro al locale quando siamo entrati, io ho salutato con un cenno profondo del capo. Mi é uscito anche un Buongiorno invece che un good morning, non so, ho avuto la sensazione che mi capissero meglio. Simone e Davide erano interdetti anche loro, non sapevamo bene se stare lì o tornare fuori. Tutti dentro al bar ci hanno guardati ma non hanno risposto al saluto, poi dopo poco sono andati avanti a parlare delle loro cose, intanto alle mie spalle con passo veloce é passato in garzone con un vassoio di metallo con sopra delle tazze, anche quelle di metallo. Ho fatto qualche passo in avanti in avanscoperta, il pavimento era di cemento, anche i muri erano di cemento, grigi, sotto la suola delle scarpe si sentiva quella specie di brecciolino sottile che scricchiola. Mi sono avvicinato a una fila di tavoli che stava esattamente sulla mezzeria della stanza, tra le colonne, tenendomi dalla parte del muro in modo da avere la vetrata con la luce che entrava proprio di fronte. Ero al centro esatto della stanza. Ho fatto segno a Simone e David che erano ai lati, uno da una parte e uno dall'altra, di prendere una sedia e di sedersi. Mi sono avvicinato a una sedia e l'ho presa e l'ho tirata indietro e ho avvertito quella sensazione di leggerezza che hanno tutte le sedie di plastica quando le muovi e le sollevi. Mentre la tiravo indietro strisciandola sul pavimento la sedia faceva quei piccoli saltelli, minuscoli, che sono dati più dal fatto che le gambe sono flessibili che dall'assenza di peso del materiale con cui sono costruite. Mi sono seduto, Simone e David anche loro si sono seduti al mio fianco. Di fronte a me c'era un signore che faceva nervosamente dei numeri di telefono, poi ascoltava, poi rifaceva il numero, poi ascoltava. Sembrava proprio che nessuno gli rispondesse, al telefono, intanto fumava. Simone ha appoggiato la macchina fotografica sul tavolo e si é messo a giocare con il telefonino, io l'ho presa. L'ho piazzata davanti a me sul tavolo e ho cercato l'inquadratura e ho impostato i tempi e il diaframma. Intanto l'uomo davanti faceva sempre dei numeri sul telefonino e provava a chiamare, sempre più nervoso. Nessuno gli rispondeva. Poi a un certo punto é entrato un ragazzino nel locale e gli ha detto qualcosa all'orecchio, lui ha fatto cenno di sì con il capo, ha dato un ultima aspirata alla sigaretta e l'ha buttata in terra intanto che il ragazzino usciva di corsa dalla porta. É arrivato da noi il garzone del locale, ci ha chiesto cosa volevamo ordinare, abbiamo detto Dudka Chai. Tre Dudka Chai. Intanto il tipo si é acceso un'altra sigaretta e ha ripreso a chiamare con il telefonino, stava esattamente di fronte a me, seduto con le gambe accavallate, con il piede della gamba che stava sopra dondolava il piede e la punta della scarpa talmente forte che sembrava volesse togliersela. In quel momento ho preso la macchina é ho scattato. Poi ho ho messa via la macchina, in tasca, non volevo che nessuno mi vedesse fotografare. Non mi sembrava il caso. In quel momento é entrato un uomo nel locale, alto, grosso, con una lunga barba e senza baffi, camminava con un andatura un po' ciondolante, i piedi piatti appoggiati a papera, avanzava piano tenendo una valigetta di pelle in mano. Si é seduto davanti all'uomo, senza salutarlo, ha appoggiato la borsa di pelle sulle ginocchia. Si sono guardati per qualche secondo negli occhi, poi il grassone ha incominciato a parlare, a bassa voce, molto pacatamente. Sembrava che stesse spiegando qualcosa e faceva dei gran gesti con le mani. Il tipo del telefonino e della sigaretta sembrava sempre più nervoso, sembrava che la rabbia gli stesse montando dentro. La gamba e il piede che teneva accavallati sembravano impazziti, le braccia conserte. Nel frattempo é entrato un tizio magro con un giubbino di pelle nera che teneva un mazzo di chiavi in mano e si é seduto a fianco al grassone, un po' dietro. Il tizio della sigaretta é scattato in piedi e si é messo a sbraitare, ha buttato la sigaretta a terra e l'ha schiacciata con il piede, il grassone gli ha preso i polsi e l'ha fatto di nuovo sedere. Si é messo di nuovo a parlare, faceva dei grandi gesti con le mani, meno grandi di prima, però. Mani che su allargavano in una serie di cerchi nell'aria che invitavano alla pazienza, alla calma. Il tizio nel frattempo si é acceso un' altra sigaretta, a quel punto sembrava quasi rassegnato. Fino a quando il tizio che stava a fianco al grassone ha detto qualcosa. A quel punto é scattato in piedi. Ha buttato a terra la sigaretta e ha detto qualcosa, ma senza strillare, poi é uscito fuori con un passo veloce, camminando con le braccia tese come un soldato. Dalla vetrata l'ho visto passare e immagino sia salito in auto. Ho sentito un motore accendersi e poi il motore andare su di giri. L'auto ha fatto manovra, una retro in curva e poi una partenza tirando la prima. Intanto il garzone ha portato un vassoio con una tazza di metallo al grassone, lui l'ha afferrata per l'impugnatura e poi l'ha poggiata davanti a se sul tavolino dopo aver bevuto un breve sorso, poi si é voltato verso di noi che sedevamo alla sua destra. Io ho salutato inchinando la testa, mi sono seduto meglio sulla sedia, non ero seduto bene, ero un po' sdraiato. Lui continuava a fissarmi. Allora ho finito quello che c'era da bere dalla mia tazza e mi sono alzato. Nel frattempo mi sono accorto che Simone e David che nel frattempo si erano già alzati in piedi erano già andati fuori. Ho salutato di nuovo e sono uscito, Amin é venuto a pagare il conto. Quando sono salito sul pullman e ho cominciato a viaggiare ho cominciato a chiedermi di cosa potessero discutere quei due uomini. Soldi, pensavo all'inizio. Poi ho cambiato idea: Donne. Mogli. Affari. O forse, molto più probabilmente, tutte e quattro le cose insieme.

lunedì 20 gennaio 2014

FARSI LE DOMANDE GIUSTE.

Inizio subito la cronaca di quanto è accaduto in questa settimana spiegandomi in poche righe, perché poi devo raccontarvi un'altra storia che ha sempre a che vedere con il Nanga Parbat. Simone e David sono saliti nei giorni scorsi fino quasi a C2 a 6000m e strada facendo hanno dormito un paio di notti a C1 che è a circa 5100m. Il loro programma di acclimatamento procede bene, sono in forma e viaggiano come treni, la via di salita è aperta fino a C2 - grazie anche al gran lavoro dei nostri amici polacchi - e le condizioni della montagna sono per ora ottimali. Il tempo è per ora buono e la temperatura è fredda ma sostenibile, in base alle previsioni che riceviamo da Karl Gabl da Insbruck ci aspettiamo ora il crescere del vento. Al campo base, di notte, siamo scesi un paio di volte a -29°C. Ieri (18.1) Simone e David sono saliti di nuovo ai campi alti con l’ambizione di sbucare sulla cresta che poi conduce con un lunghissimo cammino fino in vetta al Nanga Parbat. L’obiettivo di Simone e David è quello di fare, vento permettendo, una puntata a 7000m, questa sarà una tappa fondamentale per l’acclimatamanto e in prospettiva per il tentativo alla cima. Questo il riepilogo dei fatti.

Veniamo ad altro. Ieri qui dal campo base ci siamo collegati i videoconferenza attraverso Skype con la Scuola Media Statale di Scanzorosciate - che è la scuola media che frequentano le mie due figlie gemelle - e siamo rimasti collegati attraverso internet per circa un ora. Abbiamo parlato con i ragazzi di terza media che erano riuniti in un corridoio della scuola per via della rete wi-fi che funzionava soltanto lì e insomma a parte la linea che è caduta un paio di volte è stato bellissimo. Noi tre, io Simone e David qui al campo base fuori dalla nostra tenda e loro, tutti questi ragazzi riuniti nel corridoio, ci vedevamo reciprocamente attraverso gli schermi del computer, noi guardavamo loro e loro guardavano noi. Abbiamo parlato di montagne, di storia dell’alpinismo, di esplorazione, del senso della cordata, della differenza tra limiti e regole, di amicizia e di senso di responsabilità, di un sacco di cose bellissime che hanno a che fare con la vita e con il futuro. I ragazzi hanno fatto un po’ di domande e noi abbiamo risposto cercando di trasmettere a tutti la nostra passione per la vita e per la montagna, abbiamo cercato di spiegare le nostre motivazioni e i nostri sogni e anche l’interesse per il racconto e per la condivisone delle nostre esperienze, delle nostre emozioni, che in fondo sono la vera ragione che ha portato noi tre dal campo base del Nanga Parbat fino a un corridoio della Scuola Media di Scanzorosciate. Nessuno dei ragazzi ha fatto la classicissima domanda idiota che ci viene fatta tutte le volte dagli adulti e che sembra essere la cosa più importante da chiedere a tre che stanno cercando di esplorare se stessi e il mondo salendo una montagna di 8000 metri in inverno. La domanda idiota che ci fanno sempre è: come è che fate ad andare al gabinetto? I ragazzi di Scanzorosciate non ce l’hanno chiesto. Non so a voi, ma a me questa sembra una bella, bellissima notizia.

[pubblicato su L'Eco di Bergamo - Domenica 19.01.2014]     

venerdì 17 gennaio 2014

MAI SMETTERE DI ESPLORARE.

Non bisogna mai smettere di esplorare. Bisogna insistere, perseverare. Lottare. A un certo punto di tutte le esplorazioni, dei viaggi e delle avventure, ogni volta che ti metti totalmente in gioco succede che arrivi in un luogo che é lontano, così lontano da tutto e da tutti, da tutto quello che hai e da tutto quello che ami che ti volti indietro e vedi che alle tue spalle non c'è più niente, non si vede nemmeno più il punto da cui sei partito o dove dovresti tornare e lì, in quel momento, in quel preciso istante, ti rendi conto che il luogo in cui sei non é altro che un punto di partenza. Un luogo senza tempo in cui qualche volta sei già stato. Un luogo che non é un luogo, sei tu che cominci a conoscerti, finalmente, per la prima volta. 

martedì 14 gennaio 2014

ANNOIARSI RENDE FORTI.

I pediatri sostengono che i bambini quando sono malati, a casa, è meglio non lasciarli in pigiama. Meglio farli vestire, che guariscono più alla svelta. Dicono che un bambino che non si annoia è un bambino che guarisce più alla svelta. Così dicono. Oddio, non che i bambini di oggi abbiano occasione di annoiarsi mai, quando sono a casa. Se non sono a scuola sono al corso di calcio o al corso di pallavolo, o al corso di pianoforte e/o di chitarra, o di cucina, o di attività manipolatorie pongo, plastilina, Das (c’è ancora il Das?). Oppure guardano la TV satellitare. Oppure giocano con la Playstation, con la Wii, con il computer, con il telefonino. Nella peggiore delle ipotesi c’è il catechismo, perfino il catechismo è divertente, oggi. Non esistono più bambini che si annoiano e che si perdono per ore con lo sguardo sul soffitto o tra le pieghe delle tende del salotto, o affacciati alla finestra per guardare il parcheggio sotto casa dove non succede proprio niente, mai. Nessun bambino spende più i suoi pomeriggi a osservare le strisce di luce del sole che filtrano dalle persiane e che si muovono sulle pareti di casa. In un certo senso, meglio così. 

Ricordo nella mia infanzia ore e ore spese a giocare nella mia stanzetta con le mosche che eventualmente incappavano nei rettangoli di vetro delle mie finestre. Prendevo un foglio di carta o una cartolina - che nostalgia le cartoline illustrate che si mandavano una volta dal mare o dalla montagna, ora non si mandano più, ma andiamo avanti - e insomma io con queste mosche cercavo di giocarci, di infastidirle scollandole dal vetro usando la cartolina, ma delicatamente senza schiacciarle, senza ammazzarle, altrimenti il gioco sarebbe finito subito. Volevo solo rendere a queste mosche la vita più difficile o forse divertente e divertirmi a mia volta un po’ con loro, con le mosche, giocare, poi alla fine le lasciavo andare aprendo le ante della finestra. Facevo questo gioco per far passare il tempo, per non annoiarmi. E’ stata una scuola utile, la noia, una compagna di giochi indispensabile per diventare uomo e pensandoci adesso anche per diventare alpinista. Imparare ad accettare la noia, imparare a conviverci, accettare la inattività come un dato di fatto e non come un castigo o una punizione, e quando possibile trasformare la noia in attenzione, in azione, in apprendimento, in cose nuove da fare. Questo del sopportare la noia era un passaggio fondamentale nella vita di un bambino, una volta.


Oggi facciamo crescere i nostri figli con l’idea che ci debba sempre essere qualcuno o qualcosa che li intrattiene, a me pare. Qui al campo base del Nanga Parbat da dove vi scrivo bisogna confrontarsi con i tempi e con dei ritmi della montagna e del meteo, con quelli dell’inverno, che non sono necessariamente quelli a cui siamo abituati. Fa freddo qui al campo base - ma non freddissimo almeno per ora - e nevica spesso, sempre qualche ora al pomeriggio, almeno. Non c’è molto da fare quando non si può stare sulla montagna a cercare di salire. Si legge, si scrive, si parla, si sta in tenda e a volte anche ci si annoia. Fino ad ora siamo saliti al massimo a Campo 1 a 5100 metri, anche a dormire, e quelle sono state le giornate più belle. Cielo azzurro, assenza di vento e un ambiente grandioso. Montagne straordinarie tutto intorno. Il fiato corto e il cuore che batte. Neve dura su cui i ramponi prendono bene. Silenzio fossile dentro al canalone dove saliamo per la nostra via. Ok lo ammetto, magari la musica con le cuffiette mentre saliamo, qualche volta per non annoiarci, ce la ascoltiamo. Il silenzio fossile a volte è anche troppo. Il Nanga Parbat è gigante, davvero gigante. Quando ci stai andando sopra è bello e non c’è tempo per annoiarsi. Ma al campo base con il brutto tempo alle volte sì, ci si annoia. Io, Simone e David siamo diventati grandi tutti e tre guardando i soffitti e giocando con le mosche contro i vetri delle finestre. Ci piace stare in montagna, all’aria aperta, stiamo bene insieme. E poi in fondo sono solo dieci giorni che siamo qui. Un po’ di noia ci sta bene. Per adesso, almeno. 

[Pubblicato su L'Eco di Bergamo - Domenica 12 gennaio, 2014]

A ME CHIEDONO SEMPRE DI QUALCUN ALTRO.

Scendiamo in corteo le scale della libreria Mondadori, usciamo sotto i portici e attraversiamo Piazza Duomo. Rehinold ha costantemente due o tre persone che lo accerchiano e che gli vogliono parlare, io mi faccio a lato, poi arriva anche Sandro. Camminiamo per Piazza Duomo come un gruppo in gita scolastica, qualcuno della casa editrice Mondadori fa da apripista poi arriva Reinhold e poi un po’ dietro io, noi. Io e Sandro, affiancati. 

Mi godo la scena da dietro. Vedo la gente camminare nella piazza e andare incontro a Messner, vedo le persone che passano che lo guardano, lo fissano e quasi lo riconoscono, quasi, non subito, non tutti riescono a riconoscerlo al primo sguardo. Quando gli passano in fianco si rigirano a guardare meglio un'altra volta, rallentano, si fermano, poi chiedono a me che sono dietro, in più ho anche la barba e la stessa collanina al collo: “Mi scusi, ma quello é Messner?”
“Sì, é Messner”. Messner é sempre una star. 

Però a me chiedono sempre di qualcun altro, cazzo.

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QUELLO CHE HO IMPARATO.

Ho imparato che in ogni spedizione, su ogni grande montagna, le prime salite di acclimatamento sono le più importanti, le più utili, in ogni senso. Servono a prendere, letteralmente, le misure della montagna. Servono a individuare la via di salita, le eventuali zone di pericolo e quelle di riparo, le vie di fuga, i versanti da preferire o quelli da da evitare. Servono a caricare i campi alti di materiali che verranno utili più in alto ancora, più avanti, per il tentativo alla cima. Le prime salite in quota servono a fare spazio nella nostra mente e a metterci alle spalle le cose inutili, superflue e poco importanti che ci tiriamo dietro e che ci trattengono. Servono a prendere ritmo e affiatamento con il compagno. 

Ma più di tutto, queste salite, servono a rendersi conto di quanto noi siamo minuscoli e insignificanti rispetto alla grandezza della natura e rispetto a queste montagne. Siamo nulla, un filo d'aria, niente. Rendersi conto della propria vulnerabilità e dei propri limiti é il modo migliore che conosco per affrontare le difficoltà. Il Nanga é enorme, ma non é questo il punto. Non importa se le difficoltà da superare sono grandi o piccole, se si tratta di montagne da scalare o di altre cose della vita, funziona sempre così per me, il meccanismo é lo stesso. Per andare oltre, per migliorare, in ogni campo, devo conoscere i miei limiti, individuarli e fissarli. Devo navigare le mie paure, senza girarci intorno. É solo allora, nel momento in cui metto a fuoco la possibilità di fallire, che sono pronto ad andare oltre. Non ci sarebbe nessun oltre, nessuna barriera da oltrepassare, nessuna soddisfazione o nessun senso nello spingersi avanti, nell'alpinismo, nello sci o nella vita di tutti i giorni, se io non conoscessi e accettassi i miei limiti come qualcosa da superare oppure altre volte, senza vergogna, come una linea da non oltrepassare. 




[Me, going up to C1, foto ©thenorthface/david_göttler]