E' una gioia testimoniare il genio di un fuoriclasse quando questo si rivela. Un fuoriclasse mette tutti d'accordo perché gioca a un livello così alto, fa un uso dello spazio e del tempo così differente dal tuo, si muove in un ordine di grandezze così grande che può sperimentare cose che tu non sei in grado nemmeno di vedere e che senza di lui, tu, non potresti nemmeno immaginare.
Se sei fortunato, se lui il fuoriclasse ti fa il regalo di spiegarsi e di raccontare, di aprirsi e di condividere, ti può portare con sé. Può farti partecipe del suo talento e mostrarti un altro universo, una realtà parallela in cui le cose succedono secondo logiche diverse, in modo diverso, a te non resta che rimanere in silenzio ed ascoltare. Provare a capire. Provare a fare come lui, nel tuo piccolo e la cosa straordinaria è che quasi sempre funziona, serve allenarsi e crederci. Mettersi in gioco.
La conquista dei fuoriclasse per noi è mostrarci la via, in fondo il fascino del grande alpinismo è proprio questo: la meraviglia. I fuoriclasse tutto quello che fanno è smontare la parola impossibile in tanti pezzetti più piccoli, in tanti piccoli possibile da mettere insieme, forse è questo in alpinismo il vero e unico significato della parola conquista: andare oltre e prendere, portare indietro a beneficio degli altri. E' un passaggio di consegne.
Raccontare e condividere costa fatica e certe volte richiede coraggio ma è uno sforzo necessario per progredire e per dare un senso a tutti quei rischi che hai corso e a quell'essersi sentito insignificante e minuscolo a un certo punto, "più morto che vivo, in quello spazio invisibile tra la terra e il cielo". E’ così che l’aveva descritto ed è così che al ritorno ci ha detto di essersi sentito alcune volte, Ueli Steck.
Dobbiamo dirgli grazie per tutto quello che ci ha mostrato e per tutto quello che ci ha detto. Per l’esempio. Per avere avuto voglia di portarci con lui. Per il suo essere così indiscutibilmente migliore di noi e per averci tenuto lo stesso vicini, con lui, mostrandoci la via e raccontandoci anche quello che era perfino difficile credere. E' un vero peccato che sia finita qui, oggi. E' un peccato per lui e anche per noi.
Quando succede che un fuoriclasse dell'alpinismo se ne va ad andarsene c'è anche un pezzo di noi, succede perché sono talenti così grandi che noi ci sentiamo loro. Noi "siamo" loro, nel nostro piccolo, comprendiamo di poter essere un’altra cosa. E' per questo che sapere che Ueli non c’è più adesso ci fa così male: perché oggi è morto anche anche qualcosa di noi. Oggi insieme ad Ueli se ne è andato un pezzo di alpinismo, che è stato e che poteva essere.
Grazie di tutto, Maestro.
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lunedì 1 maggio 2017
lunedì 10 aprile 2017
TRACCE
In cima al Bec des Rosses non sei uno qualunque, ti ci hanno mandato. Ne hanno chiamati sedici da tutto il mondo e uno di quei sedici, sei tu. In un certo senso sei uno a cui sta per essere affidata una piccola porzione di mondo e che dovrà prendersene cura. Reinventarla o provarci, almeno. Interpretarla. Custodirla. Far capire che esiste, in fondo tutto quello che ti si chiede è di sciare e di fare di quello spazio un luogo, costruire una storia e offrirla agli altri, è la stessa cosa che si chiede a uno scultore o a un architetto: dare un senso alle tre dimensioni mettendoci dentro una visione.
C’è questa grande parete nord, il Bec des Rosses e ci sei tu e tutto quello che devi fare è disegnare la tua linea, anzi non la devi disegnare: la devi scolpire. Devi scendere, come vuoi. In snowboard. Adesso ci sono anche quelli con gli sci ma quando hanno invitato a partecipare me quasi venti anni fa, quelli non c’erano, c’eravamo solo noi. Che vi piaccia o no è dagli snowboarder che è iniziata la rivoluzione del freeride e dello sci così come lo intendiamo adesso. Tu, in gara, la tua traccia puoi farla andare dove vuoi, sul ripido esposto che se cadi muori o a zigo-zago per la parete cercando i cliff. Puoi andare veloce oppure lento, ricavare curve dentro a quegli spazi bianchi compresi tra le rocce oppure puoi tentare di andare dritto se ne sei capace, se hai pelo abbastanza. Qualcuno è così bravo che ce la fa. Puoi fare quello che vuoi. In ogni caso: tutto quello che farai, ogni mossa, ogni esitazione, ogni incertezza, ogni magia che tirerai fuori dal cappello, qualsiasi cosa ti verrà in mente di fare dal basso sarà visibile a chiunque. All’Xtreme di Verbier non puoi barare. Ci sei tu e c’è la montagna e c'è anche il pubblico. Ti guardano. Stanno di fronte della parete, lontani e apparentemente ininfluenti ma ci sono, senti le voci arrivare da sotto portate dal vento. Sono lì.
E' una sensazione strana, sei solo ma anche non sei solo, non c'è niente di paragonabile al mondo tranne forse quelle discese che capita di fare in cui ti vedono dalla funivia, è come stare dentro a un acquario ma all'incontrario: quelli ti guardano e tu sei un pesce solitario e nuoti, ma non dentro all'acquario. Dentro all'acquario in quel mondo recintato e artificiale, chiusi, ci stanno loro. Tu sei libero. Solo. Sei l'unico abitante del mondo. Sul Bec des Rosses puoi soltanto scendere, fare quello che sai, possibilmente non ammazzarti e divertirti. Scendi e poi alla fine, non subito ma anni dopo, ti accorgi che non sei tu ad avere lasciato la tua linea.
E' il Bec des Rosses che in fin dei conti, ha tracciato te.
leggi e guarda le foto su facebook
C’è questa grande parete nord, il Bec des Rosses e ci sei tu e tutto quello che devi fare è disegnare la tua linea, anzi non la devi disegnare: la devi scolpire. Devi scendere, come vuoi. In snowboard. Adesso ci sono anche quelli con gli sci ma quando hanno invitato a partecipare me quasi venti anni fa, quelli non c’erano, c’eravamo solo noi. Che vi piaccia o no è dagli snowboarder che è iniziata la rivoluzione del freeride e dello sci così come lo intendiamo adesso. Tu, in gara, la tua traccia puoi farla andare dove vuoi, sul ripido esposto che se cadi muori o a zigo-zago per la parete cercando i cliff. Puoi andare veloce oppure lento, ricavare curve dentro a quegli spazi bianchi compresi tra le rocce oppure puoi tentare di andare dritto se ne sei capace, se hai pelo abbastanza. Qualcuno è così bravo che ce la fa. Puoi fare quello che vuoi. In ogni caso: tutto quello che farai, ogni mossa, ogni esitazione, ogni incertezza, ogni magia che tirerai fuori dal cappello, qualsiasi cosa ti verrà in mente di fare dal basso sarà visibile a chiunque. All’Xtreme di Verbier non puoi barare. Ci sei tu e c’è la montagna e c'è anche il pubblico. Ti guardano. Stanno di fronte della parete, lontani e apparentemente ininfluenti ma ci sono, senti le voci arrivare da sotto portate dal vento. Sono lì.
E' una sensazione strana, sei solo ma anche non sei solo, non c'è niente di paragonabile al mondo tranne forse quelle discese che capita di fare in cui ti vedono dalla funivia, è come stare dentro a un acquario ma all'incontrario: quelli ti guardano e tu sei un pesce solitario e nuoti, ma non dentro all'acquario. Dentro all'acquario in quel mondo recintato e artificiale, chiusi, ci stanno loro. Tu sei libero. Solo. Sei l'unico abitante del mondo. Sul Bec des Rosses puoi soltanto scendere, fare quello che sai, possibilmente non ammazzarti e divertirti. Scendi e poi alla fine, non subito ma anni dopo, ti accorgi che non sei tu ad avere lasciato la tua linea.
E' il Bec des Rosses che in fin dei conti, ha tracciato te.
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venerdì 11 novembre 2016
LA FABBRICA DELLA FRUSTRAZIONE.
Tutte le volte che mi capita di sciare con uno attaccato alle mie code che vuole verificare di persona se io, effettivamente, meritavo di sciare e di scalare per tutta la mia vita per professione (ce n'è più di quanti credete, di questi soggetti) penso che è esattamente così che funziona il mondo.
Mi pare che sia secondo questo principio che una testa di minchia qualsiasi si convince, perché ha speso buona parte delle giornate della sua vita davanti a un computer a parlare di big mountain skiing e di grande alpinismo con altri soggetti abbastanza sfigati come come lui, di saperne sempre una pagina più del libro. Gli altri gli tributano grande competenza, per forza spesso ne sanno meno di lui. La Natura è pronta a mangiarselo in un solo boccone.
"Se io sostituisco al parere di un esperto quello di un milione di gente inesperta che però una sua idea ce l'ha, arrivo più vicino alla verità, ci arrivo più velocemente, ci arrivo spendendo meno soldi e ci arrivo in un modo che mi dà una certa idea di libertà: di fatto, una situazione irresistibile.
Google funziona, grosso modo, su questo principio logico.
Ora, attenzione: la vera conseguenza di questo processo è solo una, e non è che vi prenotate gli alberghi da soli (quello è un dettaglio): la vera conseguenza è che da qualche anno la gente si sta allenando a fare a meno degli esperti, cioè delle élite. Ti alleni per anni in piccole cose (la scelta del ristorante, la cura per il piede dello sportivo, le ricerche copiate da Wikipedia) e inizi ad acquisire una certa sicurezza di te e soprattutto: una silenziosa capacità di ribellarti alle élite. Non a quelle economiche, quella è un'altra storia, lì dormiamo tutti un sonno profondo. Parliamo di élite culturali: quelli che hanno studiato, quelli che sanno.
Nel tempo accumuli anche la sorda convinzione di essere stato per lungo tempo vittima di una truffa: se te la puoi cavare benissimo senza quelle élite, evidentemente per anni quelli ti hanno fregato, portandoti via soldi, tempo, controllo sulla tua vita, indipendenza, libertà. Caricato a molla in questo modo, guardi la tua vita: è quel che è. Dato che l'Occidente usa come strategia di sviluppo l'imporre modelli performativi altissimi, facile che, a guardarti bene intorno, un po' tutto risulti vagamente fané, deludente, miserello."
Alessandro Baricco, su Repubblica del 10/11/2016
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venerdì 1 maggio 2015
IL MANTELLO DI SUPERMAN.
"Ero nel garage di Walter Bonatti, che da qualche tempo non c’era più. Stavamo cominciando a prenderci cura delle sue cose e del suo archivio personale facendone una sorta di grossolano inventario iniziale. Nel suo garage Rossana aveva radunato delle scatole di cartone che aveva rinvenuto da qualche altra parte, le scatole contenevano dei vecchi numeri di Epoca e dei ritagli di giornale. Secondo Rossana, lì in garage, non c’era probabilmente nient’altro di cui occuparsi. Mi guardai in giro, intorno c’erano degli oggetti di uso comune che si possono rinvenire in qualsiasi garage di qualsiasi casa del mondo. In fondo al garage c’era una tenda tirata che penzolava dal soffitto e che nascondeva il fondo della stanza, chiesi a Rossana là dietro cosa ci potesse essere. Lei ci pensò un attimo e poi mi disse che non c'era niente di particolare, soltanto vecchie cose, non ricordava nemmeno bene. Guardammo. Scostammo la tenda e dietro, in perfetto ordine su uno scaffale, c’erano le scarpe di Walter Bonatti. C’erano scarpe di tutti i tipi: scarponi da montagna usati e meno usati, pesanti e meno pesanti e poi riconobbi tra tutte quelle paia di scarpe, i suoi anfibi. Quelli alti, in pelle, che avevo visto nelle fotografie delle sue avventure in Zaire, In Kongo, in Nuova Guinea, sull’Alto Orinoco. Provo a spiegarvi come mi sentii io, in quel momento. Era come se Superman fosse morto e io, che ero stato chiamato lì nella sua casa a guardare tra le sue cose, mi fossi imbattuto nel suo mantello. Il mantello di Superman. C'era il mantello ripiegato e in ordine dentro a un cassetto, senza più Superman, e poi c’ero io. Voi, come vi sareste sentiti?”
Ieri alla FIERA DEI LIBRAIAngelo Ponta, che è curatore del libro "Walter Bonatti - Giorno per giorno, l’avventura" è venuto a Bergamo all’Auditorium di Piazza della Libertà portando con sé alcune fotografie di Bonatti da proiettare sul grande schermo. Oltre che mostrare queste straordinarie immagini e parlare un po' del libro e della mostra allo Spazio Tadini di Milano (oltre 40.000 presenze), tra le altre cose Angelo ha raccontato questa storiella che a me ha fatto venire la pelle d’oca. Ero seduto sul palco accanto a lui e quando ha finito di dire questa storia avrei voluto avere il coraggio di alzarmi e abbracciarlo e di stringerlo. Tenerlo lì stretto un momento e dirgli grazie, per quello che aveva appena detto e per la cura che si prende dell’Archivio, dentro a cui ha compiuto e continua a compiere una vera e propria esplorazione storica e letteraria. E’ grazie anche al suo lavoro che la memoria di Bonatti viene costruita e protetta. L'archivio di Walter Bonatti è al momento custodito nel caveau di una banca in Valtellina, ci ha detto Angelo. Si tratta di libri, di note, di appunti, quaderni, stampe fotografiche e fotografie digitali che prima che sia troppo tardi, prima che siano deteriorate per sempre, bisognerebbe prendersi la cura di digitalizzare. Ci sono circa 90.000 fotografie. Se fossimo in un paese diverso dall’Italia questo lavoro sarebbe già stato fatto per intero, noi invece siamo ancora quasi fermi alle celebrazioni e ai tagli di nastro una volta ogni tanto e alle querelle legata alla vicenda del K2 o del Freney. Se non ci fosse il lavoro prezioso di persone come Angelo o Alessandro o di altri che conosco e che hanno voluto bene a Bonatti e che continuano a volergliene, il suo patrimonio culturale lasciatoci in eredità andrebbe pian piano perduto. Dimenticato. Peccato che ieri all’Auditorium in Piazza della Libertà, dove eravamo davvero in troppo pochi per la portata dell'evento, non ho visto nessuno dei dirigenti del CAI cittadino. Ogni volta che una manifestazione culturale legata alla montagna, a Bergamo, prova a prendere corpo fuori dalle mura della Casa della Montagna, è quasi sempre così. Ieri forse questa assenza istituzionale che era impossibile non notare era per via del week-end lungo che era appena iniziato. E va beh. O forse era per colpa di qualche riunione di commissione importantissima che non si poteva rimandare. O forse al CAI erano troppo presi con i tortellini del ristorante del Rifugio in città. Peccato però. Per Walter. Per l’alpinismo e per gli appassionati di montagne e di avventura della nostra città. Sarebbe valsa la pena esserci, anche solo per quelle straordinarie foto proiettate sullo schermo gigante e per sentire Angelo raccontare la storia del mantello. Io a un certo punto, quasi quasi, piangevo. -
Foto © Archivio Bonatti - Venezuela, 1967
Ieri alla FIERA DEI LIBRAIAngelo Ponta, che è curatore del libro "Walter Bonatti - Giorno per giorno, l’avventura" è venuto a Bergamo all’Auditorium di Piazza della Libertà portando con sé alcune fotografie di Bonatti da proiettare sul grande schermo. Oltre che mostrare queste straordinarie immagini e parlare un po' del libro e della mostra allo Spazio Tadini di Milano (oltre 40.000 presenze), tra le altre cose Angelo ha raccontato questa storiella che a me ha fatto venire la pelle d’oca. Ero seduto sul palco accanto a lui e quando ha finito di dire questa storia avrei voluto avere il coraggio di alzarmi e abbracciarlo e di stringerlo. Tenerlo lì stretto un momento e dirgli grazie, per quello che aveva appena detto e per la cura che si prende dell’Archivio, dentro a cui ha compiuto e continua a compiere una vera e propria esplorazione storica e letteraria. E’ grazie anche al suo lavoro che la memoria di Bonatti viene costruita e protetta. L'archivio di Walter Bonatti è al momento custodito nel caveau di una banca in Valtellina, ci ha detto Angelo. Si tratta di libri, di note, di appunti, quaderni, stampe fotografiche e fotografie digitali che prima che sia troppo tardi, prima che siano deteriorate per sempre, bisognerebbe prendersi la cura di digitalizzare. Ci sono circa 90.000 fotografie. Se fossimo in un paese diverso dall’Italia questo lavoro sarebbe già stato fatto per intero, noi invece siamo ancora quasi fermi alle celebrazioni e ai tagli di nastro una volta ogni tanto e alle querelle legata alla vicenda del K2 o del Freney. Se non ci fosse il lavoro prezioso di persone come Angelo o Alessandro o di altri che conosco e che hanno voluto bene a Bonatti e che continuano a volergliene, il suo patrimonio culturale lasciatoci in eredità andrebbe pian piano perduto. Dimenticato. Peccato che ieri all’Auditorium in Piazza della Libertà, dove eravamo davvero in troppo pochi per la portata dell'evento, non ho visto nessuno dei dirigenti del CAI cittadino. Ogni volta che una manifestazione culturale legata alla montagna, a Bergamo, prova a prendere corpo fuori dalle mura della Casa della Montagna, è quasi sempre così. Ieri forse questa assenza istituzionale che era impossibile non notare era per via del week-end lungo che era appena iniziato. E va beh. O forse era per colpa di qualche riunione di commissione importantissima che non si poteva rimandare. O forse al CAI erano troppo presi con i tortellini del ristorante del Rifugio in città. Peccato però. Per Walter. Per l’alpinismo e per gli appassionati di montagne e di avventura della nostra città. Sarebbe valsa la pena esserci, anche solo per quelle straordinarie foto proiettate sullo schermo gigante e per sentire Angelo raccontare la storia del mantello. Io a un certo punto, quasi quasi, piangevo. -
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lunedì 16 marzo 2015
ON NE MARCHE QU'UNE FOIS SUR LA LUNE.
Ciascuno di noi nel proprio intimo, sa di avere camminato almeno una volta sulla Luna. Chi non lo ha ancora fatto prima o poi lo farà o almeno questo è quello che bisogna augurarsi, questa è la speranza. Andare più in là, oltre, lasciandosi tutto alle spalle per cercare un senso, per dare valore ad una vita intera. Non sempre la nostra esperienza personale verrà condivisa, non necessariamente si tratterà di qualcosa di estremo o di eccitante, di grandioso, di interessante, non sempre gli altri capiranno o sapranno, di noi e di quel momento in cui la nostra vita e le nostre certezze sono state in bilico e il nostro destino si è probabilmente compiuto. Abbiamo mollato i freni e siamo andati. Via. In un luogo che non è un luogo ma è piuttosto uno stato della mente. Al nostro ritorno, dopo quella volta, non eravamo più gli stessi di prima.
E' probabilmente in questo punto di contatto con la normalità, con la vita quotidiana di ciascuno di noi il senso profondo ed universale dell'alpinismo, sempre che l'alpinismo un senso ce l'abbia: lo scopo dell' alpinismo non è conquistare ma casomai esplorare. Indagare le possibilità. Più che dare risposte l'alpinismo si occupa delle domande, si occupa di accoglierle. Non si tratta di tramutare l'impossibile in possibile come sostengono alcuni, quanto di accettare l'idea dell'incognito come una possibilità ed andargli incontro, consapevolmente. Si tratta di una ricerca infinita che a volte richiede lo sforzo di andare fin sulla Luna e altre volte, no. A volte basta guardarsi intorno e provare con coraggio, nel nostro piccolo, a cambiare. Fare un passo in una direzione diversa. Insistere e perseverare. Non voltarsi mai indietro, mai.
Il resto poi, vien da sé.
E' probabilmente in questo punto di contatto con la normalità, con la vita quotidiana di ciascuno di noi il senso profondo ed universale dell'alpinismo, sempre che l'alpinismo un senso ce l'abbia: lo scopo dell' alpinismo non è conquistare ma casomai esplorare. Indagare le possibilità. Più che dare risposte l'alpinismo si occupa delle domande, si occupa di accoglierle. Non si tratta di tramutare l'impossibile in possibile come sostengono alcuni, quanto di accettare l'idea dell'incognito come una possibilità ed andargli incontro, consapevolmente. Si tratta di una ricerca infinita che a volte richiede lo sforzo di andare fin sulla Luna e altre volte, no. A volte basta guardarsi intorno e provare con coraggio, nel nostro piccolo, a cambiare. Fare un passo in una direzione diversa. Insistere e perseverare. Non voltarsi mai indietro, mai.
Il resto poi, vien da sé.
On ne marche qu'une fois sur la lune - La bande annonce from Editions Guérin on Vimeo.
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sabato 17 gennaio 2015
JEAN AFASSANIEFF FUMAVA LE GITANES BLU.
Jean Afanassieff aveva un nome che sembrava finto. Leggerlo e ricordarlo esattamente quel nome, scriverlo correttamente, era già un impresa. Una avventura. Era più facile ricordarsi dei suoi capelli lunghissimi, castani, lisci. Negli anni ’80 avere i capelli lunghi per essere un climber o un alpinista — un certo tipo di climber e di alpinista — era indispensabile o almeno così mi pareva. Io negli anni ’80 ho avuto tra i tredici e i ventitré anni, gli anni più belli della vita, quelli in cui diventi quello che poi sarai per sempre. Edlinger aveva i capelli lunghi. Berahult, aveva i capelli lunghi. Reinhold Messner aveva i capelli lunghi e ce li avevano i britannici Doug Scott, Chris Bonington, Peter Boardman. Jean Marc Boivin, il mio idolo assoluto, aveva i capelli lunghi. Tutti quelli a cui avrei voluto somigliare avevano i capelli lunghi e un po’ in disordine. Allora anche io mi ero fatto crescere i capelli lunghi. Compatibilmente con mia madre, li tenevo abbastanza in disordine. Jean Afanassieff però era diverso. Intanto aveva dei capelli lunghissimi, più lunghi di tutti gli altri, quasi da donna, curati e poi aveva quel nome che sembrava finto. Afanassieff. Sembrava che nello scriverlo ci fosse stato un refuso o un errore, nessuno sembrava ricordarlo davvero quel nome, ma io avevo imparato a riconoscerlo sulle riviste di alpinismo e a tenerlo a mente. Era così affascinante quel rincorrersi di consonanti e di vocali. A-fana-ssieff, in fondo non era difficile da memorizzare. Sapevo che quando mi imbattevo in quel nome ci sarebbe sempre stata sempre la certezza di venire a sapere qualcosa di straordinario, di innovativo, di rivoluzionario dal punto di vista alpinistico. Jean Afanassieff si è fatto conoscere con una serie lunghissima di salite solitarie in velocità nel massiccio del Monte Bianco, salite che poi nel tempo, seguendo le sue tracce, sarei andato a vedere o a ripetere così come si va a visitare un tempio, un luogo in cui si sente la necessità di essere mettendosi al cospetto di qualcun altro, alla ricerca di se stessi. L’ intero inverno del 1977 Afanassieff lo trascorse sciando a Bugaboos, in Canada (un altro luogo che in seguito sarei andato a conoscere) e nel 1978 fu il primo francese in vetta all’Everest, in autunno, insieme a Nicolas Jaeger e Kurt Diemberger. La sua fu la 72esima salita della montagna. Nicolas Jaeger fu un’altro personaggio fondamentale nel mio diventare uomo. Alpinista e fisiologo contribuì in modo determinante a conoscere i meccanismi dell’adattamento dell’essere umano all’alta quota, trascorse sessanta giorni a 6768 metri in vetta all’Huascaran, tempo in cui scrisse un libro che si intitola “ Carnet de solitude”, “Solitudine” nell’edizione italiana. Bellissimo. Giunto in vetta all’Everest Jaeger si accese e fumò una Gitanes, le stesse sigarette che fumava anche Edlinger. Se mai avessi iniziato a fumare un giorno, avrei fumato delle Gitanes, ma non divaghiamo adesso. Afassanieff: insieme alla prima salita francese dell’Everest compì nello stesso giorno anche la prima discesa di un 8000 con gli sci, partendo da quota 8300. Un exploit assoluto, non soltanto per l’epoca. Infischiandosene delle collezioni di 8000 Afassanieff tornò in seguito altre tre volte all’Everest, per il versante Nord. Nel 1979 fu escluso dalla spedizione nazionale alla Magic Line del K2, accadde per via di alcune dichiarazioni scomode dopo la spedizione nazionale dell’anno prima e per via del suo carattere piuttosto naïf, Afassanieff non mandava certo a dire quello che pensava. Restare escluso da una spedizione perché hai detto quello che pensi. Dire quello che pensi sempre, anche se non conviene. Anche se ti tagliano fuori. A me sembrava grandioso, anzi è grandioso, lo penso tuttora. Una cosa di cui andare orgogliosi, non è importante se nel frattempo ti perdi qualcosa. In seguito Afassanieff sarebbe diventato un documentarista o come si dice oggi, un filmmacker. Uno che si prende cura di raccogliere e di raccontare delle storie. “Certi mi considerano un alpinista, certi un regista, mi rendo conto di essere un personaggio complicato, difficile da inquadrare. Io sono stato alpinista e sciatore in una vita precedente e oggi, nella mia nuova vita, anche se ancora pratico l’arrampicata e lo sci per piacere personale, mi considero un autore. Il mio mestiere e la mia passione è quella di raccontare delle storie attraverso i miei film”. Jean Afassanieff se n’è andato qualche giorno fa, a 61 anni per un male incurabile. Non ho mai avuto la fortuna di incontrarlo di persona ma la sua storia, la sua vita, mi hanno sempre ispirato. Se penso a uno a cui avrei voluto assomigliare, uno che mi ha fatto sognare, uno di cui vorrei ricalcare la traccia, parlo come alpinista e come sciatore ma anche come autore, come appassionato di storie da raccontare, penso a lui, a Jean Afanassieff. Buon viaggio, Maestro. Adieu.
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mercoledì 17 dicembre 2014
SCIARE SOTTO AL NANGA PARBAT.
La spedizione era finita e avevamo cominciato il viaggio di ritorno. Quando le spedizioni finiscono c'è una voglia pazzesca i ritornare a casa, ti assale una specie di frenesia, una accelerazione del desiderio di essere a casa propria, con le persone care, che è difficile da controllare. Alla mattina avevamo smontato le tende e preparato tutto, i portatori avevano suddiviso i carichi e caricato i muli e avevamo iniziato la discesa dal campo base del Nanga Parbat verso Rupal, che è il primo piccolo villaggio a qualche ora di cammino. Alla euforia mia e di Simone e di David mi sembrava che corrispondesse una malinconia dei ragazzi pakistani che erano stati con noi. Sapevano che difficilmente ci saremmo rivisti.
Di tanto in tanto durante la spedizione qualche ragazzo saliva dal villaggio per portare qualcosa, dei rifornimenti, qualche ortaggio o per avere qualche medicinale dei nostri per curare la tosse o l'influenza o semplicemente per farci visita. Un giorno uno di loro, Jamil, era salito con un paio di vecchi sci da fondo per sciare con me. Avevamo speso il pomeriggio a parlare e a girare in tondo su un anello improvvisato sul grande piano di Lattaboo, dove stava il nostro campo. Jamil mi aveva spiegato che quegli sci appartenevano a suo fratello che faceva parte delle troupe speciali dell'esercito pakistano, se li era fatti prestare ed era salito appositamente per sciare con me. Era stato un bel giorno.
Quando iniziammo il cammino di discesa per andare via, dopo le foto di rito con i polacchi che sarebbero rimasti un altro po' per recuperare i loro materiali sparsi sulla montagna, mi accorsi che un gran numero di bambini erano saliti con i genitori o con i fratelli o con gli zii per aiutare nel trasporto a valle dei nostri materiali. Questi bambini mi giravano intorno, curiosi, facendomi tutti la stessa domanda. Gli sci? Dove sono i tuoi sci? Non li vedevano. Dissi che erano nella sacca lunga, quella azzurra e che da qualche parte c'erano gli scarponi, i bastoncini li avevo in mano, li avrei usati per camminare in discesa. Non capivo bene tutto questo interesse dei bambini per i miei sci ma poi, mentre camminavo verso valle mi resi conto che nella desolazione e nella normalità di un luogo come quello, dove l'unica attrattiva fuori dall'ordinario è rappresentata da qualche alpinista occidentale o trekker che può capitare di vedere durante l'estate, io rappresentavo una eccezione. Una specie di alpinista Superman. Io per quei bambini ero uno sciatore, quello che aveva sciato sul Nanga Parbat, non un normale alpinista. Era diverso. Per loro era di più.
Sul sentiero di ritorno davanti a me e dietro a un mulo che ci precedeva un ragazzino che avrà avuto sui quindici anni camminava con uno zainetto sulle spalle e nelle mani teneva due delle cose più scomode che la mia mente possa immaginare da maneggiare e trasportare: una thermos arancione da cinque litri (vuota) e un grosso rotolo di gommapiuma espansa, quella che avevamo usato come isolante sul pavimento della nostra tenda casa. Era un cilindro altro due metri e del diametro di una cinquantina di centimetri tenuto insieme da uno spago, era leggerissimo ma ingombrante e scomodo da maneggiare. Il ragazzino aveva ai piedi un paio di stivali di gomma e procedeva senza lamentarsi con un passo che alternava continuamente tra veloce e lentissimo. Riconobbi lo zainetto che teneva in spalla che era quello che conteneva il computer di Simone, non era né ingombrante né pesante, ma molto delicato, gli era stato affidato per averne particolare cura. A un certo punto, prima di un tratto in salita, dissi a quel ragazzino di darmi o la thermos o il rotolone di gomma piuma, che lo avrei aiutato trasportandolo io. Mi disse di no e si guardò in giro nella speranza che nessuno dei grandi ci avesse sentito. Insistetti un po' perché non mi andava di vedere un ragazzino che poteva avere l'età di mio figlio camminare così scomodo, non erano carichi pesanti, ma erano scomodi da trasportare. Lui non volle.
Dopo un po' mentre la nostra carovana procedeva e camminavamo mi si avvicinò un uomo che era uno zio del ragazzo, non parlava inglese, ma mi fece un gesto con gli occhi per riferirsi al nipote e uno con la mano che avrebbe potuto sembrare "piano", mimava quel gesto con la mano di rallentare, ma che capii che invece si riferiva al ragazzino davanti a noi e che significava "ci vuole pazienza, tu stai tranquillo, non preoccuparti. Lascialo fare." Con i gesti, con lo sguardo e con un unica parola inglese mi fece capire che in tutto questo, nella scelta di assegnare a quel ragazzo quel carico, al tempo stesso leggero e molto scomodo da trasportare, c'era un progetto educativo ben preciso. L'uomo, che avrà avuto la mia età ma che sembrava molto più vecchio mi disse: "learning". Imparare. La parola gli usci a fatica dalla bocca facendosi spazio tra dei denti radi e bianchissimi. Capii perfettamente e annuii. Il ragazzo stava imparando, e così tutti gli altri.
Scendemmo ancora, nevicava intanto, Simone e David scesero a valle quasi di corsa, io restai indietro con i portatori a fare qualche foto e a filmare. Quando fummo a Rupal, dopo qualche ora, individuai nel centro del villaggio la casa di Aquil, ci eravamo già passati a dicembre, in salita, ma ora c'era molta più neve. Fuori di casa su un filo c'era qualche panno steso, tutto intorno a delimitare quelli che d'estate devono essere orti c'erano delle staccionate fatte di rametti secchi e sottili che si sfrangiavano puntando verso l'alto. Una vivace colonna di fumo saliva dal comignolo della casa di Aquil, nella quale era stato preparato un pranzo speciale per noi, mentre nelle altre case vicine, dai comignoli, usciva solo un leggerissimo alito di fumo. Faceva un freddo cane, ma era molto meno freddo che a Lattaboo. Arrivai fuori dalla casa di Aquil e c'erano tutti i bambini del paese ad aspettarmi, in piedi con le mani in tasca. Mi guardavano.
Uno di loro, il più grande, aveva un paio di sci Dynastar ai piedi recuperati chissà dove e un paio di scarponi Nordica a calzata posteriore. I bambini mi chiesero ancora una volta tutti insieme dove erano i miei sci perché volevano che io sciassi con loro, solo che a quel punto la mia sacca con gli sci e gli scarponi doveva aver proseguito verso valle in groppa a un mulo. La delusione fu grande e capii che non potevo cavarmela così. I bambini mi aspettavano da due mesi e mezzo e mi guardavano e si aspettavano qualcosa di speciale da me, così invece che entrare a mangiare dove gli altri mi aspettavano, dissi: "Let's go skiing". Ci fu un immediato animarsi del gruppo e un vociare in una lingua a me incomprensibile e tutti corsero in discesa verso il campetto di neve che c'era appena più in basso. Il ragazzo grande con gli sci prese i bastoncini e iniziò a spingersi e a scendere, pattinando verso valle. In fondo al pendio fece una curva verso sinistra e poi risalì di corsa e fece un altro giro e poi un altro e un altro. I bambini mi guardavano, come per sapere se avevo un giudizio da dare sullo stile e sulla tecnica del loro amico e io dissi: "Very good" facendo vedere il mio pollice alzato. Dissi anche "Champion" e tutti scoppiarono a ridere e applaudirono.
I bambini più piccoli a turno salivano in groppa al ragazzo con gli sci, lui se li caricava a cavalcioni uno alla volta e li portava in discesa. Non avevo mai pensato, in vita mia, che lo sci potesse essere uno sport di squadra. In Pakistan, lo è.
Restai lì fuori a giocare e ad applaudire a mia volta queste evoluzioni sugli sci, intanto dalla casa di Aquil ogni qualche minuto lui stesso o un adulto usciva a chiamarmi e a dirmi di entrare a mangiare. "Please, come in. Lunch is ready". I bambini ogni volta mi fissavano in silenzio, per capire se io stavo per andarmene e per lasciarli lì o se sarei restato con loro ancora un po' a sciare, e ogni volta che io rimandavo il momento del pranzo loro si gasavano e caricavano di entusiasmo e di gioia e riprendevano ad andare su e giù dal pendio stando in groppa al più grande di loro.
Penso che quello sia stato uno dei giorni di sci più belli della mia vita e non è stato per merito della neve o degli sci o del pendio o del Nanga Parbat che avevamo appena sopra, nascosto nella nebbia.
E' stato per via di quei bambini pakistani.
Qui c'è un video di quel giorno.
Di tanto in tanto durante la spedizione qualche ragazzo saliva dal villaggio per portare qualcosa, dei rifornimenti, qualche ortaggio o per avere qualche medicinale dei nostri per curare la tosse o l'influenza o semplicemente per farci visita. Un giorno uno di loro, Jamil, era salito con un paio di vecchi sci da fondo per sciare con me. Avevamo speso il pomeriggio a parlare e a girare in tondo su un anello improvvisato sul grande piano di Lattaboo, dove stava il nostro campo. Jamil mi aveva spiegato che quegli sci appartenevano a suo fratello che faceva parte delle troupe speciali dell'esercito pakistano, se li era fatti prestare ed era salito appositamente per sciare con me. Era stato un bel giorno.
Quando iniziammo il cammino di discesa per andare via, dopo le foto di rito con i polacchi che sarebbero rimasti un altro po' per recuperare i loro materiali sparsi sulla montagna, mi accorsi che un gran numero di bambini erano saliti con i genitori o con i fratelli o con gli zii per aiutare nel trasporto a valle dei nostri materiali. Questi bambini mi giravano intorno, curiosi, facendomi tutti la stessa domanda. Gli sci? Dove sono i tuoi sci? Non li vedevano. Dissi che erano nella sacca lunga, quella azzurra e che da qualche parte c'erano gli scarponi, i bastoncini li avevo in mano, li avrei usati per camminare in discesa. Non capivo bene tutto questo interesse dei bambini per i miei sci ma poi, mentre camminavo verso valle mi resi conto che nella desolazione e nella normalità di un luogo come quello, dove l'unica attrattiva fuori dall'ordinario è rappresentata da qualche alpinista occidentale o trekker che può capitare di vedere durante l'estate, io rappresentavo una eccezione. Una specie di alpinista Superman. Io per quei bambini ero uno sciatore, quello che aveva sciato sul Nanga Parbat, non un normale alpinista. Era diverso. Per loro era di più.
Sul sentiero di ritorno davanti a me e dietro a un mulo che ci precedeva un ragazzino che avrà avuto sui quindici anni camminava con uno zainetto sulle spalle e nelle mani teneva due delle cose più scomode che la mia mente possa immaginare da maneggiare e trasportare: una thermos arancione da cinque litri (vuota) e un grosso rotolo di gommapiuma espansa, quella che avevamo usato come isolante sul pavimento della nostra tenda casa. Era un cilindro altro due metri e del diametro di una cinquantina di centimetri tenuto insieme da uno spago, era leggerissimo ma ingombrante e scomodo da maneggiare. Il ragazzino aveva ai piedi un paio di stivali di gomma e procedeva senza lamentarsi con un passo che alternava continuamente tra veloce e lentissimo. Riconobbi lo zainetto che teneva in spalla che era quello che conteneva il computer di Simone, non era né ingombrante né pesante, ma molto delicato, gli era stato affidato per averne particolare cura. A un certo punto, prima di un tratto in salita, dissi a quel ragazzino di darmi o la thermos o il rotolone di gomma piuma, che lo avrei aiutato trasportandolo io. Mi disse di no e si guardò in giro nella speranza che nessuno dei grandi ci avesse sentito. Insistetti un po' perché non mi andava di vedere un ragazzino che poteva avere l'età di mio figlio camminare così scomodo, non erano carichi pesanti, ma erano scomodi da trasportare. Lui non volle.
Dopo un po' mentre la nostra carovana procedeva e camminavamo mi si avvicinò un uomo che era uno zio del ragazzo, non parlava inglese, ma mi fece un gesto con gli occhi per riferirsi al nipote e uno con la mano che avrebbe potuto sembrare "piano", mimava quel gesto con la mano di rallentare, ma che capii che invece si riferiva al ragazzino davanti a noi e che significava "ci vuole pazienza, tu stai tranquillo, non preoccuparti. Lascialo fare." Con i gesti, con lo sguardo e con un unica parola inglese mi fece capire che in tutto questo, nella scelta di assegnare a quel ragazzo quel carico, al tempo stesso leggero e molto scomodo da trasportare, c'era un progetto educativo ben preciso. L'uomo, che avrà avuto la mia età ma che sembrava molto più vecchio mi disse: "learning". Imparare. La parola gli usci a fatica dalla bocca facendosi spazio tra dei denti radi e bianchissimi. Capii perfettamente e annuii. Il ragazzo stava imparando, e così tutti gli altri.
Scendemmo ancora, nevicava intanto, Simone e David scesero a valle quasi di corsa, io restai indietro con i portatori a fare qualche foto e a filmare. Quando fummo a Rupal, dopo qualche ora, individuai nel centro del villaggio la casa di Aquil, ci eravamo già passati a dicembre, in salita, ma ora c'era molta più neve. Fuori di casa su un filo c'era qualche panno steso, tutto intorno a delimitare quelli che d'estate devono essere orti c'erano delle staccionate fatte di rametti secchi e sottili che si sfrangiavano puntando verso l'alto. Una vivace colonna di fumo saliva dal comignolo della casa di Aquil, nella quale era stato preparato un pranzo speciale per noi, mentre nelle altre case vicine, dai comignoli, usciva solo un leggerissimo alito di fumo. Faceva un freddo cane, ma era molto meno freddo che a Lattaboo. Arrivai fuori dalla casa di Aquil e c'erano tutti i bambini del paese ad aspettarmi, in piedi con le mani in tasca. Mi guardavano.
Uno di loro, il più grande, aveva un paio di sci Dynastar ai piedi recuperati chissà dove e un paio di scarponi Nordica a calzata posteriore. I bambini mi chiesero ancora una volta tutti insieme dove erano i miei sci perché volevano che io sciassi con loro, solo che a quel punto la mia sacca con gli sci e gli scarponi doveva aver proseguito verso valle in groppa a un mulo. La delusione fu grande e capii che non potevo cavarmela così. I bambini mi aspettavano da due mesi e mezzo e mi guardavano e si aspettavano qualcosa di speciale da me, così invece che entrare a mangiare dove gli altri mi aspettavano, dissi: "Let's go skiing". Ci fu un immediato animarsi del gruppo e un vociare in una lingua a me incomprensibile e tutti corsero in discesa verso il campetto di neve che c'era appena più in basso. Il ragazzo grande con gli sci prese i bastoncini e iniziò a spingersi e a scendere, pattinando verso valle. In fondo al pendio fece una curva verso sinistra e poi risalì di corsa e fece un altro giro e poi un altro e un altro. I bambini mi guardavano, come per sapere se avevo un giudizio da dare sullo stile e sulla tecnica del loro amico e io dissi: "Very good" facendo vedere il mio pollice alzato. Dissi anche "Champion" e tutti scoppiarono a ridere e applaudirono.
I bambini più piccoli a turno salivano in groppa al ragazzo con gli sci, lui se li caricava a cavalcioni uno alla volta e li portava in discesa. Non avevo mai pensato, in vita mia, che lo sci potesse essere uno sport di squadra. In Pakistan, lo è.
Restai lì fuori a giocare e ad applaudire a mia volta queste evoluzioni sugli sci, intanto dalla casa di Aquil ogni qualche minuto lui stesso o un adulto usciva a chiamarmi e a dirmi di entrare a mangiare. "Please, come in. Lunch is ready". I bambini ogni volta mi fissavano in silenzio, per capire se io stavo per andarmene e per lasciarli lì o se sarei restato con loro ancora un po' a sciare, e ogni volta che io rimandavo il momento del pranzo loro si gasavano e caricavano di entusiasmo e di gioia e riprendevano ad andare su e giù dal pendio stando in groppa al più grande di loro.
Penso che quello sia stato uno dei giorni di sci più belli della mia vita e non è stato per merito della neve o degli sci o del pendio o del Nanga Parbat che avevamo appena sopra, nascosto nella nebbia.
E' stato per via di quei bambini pakistani.
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mercoledì 3 settembre 2014
SE PASSATE DA DENVER, COLORADO.
Oggi mi è venuta in mente una cosa, questa qui che scrivo adesso. Ad aprile di ritorno da una settimana di sci-alpinismo solitario in Colorado sono andato in un negozio REI a Denver - negozio bellissimo, costruito dentro a una vecchia fabbrica restaurata - e mi sono imbattuto in un poster enorme di me che sciavo a telemark, che ero anche in imbarazzo tanto era grande il poster, mi sembrava perfino esagerato e lì vicino c'era anche un video che girava e ogni tanto sullo schermo comparivo io con i baffoni in primo piano, c'era anche il mio nome in sovrimpressione per qualche secondo, ero un po' sorpreso anche un po' disorientato, una signora che c'era lì a un certo punto ha iniziato a guardare i miei baffoni e quelli sullo schermo, i miei baffoni e quelli sullo schermo. C'è stato un attimo di sguardi e avevo l'impressione che lei mi avesse sgamato e stesse per dire qualcosa al marito che era lì in parte, gli ha dato di gomito ma lui mi sembrava un po' svanito, un tipo con dei bermuda scozzesi e degli occhiali spessi spessi, una specie di zombie, sembrava non capire.
Lei mi fissava, avrà avuto sulla sessantina forse di più ma era sveglia, magra, una che si capiva che faceva sport, fissava anche i loghi della mia giacca a vento e i baffoni, poi lo schermo e poi il poster, a un certo punto ha allungato la mano verso di me per salutare e mi ha chiesto se ero quello del video e del poster lì sopra, nel frattempo era arrivato anche un commesso. Oh, Madonna, ho pensato. Ho sorriso a entrambi, anzi a tutti e tre, lo zombie comunque guardava il soffitto per i fatti suoi e io ho fatto finta di non capire bene, invece il commesso ha capito benissimo e mi ha stretto la mano e ha chiamato un'altra collega. Oh, Madonna, oh Madonna. Io ero li per farmi un giro tranquillo, da solo.
La signora nel frattempo scambiandomi per una specie di commesso mi ha chiesto se gli facevo provare una giacca a vento The North Face, io molto gentilmente gliene ho fatta provare una che secondo me gli andava benissimo, la voleva per fare sci alpinismo ma anche per andare a fare delle escursioni o a correre quando piove. Le ho illustrato tutte le caratteristiche tecniche della giacca ma dal mio inglese si capiva che non dovevo essere del posto. Lei mi ha detto che la giacca le piaceva e la comprava e poi mi ha chiesto se lavoravo lì come commesso e io ho detto di no. Però non era convinta. I due commessi ridevano a crepapelle nel frattempo se ne era aggiunto un terzo.
Allora io per farla finita le ho detto che ero in prova per un giorno e l'ho accompagnata verso la cassa. Lei tirandosi dietro lo zombie che nel frattempo si era risvegliato dal coma profondo ha ringraziato e poi pagato. Poi dopo sono stato lì un po' a parlare con i commessi, erano simpatici. E poi finalmente mi sono fatto un giro nel negozio, lo ripeto, bellissimo. Se vi capita di passare, andateci.
REI. A Denver.
Lei mi fissava, avrà avuto sulla sessantina forse di più ma era sveglia, magra, una che si capiva che faceva sport, fissava anche i loghi della mia giacca a vento e i baffoni, poi lo schermo e poi il poster, a un certo punto ha allungato la mano verso di me per salutare e mi ha chiesto se ero quello del video e del poster lì sopra, nel frattempo era arrivato anche un commesso. Oh, Madonna, ho pensato. Ho sorriso a entrambi, anzi a tutti e tre, lo zombie comunque guardava il soffitto per i fatti suoi e io ho fatto finta di non capire bene, invece il commesso ha capito benissimo e mi ha stretto la mano e ha chiamato un'altra collega. Oh, Madonna, oh Madonna. Io ero li per farmi un giro tranquillo, da solo.
La signora nel frattempo scambiandomi per una specie di commesso mi ha chiesto se gli facevo provare una giacca a vento The North Face, io molto gentilmente gliene ho fatta provare una che secondo me gli andava benissimo, la voleva per fare sci alpinismo ma anche per andare a fare delle escursioni o a correre quando piove. Le ho illustrato tutte le caratteristiche tecniche della giacca ma dal mio inglese si capiva che non dovevo essere del posto. Lei mi ha detto che la giacca le piaceva e la comprava e poi mi ha chiesto se lavoravo lì come commesso e io ho detto di no. Però non era convinta. I due commessi ridevano a crepapelle nel frattempo se ne era aggiunto un terzo.
Allora io per farla finita le ho detto che ero in prova per un giorno e l'ho accompagnata verso la cassa. Lei tirandosi dietro lo zombie che nel frattempo si era risvegliato dal coma profondo ha ringraziato e poi pagato. Poi dopo sono stato lì un po' a parlare con i commessi, erano simpatici. E poi finalmente mi sono fatto un giro nel negozio, lo ripeto, bellissimo. Se vi capita di passare, andateci.
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mercoledì 9 luglio 2014
SPONSOR E ALPINISTI.
E' interessante quello che scrive Alessandro Gogna a proposito di sponsor e alpinisti. Molto. La sua è una analisi molto elaborata, raffinata, probabilmente anche troppo, secondo me buona parte degli alpinisti professionisti di oggi da un certo punto di vista, Alessandro, li sopravvaluta.
Il suo ragionamento - prendetevi il tempo di leggerlo il suo articolo, ne vale la pena - ha un punto di partenza che si ispira ai valori fondamentali dell'alpinismo di un paio di decenni fa, su tutti ne cito uno di questi valori che lui stesso ha menzionato nel suo articolo e che li riassume tutti: la libertà. La sintesi di un certo modo di fare alpinismo per professione e di viverci è nel titolo di un libro di Messner : "La libertà di andare dove voglio". E di fare ciò che voglio e tutto il resto aggiungo io, ci siamo capiti, leggendo il libro se uno lo ha letto (se no magari leggete anche questo) è tutto molto chiaro.
Per gli alpinisti aspiranti al professionismo che abbiamo visto sino ad oggi la libertà e l'indipendenza erano il motore di tutto, la premessa, il motivo principale. L'essere libero era il motivo fondamentale di una sponsorizzazione, il compromesso fondamentale che nel tempo ci siamo abituati ad accogliere come necessario. Oggi è diverso. Non è più così.
Sarò brutale: a buona parte degli alpinisti, arrampicatori, freerider eccetera eccetera professionisti o aspiranti tali dei giorni nostri uno sponsor serve per ricevere credibilità, non per darla. E' uno scambio alla pari. Questi alpinisti non vogliono essere liberi, al contrario, vogliono essere usati. Vogliono essere guidati nella loro carriera, filmati, fotografati, promossi attraverso i media. Resi celebri attraverso uffici stampa e agenzie di PR e per fare questo la libertà sono disposti a metterla temporaneamente da parte, a sacrificarla. I loro sogni, i loro desideri questi alpinisti li chiamano molto disinvoltamente "progetti". A me la cosa, in un certo senso, ha sempre fatto paura.
Voglio dire due cose: una, che sono cambiati i tempi. due, che ci piaccia o no è un dato di fatto sempre più evidente che in alpinismo dove le classifiche non ci sono, a farle le classifiche, sono gli sponsor. Sponsor grosso, atleta grosso. Sponsor piccolo, atleta piccolo, l'equazione è facile, apparentemente. E' triste da dire, ma è la verità. E' come ci siamo ridotti a vedere le cose. La percezione dell'audience si è trasformata, adeguata, ha perso la sua forza critica. Per molti giovani alpinisti che aspirano a una vita da professionisti uno sponsor e una sponsorizzazione non sono più un punto di partenza, non sono più un modo per essere più liberi e più indipendenti, sono uno strumento a disposizione per crescere. Un punto di arrivo.
Un modo per ricevere visibilità, per costruire il proprio brand (sigh) e per rendersi autorevoli nella élite artefatta di altri alpinisti celebri. E' il mondo che funziona così, è il sistema sociale, il sistema economico, quello dei media e - purtroppo - anche quello della stampa specializzata. Gli alpinisti che aspirano al professionismo soltanto ormai, molto spesso, invece che lottare contro il sistema si sono rassegati ad usarlo. Facendosi usare.
Una volta gli alpinisti erano i ribelli, i rivoluzionari, coloro che volevano sovvertire l'ordine delle cose, oggi sono l'immagine stessa delle aziende o dei brand che rappresentano. Ieri erano i pirati, i cavalieri solitari, gli sbandati, i senza futuro. Oggi molto spesso sono dei ragionieri, dei manager. Delle icone. Dei fotomodelli (a-ri-sigh). Gli alpinisti si sono adattati, il prezzo da pagare è che alcuni questo sistema non lo riescono a maneggiare e a governare e ne vengono sopraffatti, la passione ed il talento spesso vanno persi per strada. Non tutti sono cos', non a tutti capita così, per fortuna.
C'è sempre e ci sarà sempre chi le vie le apre e le sale per primo. Chi esplora. Chi sogna. E chi invece le vie soltanto le ripete e al massimo le colleziona
Il suo ragionamento - prendetevi il tempo di leggerlo il suo articolo, ne vale la pena - ha un punto di partenza che si ispira ai valori fondamentali dell'alpinismo di un paio di decenni fa, su tutti ne cito uno di questi valori che lui stesso ha menzionato nel suo articolo e che li riassume tutti: la libertà. La sintesi di un certo modo di fare alpinismo per professione e di viverci è nel titolo di un libro di Messner : "La libertà di andare dove voglio". E di fare ciò che voglio e tutto il resto aggiungo io, ci siamo capiti, leggendo il libro se uno lo ha letto (se no magari leggete anche questo) è tutto molto chiaro.
Per gli alpinisti aspiranti al professionismo che abbiamo visto sino ad oggi la libertà e l'indipendenza erano il motore di tutto, la premessa, il motivo principale. L'essere libero era il motivo fondamentale di una sponsorizzazione, il compromesso fondamentale che nel tempo ci siamo abituati ad accogliere come necessario. Oggi è diverso. Non è più così.
Sarò brutale: a buona parte degli alpinisti, arrampicatori, freerider eccetera eccetera professionisti o aspiranti tali dei giorni nostri uno sponsor serve per ricevere credibilità, non per darla. E' uno scambio alla pari. Questi alpinisti non vogliono essere liberi, al contrario, vogliono essere usati. Vogliono essere guidati nella loro carriera, filmati, fotografati, promossi attraverso i media. Resi celebri attraverso uffici stampa e agenzie di PR e per fare questo la libertà sono disposti a metterla temporaneamente da parte, a sacrificarla. I loro sogni, i loro desideri questi alpinisti li chiamano molto disinvoltamente "progetti". A me la cosa, in un certo senso, ha sempre fatto paura.
Voglio dire due cose: una, che sono cambiati i tempi. due, che ci piaccia o no è un dato di fatto sempre più evidente che in alpinismo dove le classifiche non ci sono, a farle le classifiche, sono gli sponsor. Sponsor grosso, atleta grosso. Sponsor piccolo, atleta piccolo, l'equazione è facile, apparentemente. E' triste da dire, ma è la verità. E' come ci siamo ridotti a vedere le cose. La percezione dell'audience si è trasformata, adeguata, ha perso la sua forza critica. Per molti giovani alpinisti che aspirano a una vita da professionisti uno sponsor e una sponsorizzazione non sono più un punto di partenza, non sono più un modo per essere più liberi e più indipendenti, sono uno strumento a disposizione per crescere. Un punto di arrivo.
Un modo per ricevere visibilità, per costruire il proprio brand (sigh) e per rendersi autorevoli nella élite artefatta di altri alpinisti celebri. E' il mondo che funziona così, è il sistema sociale, il sistema economico, quello dei media e - purtroppo - anche quello della stampa specializzata. Gli alpinisti che aspirano al professionismo soltanto ormai, molto spesso, invece che lottare contro il sistema si sono rassegati ad usarlo. Facendosi usare.
Una volta gli alpinisti erano i ribelli, i rivoluzionari, coloro che volevano sovvertire l'ordine delle cose, oggi sono l'immagine stessa delle aziende o dei brand che rappresentano. Ieri erano i pirati, i cavalieri solitari, gli sbandati, i senza futuro. Oggi molto spesso sono dei ragionieri, dei manager. Delle icone. Dei fotomodelli (a-ri-sigh). Gli alpinisti si sono adattati, il prezzo da pagare è che alcuni questo sistema non lo riescono a maneggiare e a governare e ne vengono sopraffatti, la passione ed il talento spesso vanno persi per strada. Non tutti sono cos', non a tutti capita così, per fortuna.
C'è sempre e ci sarà sempre chi le vie le apre e le sale per primo. Chi esplora. Chi sogna. E chi invece le vie soltanto le ripete e al massimo le colleziona
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venerdì 13 giugno 2014
IL TIPO DEL RECORD DEL MC KINLEY.
Sono lì, in piedi fuori dalla tenda che guardo in alto, verso il Couloir Messner e verso la cima del McKinley. E' mattino e mi sono appena svegliato, c'è il cielo sereno ma fa freddo e si capisce che in alto c'è vento. Forte. Sono al campo casa a 4400 metri. Le nuvole corrono veloci. Intanto che sono lì che mi guardo in giro con le mani in tasca e gli scarponi slacciati sento Conrad e alcuni miei compagni di spedizione e i rangers parlare tra loro. Ridono e fanno battute, ironizzano, con quell'aria da siamo-tutti-amici che hanno sempre gli alpinisti ai campi base delle grandi montagne, dandosi delle grandi pacche sulle spalle con quelle manone grandi. Noi europei abbiamo delle mani più piccoline. Io, perlomeno.
Stanno lì fuori dalla tenda comune, ciascuno con la propria tazza di caffè in mano. Capisco dalle loro parole che mi arrivano a tratti che c'è uno che sta salendo da solo dal Kahlthna Glacer con gli sci, che vuole tentare di andare in cima al McKinley da solo, no-stop. E' partito ieri sera. Allora mi avvicino e chiedo di chi si tratti ma non mi sanno dire il nome, mi dicono solo "Un tedesco a cui manca qualche rotella." Non dico niente ma tra me e me penso Sarà un tedesco ben allenato che sa cosa vuol dire andare in giro leggeri, con gli sci leggeri, gli scarponi leggeri e lo zaino leggero. Mica come voi che andate in giro con degli sci che pesano una tonnellata e degli zaini da cinquanta chili pieni di non so cosa. Cerco di capire a che punto è il tipo andando alla tenda dei ranger e chiedendo informazioni, loro lì hanno le radio e sono collegati con gli altri campi in basso e mi dicono che è ancora abbastanza lontano, sulla Motorcycle Hill, è partito ieri sera e ha camminato tutta la notte. Allora torno alla tenda e penso che c'è ancora qualche ora. Faccio i miei calcoli, sta salendo un po' più veloce di quanto sono salito io però non si è fermato a dormire. Non ha assistenza e ha solo un piccolo zaino in spalla, così mi hanno detto. L'ironia e le battute tra tutti al campo si sprecano, a me invece il tipo risulta da subito simpatico, anche se non lo conosco. Simpaticissimo.
Preparo la mia roba, gli sci, le pelli e lo zaino, mi vesto, faccio scaldare l'acqua e preparo una thermos grande di the caldo, prendo delle bustine di maltodestrine in gel e dei pezzi di pane al miele, li metto in una busta di plastica e le infilo nello zaino. Vado a dire agli altri che vado a farmi un giro, mi dicono che loro no, non vengono, oggi resteranno lì al campo a riposare.
Bene, bravi. State qui.
Me ne vado per conto mio e non mi dispiace neanche un po', mi metto gli sci e incomincio a scendere. Molto prima di Windy Corner vedo uno da solo che sta tagliando in diagonale sotto la parete e che sta venendo su, abbastanza veloce. E' all'ombra della parete. E' lontano ma per quello che vedo ha uno zaino abbastanza piccolo. Uno zaino strano, più che uno zaino mi sembra che trasporti una palla, sulla schiena. Allora mi fermo al riparo dal vento e aspetto, senza togliere gli sci. E' pieno di crepacci intorno. Apro lo zaino e lo deposito in mezzo alle gambe e tiro fuori la thermos e tutto il resto. Il tizio sale, è finalmente uscito al sole e immagino che si stia finalmente godendo un po' di tepore e di calma di vento, qui sopra il bacino del ghiacciaio è un po' più protetto, l'aria è più ferma. Windy Corner, giù sotto, si chiama così mica per niente. Il tipo si avvicina, sale dritto verso di me lungo la traccia, lo vedo da lontano ed è vestito in un modo che definirei quantomeno bizzarro. La prima cosa a cui penso, mentre lo vedo, è che mi sembra un benzinaio di Livigno, non uno skyrunner. Ha un cappello con visiera in pile viola e arancione, dei pantaloni di pile circa dello stesso colore e una specie di giubbino a vento, una cosa a metà tra una giacca da sci degli anni '80 e un duvet da alpinismo. Ai piedi ha un paio di vecchi SkiTrab Piuma montati con l'attacchino e gli scarponi sono dei vecchi Dynafit, quelli verdi. Quelli degli anni '90.
Siamo nel 2011, questo non lo avevo ancora detto.
Mi arriva vicino e io ho la thermos pronta in mano con una tazza di the fumante già versato, glielo porgo, lui passa e mi guarda ma non accenna a fermarsi. Faccio un inchino con la testa senza dire niente, per lasciare parlare prima lui. Gli guardo lo zaino, è uno zaino Seven tipo quello che mio figlio usava per andare a scuola alle elementari. A forma di palla. Ha rallentato ma non dice niente, forse anche lui aspetta che sia io a dire qualcosa per primo, allora dico ad alta voce, in italiano: Buongiorno. Allora lui si ferma. Fa un lungo respiro.
Un sospiro, più che altro.
E' fermo in piedi davanti a me, poco più a monte, gli sci paralleli appoggiati piatti a terra in modo che le pelli facciano presa. Lascia penzolare i bastoncini da fondo con il lacciolo sui polsi e tiene lo sguardo dritto davanti. Come va? gli chiedo io. Lui risponde qualcosa in tedesco, io non capisco. Ha della saliva bianca rinsecchita agi angoli della bocca, uno spesso strato di crema solare in faccia, la barba non fatta. Allora passo all'inglese, nel frattempo gli allungo la tazza di thè, lui prima di prenderla mi guarda attraverso quella sottile fessura tra la visiera del berretto e il bordo superiore degli occhiali. Sono occhiali Briko a forma di mosca simili a quelli che usava Chiappucci. Chiappucci il ciclista, dico. Riparte con il tedesco, poi si rende conto che io non capisco niente e passa a un inglese stentato. Come sono le previsioni del tempo? mi chiede. Buone, dico io, ma in alto c'è vento. Vento forte. Alza lo sguardo verso la West Buttres, le nuvole viaggiano, io intanto gli verso un'altra tazza di the, gliela passo. Lui mi guarda di nuovo attraverso la fessura tra occhiali e berretto, prende la tazza e beve di nuovo.
Entshuldigen.
Io annuisco e sorrido.
Gli faccio vedere i gel energetici e il pane al miele che tengo sul palmo della mano e lui scarta i gel e prende il pane. Addenta una fetta. Poi beve un'altra tazza di the. Mi dice che è stanco, si leva gli occhiali e vedo che ha gli occhi acquosi, liquidi, arrossati dal sole, dalla notte insonne e credo dal sudore. Gli chiedo i suoi programmi e mi dice che vuole proseguire verso la cima. No-stop. Ci mettiamo a parlare un po' di come prosegue la via di salita e io gli dico che secondo me fino all'ultimo campo può salire al riparo dal vento, sopra non so. Mi metto gli sci con le pelli già pronte che nel frattempo avevo montato e riprendiamo a salire. Lo piloto alla tenda dei Rangers in modo che possa parlare un po' con loro e farsi dire le previsioni del tempo, e magari anche conoscere di persona. Arriva, si piazza davanti alla tenda dove tengono la radio - fuori c'è una grande antenna - e si mette a chiacchierare con un ranger, uno di quelli di stamattina. E' più gentile adesso, il ranger. Meno fenomeno. Io faccio un po' da tramite e dico quello che ha fatto finora questo signore sulla cinquantina salendo non stop dalla base, ripeto quello che mi ha detto, poco per la verità. Dico che gli ho dato da mangiare e da bere e che mi sembra stanco ma in grado di proseguire, stamattina sentivo parlare dell'idea di bloccarlo. Perché, bloccarlo? Si convincono che proprio stupido, il signore lì, non deve essere. Forse un po' bizzarro.
Gli chiedono dell'acclimamento, come pensa di andare a 6194 metri senza acclimamento? Lui dice che l'acclimamento l'ha fatto nelle ultime tre settimane in Bolivia, si è allenato in altura e ha dormito una settimana a 6100 metri, poi è venuto qui. Da solo.
Ah.
Quando sento questo signore dire queste cose provo un sottile piacere, una gioia intima, un senso di connessione e di amicizia istintiva. Questo uomo, così apparentemente fuori posto e sprovveduto è invece così forte. Così determinato. Così folle e coraggioso, nel senso giusto del termine. E' abbigliato in modo strambo, quello sì, ma cosa c'entra? A me è simpatico. Mi ha anche detto che è un atleta, un triathleta, anche io sono triathleta, gli dico. Ho gareggiato a Roth, Ironman, dice lui. Anche io. Dieci volte. Mi sorride. Sorrido. Parlando di fatica ci intendiamo. Provo un desiderio profondo di aiutarlo questo signore, so che vuole fare tutto in autonomia ma cerco di fargli capire che se ha bisogno di qualcosa, anche di un posto in tenda per dormire, può contare su di me. Mi guarda e annuisce con la testa, ma mi fa capire che non ha bisogno di niente. Vado alla mia tenda, al mio campo, a dire che "Il tedesco che vuole salire in cima al Denali no-stop è alla tenda dei rangers". Se lo volete conoscere.
Nessuno tra quelli che ci sono lì è interessato a conoscerlo o a salutarlo. Stanno tutti leggendo sdraiati in tenda o ascoltando musica dai loro cazzo di ipod. Inculatevi. Esco dalla tenda con dei gel e con dell'altro the e torno dal tipo, gli porto anche della crema solare, è un po' scottato in faccia. Gli dico di tenersela, la crema, che a me non serve. Lui mi dice di no, ne spreme un po' dal tubetto e se la spalma in qualche modo sulla faccia. Light. Leggero. Mi fa capire a gesti, con quel movimento del palmo della mano girato verso l'alto che va su e giù, che vuole andare leggero. Rimane ancora un po' lì in piedi, senza sedersi e senza togliere gli sci, poi riparte verso sopra, da solo. E' il primo pomeriggio, è l'unico in movimento sulla montagna. Lo vedo fare delle zig-zag sul ghiacciaio con gli sci e poi toglierseli per risalire le corde fisse. Non sembra abbia un passo veloce, ma è inesorabile. Continuo. Inarrestabile. Mi rendo conto di non avergli nemmeno chiesto il nome, a questo signore e me ne vergogno.
Che idiota che sono.
Poi viene buio e l'ora di andare a dormire, prima di infilarmi nel sacco a pelo passo di nuovo dalla tenda dei rangers per sapere se hanno notizie. Il tipo è all'ultimo campo e ha appena deciso di fermarsi. E' stanco, è notte e c'è vento forte, fortissimo. Le previsioni per domani sono di neve. Non c'è altro da fare che fermarsi. Rimarrà nella tenda dei rangers a dormire, non ha nemmeno il sacco a pelo. Lui ha detto che voleva scendere subito fino a 2200m ma non lo hanno lasciato andare.
Questo signore qui, mica tanto giovane, di cui non conosco nemmeno il nome, in ventiquattro ore da solo, senza assistenza, con le sole proprie forze è andato dai 2200 metri del Kahiltna Glacier all'ultimo campo a 5200. Sono più di quaranta chilometri. Se avesse avuto condizioni più favorevoli probabilmente andava in cima. Ha coperto una distanza che le spedizioni normali impiegano tre settimane a compiere. Nella nostra spedizione ad esempio io finora sono il solo ad essere salito un giorno all'ultimo campo, a fare un giro con gli sci e a depositare del gas e una tenda, degli altri miei compagni non è ancora salito nessuno. Per dire. Siamo qui da più di due settimane. Vado a dormire pensando a quell'uomo che immagino sfinito a russare dentro a un sacco a pelo non suo. Mi fa tenerezza.
Il giorno dopo all'ora di colazione vado dai rangers e chiedo notizie e mi dicono che il tizio è già sceso, è passato di lì questa mattina all'alba e adesso è già arrivato alla base, oggi pomeriggio se gli aerei atterreranno sul ghiacciaio - non si sa, il tempo non è bellissimo - se ne andrà via. Ha lasciato detto ai rangers che lui era interessato alla salita no-stop unsupported e non alla cima. La cima non gli interessava. Ha lasciato detto anche di ringraziarmi e di salutarmi e ha detto di darmi un biglietto da visita con il suo nome e cognome, il suo indirizzo internet. Me lo danno. Un bigliettino giallo con le scritte rosse.
Questa mattina quando ho letto del record di Kiljan Jornet al Denali mi è venuto in mente di quel signore e sono andato a cercare il suo biglietto da visita. L'ho cercato per mezza mattina tra le mie cose ma non mi è saltato fuori, evidentemente l'ho perso. Che imbecille. Ho pensato che andava bene essersi dimenticato di chiedere il nome e avere perso il biglietto da visita, ma la sua storia, la storia del suo tentativo solitario di record no-stop al McKinley, nel giorno in cui tutti celebrano Kilijan almeno quella, la dovevo raccontare.
E così l'ho scritta.
Stanno lì fuori dalla tenda comune, ciascuno con la propria tazza di caffè in mano. Capisco dalle loro parole che mi arrivano a tratti che c'è uno che sta salendo da solo dal Kahlthna Glacer con gli sci, che vuole tentare di andare in cima al McKinley da solo, no-stop. E' partito ieri sera. Allora mi avvicino e chiedo di chi si tratti ma non mi sanno dire il nome, mi dicono solo "Un tedesco a cui manca qualche rotella." Non dico niente ma tra me e me penso Sarà un tedesco ben allenato che sa cosa vuol dire andare in giro leggeri, con gli sci leggeri, gli scarponi leggeri e lo zaino leggero. Mica come voi che andate in giro con degli sci che pesano una tonnellata e degli zaini da cinquanta chili pieni di non so cosa. Cerco di capire a che punto è il tipo andando alla tenda dei ranger e chiedendo informazioni, loro lì hanno le radio e sono collegati con gli altri campi in basso e mi dicono che è ancora abbastanza lontano, sulla Motorcycle Hill, è partito ieri sera e ha camminato tutta la notte. Allora torno alla tenda e penso che c'è ancora qualche ora. Faccio i miei calcoli, sta salendo un po' più veloce di quanto sono salito io però non si è fermato a dormire. Non ha assistenza e ha solo un piccolo zaino in spalla, così mi hanno detto. L'ironia e le battute tra tutti al campo si sprecano, a me invece il tipo risulta da subito simpatico, anche se non lo conosco. Simpaticissimo.
Preparo la mia roba, gli sci, le pelli e lo zaino, mi vesto, faccio scaldare l'acqua e preparo una thermos grande di the caldo, prendo delle bustine di maltodestrine in gel e dei pezzi di pane al miele, li metto in una busta di plastica e le infilo nello zaino. Vado a dire agli altri che vado a farmi un giro, mi dicono che loro no, non vengono, oggi resteranno lì al campo a riposare.
Bene, bravi. State qui.
Me ne vado per conto mio e non mi dispiace neanche un po', mi metto gli sci e incomincio a scendere. Molto prima di Windy Corner vedo uno da solo che sta tagliando in diagonale sotto la parete e che sta venendo su, abbastanza veloce. E' all'ombra della parete. E' lontano ma per quello che vedo ha uno zaino abbastanza piccolo. Uno zaino strano, più che uno zaino mi sembra che trasporti una palla, sulla schiena. Allora mi fermo al riparo dal vento e aspetto, senza togliere gli sci. E' pieno di crepacci intorno. Apro lo zaino e lo deposito in mezzo alle gambe e tiro fuori la thermos e tutto il resto. Il tizio sale, è finalmente uscito al sole e immagino che si stia finalmente godendo un po' di tepore e di calma di vento, qui sopra il bacino del ghiacciaio è un po' più protetto, l'aria è più ferma. Windy Corner, giù sotto, si chiama così mica per niente. Il tipo si avvicina, sale dritto verso di me lungo la traccia, lo vedo da lontano ed è vestito in un modo che definirei quantomeno bizzarro. La prima cosa a cui penso, mentre lo vedo, è che mi sembra un benzinaio di Livigno, non uno skyrunner. Ha un cappello con visiera in pile viola e arancione, dei pantaloni di pile circa dello stesso colore e una specie di giubbino a vento, una cosa a metà tra una giacca da sci degli anni '80 e un duvet da alpinismo. Ai piedi ha un paio di vecchi SkiTrab Piuma montati con l'attacchino e gli scarponi sono dei vecchi Dynafit, quelli verdi. Quelli degli anni '90.
Siamo nel 2011, questo non lo avevo ancora detto.
Mi arriva vicino e io ho la thermos pronta in mano con una tazza di the fumante già versato, glielo porgo, lui passa e mi guarda ma non accenna a fermarsi. Faccio un inchino con la testa senza dire niente, per lasciare parlare prima lui. Gli guardo lo zaino, è uno zaino Seven tipo quello che mio figlio usava per andare a scuola alle elementari. A forma di palla. Ha rallentato ma non dice niente, forse anche lui aspetta che sia io a dire qualcosa per primo, allora dico ad alta voce, in italiano: Buongiorno. Allora lui si ferma. Fa un lungo respiro.
Un sospiro, più che altro.
E' fermo in piedi davanti a me, poco più a monte, gli sci paralleli appoggiati piatti a terra in modo che le pelli facciano presa. Lascia penzolare i bastoncini da fondo con il lacciolo sui polsi e tiene lo sguardo dritto davanti. Come va? gli chiedo io. Lui risponde qualcosa in tedesco, io non capisco. Ha della saliva bianca rinsecchita agi angoli della bocca, uno spesso strato di crema solare in faccia, la barba non fatta. Allora passo all'inglese, nel frattempo gli allungo la tazza di thè, lui prima di prenderla mi guarda attraverso quella sottile fessura tra la visiera del berretto e il bordo superiore degli occhiali. Sono occhiali Briko a forma di mosca simili a quelli che usava Chiappucci. Chiappucci il ciclista, dico. Riparte con il tedesco, poi si rende conto che io non capisco niente e passa a un inglese stentato. Come sono le previsioni del tempo? mi chiede. Buone, dico io, ma in alto c'è vento. Vento forte. Alza lo sguardo verso la West Buttres, le nuvole viaggiano, io intanto gli verso un'altra tazza di the, gliela passo. Lui mi guarda di nuovo attraverso la fessura tra occhiali e berretto, prende la tazza e beve di nuovo.
Entshuldigen.
Io annuisco e sorrido.
Gli faccio vedere i gel energetici e il pane al miele che tengo sul palmo della mano e lui scarta i gel e prende il pane. Addenta una fetta. Poi beve un'altra tazza di the. Mi dice che è stanco, si leva gli occhiali e vedo che ha gli occhi acquosi, liquidi, arrossati dal sole, dalla notte insonne e credo dal sudore. Gli chiedo i suoi programmi e mi dice che vuole proseguire verso la cima. No-stop. Ci mettiamo a parlare un po' di come prosegue la via di salita e io gli dico che secondo me fino all'ultimo campo può salire al riparo dal vento, sopra non so. Mi metto gli sci con le pelli già pronte che nel frattempo avevo montato e riprendiamo a salire. Lo piloto alla tenda dei Rangers in modo che possa parlare un po' con loro e farsi dire le previsioni del tempo, e magari anche conoscere di persona. Arriva, si piazza davanti alla tenda dove tengono la radio - fuori c'è una grande antenna - e si mette a chiacchierare con un ranger, uno di quelli di stamattina. E' più gentile adesso, il ranger. Meno fenomeno. Io faccio un po' da tramite e dico quello che ha fatto finora questo signore sulla cinquantina salendo non stop dalla base, ripeto quello che mi ha detto, poco per la verità. Dico che gli ho dato da mangiare e da bere e che mi sembra stanco ma in grado di proseguire, stamattina sentivo parlare dell'idea di bloccarlo. Perché, bloccarlo? Si convincono che proprio stupido, il signore lì, non deve essere. Forse un po' bizzarro.
Gli chiedono dell'acclimamento, come pensa di andare a 6194 metri senza acclimamento? Lui dice che l'acclimamento l'ha fatto nelle ultime tre settimane in Bolivia, si è allenato in altura e ha dormito una settimana a 6100 metri, poi è venuto qui. Da solo.
Ah.
Quando sento questo signore dire queste cose provo un sottile piacere, una gioia intima, un senso di connessione e di amicizia istintiva. Questo uomo, così apparentemente fuori posto e sprovveduto è invece così forte. Così determinato. Così folle e coraggioso, nel senso giusto del termine. E' abbigliato in modo strambo, quello sì, ma cosa c'entra? A me è simpatico. Mi ha anche detto che è un atleta, un triathleta, anche io sono triathleta, gli dico. Ho gareggiato a Roth, Ironman, dice lui. Anche io. Dieci volte. Mi sorride. Sorrido. Parlando di fatica ci intendiamo. Provo un desiderio profondo di aiutarlo questo signore, so che vuole fare tutto in autonomia ma cerco di fargli capire che se ha bisogno di qualcosa, anche di un posto in tenda per dormire, può contare su di me. Mi guarda e annuisce con la testa, ma mi fa capire che non ha bisogno di niente. Vado alla mia tenda, al mio campo, a dire che "Il tedesco che vuole salire in cima al Denali no-stop è alla tenda dei rangers". Se lo volete conoscere.
Nessuno tra quelli che ci sono lì è interessato a conoscerlo o a salutarlo. Stanno tutti leggendo sdraiati in tenda o ascoltando musica dai loro cazzo di ipod. Inculatevi. Esco dalla tenda con dei gel e con dell'altro the e torno dal tipo, gli porto anche della crema solare, è un po' scottato in faccia. Gli dico di tenersela, la crema, che a me non serve. Lui mi dice di no, ne spreme un po' dal tubetto e se la spalma in qualche modo sulla faccia. Light. Leggero. Mi fa capire a gesti, con quel movimento del palmo della mano girato verso l'alto che va su e giù, che vuole andare leggero. Rimane ancora un po' lì in piedi, senza sedersi e senza togliere gli sci, poi riparte verso sopra, da solo. E' il primo pomeriggio, è l'unico in movimento sulla montagna. Lo vedo fare delle zig-zag sul ghiacciaio con gli sci e poi toglierseli per risalire le corde fisse. Non sembra abbia un passo veloce, ma è inesorabile. Continuo. Inarrestabile. Mi rendo conto di non avergli nemmeno chiesto il nome, a questo signore e me ne vergogno.
Che idiota che sono.
Poi viene buio e l'ora di andare a dormire, prima di infilarmi nel sacco a pelo passo di nuovo dalla tenda dei rangers per sapere se hanno notizie. Il tipo è all'ultimo campo e ha appena deciso di fermarsi. E' stanco, è notte e c'è vento forte, fortissimo. Le previsioni per domani sono di neve. Non c'è altro da fare che fermarsi. Rimarrà nella tenda dei rangers a dormire, non ha nemmeno il sacco a pelo. Lui ha detto che voleva scendere subito fino a 2200m ma non lo hanno lasciato andare.
Questo signore qui, mica tanto giovane, di cui non conosco nemmeno il nome, in ventiquattro ore da solo, senza assistenza, con le sole proprie forze è andato dai 2200 metri del Kahiltna Glacier all'ultimo campo a 5200. Sono più di quaranta chilometri. Se avesse avuto condizioni più favorevoli probabilmente andava in cima. Ha coperto una distanza che le spedizioni normali impiegano tre settimane a compiere. Nella nostra spedizione ad esempio io finora sono il solo ad essere salito un giorno all'ultimo campo, a fare un giro con gli sci e a depositare del gas e una tenda, degli altri miei compagni non è ancora salito nessuno. Per dire. Siamo qui da più di due settimane. Vado a dormire pensando a quell'uomo che immagino sfinito a russare dentro a un sacco a pelo non suo. Mi fa tenerezza.
Il giorno dopo all'ora di colazione vado dai rangers e chiedo notizie e mi dicono che il tizio è già sceso, è passato di lì questa mattina all'alba e adesso è già arrivato alla base, oggi pomeriggio se gli aerei atterreranno sul ghiacciaio - non si sa, il tempo non è bellissimo - se ne andrà via. Ha lasciato detto ai rangers che lui era interessato alla salita no-stop unsupported e non alla cima. La cima non gli interessava. Ha lasciato detto anche di ringraziarmi e di salutarmi e ha detto di darmi un biglietto da visita con il suo nome e cognome, il suo indirizzo internet. Me lo danno. Un bigliettino giallo con le scritte rosse.
Questa mattina quando ho letto del record di Kiljan Jornet al Denali mi è venuto in mente di quel signore e sono andato a cercare il suo biglietto da visita. L'ho cercato per mezza mattina tra le mie cose ma non mi è saltato fuori, evidentemente l'ho perso. Che imbecille. Ho pensato che andava bene essersi dimenticato di chiedere il nome e avere perso il biglietto da visita, ma la sua storia, la storia del suo tentativo solitario di record no-stop al McKinley, nel giorno in cui tutti celebrano Kilijan almeno quella, la dovevo raccontare.
E così l'ho scritta.
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venerdì 16 maggio 2014
PIANO CHE SI SCIVOLA.
Le gomme scivolano per via della salsedine. Ieri io sono già caduto, quindi meglio andare adagio. Faccio la curva con prudenza cercando di non inclinarmi troppo poi c’è un rettilineo, ne percorro una decina di metri lentamente, poi spalanco il gas. Spalanco, si fa per dire. Quello che sto guidando è uno scooter greco da 50 centimetri cubici preso a noleggio. Velocità massima 60 kilometri orari, ruote da 12”. Kalymnos, settembre. Fa parecchio caldo.
Alla fine del rettilineo c’è un altra curva, lo scooter viaggia con il motore al minimo, rallento e freno cercando di non bloccare la ruote, prima di impostare la curva mi volto indietro un’altra volta per guardare.
Dov’è Denis?
La strada è deserta.
Curvo prudentemente inclinandomi il meno possibile, raddrizzo e continuo andando a passo d’uomo, Denis non arriva. Strano, però. La strada davanti a me è di nuovo dritta c’è un altro rettilineo un po’ in salita, non resisto al desiderio di aprire il gas un’altra volta. Mi piace quella sensazione della moto che accelera e quel rumore.
Maaaaaaaaaahhhmm.
Apro tutta la manetta del gas. Lo so che è pericoloso e che l’asfalto scivola e che è pieno di buche, so che non dovrei, però lo faccio lo stesso. Accelero. Maaaaaaaaaahhhmm. Percorro un centinaio di metri e poi rallento di nuovo e mi fermo a bordo strada. Denis: o è caduto, o ha sbagliato strada, impossibile non arrivi ancora.
Aspetto. Il motore gira al minimo, c’è quel tan tan tan tan tan metallico del pistone, forse bisognerebbe aggiungere dell’olio. Sicuro. Il sole di fine settembre mi batte sul casco e sulle spalle, c’è una brezza leggera che viene dal mare che non è ancora vento, è solo brezza, io sono già sudato anche se sono solo le nove del mattino e a parte una colazione giga a base di yogurt greco e miele, non ho ancora fatto niente per cui dovrei essere sudato.
Le cicale cantano.
I fili d’erba secca a bordo strada oscillano rigidi nell’aria.
Denis non arriva, che faccio? tan tan tan tan tan, Maaaaaaaaahhmmm apro il gas, attraverso la strada in curva facendo inversione di marcia e sfiorando l’asfalto con il piede torno indietro, vado a vedere. Svolto oltre la prima curva e Denis non c’è ancora, proseguo. Arrivo quasi in fondo al secondo rettilineo, appena sto per svoltare dietro alla prima curva eccolo che compare. Va pianissimo, con uno sguardo diligente e guidando con una meccanica di curva, con una geometria delle traiettorie che mentre lo vedo penso debba necessariamente essere una meccanica di curva tutta sovietica. Russa. Inesorabile, inconsueta, squadrata.
![]() |
| My friend Denis Urubko |
Nemmeno per un secondo ho la sensazione che sia una bella curva, quella di Denis, dinamica o elegante. Non ho mai sentito parlare di un grande pilota di motociclismo russo, in effetti. Di grandi alpinisti russi, sì. Abalakov, Bouckrev, Bolotov, Samoilov. Urubko, appunto. Altrettanto, nemmeno per un secondo ho la sensazione che Denis possa cadere da quello scooter, perlomeno non a causa della velocità o per perdita di aderenza. Potrebbe cadere per perdita dell’equilibrio forse, tanto va lentamente. Denis è sistemato in sella come se fosse un blocco unico con il telaio della moto. Le punte dei piedi e dei calzini bianchi e dei sandali sbucano a lato delle pedane. E seduto come ci si siede sull’autobus quando si tiene uno zaino in spalla e si è in attesa della fermata a cui bisogna scendere, in punta al sedile. Fa ridere Denis con il casco di una taglia più grande in testa, ma su quello è meglio che io non dica niente, ne porto uno uguale identico. Sembro un cretino. Denis mi sorride con gli occhi azzurri distogliendo solo per una frazione di secondo lo sguardo dalla strada, poi continua dritto. Non si ferma. Io faccio di nuovo inversione di marcia e lo seguo. Lo affianco e lo sorpasso di nuovo fino in fondo al rettilineo e poi curvo a destra, c’è una salita ripida sul cemento poi la strada si fa sterrata, proseguiamo lentamente fino al parcheggio sotto la falesia di Odissey, Denis rimane ancora indietro, poi arriva.
Parcheggia.
Spegne.
Tira la moto sul cavalletto, mettiamo via i caschi e preso lo zaino e la corda cominciamo a salire per il sentiero.
“Scusa, Emilio - mi dice in un buon italiano, Denis vive in Italia vicino a Bergamo per qualche mese all’anno - io in moto vado muolto piano. Pericuolo”
“…”
“ Ho promesso a mia moglie quando noi due sposati che non farò mai più due cose: una è scalare di nuovo K2 e altra cosa è guidare moto. Due cose molto pericuolose. Pericuolosissime.” - mi piace come Denis usa gli aggettivi.
“Pericuolosissiume” rimarca parlando con il suo accento russo che stringe tutte le o e le mescola con le u.
Il termine pericolosissimo, comunque, usato da uno che viene considerato uno dei più forti Himalaysti di tutti i tempi, uno che ha scalato tutti i 14 ottomila della terra senza ossigeno, due in inverno, cinque per vie nuove, uno che è stato candidato al Piolet d’Or per 5 volte vincendone due, ha un significato particolare, difficile da comprendere per me. Il fatto che Denis classifichi come “molto pericoloso” un trasferimento di cinque chilometri in scooter 50cc su un isola greca semideserta è quantomeno bizzarro. Mi fa pensare.
“Denis, le nostre non sono della moto - gli dico – sono degli scooterini del cacchio da 50cc. ”
“Si , ma è pericuoloso ugualmente” intanto guarda le abrasioni aperte sulla mia gamba e sul mio braccio. Anche io le guardo, con il sudore e il sole poi brucano tantissimo. Io ieri sono caduto. Che idiota.
Arriviamo alla base della falesia di Odissey e la costeggiamo per un tratto guardando all’insù fino ad arrivare al nostro settore. Ci imbraghiamo, cominciamo ad arrampicare.
“Emilio, tu prima”.
Vado. Salgo, catena, mi calo, tocca a Denis. Denis non è particolarmente elegante o aggraziato nel muoversi sulla roccia, non è molto fluido ma ha una efficacia, un consistenza arrampicatoria straordinaria. Quello che è in grado di fare qui, in falesia, con le protezioni relativamente vicine e le scarpette d’arrampicata ai piedi, Denis è quasi in grado di farlo in montagna, a 8000 metri, con gli scarponi doppi.
A pensarci bene direi che è questo il suo vero talento: riuscire a essere nell’arrampicata e nell’alpinismo quello che è nella vita di tutti i giorni. Denis è una persona generosa – forse la più generosa che conosco - caparbia, determinata, entusiasta, appassionata, che non lascia mai nulla di intentato e che allo stesso tempo non da nulla per certo o per scontato. Uno che si sa ancora sorprendere delle piccole cose e gode di ogni momento, anche quelli che noi consideriamo tempi morti o non-tempo, la transizione tra una cosa che stavamo facendo prima e una che faremo più tardi.
Denis è uno che sa dire grazie a chiunque, senza imbarazzo e senza vergogna.
“Vuoi?” dopo averlo calato mentre mi preparo ad arrampicare per il mio turno mi offre un succo di frutta mirtillo-lampone che sta dentro a una gigantesca bottiglia da tre litri. Non esattamente una confezione comoda da portarsi nello zaino. Ne bevo un po’. Non ha un sapore buonissimo, anzi fa proprio schifo, in più è calda. E credo che se la stia portando dietro da almeno tre giorni.
“Buona, no?” mi dice con un entusiasmo e una gioia fuori dal comune.
“Buona, sì” - dico io - “Buona”.
Denis oggi quando salivamo lungo il sentiero ha voluto a tutti i costi prendere sulle spalle la sacca con la mia corda da 80 metri “Tu leader di spedizione oggi, io soltanto seguo” ha detto mettendosi la corda a tracolla, non c’è stato verso di tenermela in spalla. Mi viene da ridere. Denis è quasi certamente l’Himalaysta vivente più forte della nostra epoca, è un alpinista famoso in tutto il mondo, e io oggi in falesia a Kalymnos sono il suo capo spedizione.
“Denis, mi prendi per il culo?” rido.
Denis è serissimo, invece. “Oggi tu comanda”.
Arrampicavo bene tanto tempo fa quando facevo solo quello, adesso faccio forse un grado e mezzo più di lui in falesia. A volte. E mi dice convinto che sono il suo capospedizione. Certe volte addirittura mi chiama "maestro di uso di piedi", seriamente. Non scherza mica. Denis adesso è senza maglietta e a piedi nudi in cima a un grande sasso, in mano tiene la bottiglia di succo di frutta da tre litri ai frutti di bosco. Beve e respira a pieni polmoni guardando verso Telendos.
“Non c’era una bottiglia più grande?” chiedo ironico. “No” mi risponde serio. Non hanno ironia, io penso, in Russia. Prendono sempre tutto così maledettamente sul serio. Poi dopo qualche secondo si mette a ridere anche lui.
“Era in offerta speciale, è buonissimuo, bevi ancora un po’, Emilio.”
Prendo la bottiglia e ne bevo un sorso. E’ ancora più calda di prima ed è un po’ acida, gli riconsegno la bottiglia in mano facendo la faccia di uno che ha appena dato un morso a un limone acerbo.
“Sorry Emilio. But it’s good for Energy. We need energy.”
You need energy in these days, Denis. Fai attenzione al Kangch. Mi raccomando.
#kangchennorth
Denis è un mio amico ed è anche il mio himalaysta preferito. E’ il mio eroe, se io fossi adolescente avrei un suo poster appeso sopra al comodino nella mia stanza. Alcune salite della sua carriera mi hanno lasciato senza parole come le nuove vie aperte con Serguey Samoilov sulla parete Sud-Ovest del Broad Peak, nel 2005 o la via nuova sulla parete Nord-Ovest del Manaslu nel 2006 o la salita al K2 lungo la North-West Ridge in ottobre, prima e unica volta nella storia che qualcuno è arrivato in cima al K2 in autunno; oppure ancora il capolavoro di via aperta nel 2009 sulla parete Sud Est del Cho Oyu con Boris Dedeshko. Salite leggendarie. Quando è in Italia e sta ad Albino io e Denis ci alleniamo spesso insieme in falesia.
In questi giorni Denis è al Kangchenzonga a tentare un’altra delle sue incredibili vie. Tra qualche giorno tenta la cima. Probabilmente domenica 18 maggio. Io sono qui che lo seguo e aspetto. Lo penso e nel frattempo mi alleno in bici.
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lunedì 5 maggio 2014
QUO CLIMBIS? L'ALPINISMO DEL FUTURO
Ieri mi hanno invitato a parlare al Castello di Fimiano a Bolzano ad un incontro organizzato da Reinhold Messner. Era un convegno dal titolo Quo Climbis? e il tema era "Dove va l'alpinismo del futuro?".
E' stato molto bello-e-interessante parlare e ascoltare e come sempre succede quando si fanno incontrare e parlare delle persone in gamba-e-interessanti, si sono dette e si sono potute ascoltare cose molto belle-e-interessanti. Di quelle cose belle-e-interessanti è inutile che ve ne parli perché se volete, credo fra qualche giorno, potrete ascoltarle in qualche videointervista bella-e-interessante che abbiamo fatto appena dopo il convegno. In questi incontri è tutto così bello-e-interessante che credo che ogni tanto bisognerebbe riuscire cogliere cose marginali e poco interessanti non che qualcuno dei relatori dice ma che magari, senza che nessuno se ne accorga, succedono. Ecco, qui ce n'è una ad esempio. E' una cosa che ho visto succedere. Ed è una cosa che secondo me, anche essendo una cosa non interessante, ha molto a che vedere con l'alpinismo del futuro. Per questo l'ho scritta.
Eravamo tutti lì in piedi in semicerchio in mezzo al cortile del Castello di Firmiano, ieri, in attesa di cominciare la conferenza, c'era il sole e si stava bene. Il castello è bellissimo. Dentro al castello c'è un museo e oltre a noi invitati e oltre ai giornalisti venuti per la conferenza c'erano dei visitatori che giravano. Turisti tedeschi, famiglie, bambini, tutti un po' sorpresi di essere lì al Messner Mountain Museum e di trovare dentro al museo proprio lui Reinhold Messner in persona e un sacco di altri alpinisti. Alla mia destra c'era Honnold e stavamo parlando, e a un certo punto tra noi due si infila qualcuno, ci giriamo entrambi e in basso tra le nostre gambe passa un bambino molto piccolo con uno zainetto in spalla che nelle mani stringe una penna e una cartolina con sopra una fotografia di Reinhold Messner da fare autografare, cammina deciso verso Reinhold che è un paio di metri alla mia sinistra. Arriva da lui e lo chiama tirandogli l'orlo della giacca. Reinhold abbassa lo sguardo e lo vede, lui il bambino solleva le braccia e senza dire una parola gli mostra la penna e la cartolina, allora Reinhold prende penna e cartolina e stando appoggiato sulla sua coscia firma un autografo. Mentre scrive chiede al bambino Quanti anni hai? e il bambino fa segno con la mano spalancando le dita e dicendo Cinque. E' coraggioso questo bambino - dice Messner cercando con lo sguardo i genitori, che sono alle mie spalle - di solito i bambini hanno paura di me. Il bambino è lì in piedi in centro al semicerchio che fissa Reinhold dal basso in alto, in paziente attesa del suo autografo. In silenzio. Imperterrito. Fanno bene ad avere paura di me questi bambini - continua Reinhold alzando un po' la voce - perché io ogni tanto me li mangio, i bambini. Silenzio glaciale. Però oggi no, oggi sono buono, non ho fame. Il volto duro di Messner e i suoi occhi azzurri si aprono in una risata. Tutti gli alpinisti che sono lì in piedi intorno ad ascoltare hanno prima la sensazione di non avere capito bene le sue parole - gli alpinisti hanno poca dimestichezza con i bambini - e poi a scoppio ritardato iniziano a ridere, il bambino invece ha capito benissimo subito, istantaneamente. Ha già fatto un mezzo passo indietro tanto per cominciare, non si sa mai. E' lì ancora che allunga le braccia e le mani verso Messner che nel frattempo finisce di scrivere la dedica, poi gli consegna la cartolina nelle le mani. Lui prende la cartolina con una mano e con l'altra sempre tenendo il braccio e la mano per aria, rimane lì in attesa ancora di qualche cosa. Allora Reinhold allunga la sua mano per prendere quella del bambino e per stringerla in segno di saluto, come fanno i grandi e il bambino si ritrae, sposta la mano a lato di qualche centimetro. Reinhold tenta di nuovo di prenderla e di stringerla quella manina, è una manina piccola e paffuta, anche il bambino è piccolo e paffuto e perfino il suo zaino arancione è piccolo e paffuto, il bambino un altra volta si allontana con la mano. Stessa scena due o tre volte. C'è qualcosa che Reinhold non capisce, credo che ogni giorno sia costretto a firmare decine o centinaia di autografi, scattare decine o centinaia di fotografie insieme a persone più o meno sconosciute e stringere decine e decine di mani di uomini e di donne che vogliono poter dire di averlo conosciuto. Questo bambino rifiuta la sua stretta di mano, eppure dopo avere ricevuto una cartolina autografata è lì ancora con la mano e il braccio per aria in attesa di qualche cosa, nessuno capisce cosa. La penna, dice. La mia penna. Il bambino sfila la penna biro dalle dita di Reinhold e veloce senza stringergli la mano se ne torna da dove è venuto, passando di nuovo tra Honnold e me. Tutti lì intorno ridono, anche Reinhold ride, più di tutti. I genitori chiedono ad alta voce al bambino quasi in segno di scusa Hai detto grazie, almeno? Il bambino dopo essersi accertato di essere a distanza di sicurezza da Messner, vicino al papà e vicino alla mamma, tenendo in una mano stretta la penna e nell'altra la cartolina autografata dice: Grazie. Con un filo di voce.
E' stato molto bello-e-interessante parlare e ascoltare e come sempre succede quando si fanno incontrare e parlare delle persone in gamba-e-interessanti, si sono dette e si sono potute ascoltare cose molto belle-e-interessanti. Di quelle cose belle-e-interessanti è inutile che ve ne parli perché se volete, credo fra qualche giorno, potrete ascoltarle in qualche videointervista bella-e-interessante che abbiamo fatto appena dopo il convegno. In questi incontri è tutto così bello-e-interessante che credo che ogni tanto bisognerebbe riuscire cogliere cose marginali e poco interessanti non che qualcuno dei relatori dice ma che magari, senza che nessuno se ne accorga, succedono. Ecco, qui ce n'è una ad esempio. E' una cosa che ho visto succedere. Ed è una cosa che secondo me, anche essendo una cosa non interessante, ha molto a che vedere con l'alpinismo del futuro. Per questo l'ho scritta.
Eravamo tutti lì in piedi in semicerchio in mezzo al cortile del Castello di Firmiano, ieri, in attesa di cominciare la conferenza, c'era il sole e si stava bene. Il castello è bellissimo. Dentro al castello c'è un museo e oltre a noi invitati e oltre ai giornalisti venuti per la conferenza c'erano dei visitatori che giravano. Turisti tedeschi, famiglie, bambini, tutti un po' sorpresi di essere lì al Messner Mountain Museum e di trovare dentro al museo proprio lui Reinhold Messner in persona e un sacco di altri alpinisti. Alla mia destra c'era Honnold e stavamo parlando, e a un certo punto tra noi due si infila qualcuno, ci giriamo entrambi e in basso tra le nostre gambe passa un bambino molto piccolo con uno zainetto in spalla che nelle mani stringe una penna e una cartolina con sopra una fotografia di Reinhold Messner da fare autografare, cammina deciso verso Reinhold che è un paio di metri alla mia sinistra. Arriva da lui e lo chiama tirandogli l'orlo della giacca. Reinhold abbassa lo sguardo e lo vede, lui il bambino solleva le braccia e senza dire una parola gli mostra la penna e la cartolina, allora Reinhold prende penna e cartolina e stando appoggiato sulla sua coscia firma un autografo. Mentre scrive chiede al bambino Quanti anni hai? e il bambino fa segno con la mano spalancando le dita e dicendo Cinque. E' coraggioso questo bambino - dice Messner cercando con lo sguardo i genitori, che sono alle mie spalle - di solito i bambini hanno paura di me. Il bambino è lì in piedi in centro al semicerchio che fissa Reinhold dal basso in alto, in paziente attesa del suo autografo. In silenzio. Imperterrito. Fanno bene ad avere paura di me questi bambini - continua Reinhold alzando un po' la voce - perché io ogni tanto me li mangio, i bambini. Silenzio glaciale. Però oggi no, oggi sono buono, non ho fame. Il volto duro di Messner e i suoi occhi azzurri si aprono in una risata. Tutti gli alpinisti che sono lì in piedi intorno ad ascoltare hanno prima la sensazione di non avere capito bene le sue parole - gli alpinisti hanno poca dimestichezza con i bambini - e poi a scoppio ritardato iniziano a ridere, il bambino invece ha capito benissimo subito, istantaneamente. Ha già fatto un mezzo passo indietro tanto per cominciare, non si sa mai. E' lì ancora che allunga le braccia e le mani verso Messner che nel frattempo finisce di scrivere la dedica, poi gli consegna la cartolina nelle le mani. Lui prende la cartolina con una mano e con l'altra sempre tenendo il braccio e la mano per aria, rimane lì in attesa ancora di qualche cosa. Allora Reinhold allunga la sua mano per prendere quella del bambino e per stringerla in segno di saluto, come fanno i grandi e il bambino si ritrae, sposta la mano a lato di qualche centimetro. Reinhold tenta di nuovo di prenderla e di stringerla quella manina, è una manina piccola e paffuta, anche il bambino è piccolo e paffuto e perfino il suo zaino arancione è piccolo e paffuto, il bambino un altra volta si allontana con la mano. Stessa scena due o tre volte. C'è qualcosa che Reinhold non capisce, credo che ogni giorno sia costretto a firmare decine o centinaia di autografi, scattare decine o centinaia di fotografie insieme a persone più o meno sconosciute e stringere decine e decine di mani di uomini e di donne che vogliono poter dire di averlo conosciuto. Questo bambino rifiuta la sua stretta di mano, eppure dopo avere ricevuto una cartolina autografata è lì ancora con la mano e il braccio per aria in attesa di qualche cosa, nessuno capisce cosa. La penna, dice. La mia penna. Il bambino sfila la penna biro dalle dita di Reinhold e veloce senza stringergli la mano se ne torna da dove è venuto, passando di nuovo tra Honnold e me. Tutti lì intorno ridono, anche Reinhold ride, più di tutti. I genitori chiedono ad alta voce al bambino quasi in segno di scusa Hai detto grazie, almeno? Il bambino dopo essersi accertato di essere a distanza di sicurezza da Messner, vicino al papà e vicino alla mamma, tenendo in una mano stretta la penna e nell'altra la cartolina autografata dice: Grazie. Con un filo di voce.
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