La spedizione era finita e avevamo cominciato il viaggio di ritorno. Quando le spedizioni finiscono c'è una voglia pazzesca i ritornare a casa, ti assale una specie di frenesia, una accelerazione del desiderio di essere a casa propria, con le persone care, che è difficile da controllare. Alla mattina avevamo smontato le tende e preparato tutto, i portatori avevano suddiviso i carichi e caricato i muli e avevamo iniziato la discesa dal campo base del Nanga Parbat verso Rupal, che è il primo piccolo villaggio a qualche ora di cammino. Alla euforia mia e di Simone e di David mi sembrava che corrispondesse una malinconia dei ragazzi pakistani che erano stati con noi. Sapevano che difficilmente ci saremmo rivisti.
Di tanto in tanto durante la spedizione qualche ragazzo saliva dal villaggio per portare qualcosa, dei rifornimenti, qualche ortaggio o per avere qualche medicinale dei nostri per curare la tosse o l'influenza o semplicemente per farci visita. Un giorno uno di loro, Jamil, era salito con un paio di vecchi sci da fondo per sciare con me. Avevamo speso il pomeriggio a parlare e a girare in tondo su un anello improvvisato sul grande piano di Lattaboo, dove stava il nostro campo. Jamil mi aveva spiegato che quegli sci appartenevano a suo fratello che faceva parte delle troupe speciali dell'esercito pakistano, se li era fatti prestare ed era salito appositamente per sciare con me. Era stato un bel giorno.
Quando iniziammo il cammino di discesa per andare via, dopo le foto di rito con i polacchi che sarebbero rimasti un altro po' per recuperare i loro materiali sparsi sulla montagna, mi accorsi che un gran numero di bambini erano saliti con i genitori o con i fratelli o con gli zii per aiutare nel trasporto a valle dei nostri materiali. Questi bambini mi giravano intorno, curiosi, facendomi tutti la stessa domanda. Gli sci? Dove sono i tuoi sci? Non li vedevano. Dissi che erano nella sacca lunga, quella azzurra e che da qualche parte c'erano gli scarponi, i bastoncini li avevo in mano, li avrei usati per camminare in discesa. Non capivo bene tutto questo interesse dei bambini per i miei sci ma poi, mentre camminavo verso valle mi resi conto che nella desolazione e nella normalità di un luogo come quello, dove l'unica attrattiva fuori dall'ordinario è rappresentata da qualche alpinista occidentale o trekker che può capitare di vedere durante l'estate, io rappresentavo una eccezione. Una specie di alpinista Superman. Io per quei bambini ero uno sciatore, quello che aveva sciato sul Nanga Parbat, non un normale alpinista. Era diverso. Per loro era di più.
Sul sentiero di ritorno davanti a me e dietro a un mulo che ci precedeva un ragazzino che avrà avuto sui quindici anni camminava con uno zainetto sulle spalle e nelle mani teneva due delle cose più scomode che la mia mente possa immaginare da maneggiare e trasportare: una thermos arancione da cinque litri (vuota) e un grosso rotolo di gommapiuma espansa, quella che avevamo usato come isolante sul pavimento della nostra tenda casa. Era un cilindro altro due metri e del diametro di una cinquantina di centimetri tenuto insieme da uno spago, era leggerissimo ma ingombrante e scomodo da maneggiare. Il ragazzino aveva ai piedi un paio di stivali di gomma e procedeva senza lamentarsi con un passo che alternava continuamente tra veloce e lentissimo. Riconobbi lo zainetto che teneva in spalla che era quello che conteneva il computer di Simone, non era né ingombrante né pesante, ma molto delicato, gli era stato affidato per averne particolare cura. A un certo punto, prima di un tratto in salita, dissi a quel ragazzino di darmi o la thermos o il rotolone di gomma piuma, che lo avrei aiutato trasportandolo io. Mi disse di no e si guardò in giro nella speranza che nessuno dei grandi ci avesse sentito. Insistetti un po' perché non mi andava di vedere un ragazzino che poteva avere l'età di mio figlio camminare così scomodo, non erano carichi pesanti, ma erano scomodi da trasportare. Lui non volle.
Dopo un po' mentre la nostra carovana procedeva e camminavamo mi si avvicinò un uomo che era uno zio del ragazzo, non parlava inglese, ma mi fece un gesto con gli occhi per riferirsi al nipote e uno con la mano che avrebbe potuto sembrare "piano", mimava quel gesto con la mano di rallentare, ma che capii che invece si riferiva al ragazzino davanti a noi e che significava "ci vuole pazienza, tu stai tranquillo, non preoccuparti. Lascialo fare." Con i gesti, con lo sguardo e con un unica parola inglese mi fece capire che in tutto questo, nella scelta di assegnare a quel ragazzo quel carico, al tempo stesso leggero e molto scomodo da trasportare, c'era un progetto educativo ben preciso. L'uomo, che avrà avuto la mia età ma che sembrava molto più vecchio mi disse: "learning". Imparare. La parola gli usci a fatica dalla bocca facendosi spazio tra dei denti radi e bianchissimi. Capii perfettamente e annuii. Il ragazzo stava imparando, e così tutti gli altri.
Scendemmo ancora, nevicava intanto, Simone e David scesero a valle quasi di corsa, io restai indietro con i portatori a fare qualche foto e a filmare. Quando fummo a Rupal, dopo qualche ora, individuai nel centro del villaggio la casa di Aquil, ci eravamo già passati a dicembre, in salita, ma ora c'era molta più neve. Fuori di casa su un filo c'era qualche panno steso, tutto intorno a delimitare quelli che d'estate devono essere orti c'erano delle staccionate fatte di rametti secchi e sottili che si sfrangiavano puntando verso l'alto. Una vivace colonna di fumo saliva dal comignolo della casa di Aquil, nella quale era stato preparato un pranzo speciale per noi, mentre nelle altre case vicine, dai comignoli, usciva solo un leggerissimo alito di fumo. Faceva un freddo cane, ma era molto meno freddo che a Lattaboo. Arrivai fuori dalla casa di Aquil e c'erano tutti i bambini del paese ad aspettarmi, in piedi con le mani in tasca. Mi guardavano.
Uno di loro, il più grande, aveva un paio di sci Dynastar ai piedi recuperati chissà dove e un paio di scarponi Nordica a calzata posteriore. I bambini mi chiesero ancora una volta tutti insieme dove erano i miei sci perché volevano che io sciassi con loro, solo che a quel punto la mia sacca con gli sci e gli scarponi doveva aver proseguito verso valle in groppa a un mulo. La delusione fu grande e capii che non potevo cavarmela così. I bambini mi aspettavano da due mesi e mezzo e mi guardavano e si aspettavano qualcosa di speciale da me, così invece che entrare a mangiare dove gli altri mi aspettavano, dissi: "Let's go skiing". Ci fu un immediato animarsi del gruppo e un vociare in una lingua a me incomprensibile e tutti corsero in discesa verso il campetto di neve che c'era appena più in basso. Il ragazzo grande con gli sci prese i bastoncini e iniziò a spingersi e a scendere, pattinando verso valle. In fondo al pendio fece una curva verso sinistra e poi risalì di corsa e fece un altro giro e poi un altro e un altro. I bambini mi guardavano, come per sapere se avevo un giudizio da dare sullo stile e sulla tecnica del loro amico e io dissi: "Very good" facendo vedere il mio pollice alzato. Dissi anche "Champion" e tutti scoppiarono a ridere e applaudirono.
I bambini più piccoli a turno salivano in groppa al ragazzo con gli sci, lui se li caricava a cavalcioni uno alla volta e li portava in discesa. Non avevo mai pensato, in vita mia, che lo sci potesse essere uno sport di squadra. In Pakistan, lo è.
Restai lì fuori a giocare e ad applaudire a mia volta queste evoluzioni sugli sci, intanto dalla casa di Aquil ogni qualche minuto lui stesso o un adulto usciva a chiamarmi e a dirmi di entrare a mangiare. "Please, come in. Lunch is ready". I bambini ogni volta mi fissavano in silenzio, per capire se io stavo per andarmene e per lasciarli lì o se sarei restato con loro ancora un po' a sciare, e ogni volta che io rimandavo il momento del pranzo loro si gasavano e caricavano di entusiasmo e di gioia e riprendevano ad andare su e giù dal pendio stando in groppa al più grande di loro.
Penso che quello sia stato uno dei giorni di sci più belli della mia vita e non è stato per merito della neve o degli sci o del pendio o del Nanga Parbat che avevamo appena sopra, nascosto nella nebbia.
E' stato per via di quei bambini pakistani.
Qui c'è un video di quel giorno.
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mercoledì 17 dicembre 2014
SCIARE SOTTO AL NANGA PARBAT.
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mercoledì 3 settembre 2014
SE PASSATE DA DENVER, COLORADO.
Oggi mi è venuta in mente una cosa, questa qui che scrivo adesso. Ad aprile di ritorno da una settimana di sci-alpinismo solitario in Colorado sono andato in un negozio REI a Denver - negozio bellissimo, costruito dentro a una vecchia fabbrica restaurata - e mi sono imbattuto in un poster enorme di me che sciavo a telemark, che ero anche in imbarazzo tanto era grande il poster, mi sembrava perfino esagerato e lì vicino c'era anche un video che girava e ogni tanto sullo schermo comparivo io con i baffoni in primo piano, c'era anche il mio nome in sovrimpressione per qualche secondo, ero un po' sorpreso anche un po' disorientato, una signora che c'era lì a un certo punto ha iniziato a guardare i miei baffoni e quelli sullo schermo, i miei baffoni e quelli sullo schermo. C'è stato un attimo di sguardi e avevo l'impressione che lei mi avesse sgamato e stesse per dire qualcosa al marito che era lì in parte, gli ha dato di gomito ma lui mi sembrava un po' svanito, un tipo con dei bermuda scozzesi e degli occhiali spessi spessi, una specie di zombie, sembrava non capire.
Lei mi fissava, avrà avuto sulla sessantina forse di più ma era sveglia, magra, una che si capiva che faceva sport, fissava anche i loghi della mia giacca a vento e i baffoni, poi lo schermo e poi il poster, a un certo punto ha allungato la mano verso di me per salutare e mi ha chiesto se ero quello del video e del poster lì sopra, nel frattempo era arrivato anche un commesso. Oh, Madonna, ho pensato. Ho sorriso a entrambi, anzi a tutti e tre, lo zombie comunque guardava il soffitto per i fatti suoi e io ho fatto finta di non capire bene, invece il commesso ha capito benissimo e mi ha stretto la mano e ha chiamato un'altra collega. Oh, Madonna, oh Madonna. Io ero li per farmi un giro tranquillo, da solo.
La signora nel frattempo scambiandomi per una specie di commesso mi ha chiesto se gli facevo provare una giacca a vento The North Face, io molto gentilmente gliene ho fatta provare una che secondo me gli andava benissimo, la voleva per fare sci alpinismo ma anche per andare a fare delle escursioni o a correre quando piove. Le ho illustrato tutte le caratteristiche tecniche della giacca ma dal mio inglese si capiva che non dovevo essere del posto. Lei mi ha detto che la giacca le piaceva e la comprava e poi mi ha chiesto se lavoravo lì come commesso e io ho detto di no. Però non era convinta. I due commessi ridevano a crepapelle nel frattempo se ne era aggiunto un terzo.
Allora io per farla finita le ho detto che ero in prova per un giorno e l'ho accompagnata verso la cassa. Lei tirandosi dietro lo zombie che nel frattempo si era risvegliato dal coma profondo ha ringraziato e poi pagato. Poi dopo sono stato lì un po' a parlare con i commessi, erano simpatici. E poi finalmente mi sono fatto un giro nel negozio, lo ripeto, bellissimo. Se vi capita di passare, andateci.
REI. A Denver.
Lei mi fissava, avrà avuto sulla sessantina forse di più ma era sveglia, magra, una che si capiva che faceva sport, fissava anche i loghi della mia giacca a vento e i baffoni, poi lo schermo e poi il poster, a un certo punto ha allungato la mano verso di me per salutare e mi ha chiesto se ero quello del video e del poster lì sopra, nel frattempo era arrivato anche un commesso. Oh, Madonna, ho pensato. Ho sorriso a entrambi, anzi a tutti e tre, lo zombie comunque guardava il soffitto per i fatti suoi e io ho fatto finta di non capire bene, invece il commesso ha capito benissimo e mi ha stretto la mano e ha chiamato un'altra collega. Oh, Madonna, oh Madonna. Io ero li per farmi un giro tranquillo, da solo.
La signora nel frattempo scambiandomi per una specie di commesso mi ha chiesto se gli facevo provare una giacca a vento The North Face, io molto gentilmente gliene ho fatta provare una che secondo me gli andava benissimo, la voleva per fare sci alpinismo ma anche per andare a fare delle escursioni o a correre quando piove. Le ho illustrato tutte le caratteristiche tecniche della giacca ma dal mio inglese si capiva che non dovevo essere del posto. Lei mi ha detto che la giacca le piaceva e la comprava e poi mi ha chiesto se lavoravo lì come commesso e io ho detto di no. Però non era convinta. I due commessi ridevano a crepapelle nel frattempo se ne era aggiunto un terzo.
Allora io per farla finita le ho detto che ero in prova per un giorno e l'ho accompagnata verso la cassa. Lei tirandosi dietro lo zombie che nel frattempo si era risvegliato dal coma profondo ha ringraziato e poi pagato. Poi dopo sono stato lì un po' a parlare con i commessi, erano simpatici. E poi finalmente mi sono fatto un giro nel negozio, lo ripeto, bellissimo. Se vi capita di passare, andateci.
REI. A Denver.
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venerdì 16 maggio 2014
PIANO CHE SI SCIVOLA.
Le gomme scivolano per via della salsedine. Ieri io sono già caduto, quindi meglio andare adagio. Faccio la curva con prudenza cercando di non inclinarmi troppo poi c’è un rettilineo, ne percorro una decina di metri lentamente, poi spalanco il gas. Spalanco, si fa per dire. Quello che sto guidando è uno scooter greco da 50 centimetri cubici preso a noleggio. Velocità massima 60 kilometri orari, ruote da 12”. Kalymnos, settembre. Fa parecchio caldo.
Alla fine del rettilineo c’è un altra curva, lo scooter viaggia con il motore al minimo, rallento e freno cercando di non bloccare la ruote, prima di impostare la curva mi volto indietro un’altra volta per guardare.
Dov’è Denis?
La strada è deserta.
Curvo prudentemente inclinandomi il meno possibile, raddrizzo e continuo andando a passo d’uomo, Denis non arriva. Strano, però. La strada davanti a me è di nuovo dritta c’è un altro rettilineo un po’ in salita, non resisto al desiderio di aprire il gas un’altra volta. Mi piace quella sensazione della moto che accelera e quel rumore.
Maaaaaaaaaahhhmm.
Apro tutta la manetta del gas. Lo so che è pericoloso e che l’asfalto scivola e che è pieno di buche, so che non dovrei, però lo faccio lo stesso. Accelero. Maaaaaaaaaahhhmm. Percorro un centinaio di metri e poi rallento di nuovo e mi fermo a bordo strada. Denis: o è caduto, o ha sbagliato strada, impossibile non arrivi ancora.
Aspetto. Il motore gira al minimo, c’è quel tan tan tan tan tan metallico del pistone, forse bisognerebbe aggiungere dell’olio. Sicuro. Il sole di fine settembre mi batte sul casco e sulle spalle, c’è una brezza leggera che viene dal mare che non è ancora vento, è solo brezza, io sono già sudato anche se sono solo le nove del mattino e a parte una colazione giga a base di yogurt greco e miele, non ho ancora fatto niente per cui dovrei essere sudato.
Le cicale cantano.
I fili d’erba secca a bordo strada oscillano rigidi nell’aria.
Denis non arriva, che faccio? tan tan tan tan tan, Maaaaaaaaahhmmm apro il gas, attraverso la strada in curva facendo inversione di marcia e sfiorando l’asfalto con il piede torno indietro, vado a vedere. Svolto oltre la prima curva e Denis non c’è ancora, proseguo. Arrivo quasi in fondo al secondo rettilineo, appena sto per svoltare dietro alla prima curva eccolo che compare. Va pianissimo, con uno sguardo diligente e guidando con una meccanica di curva, con una geometria delle traiettorie che mentre lo vedo penso debba necessariamente essere una meccanica di curva tutta sovietica. Russa. Inesorabile, inconsueta, squadrata.
![]() |
| My friend Denis Urubko |
Nemmeno per un secondo ho la sensazione che sia una bella curva, quella di Denis, dinamica o elegante. Non ho mai sentito parlare di un grande pilota di motociclismo russo, in effetti. Di grandi alpinisti russi, sì. Abalakov, Bouckrev, Bolotov, Samoilov. Urubko, appunto. Altrettanto, nemmeno per un secondo ho la sensazione che Denis possa cadere da quello scooter, perlomeno non a causa della velocità o per perdita di aderenza. Potrebbe cadere per perdita dell’equilibrio forse, tanto va lentamente. Denis è sistemato in sella come se fosse un blocco unico con il telaio della moto. Le punte dei piedi e dei calzini bianchi e dei sandali sbucano a lato delle pedane. E seduto come ci si siede sull’autobus quando si tiene uno zaino in spalla e si è in attesa della fermata a cui bisogna scendere, in punta al sedile. Fa ridere Denis con il casco di una taglia più grande in testa, ma su quello è meglio che io non dica niente, ne porto uno uguale identico. Sembro un cretino. Denis mi sorride con gli occhi azzurri distogliendo solo per una frazione di secondo lo sguardo dalla strada, poi continua dritto. Non si ferma. Io faccio di nuovo inversione di marcia e lo seguo. Lo affianco e lo sorpasso di nuovo fino in fondo al rettilineo e poi curvo a destra, c’è una salita ripida sul cemento poi la strada si fa sterrata, proseguiamo lentamente fino al parcheggio sotto la falesia di Odissey, Denis rimane ancora indietro, poi arriva.
Parcheggia.
Spegne.
Tira la moto sul cavalletto, mettiamo via i caschi e preso lo zaino e la corda cominciamo a salire per il sentiero.
“Scusa, Emilio - mi dice in un buon italiano, Denis vive in Italia vicino a Bergamo per qualche mese all’anno - io in moto vado muolto piano. Pericuolo”
“…”
“ Ho promesso a mia moglie quando noi due sposati che non farò mai più due cose: una è scalare di nuovo K2 e altra cosa è guidare moto. Due cose molto pericuolose. Pericuolosissime.” - mi piace come Denis usa gli aggettivi.
“Pericuolosissiume” rimarca parlando con il suo accento russo che stringe tutte le o e le mescola con le u.
Il termine pericolosissimo, comunque, usato da uno che viene considerato uno dei più forti Himalaysti di tutti i tempi, uno che ha scalato tutti i 14 ottomila della terra senza ossigeno, due in inverno, cinque per vie nuove, uno che è stato candidato al Piolet d’Or per 5 volte vincendone due, ha un significato particolare, difficile da comprendere per me. Il fatto che Denis classifichi come “molto pericoloso” un trasferimento di cinque chilometri in scooter 50cc su un isola greca semideserta è quantomeno bizzarro. Mi fa pensare.
“Denis, le nostre non sono della moto - gli dico – sono degli scooterini del cacchio da 50cc. ”
“Si , ma è pericuoloso ugualmente” intanto guarda le abrasioni aperte sulla mia gamba e sul mio braccio. Anche io le guardo, con il sudore e il sole poi brucano tantissimo. Io ieri sono caduto. Che idiota.
Arriviamo alla base della falesia di Odissey e la costeggiamo per un tratto guardando all’insù fino ad arrivare al nostro settore. Ci imbraghiamo, cominciamo ad arrampicare.
“Emilio, tu prima”.
Vado. Salgo, catena, mi calo, tocca a Denis. Denis non è particolarmente elegante o aggraziato nel muoversi sulla roccia, non è molto fluido ma ha una efficacia, un consistenza arrampicatoria straordinaria. Quello che è in grado di fare qui, in falesia, con le protezioni relativamente vicine e le scarpette d’arrampicata ai piedi, Denis è quasi in grado di farlo in montagna, a 8000 metri, con gli scarponi doppi.
A pensarci bene direi che è questo il suo vero talento: riuscire a essere nell’arrampicata e nell’alpinismo quello che è nella vita di tutti i giorni. Denis è una persona generosa – forse la più generosa che conosco - caparbia, determinata, entusiasta, appassionata, che non lascia mai nulla di intentato e che allo stesso tempo non da nulla per certo o per scontato. Uno che si sa ancora sorprendere delle piccole cose e gode di ogni momento, anche quelli che noi consideriamo tempi morti o non-tempo, la transizione tra una cosa che stavamo facendo prima e una che faremo più tardi.
Denis è uno che sa dire grazie a chiunque, senza imbarazzo e senza vergogna.
“Vuoi?” dopo averlo calato mentre mi preparo ad arrampicare per il mio turno mi offre un succo di frutta mirtillo-lampone che sta dentro a una gigantesca bottiglia da tre litri. Non esattamente una confezione comoda da portarsi nello zaino. Ne bevo un po’. Non ha un sapore buonissimo, anzi fa proprio schifo, in più è calda. E credo che se la stia portando dietro da almeno tre giorni.
“Buona, no?” mi dice con un entusiasmo e una gioia fuori dal comune.
“Buona, sì” - dico io - “Buona”.
Denis oggi quando salivamo lungo il sentiero ha voluto a tutti i costi prendere sulle spalle la sacca con la mia corda da 80 metri “Tu leader di spedizione oggi, io soltanto seguo” ha detto mettendosi la corda a tracolla, non c’è stato verso di tenermela in spalla. Mi viene da ridere. Denis è quasi certamente l’Himalaysta vivente più forte della nostra epoca, è un alpinista famoso in tutto il mondo, e io oggi in falesia a Kalymnos sono il suo capo spedizione.
“Denis, mi prendi per il culo?” rido.
Denis è serissimo, invece. “Oggi tu comanda”.
Arrampicavo bene tanto tempo fa quando facevo solo quello, adesso faccio forse un grado e mezzo più di lui in falesia. A volte. E mi dice convinto che sono il suo capospedizione. Certe volte addirittura mi chiama "maestro di uso di piedi", seriamente. Non scherza mica. Denis adesso è senza maglietta e a piedi nudi in cima a un grande sasso, in mano tiene la bottiglia di succo di frutta da tre litri ai frutti di bosco. Beve e respira a pieni polmoni guardando verso Telendos.
“Non c’era una bottiglia più grande?” chiedo ironico. “No” mi risponde serio. Non hanno ironia, io penso, in Russia. Prendono sempre tutto così maledettamente sul serio. Poi dopo qualche secondo si mette a ridere anche lui.
“Era in offerta speciale, è buonissimuo, bevi ancora un po’, Emilio.”
Prendo la bottiglia e ne bevo un sorso. E’ ancora più calda di prima ed è un po’ acida, gli riconsegno la bottiglia in mano facendo la faccia di uno che ha appena dato un morso a un limone acerbo.
“Sorry Emilio. But it’s good for Energy. We need energy.”
You need energy in these days, Denis. Fai attenzione al Kangch. Mi raccomando.
#kangchennorth
Denis è un mio amico ed è anche il mio himalaysta preferito. E’ il mio eroe, se io fossi adolescente avrei un suo poster appeso sopra al comodino nella mia stanza. Alcune salite della sua carriera mi hanno lasciato senza parole come le nuove vie aperte con Serguey Samoilov sulla parete Sud-Ovest del Broad Peak, nel 2005 o la via nuova sulla parete Nord-Ovest del Manaslu nel 2006 o la salita al K2 lungo la North-West Ridge in ottobre, prima e unica volta nella storia che qualcuno è arrivato in cima al K2 in autunno; oppure ancora il capolavoro di via aperta nel 2009 sulla parete Sud Est del Cho Oyu con Boris Dedeshko. Salite leggendarie. Quando è in Italia e sta ad Albino io e Denis ci alleniamo spesso insieme in falesia.
In questi giorni Denis è al Kangchenzonga a tentare un’altra delle sue incredibili vie. Tra qualche giorno tenta la cima. Probabilmente domenica 18 maggio. Io sono qui che lo seguo e aspetto. Lo penso e nel frattempo mi alleno in bici.
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venerdì 9 maggio 2014
DEAN KARNAZES E' UN PAZZO.
Una volta ero a New York per la maratona, c'è un grande padiglione dove si ritirano i pettorali e c'è un expo dove tutte le aziende del running del mondo espongono e vendono i loro prodotti. La maratona di New York non è solo una maratona, è un simbolo, per molti la linea di partenza è già un traguardo, non importa se poi uno correrà in meno di tre ore o in meno di sei, se è forte e giovane oppure su con gli anni e con la pancia, per molti New York è la materializzazione dell'idea che nella vita non è mai troppo tardi per realizzare un sogno e per iniziare a fare qualcosa. Un viaggio desiderato a lungo, correre, fare qualcosa in compagnia di una persona a cui vuoi bene, ripartire dopo un trauma o una malattia, ma anche dell'altro che alcuni capiscono e altri no, certi la maratona di New York la snobbano. Meglio Boston. Meglio Berlino. Meglio Londra. Può darsi, ma chissenefrega? Ci sono maratoneti in questo expo provenienti da tutto il mondo che girano e comprano e guardano e insomma si godono la vacanza per cui si sono preparati così a lungo, ci sono atleti professionisti ed ex-atleti, leggende del running che firmano autografi e stringono mani di tapascioni, pazientemente, gentilmente, che dialogano con il pubblico. La maratona di New York non è una maratona, è la festa della maratona e di chi le corre. Stavo camminando in uno dei corridoi dell'expo e a un certo punto vedo una fila di persone lunghissima che blocca il passaggio, proprio di fronte allo stand di The North Face. Ai muri dello stand ci sono delle enormi gigantografie di miei compagni di team, runners, penso tra me e me in giro ci sarà senz'altro Dean. Io e Dean Karnazes ci conosciamo da tanti anni ormai, ma mediamente ci vediamo solo una volta all'anno al meeting degli atleti di The North Face, oppure neanche quello. Dean è quasi sempre impegnato, a volte non viene. A pensarci bene non so da quanto anni è che non incontro Dean, l'ultima volta abbiamo corso insieme per un paio d'ore sotto il temporale in Dolomiti, a Cortina. Cammino per il corridoio e sbircio meglio e in fondo alla fila di gente, dietro a un tavolo e pressato da gente che aspetta e che si solleva sulle punte dei piedi per vedere meglio, c'è uno che firma autografi e stringe mani, che fa fotografie, che sorride, e firma autografi e sorride, e firma, con un ritmo pazzesco. E' proprio Dean, non lo invidio oggi, neanche un po'. Guardo la scena e mi sposto di lato, mi infilo dentro a uno stand di un'altra azienda e do un'occhiata distratta alle canottiere e ai pantaloncini in saldo appesi sugli espositori. Mentre sono lì nello stand di quest'altra azienda che guardo sento arrivare uno di corsa alle mie spalle che mi stringe con le mani sui fianchi, mi giro sorpreso e questo mi travolge con un abbraccio. E' Dean, mi ha visto da lontano. C'è anche mia moglie accanto a me, gliela presento, lui abbraccia anche lei, la saluta e la festeggia e poi mi fa segno di abbassarmi, ci accucciamo nascosti tutti e tre tra gli espositori e ridiamo e stiamo lì a parlare. La gente lo cerca, lui mi chiede come va, come non va, le solite cose di cui si parla quando è tanto che non ci si vede, che programmi ho, su che montagne sono stato ultimamente, ci chiede a che ritmo abbiamo intenzione di correre la maratona, se è la prima volta che corriamo a New York insomma il solito, io sono un po' in ansia per lui e per le persone che lo cercano, mi alzo in piedi e do un occhiata allo stand di The North Face e capisco che lo stanno cercando tutti, sia il pubblico che gli addetti, lui mi tira giù, ci nascondiamo ancora e ridiamo, stiamo lì a parlare nel frattempo passa un'addetto dell'altra azienda di cui siamo ospiti e vedendo la scena ride e poi va via, poi passa una signora di The North Face che lo cerca per riportarlo allo stand, lui si fa scudo con il mio corpo che sono un po' più grand di lui, riesce a non farsi vedere. Io sono agitato, lui va avanti a parlare e mi chiede se magari stasera ci facciamo una corsa insieme in Central Park, io non ci penso proprio a correre stasera, la maratona è domani, ma non so cosa rispondere esattamente. Perché no? dico e mia moglie mi guarda come dire Ma sei scemo? La signora che lo sta cercando ha fatto il giro intorno allo stand e ci sorprende dal lato opposto, ci vede e noi facciamo finta di parlare tranquillamente, come niente fosse, si avvicina, Dean dice un'attimo e arrivo, per togliersi dall'imbarazzo mi presenta alla signora e dice Emilio è un alpinista del team di The North Face, alla signora proprio non interessa niente ma butta lì un sorriso, la mano da stringere, io faccio una faccia come dire Io non c'entro, non è colpa mia. A venti metri ci saranno un centinaio di persone che tengono in mano una cartolina con la sua faccia sopra e sono in attesa di un autografo e che si chiedono cosa cavolo sta facendo Dean Karnazes con quello lì, la signora dice Dean, puoi venire? Io dico vai tranquillo Dean che la signora mi sembra nervosa, torniamo dopo a trovarti, lui dice Davvero? Certo. Mi scusate? Vi spiace? Vai tranquillo, Dean. Ci vediamo in giro. Ci siamo visti due anni dopo a S.Francisco e lui quando mi ha incontrato come prima cosa mi ha detto L'ultima volta ci siamo visti a New York per la maratona, giusto? Giusto. Poi ci siamo messi a ridere. Per me anche a lui è tornata in mente la faccenda di noi che parliamo nascosti tra le canottiere.
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mercoledì 23 aprile 2014
COME TUTTE LE PRIMAVERE, EVEREST.
Buona parte dei discorsi che sento sull'Everest arrivano puntualmente a primavera, verso la metà di aprile e se ne parla di solito fin verso la fine di maggio non oltre, sento opinioni, grandi slanci di pensiero, ragionamenti sull'etica in difesa del grande alpinismo e - esagero - della libertà.
Poi dopo, da fine maggio ad aprile dell'anno dopo di Everest non se ne parla più, se non in occasione delle tragedie della "montagna assassina", verso agosto, quando la maggior parte di noi è pronto per andare in vacanza e a un certo tipo di stampa piace tirare fuori i soliti discorsi sull'alpinismo di un tempo che non c'è più, sulle grandi montagne, sui grandi dell'alpinismo che anche quelli, secondo una certa stampa, non ci sarebbero più. Sì, come no. Anche le mezze stagioni, non ci sono più.
Noi - dico noi che siamo o ci sentiamo alpinisti - l'Everest lo pensiamo come un santuario o come un museo, come un luogo sacro e supremo dove fare risiedere tutte le idee e i sentimenti migliori che abbiamo rispetto all'alpinismo e alla wilderness. Lo sentiamo un po' tutti come il vertice di tutte le montagne, come la montagna delle montagne e in un certo senso lo è, l'Everest. E' un simbolo. Forse però, mettendo da parte per un attimo i luoghi comuni e le pretese dovremmo iniziare a pensare che l'Everest è un simbolo per l'umanità, non solo per gli alpinisti e che, tanto per cominciare, non è mica roba nostra ma è una montagna del Nepal e spetta forse ai nepalesi, insieme agli altri ma un po' prima degli altri, decidere cosa farne.
E' ora forse di diventare più tolleranti e concentrarsi sulle cose che contano davvero, sulla sicurezza, sulla salvaguardia e la preservazione dell'ambiente, sulla sostenibilità delle spedizioni e della vita nel Khumbu e potremmo tranquillamente abituarci a pensare che per un mese e mezzo all'anno l'Everest è un luogo in cui fare "turismo alpinistico". Così è già da quasi vent'anni, in effetti. Questo ci consentirebbe oltre che di aiutare il Nepal e i nepalesi di concentrare gli sforzi sui restanti 10 mesi e mezzo dell'anno, a totale beneficio di chi l'Everest lo vuole puro e libero dal turismo, simbolo dell'alpinismo. Per chi vuole la solitudine e la montagna così come era, cento o mille anni fa, c'è sempre il periodo i post-monsonico, c'è l'inverno, ci sono tante altre vie da fare, senza ossigeno se uno è forte abbastanza, e ci sono gli altri versanti. Non facciamo turismo noi, sulle Dolomiti Patrimonio della Umanità o intorno al Monte Bianco, con gli impianti di risalita, con le moto, le auto, con le costruzioni, con le strade, con gli elicotteri, insomma con tutto?
Quello di chi tenta l'Everest in primavera, guidato, è in un certo senso un un turismo d'elitè e non è esente da pericolo, per certi è un turismo avventuroso e per certi altri è banale, scontato ma insomma in definitiva, nel 2014, l'Everest è anche di queste persone qui. Un po' come le maratone, che non appartengo mica soltanto di quelli forti che corrono sotto le 2h10'. Alcuno dicono che non senso correre una maratona in più di 2h10', il record del mondo è fissato a 2h03'23. Altri dicono che non ha senso correre una maratona in più di 2h30'. O in più di 3h00. O 3h30'. O 4h00' insomma ognuno, a proprio piacimento, arbitrariamente, fissa la linea del legittimo e dell'illegittimo, del giusto e dell'ingiusto come gli fa comodo.
A me non pare sia questo il modo più intelligente di guardare al problema. Tolleranza, questa mi sembra la parola chiave. E l'etica, quella, i principi, i valori a cui ispirarsi, i simboli, meglio metterli nelle cose che facciamo piuttosto che nelle cose di cui discutiamo. Perché io gli alpinisti - e gli uomini - che ammiro, quelli che mi hanno ispirato e che secondo me hanno fatto la storia, l'etica gliel'ho vista sudare dal polpastrelli, dalla fronte, gliel'ho vista tracciare nella neve fonda, sulle creste, sulle grandi pareti con le grandi vie. Dei grandi alpinisti che ho avuto la fortuna di conoscere che tra loro parlavano di "etica" tanto per parlarne, non ho mai visto nessuno.
L'etica a me, ai grandi alpinisti, sembra soprattutto di avergliela vista praticare.
E' per questo che secondo me erano e sono dei grandi uomini, perché più che dire agli altri cosa bisogna fare, nel rispetto di tutti, tollerando tutti, hanno fatto e fanno vedere al mondo la loro idea. E' di questi uomini che l'alpinismo e anche l'Everest e anche il Nepal hanno bisogno.
Di quelli tolleranti che parlano con l'esempio.
Poi dopo, da fine maggio ad aprile dell'anno dopo di Everest non se ne parla più, se non in occasione delle tragedie della "montagna assassina", verso agosto, quando la maggior parte di noi è pronto per andare in vacanza e a un certo tipo di stampa piace tirare fuori i soliti discorsi sull'alpinismo di un tempo che non c'è più, sulle grandi montagne, sui grandi dell'alpinismo che anche quelli, secondo una certa stampa, non ci sarebbero più. Sì, come no. Anche le mezze stagioni, non ci sono più.
Noi - dico noi che siamo o ci sentiamo alpinisti - l'Everest lo pensiamo come un santuario o come un museo, come un luogo sacro e supremo dove fare risiedere tutte le idee e i sentimenti migliori che abbiamo rispetto all'alpinismo e alla wilderness. Lo sentiamo un po' tutti come il vertice di tutte le montagne, come la montagna delle montagne e in un certo senso lo è, l'Everest. E' un simbolo. Forse però, mettendo da parte per un attimo i luoghi comuni e le pretese dovremmo iniziare a pensare che l'Everest è un simbolo per l'umanità, non solo per gli alpinisti e che, tanto per cominciare, non è mica roba nostra ma è una montagna del Nepal e spetta forse ai nepalesi, insieme agli altri ma un po' prima degli altri, decidere cosa farne.
E' ora forse di diventare più tolleranti e concentrarsi sulle cose che contano davvero, sulla sicurezza, sulla salvaguardia e la preservazione dell'ambiente, sulla sostenibilità delle spedizioni e della vita nel Khumbu e potremmo tranquillamente abituarci a pensare che per un mese e mezzo all'anno l'Everest è un luogo in cui fare "turismo alpinistico". Così è già da quasi vent'anni, in effetti. Questo ci consentirebbe oltre che di aiutare il Nepal e i nepalesi di concentrare gli sforzi sui restanti 10 mesi e mezzo dell'anno, a totale beneficio di chi l'Everest lo vuole puro e libero dal turismo, simbolo dell'alpinismo. Per chi vuole la solitudine e la montagna così come era, cento o mille anni fa, c'è sempre il periodo i post-monsonico, c'è l'inverno, ci sono tante altre vie da fare, senza ossigeno se uno è forte abbastanza, e ci sono gli altri versanti. Non facciamo turismo noi, sulle Dolomiti Patrimonio della Umanità o intorno al Monte Bianco, con gli impianti di risalita, con le moto, le auto, con le costruzioni, con le strade, con gli elicotteri, insomma con tutto?
Quello di chi tenta l'Everest in primavera, guidato, è in un certo senso un un turismo d'elitè e non è esente da pericolo, per certi è un turismo avventuroso e per certi altri è banale, scontato ma insomma in definitiva, nel 2014, l'Everest è anche di queste persone qui. Un po' come le maratone, che non appartengo mica soltanto di quelli forti che corrono sotto le 2h10'. Alcuno dicono che non senso correre una maratona in più di 2h10', il record del mondo è fissato a 2h03'23. Altri dicono che non ha senso correre una maratona in più di 2h30'. O in più di 3h00. O 3h30'. O 4h00' insomma ognuno, a proprio piacimento, arbitrariamente, fissa la linea del legittimo e dell'illegittimo, del giusto e dell'ingiusto come gli fa comodo.
A me non pare sia questo il modo più intelligente di guardare al problema. Tolleranza, questa mi sembra la parola chiave. E l'etica, quella, i principi, i valori a cui ispirarsi, i simboli, meglio metterli nelle cose che facciamo piuttosto che nelle cose di cui discutiamo. Perché io gli alpinisti - e gli uomini - che ammiro, quelli che mi hanno ispirato e che secondo me hanno fatto la storia, l'etica gliel'ho vista sudare dal polpastrelli, dalla fronte, gliel'ho vista tracciare nella neve fonda, sulle creste, sulle grandi pareti con le grandi vie. Dei grandi alpinisti che ho avuto la fortuna di conoscere che tra loro parlavano di "etica" tanto per parlarne, non ho mai visto nessuno.
L'etica a me, ai grandi alpinisti, sembra soprattutto di avergliela vista praticare.
E' per questo che secondo me erano e sono dei grandi uomini, perché più che dire agli altri cosa bisogna fare, nel rispetto di tutti, tollerando tutti, hanno fatto e fanno vedere al mondo la loro idea. E' di questi uomini che l'alpinismo e anche l'Everest e anche il Nepal hanno bisogno.
Di quelli tolleranti che parlano con l'esempio.
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venerdì 29 novembre 2013
IL TERZINO.
Beppe Bergomi, ad esempio. Dico Bergomi il calciatore, il terzino. Un terzino è uno che non ha tra le sue priorità di gioco quella di buttare la palla in rete, voglio dire, non è mica un bomber, un terzino, il suo compito è un altro. Il suo compito è difendere. Aiutare la squadra nella manovra a centrocampo. Consentire al mediano di rifiatare e spingersi in avanti per costruire il gioco d'attacco. Coprire. Sui calci d'angolo, in certe situazioni, il terzino può anche piazzarsi in mezzo all'area avversaria e staccare di testa, rimanendo sempre pronto a rientrare. Beppe Bergomi, stavamo dicendo. Una volta con la Nazionale contro la Grecia, a Bologna, il 10 ottobre dell'86, Beppe Bergomi ha segnato una doppietta, l'unica della sua carriera. Si è trovato la palla davanti e l'ha buttata dentro, in rete. Due volte. Nessuno se lo aspettava. Nessuno si aspetta mai che un terzino possa anche fare goal. E invece. #nangainwinter
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giovedì 17 ottobre 2013
COSA E' UNA CORDATA.
C'era Alexander Megos che saliva sulla via più dura del Kalymnos Climbing Festival, l'8c+ che era l'unica via delle quattro vie che era resistita al suo salire senza cadere al primo tentativo. Era il secondo tentativo.
Era lì in parete Alexander, un puntino verde a tre quarti della via, compresso come una molla con un piede altissimo e il ginocchio davanti alla bocca, era lì che studiava i movimenti, che ragionava su come muoversi, su cosa fare, su dove andare. Alla base della via c'era Kilian Fishuber, che era il suo principale avversario, in gergo giornalistico bisognerebbe dire il suo rivale, in realtà l'unico punteggi alla mano, almeno fino a quel punto, che a Megos avrebbe potuto tentare di rimanergli davanti nella classifica finale.
Kilian era lì sotto con la schiena piegata all'indietro e lo sguardo rivolto in alto che spiegava i movimenti al suo avversario, si arrampicava nell'aria muovendo le braccia su appigli immaginari e spiegava all'altro parlando in tedesco, Megos è tedesco e Kilian è austriaco. Kilian quella via l'aveva appena finita di provare, ce l'aveva ancora tutta in memoria, appiglio dopo appiglio. La voce di Kilian rimbombava sulle pareti gialle dello strapiombo e poi il vento la portava in alto, il pubblico stava tutto in religioso silenzio ad ascoltare come se a parlarsi fossero due extraterrestri che si dicevano tra loro di cose non comprensibili in un linguaggio altrettanto incomprensibile, io ero dall'altra parte della parete a fotografare e a godermi la scena, di fronte, seduto su un sasso.
A un certo punto Megos ha fatto un movimento con i piedi e ha liberato una mano, ha preso un appiglio con la sinistra ed è uscito da una specie di impasse e si è avviato a concludere, sopra era più facile, c'era Kilian che faceva il tifo per lui, che applaudiva e urlava, era chiaro che a quel punto la competizione stava per finire e che a vincerla sarebbe stato Megos. La gioia di Kilian Fishuber era sincera, abbondante, pura. Era gioia per il suo principale avversario, colui che lo aveva appena battuto e lo aveva relegato al secondo posto in classifica, e questa cosa che Kilian continuasse ad applaudire e a gioire lealmente è per me qualcosa di straordinario, di bellissimo, la ragione per cui sono felice di pensare all'arrampicata sportiva come alla origine della mia storia sportiva, come al codice genetico di ciascuna delle cose che provo a fare quando mi metto un pettorale sulla schiena o quando cerco di battere me stesso andando oltre i miei limiti.
Le gare di arrampicata non possiamo definirle sport, non quelle come questa del Kalymnos Climbing Festival perlomeno, perché nello sport c'è chi vince e c'è chi perde, c'è una classifica con dei numeri e una scala di valori e qui invece c'è molto di più, oltre ad esserci un primo classificato e un secondo e un terzo e così via, qui c'è soprattutto l'idea della cordata. Anche se non ci si lega insieme l'idea del sodalizio con il tuo compagno di cordata, con i tuoi compagni che sono anche i tuoi avversari, rimane tuttora integro nelle gare di arrampicata, come un valore, come nell'alpinismo, come la vera forza motrice che unisce l'arrampicata sportiva all'esplorazione.
Le gare di arrampicata come quella che ho visto a Kalymnos non sono alpinismo e non sono competizione. Non sono neanche sport. Sono un'altra cosa, qualcosa di più, una cosa bellissima per la quale forse, a questo punto, dovremmo inventare un nome diverso.
Che poi a pensarci bene, per cominciare, una parola ce l'abbiamo di già, e quella parola è: Festival.
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martedì 15 ottobre 2013
ROLLY MARCHI
Una volta sono andato a fare una presentazione dalle parti di Cortina, dovevo parlare di sci alpinismo e di montagne e a moderare il dibattito c'era Rolly Marchi.
Insieme a me a parlare c'era un atleta americano, uno che a Rolly Marchi non doveva essere un granché simpatico, perché lì in mezzo alle sue Dolomiti parlava di montagne e di neve del Colorado, come se il Colorado fosse il centro del mondo e le Dolomiti fossero la periferia. Io ero un po' in imbarazzo e il microfono mi arrivò tra le mani dopo l'americano e dopo una lunga tirata di Rolly, forse anche io a quel punto non gli stavo più simpatico a Rolly, non avevo ancora aperto bocca ma sentivo che c'era un po' di risentimento da parte sua, e anche da parte del pubblico ce n'era.
Iniziai a parlare ringraziando per le belle cose che il mio amico americano aveva detto di me e del freeride e del nostro modo "giovane" e "scanzonato" e "moderno" di sciare in giro per il mondo, però dissi che ero orgoglioso di essere nato e cresciuto sciisticamente nelle Alpi, che in nessun altro luogo del pianeta si può fare il genere di sci che si può praticare nei canali delle Dolomiti e che l'Italia è il luogo dove lo sci prima di essere sport, prima di essere turismo e prima di essere industria, è storia, cultura, arte. Insomma cercai di fare contenti tutti e per quanto potevo, di rimettere le cose al loro posto.
Appena finii di parlare mentre la gente applaudiva Rolly mi guardò per qualche secondo in silenzio così come si guarda a un prestigiatore scalcagnato che per la prima volta in vita sua riesce a fare un numero. Fissandolo in volto potevo vedere i suoi occhi chiari e il suo labbro inferiore che vibrava appena per l'età e forse anche per l'emozione, mi studiò un attimo ancora con lo sguardo e poi si alzò dalla sedia e venne ad abbracciarmi e a baciarmi, io Rolly Marchi lo avevo letto e lo conoscevo di fama, per me era una leggenda, ma era la prima volta che lo incontravo. Riprese il microfono in mano e rivelò al pubblico che io ero stato una delle promesse dello sci italiano al trofeo Topolino, si girò verso di me e disse Non è vero? poi allungò il braccio con il microfono fin davanti alla mia bocca e io diedi l'unica risposta che in quel momento lì si poteva dare, dissi: Sì, è vero.
Anche se non era vero.
Anche se non era vero.
E lui mi abbracciò un altra volta e mi disse Grazie, poi riprese a raccontare in quel modo in cui solo lui sapeva raccontare.
Ciao Rolly, riposa in pace.
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lunedì 17 giugno 2013
THE WHITE SAIL EXPEDITION 1/4
Sei e un minuto.
Manca un quarto d’ora alla sveglia. Un ora e quattordici minuti all’appuntamento
con l’elicottero.
Rimango rintanato nel mio sacco a pelo a mummia. Guardo
fuori da quel buco, da quella piccola finestrella raggrinzita che ho davanti al naso e
davanti agli occhi, l’aria è gelida. E’ buio ancora e anche il buio sembra indurito e impastato dal freddo. C’è silenzio fuori sul ghiacciaio e sulle pareti intorno, un silenzio
inquietante e fossile interrotto solo dai colpi di tosse di Johnny. Il mio cervello cerca subito di avviarsi e comincia contro la mia volontà a macinare
pensieri. Non ne ho voglia, ancora. Non voglio pensare, non adesso, non subito. Non voglio andare via. Non vorrei. Non è giusto. Ma non c'è nient'altro da fare, nessun'altra possibilità, nessuna. Chiudi gli occhi Emilio, dormi. Altri quindici minuti.
Dormi.
Sei e quattordici.
Ho dormito un quarto d’ora ma mi sembra di aver dormito una settimana o un mese o un anno. La
schiena è a pezzi, siamo in tre dentro alla tendina, con la roba e gli zaini e
tutto, ci stiamo stretti. Gli altri due, Giulia e Figenshau, dormono, o almeno
così mi pare. Ancora sessanta secondi e la sveglia suonerà. La pila frontale è al proprio
posto, pronta, qui nel mio sacco a pelo con le batterie e la radio. Al caldo. I guanti sono anche quelli al loro posto, anche loro al
caldo dentro al sacco a pelo. I miei vestiti in goretex da mettere addosso li
tengo come cuscino sopra allo zaino e sotto alla mia testa. Gli scafi degli
scarponi sono in fondo ai miei piedi, poi li prendo.
Trenta secondi e la sveglia suonerà, tengo l’orologio tra le mani, sono pronto. Nell’altra tenda Johnny tossisce ancora, ha tossito tutta notte, l'ho sentito.
Dieci secondi, apro gli occhi, guardo le pareti della tenda che sono rivestite di condensa bianca ghiacciata e luccicante aggrappata ai teli gialli, ora appena ci muoveremo ci si sbriciolerà tutto sulla testa e sui vestiti e sul collo. Che pena.
Tre secondi.
Due secondi. Un secondo.
Due secondi. Un secondo.
Beep-beep-beep.
Beep-beep-beep.
Stop. Premo il tasto stop dell’orologio.
Ripasso mentalmente
tutte le operazioni che dovrò fare. Gli altri non si sono mossi di un
millimetro. Allargo la finestrella che ho davanti al naso e tiro giù la zip del
sacco a pelo, voglio uscire dalla tenda per primo, subito. Tutto il calore
accumulato nella notte svanisce in pochi secondi, ho già freddo, freddissimo.
Mi metto i guanti. Accendo la frontale. Mi vesto, le giacche e i pantaloni di nylon fanno un rumore secco di plastica che soffre. Mi infilo gli scarponi, le
scarpette le ho già nei piedi. Esco dalla tenda con fatica e comincio a
prepararmi. Il cielo è blu stellato e non c’è un alito di vento. L’elicotterò
arriverà come stabilito, sicuro. Puntuale alle sette e un quarto.
Sei e trenta,
mancano ancora quarantacinque minuti all'arrivo dell'elicottero. Smonto la tenda, la ripiego nel suo
sacco, piego il materassino, lo infilo nello zaino, ho le mani gelate e per
scaldarmele me le infilo nelle mutande e mi prendo in mano i coglioni. Sto lì un attimo in piedi fermo
immobile con i coglioni in mano, guardo il nulla tra me e la parete di ghiaccio che ho davanti poi mi re-infilo i guanti e riprendo a
lavorare. Lascio la mia corda da sessanta metri a Giulia che
nel frattempo si è svegliata e vestita, e lei mi da
la sua corda da trenta metri da portare via. Non le servirà più, nemmeno il fornello, nemmeno quel set di pentole in più che ci eravamo portati. Carico tutta la mia roba dentro alla mia
duffle stagna e poi sulla pulka, Johnny è pronto, anche lui, è imbacuccato
dentro a due giacche di piumino indossate una sopra l’altra, ha lo sguardo fisso nel
vuoto. Tossisce e il suono dei suoi polmoni è quello che farebbe un bicchiere
di succo di frutta a soffiarci dentro con la cannuccia.
Johnny se ne sta lì in
piedi a guardarci mentre ci prepariamo e dondola come un filo d’erba al vento.
Gli chiedo come sta, mi dice Ok. Gli dico di avviarsi al passo, cinquecento metri più in là, dove ci verrà a
prendere l’elicottero e gli dico di non stare lì in piedi fermo, che fa troppo freddo.
Lui mi fa segno di sì con la testa, dice Ok e inizia a muoversi a passi
piccolissimi, al rallentatore. La neve è dura e scricchiola per il freddo sotto
i nostri piedi, uno scricchiolio fastidioso e metallico che solo a sentirlo fa
venire i brividi alle gengive. Non so quanti gradi ci saranno, credo almeno 25°
sotto, fa freddissimo, sento i peli del naso ghiacciati.
Le mie pelli di foca non stanno nemmeno attaccate, inutilizzabili le levo
da sotto le solette degli sci e me le infilo in qualche modo dentro alla giacca
a vento, tanto non servono più, cammino in mezza costa verso al passo facendo fatica, gli
altri sono già avanti, loro non hanno zaini da prendere con loro, solo la roba
di Johnny da far volare via.
Prima di sbucare dietro all’ultimo dosso e prima di arrivare
al passo mi volto ancora una volta con la testa verso il White Sails e verso quel canale che
avremmo dovuto salire e poi sciare tutti insieme, io con il telemark, posso vederne
solo un pezzetto, l’ultimo tratto prima della cima a 6446 metri. Poi rigiro per l’ultima volta la testa
verso la punta dai miei sci e riprendo a camminare, il White Sails non lo voglio più guardare. Farò
finta di non averlo mai visto. Arrivo al passo, dove ci sono gli altri che mi
aspettano, stanno tutti in piedi in silenzio tranne Johnny che è seduto in mezzo agli altri e continua a tossire. Mi levo gli sci, li unisco e li fisso tra loro con
un lacciolo elastico, preparo la nostra roba per il pick-up, manca meno di un quarto d’ora.
Non sento più le punte dei piedi ma che importa, tra quindici minuti sarò
sull’elicottero. Tra quaranta alla base degli elicotteri, a Manali. Tra un ora,
molto probabilmente nello studio di un medico indiano con Johnny in mutande che si fa visitare e tra un ora e
mezza sotto una doccia calda in hotel. Vaffanculo anche le punte dei piedi, non
mi importa se ora non le sento più. Non mi interessa.
Sette e dieci minuti. Al passo è arrivato il sole, fa soltanto un po’ meno freddo di prima. Siamo tutti in
piedi in silenzio, abbiamo già scavato la piazzola per l’elicottero in questa
neve ventata e spigolosa e dura. Tutti vogliamo che questa cosa penosa di farci poratre via con l’elicottero finisca in fretta. Lo vogliamo io e Johnny, la nostra
spedizione sta per finire. Lo vogliono Giulia e Hilaree e Figenshau e Anjin e Jay,
la loro spedizione entrerà nel vivo adesso, anche senza di noi.
Sette e dodici minuti,
nell’aria si sente da lontano il suono secco delle pale dell’elicottero. Come
ci avevano detto, Domani mattina sette e quindici al passo, puntuali. Sono puntualissimi. Io e Hilaree ci abbracciamo ancora una volta. Poi abbraccio
Giulia. Poi Figenshau. Poi una stretta di mano agli altri. Hilaree mi chiede se secondo me potrò
tornare indietro da loro e riprendere la spedizione, le rispondo che onestamente
non credo che sarà possibile e le dico una cosa che non vorrebbe sentirsi dire ma che anche lei sa benissimo. Credo che la mia spedizione finisca qui e che sia oggettivamente impossibile per me, dopo avere accompagnato Johnny in ospedale e averlo seguito per qualche giorno nella sua fase di recupero, ritornare di nuovo sulla montagna, per via dei costi, per via dei tempi e per una infinità di altre ragioni che tutti sappiamo. Hilaree fa segno di sì con la testa, lo sappiamo tutti che la
mia spedizione sta per finire, non solo quella di Johnny. Ci abbracciamo in silenzio.
Le dico Fatevi sentire.
Sette e quindici,
l’elicottero atterra, apriamo il portellone, Johnny sale a bordo, noi
carichiamo la nostra roba, gli zaini, le sacche, le pulke, gli sci, poi anche
io salgo a bordo, mi allaccio la cintura di sicurezza mentre gli altri
finiscono di caricare. Guardo fuori, Giulia e Figenshau e Hilaree e tutti gli
altri sono solo delle ombre nel pulviscolo di neve che si solleva intorno.
Sollevo la mano per salutarli. Poi guardo Bruno, il pilota, si è voltato con la
testa verso di me e mi fa un sorriso e il segno di ok con il pollice, anche io
faccio ok con il pollice, Ok.
Bruno chiede a Johnny se vuole dell’ossigeno
dalla bombola da respirare e lui dice No, I’m ok. Il portellone si chiude.
Bruno prova a decollare, siamo al limite del carico a 5400 metri, Bruno decolla,
lentamente, ruotiamo intorno a noi stessi nell’aria e poi finalmente voliamo via.
Sette e ventinove,
siamo in volo a 6000 metri davanti all’Indrasan, è una montagna bellissima, una
cattedrale di ghiaccio e di neve e di roccia, delle creste affilate e barocche,
voliamo così vicini che quelle meringhe di neve sembra di poterle toccare. Con
l’elicottero entriamo nel cono d’ombra della parete ovest che scorre fuori dai
finestrini a meno di cinquanta metri da noi. Galleggiamo nell’aria sopra a
ghiacciai e pareti e pendii di neve che in pochi conoscono e che quasi nessuno
frequenta. Il tempo, per una trentina di secondi, sembra essersi fermato. Il mondo è riassunto qui, adesso, nell'ombra e nel ghiaccio di questa parete. Poi
usciamo nuovamente in piena luce sopra bacini glaciali e ampi ghiacciai e riprendiamo a volare in direzione Manali. Mi volto verso Johnny che siede alla mia destra e gli chiedo come va e lui mi
dice Ok. Better, now.
Sette e quarantanove,
siamo nel piazzale degli elicotteri a Manali, mi sembra così pianeggiante e largo e artificiale in un mondo fatto di pendii
inclinati, di dirupi e di pareti. La turbina è spenta e le pale dell’elicottero
hanno appena smesso di girare, l’albergo è a pochi metri da noi, tutto adesso sembra
così a portata di mano. Siamo a duemila metri, intorno a noi è tutto verde, i
prati sono verdi e le foglie degli alberi sono verdi, il cielo è azzurro, le nuvole sono morbide e
burrose. E’ primavera, ormai.
E’ caldo, ci sono venticinque gradi, sto sudando. Johhny ha già
un’altra faccia, sicuramente ora che si è abbassato di quota sta meglio, gli
chiedo se vuole andare direttamente in ospedale per farsi visitare o cosa vuole
fare. So già cosa gli diranno in ospedale: che il suo è l’inizio di un edema
polmonare, che ha fatto bene ad abbassarsi di quota, che deve continuare con il Diamox
e gli altri farmaci che gli abbiamo dato noi già da ieri sera, che deve riposare, evitare gli sforzi e evitare di respirare il pulviscolo della strada. Dovrà stare
tranquillo, adesso è a rischio infezioni e a rischio polmonite. Probabilmente lo sa perfettamente anche lui cosa gli diranno in ospedale, Johnny, sa
che essersi abbassato di quota era la cosa principale e più urgente da fare,
per questo mi chiede se prima di andare in ospedale può andare in camera in
hotel, farsi una doccia e rimanere lì tranquillo a riposare per un po’. Ok, dico io, in
ospedale ci andremo dopo.
Sette e cinquantacinque,
sto aprendo con la chiave la stanza d’albergo dove sistemerò Johnny, ho preso due camere, così lui può
stare tranquillo, e anche io. Lo faccio entrare, porto la sua roba dentro la
stanza e gli dico di riposarsi un po’e di farsi una doccia calda e poi di
chiamarmi quando vuole che lo porti in ospedale. Mi fa un sorriso e mi dice Thank you
Emilio, I've appreciated io dico Ok, no problem, poi esco dalla sua stanza. Gli sorrido.
Sette e cinquantasette,
entro nella mia stanza d’hotel, tiro dentro la mia roba strisciandola sul
pavimento, il mio zaino, gli sci e la mia sacca, le mie cose. Metto la tenda il sacco a
pelo le pelli di foca e tutte le mia roba bagnata e puzzolente sul balcone ad
asciugare. Mi spoglio e metto i miei vestiti in goretex sul davanzale del
balcone. Rimango completamente nudo, sento il fresco delle piastrelle sotto le piante dei piedi, il sangue ha ripreso a circolare nelle mie dita che adesso sono rosse e gonfie e che sembrano scoppiare. Cammino in tondo per la stanza come un cane in gabbia e sento
l’aria tiepida scivolarmi sulla pelle sudata. Vado in bagno e mi vedo dentro al grande
specchio che c’è sopra il lavandino. Ho i capelli unti e sporchi, la barba
lunga. Sono magro, la faccia è nera bruciata dal sole. Non c’è nessuna possibilità per me di tornare sulla montagna insieme
agli altri per sciare. La mia spedizione finisce qui.
E adesso, cazzo faccio io qui?
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sabato 25 maggio 2013
COMPLIMENTI MR.MIURA
"Una troupe televisiva era partita appositamente dal Giappone per andare a intervistarlo. Mio padre aveva scalato l'Everest da pochi giorni e a 75 anni era la persona più anziana ad esserci mai riuscita. Scalare un'altra volta l'Everest era il suo sogno e noi tutti, noi i suoi figli e i suoi dipendenti qui alla Miura B.C., avevamo lavorato per anni per fare in modo che il suo sogno divenisse realtà. Organizzare la spedizione era stato uno sforzo logistico enorme, definitivo, assoluto. Quando in diretta da Kathmandu la troupe televisiva lo intervistò le immagini andavano in onda in diretta al telegiornale nazionale della sera e noi eravamo riuniti qui al primo piano, tutti in piedi davanti a quel televisore - Emily mi fece cenno con il dito mostrandomi un televisore appeso al soffitto della stanza - e tenevamo i bicchieri in mano e ci abbracciavamo e festeggiavamo. Ci eravamo zittiti per ascoltare le parole di mio padre alla televisione e io piangevo dalla felicità, mio padre raccontava della sua salita e degli istanti in vetta all'Everest. Come ultima domanda, come si fa con qualsiasi atleta nel pieno delle sue forze, la intervistatrice chiese a mio padre quale sarebbe stata la sua prossima avventura, e mio padre, in diretta televisiva, tranquillamente ma in modo solenne disse: "Tornare un'altra volta in cima all'Everest tra cinque anni, quando compirò 80 anni". Noi tutti qui restammo a bocca aperta, ci guardammo tra noi e cominciammo e ridere e a piangere insieme, eravamo felici e disperati, dentro di me scoppiò un caos di sensazioni che è impossibile da descrivere. Stavamo per ricominciare da capo. Non era finito niente."
Così mi disse Emily Miura dopo che a Tokio lo scorso anno avevo appena finito di intervistare suo padre Yuichiro. Yuichiro Miura è una delle mie leggende personali. Il mio idolo. Uno dei miei sciatori preferiti. Yuichiro che era lì vicino a noi e si fingeva distratto mentre maneggiava uno dei due sci con cui tanti anni prima aveva sciato sull'Everest aveva ascoltato tutta la nostra conversazione e non si era perso nemmeno una singola parola della nostro dialogo. A un certo punto il signor Miura si avvicinò a noi e tenendo lo sguardo fisso negli occhi di sua figlia Emily, stringendomi con la mano appena sopra al gomito, mi disse: "Allora, vieni con me all'Everest, l'anno prossimo?"
Mi piacerebbe, gli risposi io.
Sarebbe anche il mio sogno.
Alcuni giorni fa Yuichiro Miura all'età di 81 anni ha scalato per la terza volta l'Everest. Yuichiro Miura nel 1970 è stato il primo uomo al mondo a sciare sull'Everest, il documento filmato della sua avventura è qui
Così mi disse Emily Miura dopo che a Tokio lo scorso anno avevo appena finito di intervistare suo padre Yuichiro. Yuichiro Miura è una delle mie leggende personali. Il mio idolo. Uno dei miei sciatori preferiti. Yuichiro che era lì vicino a noi e si fingeva distratto mentre maneggiava uno dei due sci con cui tanti anni prima aveva sciato sull'Everest aveva ascoltato tutta la nostra conversazione e non si era perso nemmeno una singola parola della nostro dialogo. A un certo punto il signor Miura si avvicinò a noi e tenendo lo sguardo fisso negli occhi di sua figlia Emily, stringendomi con la mano appena sopra al gomito, mi disse: "Allora, vieni con me all'Everest, l'anno prossimo?"
Mi piacerebbe, gli risposi io.
Sarebbe anche il mio sogno.
Alcuni giorni fa Yuichiro Miura all'età di 81 anni ha scalato per la terza volta l'Everest. Yuichiro Miura nel 1970 è stato il primo uomo al mondo a sciare sull'Everest, il documento filmato della sua avventura è qui
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lunedì 29 aprile 2013
ABBASTANZA, DAI.
Sei tutto bruciato dal sole in faccia e allora trovi sempre uno furbo in giro che ti dice Sei andato a sciare, eh? e tu gli dici Sì, sono andato a sciare, e allora lui ti chiede E dove sei andato a sciare? in Marocco dici tu, e subito lui ti risponde In Maroooccooo? In questa stagione? e tu fai sì con la testa e con lo sguardo, spalancando gli occhi e muovendo la testa in su e in giù.
Allora lui ci pensa su un attimo, alza un sopracciglio come a dire ho capito tutto, inclina un po' la testa di lato, ti punta un dito contro e dice sicuro: Sei andato a sciare sulle dune di sabbia, giusto? No, non sono andato a sciare sulle dune di sabbia (io non ci andrò mai a sciare sulla sabbia, che mi fa cagare l'idea di sciare su delle dune di sabbia).
Allora lui questo qui ci pensa su un attimo e se è uno che se ne intende appena un pochino di sci alpinismo ti butta lì la parola: Toubkal? (il Toubkal è la montagna più alta del Marocco) e tu gli dici No, non al Toubkal, in un altro posto, un posto bellissimo più a est, vicino a un altro posto ancora dove si arrampica anche, allora lui ti interrompe veloce e dice Le gole di Toudra? No, non le gole di Toudra dici tu sempre più scoraggiato, a Taghia, in un altro posto. E dove cacchio sta 'sto Taghia? ti dice lui come se Taghia non esistesse nemmeno né in Marocco né sulla carta geografica né sulla faccia della terra e tu gli dici nel Medio Atlante, rispetto a Ouarzazate sta più a nord, a nord-est, è un bellissimo posto, ci sono un sacco di montagne e un sacco di neve, ancora.
Un sacco di neve adesso? - ti fa lui - a fine aprile? in Marocco? ma mi prendi per il culo?
Allora tu sfinito ti arrendi e dici Sì, ti sto prendendo per il culo e sorridi. Dici: scherzavo.
Lui il tizio ti fissa zitto e sembra non capire.
Sono andato a Livigno ieri - dici per tranquillizzarlo, così pensi di farla finita.
E allora lui con occhio furbo si riprende e ti chiede Ma si scia ancora a Livigno, in 'sta stagione? Sì, dici tu. Respiri.
E c'era il sole, a Livigno ieri, che qui pioveva? e tu dici Sì, abbastanza dài. Abbastanza, sole.
Abbastanza.
Invece tu ieri non eri a Livigno. Eri in Marocco, proprio. A fare telemark. A fine aprile. E ti sei anche divertito un casino.
E' che: come si fa a spiegarlo?
Allora lui ci pensa su un attimo, alza un sopracciglio come a dire ho capito tutto, inclina un po' la testa di lato, ti punta un dito contro e dice sicuro: Sei andato a sciare sulle dune di sabbia, giusto? No, non sono andato a sciare sulle dune di sabbia (io non ci andrò mai a sciare sulla sabbia, che mi fa cagare l'idea di sciare su delle dune di sabbia).
Allora lui questo qui ci pensa su un attimo e se è uno che se ne intende appena un pochino di sci alpinismo ti butta lì la parola: Toubkal? (il Toubkal è la montagna più alta del Marocco) e tu gli dici No, non al Toubkal, in un altro posto, un posto bellissimo più a est, vicino a un altro posto ancora dove si arrampica anche, allora lui ti interrompe veloce e dice Le gole di Toudra? No, non le gole di Toudra dici tu sempre più scoraggiato, a Taghia, in un altro posto. E dove cacchio sta 'sto Taghia? ti dice lui come se Taghia non esistesse nemmeno né in Marocco né sulla carta geografica né sulla faccia della terra e tu gli dici nel Medio Atlante, rispetto a Ouarzazate sta più a nord, a nord-est, è un bellissimo posto, ci sono un sacco di montagne e un sacco di neve, ancora.
Un sacco di neve adesso? - ti fa lui - a fine aprile? in Marocco? ma mi prendi per il culo?
Allora tu sfinito ti arrendi e dici Sì, ti sto prendendo per il culo e sorridi. Dici: scherzavo.
Lui il tizio ti fissa zitto e sembra non capire.
Sono andato a Livigno ieri - dici per tranquillizzarlo, così pensi di farla finita.
E allora lui con occhio furbo si riprende e ti chiede Ma si scia ancora a Livigno, in 'sta stagione? Sì, dici tu. Respiri.
E c'era il sole, a Livigno ieri, che qui pioveva? e tu dici Sì, abbastanza dài. Abbastanza, sole.
Abbastanza.
Invece tu ieri non eri a Livigno. Eri in Marocco, proprio. A fare telemark. A fine aprile. E ti sei anche divertito un casino.
E' che: come si fa a spiegarlo?
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lunedì 25 marzo 2013
INDIA.
Chandigar, India. Ieri sera sono arrivato qui da Manali, da solo, con un viaggio allucinante. Sono entrato in albergo, ho preso una camera e ho depositato la mia roba. Poi sono uscito subito, con solo qualche rupia in tasca. Pantaloni, scarpe, una maglietta che indosso da quattro giorni, e poi nient'altro. Ho iniziato a camminare per questi viali lunghissimi disegnati da Le Courbusier, le strade erano piene di gente, pieni di giovani e di bambini. La maggior parte dei giovani, uomini e donne, erano in fila dentro a dei negozi di telefonia e di elettronica per comprare uno smartphone. File come se distribuissero del pane o dell'acqua. File incredibili e allucinanti e quà e là ogni tanto, ma non tanto, dei bambini piccoli sporchi e spettinati che rovistavano tra gli scatoloni dell'immondizia per trovare qualcosa da mangiare. Io camminavo, come su una scacchiera, facendo svolte secche di 90° ad ogni incrocio. C'era buio, nell'aria della polvere, tanta povere, e suoni di clackson e fari di automobili che si confondevano e si incrociavano nel cielo nero. Sono andato avanti per un po', fino a quando sono arrivato a una rotonda poco illuminata. Dall'altra parte della strada finivano i negozi e c'era buio. Dall'altra parte non c'era niente, non si vedeva più niente, dei campi coltivati forse, dei mucchi di terra e di sassi. Vecchi rottami. La notte. Dall'altra parte c'era l'India. Ho pensato che avrei potuto attraversare la strada e sparire e andare chissà dove e che nessuno avrebbe mai saputo più niente di me. Sarebbero rimaste due sacche gialle, una sacca blu porta sci e uno zaino in hotel. I miei documenti, il mio portafoglio, le mie carte di credito. Un quadernetto con degli appunti. Il mio smartphone, anche. Le mie ciabatte. Poi nient'altro. Sono stato lì fermo per un po' sul bordo della strada. Poi è arrivato un bambino piccolo di quelli che cercavano da mangiare nella spazzatura. Mi è venuto vicino e mi ha guardato dal basso in alto poi mi ha preso la mano, come se fossi stato suo papà, come se lui fosse uno dei miei figli e noi dovessimo attraversare la strada. Siamo rimasti lì fermi in piedi sul bordo della strada per un momento, in silenzio, tenendoci per mano, guardando oltre il traffico delle automobili verso il buio. Poi ci siamo girati e siamo tornati indietro. Siamo entrati in un negozio di alimentari lì vicino e io ho preso un pacchetto di biscotti Digestive, quelli che stanno dentro a quella scatola rettangolare rossa. Li ho pagati alla cassa e poi fuori dal negozio glieli ho dati in mano. Lui mi ha fissato dritto negli occhi, era tutto sporco in faccia e a piedi nudi, ha preso i biscotti con un gesto lentissimo della mano guardandomi sempre negli occhi e poi e è corso via urlando, velocissimo, chiamando degli altri bambini che sono saltati fuori da dietro a dalle automobili che erano parcheggiate in disordine lì intorno. Poi io sono tornato indietro fino all'hotel. Ho fatto tutta la strada a ritroso camminando lentamente per linee ortogonali tenendo le mani in tasca. Tasche vuote. Mi sentivo leggero e appiccicoso e sudato e sporco. E libero. Poi sono arrivato in hotel, sono salito nella mia stanza e mi sono messo a dormire. Non ho neanche fatto la doccia.
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lunedì 31 dicembre 2012
SIAMO A POSTO.
Siamo saliti prima con le
pelli poi a piedi con gli sci in spalla, siamo arrivati in cima a una cresta
dove si vedeva dall’altra parte, io ero un po' dietro. Ho visto Damiano
sbottonarsi la giacca a vento e togliersi i guanti. La temperatura non era da
togliersi i guanti. Aveva una faccia strana, che si capisce che c'era qualcosa,
che era eccitato.
Sono arrivato dove era lui e ho guardato giù, era bellissimo, una cattedrale. Una cattedrale di meringhe di neve. Mi ha detto: Ce la fai ad andare a sciare dentro a quel canale? Io per l’entusiasmo ho detto Certo, ma non avevo neanche guardato bene. Non sembrava larghissimo. Allora sono sceso da solo da un altro versante e sono risalito per un altra cresta, ho arrampicato su un traversino di roccia, ho girato dietro a un pilastrino e ho visto un canale ripido che andava giù. Ho guardato bene, si poteva fare, dovevo stare tutto a sinistra.
Ho messo gli sci e sono partito, ero soprattutto preoccupato per la neve, non capivo se era crostosa o ghiacciata sotto la polverina. Sono sbucato fuori più veloce che potevo più in alto che potevo e ho curvato vicino al sole lasciando slidare un po' gli sci, ho pensato non sbagliare non sbagliare non sbagliare, non ho sbagliato, poi sono andato giù in fondo al pendio tutto d'un fiato continuando a curvare. Mi sembrava di avere fatto bene.
In fondo al pendio mi sono fermato, c’era un pianoro enorme, con delle dune di neve e il cielo azzurro. Ho tolto gli sci. C’era silenzio, solo un po’ il rumore della neve che saltellava portata dal vento e qualche pallina gelata che rotolava giù dal pendio che avevo appena sciato. C’era un silenzio assoluto, un silenzio che dentro sembrava che avesse un ronzio. Dopo un po' che ero lì a guadarmi in giro, dopo un bel po', è arrivato Damiano tutto sorridente e senza guanti e la macchina fotografica ancora al collo. Sorrideva. Mi ha detto Ok, siamo a posto.
Eravamo a posto.
Sono arrivato dove era lui e ho guardato giù, era bellissimo, una cattedrale. Una cattedrale di meringhe di neve. Mi ha detto: Ce la fai ad andare a sciare dentro a quel canale? Io per l’entusiasmo ho detto Certo, ma non avevo neanche guardato bene. Non sembrava larghissimo. Allora sono sceso da solo da un altro versante e sono risalito per un altra cresta, ho arrampicato su un traversino di roccia, ho girato dietro a un pilastrino e ho visto un canale ripido che andava giù. Ho guardato bene, si poteva fare, dovevo stare tutto a sinistra.
Ho messo gli sci e sono partito, ero soprattutto preoccupato per la neve, non capivo se era crostosa o ghiacciata sotto la polverina. Sono sbucato fuori più veloce che potevo più in alto che potevo e ho curvato vicino al sole lasciando slidare un po' gli sci, ho pensato non sbagliare non sbagliare non sbagliare, non ho sbagliato, poi sono andato giù in fondo al pendio tutto d'un fiato continuando a curvare. Mi sembrava di avere fatto bene.
In fondo al pendio mi sono fermato, c’era un pianoro enorme, con delle dune di neve e il cielo azzurro. Ho tolto gli sci. C’era silenzio, solo un po’ il rumore della neve che saltellava portata dal vento e qualche pallina gelata che rotolava giù dal pendio che avevo appena sciato. C’era un silenzio assoluto, un silenzio che dentro sembrava che avesse un ronzio. Dopo un po' che ero lì a guadarmi in giro, dopo un bel po', è arrivato Damiano tutto sorridente e senza guanti e la macchina fotografica ancora al collo. Sorrideva. Mi ha detto Ok, siamo a posto.
Eravamo a posto.
Cover SkiAlper 86 - Dicembre 2012
Remarkables, New Zealand | Foto Damiano Levati
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