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domenica 6 ottobre 2013

CRONOSQUADRE.

Che a fare la gara dura sono i corridori e non il percorso, quello lo avevo giá imparato. 

Poi una volta ho sentito un pro del ciclismo, non un capitano ma un gregario d'eccellenza, dire in un intervista che le cronosquadre sono il giorno di dolore e di sofferenza di ogni ciclista che non lotta per la maglia, io non l'avevo capito bene cosa intendeva, dico bene veramente, con le parole dolore e sofferenza, cosa intendeva quel corridore. Non avevo capito proprio. 

Ero andato indietro con il pensiero alle cronosquadre del triathlon o alle immagini delle gare viste in tv, avevo cercato di immaginare ripassando mentalmente lo sforzo delle cronometro individuali, facendo poi le debite proporzioni. Ma mi sembrava impossibile poter soffrire stando sopra una bici più di quanto si soffre in una crono individuale, ma anche impossibile soffrire più che ad andare in cima a una montagna in alta quota, ad esempio. Non capivo. 

Oggi ho capito. 

Ho capito cosa significa sforzarsi di tenere la ruota di un essere umano che per mezzo kilometro pedala a tutta spremendo tutto quello che ha, prima di farsi da parte e lasciare spazio al compagno che ha dietro il quale fa altrettanto e poi quel l'altro e poi quell'altro e poi, quando vorresti solo smettere di pedalare e buttarti in un prato a riposare oppure dire Hey, ci fermiamo tutti insieme per un buon caffè? invece che fare lo spiritoso a quel punto tocca a te, é il tuo turno. 

Esci all'aria e cerchi di farti piccolo e inconsistente come una scultura fatta di rete o come una racchetta da tennis, spingi sui pedali, lo sguardo perso nel nulla da qualche parte in tra il manubrio e l'asfalto. Dai tutto, che sorprendentemente é molto molto di più di quanto immaginavi di poter dare, cinquecento metri massimo seicento poi ti fai da parte e lasci sfilare gli altri. Cerchi di rimandare l'urto del vomito, é l'acido lattico che ti intossica e che ti appanna la mente, quando passa il quarto della fila devi ributtarti subito dentro, al momento giusto, al riparo, e devi fare alla svelta a fare scendere le pulsazioni e a normalizzare il respiro perché tra poco sará di nuovo il tuo turno. A farti soffrire in più, oltre a questa tortura che si ripete ogni qualche minuto, ci sono i tratti in salita, gli avversari da sorpassare, i buchi da chiudere, il vento contro, l'asfalto ruvido, le curve e poi i compagni di squadra più forti di te, quei bastardi. Che vanno così forte. 

Chiunque é più forte di te quando esce dalla tua scia, questa é la prima cosa che devi imparare. Questa é l'origine della sofferenza. La regola numero uno. I tuoi compagni sono gli amici e sono anche i nemici, é difficile da spiegare ma é così. Li ami e li odi allo stesso tempo. Li ami quando stanno davanti e ti sembra che vadano piano, regolari, e li odi quando si fanno da parte e tirare tocca a te. 

Lì, capisci. 

Capisci la velocitá e il peso dell'aria. Capisci l'aerodinamica e il vento e perfino gli alettoni della Formula1. 

Lì li odi i tuoi compagni, come si odia un avversario che ti porta al limite e li ami anche, come si ama un fratello più grande o un nonno che parla poco o un padre che ti insegna a dare di più, a non mollare, a non dubitare mai, almeno da un certo punto in avanti. Odi gli uomini, ami la squadra. Odi te stesso, ami te stesso. Quando stai per mollare odi te stesso e quando capisci che stai dando il massimo, invece, ti esalti. Prima sei uno, poi sei un altro, sei eroe e sei vigliacco, sei angelo e poi sei canaglia. Ci siamo in due, su questa bici. 

Quando é di nuovo il tuo turno per tirare ti sembra impossibile di non essere ancora morto, eppure sei ancora lì, vivo, vivo come non mai, e tocca a te, chi ti precede si fa da parte e tu chiedi al tuo cervello di spegnersi, di non pensare, di non sentire. Abbassi la testa e ti fai di nuovo sottile, la lama di un coltello, spingi sui pedali e cerchi di ignorare quella voce che ti dice basta, quella parte di te che invece di essere corridore adesso vorrebbe essere spettatore o motociclista o cicloamatore o tombino o semaforo o striscia pedonale o signora con il passeggino o bambino piccolo che guarda la gara seduto su una bici da cross, una piccola bici verde con delle piccole ruote tassellate, non comprarla quando sarai grande la bici da corsa, bambino, non comprarla, compra una moto oppure un giornale, o un fucile da caccia, o comprati una barca a vela, che lì davanti c'é il lago. Oppure sì, invece, compratene una, di bici. Una da crono in carbonio con una lenticolare e un casco a punta. E vai, a tutta, sempre, fin che ne hai, anche se costa fatica.

Oggi ho capito. Oggi é stata una bella gara e un bel giorno. Uno di quelli in cui con un solo passo in avanti, fai un sacco di strada.

giovedì 4 luglio 2013

LA BELLEZZA.

SCENA 22
Montagna [esterno giorno]

Uno sterminato paesaggio appare dalla cima della montagna che sovrasta Cinisi. A sinistra il golfo di Terrasini e più lontano Balestrate, a destra l'isola delle Femmine e Palermo, avvolta nei fumi.
Peppino e Salvo se ne stanno sdraiati in terra dopo una lunga ascensione. Guardano in basso.

PEPPINO - Sai cosa penso?
SALVO - Cosa?
PEPPINO - Che questa pista in fondo non è brutta, anzi..
SALVO [ride] - Ma che dici?!
PEPPINO - Vista così dall'alto [guardandosi intorno] uno sale qua e potrebbe anche pensare che la natura vince sempre...che è ancora più forte dell'uomo. Invece non è così...in fondo le cose, anche le peggiori, una volta fatte, poi trovano una logica, una giustificazione per il solo fatto di esistere. Fanno 'ste case schifose, con le finestre di allumino, i balconcini...mi segui?
SALVO - Ti sto seguendo!
PEPPINO -...Senza intonaco, i muri di mattoni vivi...la gente ci va ad abitare, ci mette le tendine, i gerani, la biancheria appesa, la televisione...e dopo un po' tutto fa parte del paesaggio, c'è, esiste...nessuno si ricorda più di come era prima. Non ci vuole niente a distruggerla, la bellezza...
SALVO - E allora?
PEPPINO - E allora forse più che la politica, la lotta di classe, la coscienza e tutte 'ste fesseria...bisognerebbe ricordare alla gente cosa è la bellezza. Insegnargli a riconoscerla. A difenderla. Capisci?
SALVO [perplesso]- La bellezza...
PEPPINO - Sì, la bellezza. E' importante la bellezza. Da quella scende giù tutto il resto.

[Marco Tullio Giordana, Claudio Fava, Monica Zapelli - I CENTO PASSI - Feltrinelli / pag.62-63]

venerdì 28 giugno 2013

VOI SIETE QUI LIVE, QUADRI, CONCESSIONARIE E RIGORI.

Ieri pomeriggio sono andato a Milano per il Live di Voi siete qui, la trasmissione di Matteo Caccia dove qualche volta hanno letto alcuni dei miei racconti. Voi siete qui è un programma di Radio24, e Radio24 è la radio del Sole24 Ore.

Il Sole24 ore è quel giornale stampato su della carta beige che se uno lo sfoglia e non è un po' del settore, di quello che c'è scritto, non ci capisce una mazza. Fondamentalmente dati, indici, informazioni economiche e dati di borsa, roba così. Io da piccolo quando andavo in edicola e vedevo uno che comprava due giornali invece che uno solo, facciamo l'esempio il Corriere della Sera e un altro giornale, oppure L'Eco di Bergamo e un altro giornale, avevo notato che l'altro giornale che comprava  era sempre il Sole24 Ore. A comprarlo erano quasi sempre signori in giacca e cravatta. Signori vestiti come mio padre in jeans e camicia che compravano L'Unità e in più anche il Sole24 Ore invece, non ce n'erano mai.

Ricordo che io una volta sempre da piccolo il Sole24 ore avevo anche provato a leggerlo, ma non ci avevo capito niente. Allora ci avevo rinunciato.

Poi un paio di anni fa quando ero venuto a conoscenza del programma di Matteo Caccia fatto da Radio24 mi chiedevo come potesse essere possibile che da della gente che fa un giornale così noioso e incomprensibile potesse venire fuori invece un programma radiofonico così bello e vivo e vivace. Misteri.

Comunque.

Ieri sera era la serata conclusiva della stagione radiofonica del programma, e allora hanno pensato di invitare un po' di persone e fare uno show live, hanno selezionato dieci racconti tra quelli che hanno letto durante l'anno (ne hanno letti 430, mi pare) e hanno invitato a salire sul palco le persone che questi dieci racconti li avevano scritte. Io ero uno dei dieci. Non è che fosse una gara o un concorso letterario, intendiamoci, è che hanno scelto dieci storie che gli piacevano per fare uno spettacolo e tra queste c'era anche la mia. L'avevano letta il giorno di Natale del 2012, la mia storia. E' la storia di un Natale un po' particolare di un ragazzino di 16 anni. A 16 anni dei giorni di Natale un po' particolari possono capitare, a me sono capitati. La storia come è esattamente non ve lo dico, se volete sapere come è, vi ascoltate il podcast.

Insomma ieri verso le 19.00 sono arrivato a Milano in via Monte Rosa 91, luogo dell'appuntamento prestabilito e sede del Sole24 ore e di Radio24. Sono entrato dentro a questo palazzo molto bello, molto europeo lo definirei, un palazzo tutto vetro e pietra e metallo con un grande giardino interno e degli alberi tutto intorno che a voler ben vedere non sembrerebbe nemmeno di essere a Milano, fuori non è che ci sia poi tutto questo traffico e tutto quel casino a cui uno di provincia come me pensa quando pensa al luogo: Milano. Sono entrato dentro e c'era un desk di accoglienza molto ben curato con quattro o cinque hostess, ho detto il mio nome a una di queste signorine molto gentili e molto sorridenti e lei ha spuntato il mio nome da una lista e mi ha detto Tra quindici minuti scendiamo tutti insieme sotto da Matteo. Ho detto Va bene, ho ringraziato.
Ho notato che ha detto quindici minuti e non un quarto d'ora (tipi precisi qui, ho pensato) e poi che ha detto Matteo, non MatteoCaccia nome e cognome. Ha detto Matteo e basta. (Si vede che Matteo lo conosce bene, ho pensato sempre).

Intanto che ero lì e mi rimanevano all'incirca quattordici minuti liberi in questa specie di hall enorme che sembra un aeroporto, ho incrociato le braccia dietro alla schiena come faccio di solito e mi sono guardato in giro. Facendo un giro con lo sguardo a 360 gradi c'erano:

-gli uffici di segreteria della business School del Sole24 Ore con altre hostess in tailleur che lavoravano;

- in fondo a destra un bar che per andarci dovevi passare oltre a dei tornelli, dovevi avere un badge magnetico per aprirli ed essere uno che lavora là dentro, in sostanza un bar dove io non potevo entrare. Che io un caffè me lo sarei anche bevuto volentieri, ma non si poteva.

- in fondo a sinistra una mostra di quadri di una pittrice che non mi ricordo esattamente come si chiama ma che ho letto sulla brochure della mostra che lei, questa pittrice, è arrivata seconda al concorso per disegnare il logo dei mondiali di Calcio del 1990. Seconda. Per un pelo, e vinceva. Io il logo dei Mondiali di calcio del '90 me lo ricordo perfettamente, avevo dei calzini bianchi di spugna con quel pupazzo tricolore scomposto e rigido come un pinocchio costruito con il Mecano che mi hanno perseguitato per degli anni, adesso non so dove siano andati a finire, quei calzini dico. Io mi sono sempre chiesto chi l'avesse disegnato quel logo. Avrei voluto proprio conoscerlo. E a dire il vero ieri, lo avrei voluto vedere il logo che era arrivato secondo al concorso, giusto per sapere, per capire; capire come avrebbero potuto andare le cose e magari anche i mondiali con quel logo diverso, magari più bello, comunque il logo in questione, quello arrivato secondo al concorso internazionale non c'era. C'erano solo quadri. Dei quadri a olio di alberi, onde del mare, nuvole, spiagge, una tigre in controluce e un Boeing in controluce anche quello, in atterraggio Questi due ultimi quadri, la tigre e il Boeing in controluce - ma anche le nuvole - quadri che proprio non mi piacevano, mi permetto di dire. Però io non è che sono un esperto.

- in un angolo della mostra, un po' nascosti in un angolo, i bagni. Difficili da trovare, che uno mai più va a pensare che per andare in bagno deve entrare dentro a una mostra.

Proseguendo nella carrellata a 360°, per finire, dietro a una vetrata che da anche su Viale Monte Rosa e in uno spazio in cui si può entrare soltanto da una porta passando dall'interno di questa specie di luogo ibrido tra una portineria e la hall di un aeroporto c'era:

- lo show room della Aston Martin. Le Aston Martin sono quella auto inglesi bellissime, fantastiche costruite a mano, che costano da 113mila euro in su. Auto di super lusso. Ecco, a me quella cosa lì di mettere lo show room della Aston Martin nella portineria del palazzo del Sole24 Ore, quell'idea che devono aver avuto i manager della Aston Martin di mettere le loro auto lì dentro dove presumibilmente circola un sacco di gente con i soldi mi ha fatto pensare che noi certe volte, a quelli che hanno un sacco di soldi e che dicono di essere dei grandi manager, noi quella gente, la sopravalutiamo.

Comunque.

Verso le 19.30 ci hanno chiamati, io e gli altri nove siamo scesi sotto nell'auditorium del Sole24 Ore - un auditorium molto bello - e abbiamo conosciuto di persona Matteo Caccia. Quando Matteo mi ha stretto la mano e mi ha detto Ciao Emilio, grazie che sei venuto, sono contento di conoscerti e poi abbiamo parlato un po', mi ha fatto effetto perché mentre lo avevo davanti e lui mi parlava mi pareva di stare ad ascoltare la radio. La radio è quella cosa che parla a te, ma non parla con te, è un altra cosa diversa, è la radio appunto. Matteo invece ieri sera, il Matteo che è la stessa voce che ho sentito tante volte alla radio, stava parlando direttamente con me, formulava delle frasi che erano rivolte a me e che avevano la forma del discorso che stavamo facendo, e in un certo senso quando era il mio turno di parlare, quando veniva il momento che io dovevo rispondere alle sue domande, io restavo lì un po' imbambolato che è una cosa strana l'idea che tu parli con una voce della radio. Poi dopo, dopo un po', quell'effetto lì, passa. Capisci che la voce della radio è anche la voce di una persona in carne ed ossa. Devo aggiungere che Matteo è più alto di come me lo immaginavo, sarà alto come me o forse anche un pochettino di più.

Poi ho conosciuto Tiziano Bonini, che è uno degli autori del programma, che per sintetizzare se dovessi dirvi velocemente chi mi ha fatto venire in mente Tiziano appena l'ho visto, io vi direi Giuseppe Mazzini da giovane. Giuseppe Mazzini quello delle vie e delle piazze e delle strade come Via Giuseppe Mazzini 11 o 93, per fare un esempio; quello della Giovane Italia e della carboneria. Il Mazzini che tutti abbiamo conosciuto in un disegnino in bianco e nero in alto a sinistra sul libro di storia delle scuole medie. Con quella barba curata. Magro, con le spalle strette, con una giacca sportiva morbida di colore blu. La pelle chiara e le gote un po' arrossate. Non rubizze, arrossate. Tiziano ha uno sguardo molto gentile e serio, un modo di stuzzicarsi i peli della barba e di muoversi e di parlare molto delicato, molto accurato direi, si capisce subito che lui è uno che ci mette un sacco di passione e di attenzione nel lavoro che fa, almeno a me ha fatto quell'effetto. E' un tipo simpatico.

Poi ho conosciuto un sacco di altre persone, adesso non posso raccontarvele tutte, e ho conosciuto anche le altre nove persone che hanno scritto i racconti che devo dirlo, mi sono piaciuti tutti un sacco. Proprio tutti. Alcuni racconti mi hanno commosso, altri mi hanno fatto pensare o ridere, mi hanno fatto sentire partigiano o adolescente in bicicletta o navigatore solitario o scugnizzo per le vie di Napoli o esploratore o tutte queste cose insieme. La serata come è andata nel suo complesso - è durata quasi due ore - è inutile che ve la racconto, quella la potete vedere in streaming o ascoltare in podcast, se volete.

Io volevo dirvi di come mi sono sentito ieri sera: mi sono sentito bene. Molto bene. Mi sono sentito uno e mi sono sentito 600 (a quanto ho capito c'erano 600 persone in sala, ieri sera). Ho pensato una cosa e ne ho pensato altre 600 diverse che non avevo mai pensato prima. Ho visto che a questo mondo c'è un sacco di gente come me, che ha voglia di leggere o di ascoltare, di scrivere e di pensare. Che non va di fretta e che non vuole solo vederle, le cose. Le vuole immaginare. C'è gente a cui piace ascoltare e a cui piace che le storie prendano forma nella propria mente senza vedere niente, senza farsi influenzare. La radio è vedere con la mente. In un certo senso la radio è il sogno di un altro che si travasa dentro di noi. C'è gente che questa cosa di immaginare i sogni degli altri la fa per imparare e per conoscere e per esplorare, e in definitiva per sentirsi libero di fare e di non fare allo stesso tempo.

Come me. Anche io penso di essere così.

Certe volte io vado un po' in crisi e mi sento un pesce fuor'd'acqua, perchè sono sempre in giro, sempre in montagna, sempre in azione. A me invece piace anche esplorare dentro a me stesso, mi piace anche pensare, non soltanto fare. Fare è facile, magari certi non lo sanno ma con un po' di fatica e un po' di allenamento si può fare tutto, arrivare quasi dappertutto. Esplorare dentro è diverso. Esplorare dentro è più difficile.

Quando è finita la serata sono stato lì un po' a parlare con la gente che c'era, mi è sembrato che il mio racconto sia piaciuto, poi Matteo l'ha letto benissimo. Poi dopo un po' ho salutato e sono andato via. Sono salito in auto con mia moglie e siamo ripartiti verso Bergamo. Quando ho acceso l'auto contemporaneamnete si è accesa anche la radio e ho sentito che c'era una partita e che si era sul 4-4,  Pirlo stava per battere un rigore. Ah, già, la Confederation Cup, mi sono ricordato. 4-4 ai rigori, allora stiamo andando bene. Con la Spagna, è forte la Spagna.

Dài, Pirlo.

Pirlo è una certezza. Tiro, gol, 5-4. Tranquillo.
Tira Mata per la Spagna, 5-5. Tutto da rifare.

Montolivo. Tira. Gol, 6-5, siamo in vantaggio.
Busquets, tiro, goal, 6 pari.

Si prepara Bonucci, ho un brutto presentimento.
Sono fermo al semaforo rosso, il motore è in folle e gira a vuoto, la strada è deserta. Mia moglie mi chiede E' forte Bonucci?
Faccio Mmmhhh con la bocca.

Mmmmhhh.

Bonucci tira, fuori, alto sopra la traversa. Mi immagino la palla che vola in alto. I tifosi spagnoli con le braccia al cielo che impazziscono dalla gioia. Bonucci con il volto fra le mani.

Semaforo verde. Innesto la prima, riparto, seconda, terza, imbocco la tangenziale, quarta, quinta marcia. Spengo la radio. Mia moglie mi chiede Abbiamo perso?

Mi sa di sì, dico io. Poi domani vediamo. E' già mezzanotte.

E poi infatti, stamattina ho visto, avevamo perso.    



mercoledì 5 giugno 2013

TI STIAMO SEGUENDO.

Stamattina mi è arrivata una e-mail da Twitter, c'era scritto

ciao emilioprevitali, La Gazzetta Sportiva ha iniziato a seguirti.

A seguirmi.

Come a seguirmi?
A me?

Che qualcuno ti segua è una cosa che a uno, voglio dire, magari come idea gli piace. Essere seguito. Avere del seguito. Anche quando andavo a scuola alle medie c'era un modo di dire nella mia scuola che un tuo amico ti diceva "lo sai che nome-di-ragazza-,-facciamo-un-esempio-Lilly ti viene dietro?"

Ti viene dietro.
Che qualcuno ti venga dietro, insomma che ti segua, è una cosa rassicurante, fa bene alla tua autostima, ti senti forte, bene. Dici: ah, ecco. Se una mi viene dietro, allora, voglio dire.

Gli piaccio.

E tu da piccolo alle medie pensavi a te, a te stesso davanti, nella parte anteriore dei tuoi pensieri, e poi dietro, nella parte posteriore dei pensieri, alla suddetta ragazza facciamo sempre lo stesso esempio ragazza-di-nome-Lilly.

Lilly.

Pensavi a Lilly che ti seguiva.
Che ti veniva dietro.
Che ti cercava.
Che voleva te, che voleva stare con te.
Che ti amava.
Tu le piacevi. Che bella sensazione, piacere a qualcuno.

Ehhhh - un bel sospiro - Lilly, Lilly, Lilly...

Poi dicevi tra te e te: ma chi è, 'sta Lilly?

Lilly? Lilly? Lilly?

Ah, quella Lilly, quella là...
Quell'altra.

Poi capivi.

Di solito non era mai quella Lilly, quella che pensavi te, quella carinissima alta con i capelli lunghi lisci e gli occhi nocciola che in effetti tu non ci avevi mai neanche parlato con quella Lilly carina, la più carina della scuola, di un anno più grande di te e ti sembrava un po' strano che lei ti cercasse, che ti seguisse, che venisse dietro proprio te. Era quasi sempre un'altra Lilly non proprio carinissima, una un po' grassottella con delle guance paffute e un alito che quasi sempre sapeva pesantemente di Brooklin Spearment bianche. Una che di solito alle feste della classe non veniva mai e che teneva in vita annodato un golfino di un colore che non c'entrava mai niente con il vestito che indossava.

Facciamo un esempio, facciamo finta che il vestitino di questa Lilly, la seconda Lilly quella non proprio carina delle due fosse bianco e rosso, che le scarpe fossero delle Superga rosse in tinta, e i nastrini nei capelli che fossero rossi anche quelli, e le unghie rosse, ecco, il golfino legato in vita era ad esempio viola e marrone.

Quando pensi a una in sogno, nei tuoi pensieri i colori fanno sempre pendant. Nella realtà non è mai così.

Insomma, non era mai la Lilly che pensavi tu. Quella che avresti voluto. Però ti faceva lo stesso piacere, che qualcuno ti seguisse. Che ti venisse dietro.

Poi dopo un po' questa Lilly, che forse te avresti dovuto diglielo da subito, che non è che lei ti piacesse proprio tantissimo, voglio dire, non è che fosse la donna della tua vita, dopo un po' questa Lilly iniziava a farsi invadente e ad allargarsi e dalla parte posteriore dei tuoi pensieri iniziava a voler prendere spazio e a voler avanzare e a telefonarti a casa - che non c'erano neanche i cellulari allora, telefonava al fisso, che tutta la famiglia lo sapeva che te e questa Lilly un po' cicciona vi sentivate, che tua mamma all'ora di cena strillava per tutta la casa "Emiliooooo coorriiii c'è la Lilly al telefonooooo!! " e tutta la tua famiglia diceva Ah, quella Lilly gnocca e poi scoprivano che invece era l'altra, quella cicciona. E li' la stima dei tuoi famigliari nei tuoi confronti iniziava a calare, e tu stavi male.

Sono traumi, questi.

Poi dopo 'sta Lilly iniziava a venirti a cercare all'oratorio, che è una cosa che non si dovrebbe mai fare se sei una femmina di andare a cercare un maschio in oratorio mentre mettiamo gioca a calcio con gli amici, o mentre sta facendo la gara di rutti, che insomma Lilly, cosa vuoi? mi metti in imbarazzo. E lì la stima dei tuoi amici nei tuoi confronti, anche quella, la tua fama di Casanova del quartierino, iniziava a calare.

Poi non andavi più neanche all'oratorio per paura di incontrare Lilly, iniziavi ad odiarla questa Lilly, cosa vuoi da me Lilly? e andavi in giro come un cretino per il quartiere, scappavi e lei la Lilly ti seguiva di nascosto e ti faceva gli agguati in bici, che lei era sempre in bici e tu sempre a piedi e lei era più veloce di te a girare intorno alle case e a bloccarti spuntando da dietro gli angoli e piazzartisi davanti.

- Hei, ciao. Allora mi eviti?
- Che ppalle, Lilly, lasciami perdere.
- Vieni a fare un giro in bici?
- No non posso.
- Domani?
- Non posso.
- Quando puoi?
- Mai. Ciao, Lilly.

Andavi via.

La Lilly la lasciavi in mezzo al marciapiede, mentre ti allontanavi lei restava lì seduta sulla bici, una Graziella di solito bianca, stava lì ingobbita con un piede a terra e uno su un pedale, il bastoncino del ghiacciolo in bocca, i capelli un po' spettinati che le cadevano quasi sulle spalle e le mani che tiravano con forza sulle leve dei freni bloccando le ruote.

- Hai letto le mie lettere?
- No.

Quali lettere? te ne andavi via facendo uno sforzo enorme per non voltarti e dentro di te pensavi Quali lettere? Quali lettereeee? Dio mio. Io di lettere non ne ho viste. Non avrà mica iniziato a mandarmi anche delle lettere a casa adesso, questa? mentre andavi verso casa ti veniva in mente tuo fratello Le lettere di sicuro le ha prese lui dalla cassetta delle lettere, quel bastardo. E che cosa se ne vuole fare mio fratello delle mie lettere della Lilly? Le avrà prese lui? Le lettere?

Non eri sicuro > Insicurezza.
Altro grave problema.

Arrivavi a casa e andavi diretto da tuo fratello e gli dicevi a bruciapelo Pezzo di merda, tira fuori le mie lettere e lui con una faccia che sembrava che cascasse dalle nuvole diceva Quali lettere? e tu insistevi Dammi le mie lettere e lui niente, allora andavi in bagno a pensare, ti sedevi sul water a pensare. L'adolescenza è il tempo in cui in bagno si va soprattutto a pensare. Ti chiedevi Queste lettere? le avrà prese mio fratello, o no? Dove saranno finite? Non lo sapevi.

Magari la mamma? No, la mamma no.

Insomma, per concludere, non volevo divagare.

A me questa cosa che La Gazzetta Sportiva ha iniziato a seguirmi su Twitter mi fa molto piacere, però un po' mi preoccupa. Inizialmente mi ha messo un po' in ansia, devo dire.

Poi sono andato a vedere sul loro profilo di Twitter e ho visto che La Gazzetta Sportiva segue altre 3391 persone. Allora poi, mi sono calmato.

Adesso son tranquillo.

Solo, ho una domanda:
La Gazzetta Sportiva che mi segui su Twitter, non è che sei la Lilly, vero?

sabato 1 giugno 2013

LA FORZA DELLE STORIE.

C'è talmente tanta forza nelle storie, che bisogna andarci piano, bisogna starci molto attenti quando ti spiegano una cosa raccontandotene una. Che altrimenti ti fregano.

La storia del calabrone che stando alla fisica non è possibile che voli e che invece vola, ad esempio.

Questa è una storia che qualche anno fa ai manager illuminati piaceva raccontare durante le loro presentazioni illuminanti. Gli piaceva raccontarla questa storia nei convegni o nelle interviste sui giornali, la raccontavano specialmente all'inizio della crisi quando le loro aziende stavano cominciando ad andare a farsi fottere e loro, i manager, dovevano trovare soldi e convincere noi cittadini e gli operai e gli investitori che con gli investimenti giusti e con le idee giuste la crisi sarebbe addirittura stata una specie di opportunità e le nostre aziende italiane sarebbero diventate ancora più forti e più competitive, l'avrò sentita raccontare almeno mille volte questa storia.

Dicevano anche che in cinese dentro alla parola crisi c'è contenuta la parola opportunità, lo hanno scritto anche tutti i giornalisti sopra a tutti i loro giornali questo, ma non divaghiamo adesso.

Di sicuro l'avete sentita raccontare anche voi la storia del calabrone, un po' di anni fa andava molto di moda. Che tra l'altro non è mica vera 'sta storia, i calabroni è normale che volino ed hanno sempre volato.

Comunque.

La cosa che adesso i suddetti manager illuminati si dimenticano di dire quando chiudono le aziende e danno tutta la colpa alla crisi, è che loro qualche anno fa, quando andavano raccontando questa storia in giro e poi dovevano decidere se investire i loro (i nostri) ultimi soldi su un giovane calabrone dalle belle speranze, oppure su un pachiderma in età da pensione con l'adesivo tarocco della Lufthansa appiccicato sopra, loro quasi tutti hanno deciso di andare sul sicuro e di investire sui pachidermi.

Ed ora, a forza di storie, eccoci qua.  

mercoledì 20 febbraio 2013

DANNATAMENTE.

Certe volte, mentre leggo un libro o guardo una intervista, mi imbatto nella parola "dannatamente". 

A me le frasi che contengono "dannatamente" come rafforzativo mi fanno sempre venire il dubbio che a scriverle siano dei tipi che almeno una volta nella vita si sono fatti fare una di quelle foto in posa da vero scrittore in cui guardano il nulla e cercano di fare vedere che pensano e pensano e si tengono il mento con il palmo della mano, e allora non so come dire, in un certo senso mi scappa la poesia e tutto quello che viene dopo la parola "dannatamente" anche se è una cosa interessante, interessantissima, mi fa un po' ridere, non riesco più a prenderla sul serio. Leggo "dannatamente" ed è come sforzarsi di non pensare a un elefante rosa, io cerco di non pensarci all'elefante rosa però mi viene in mente tutta questa cosa qui delle foto degli scrittori che pensano e degli elefanti rosa. 

Sarò malato? 
Sarò normale, io?

martedì 18 dicembre 2012

STORIELLINE DI NATALE.



Mi è venuta una idea, qualche giorno fa.
Mi è venuta mentre ero all’autogrill di Agrate. No, non stavo pisciando, lo giuro. Stavo bevendo un caffè e mangiando una Melizia da solo, e pensavo. 
A rimanere tanto tempo da soli finisce che si pensa un sacco.
Mi è venuta l’idea di prendere tra i miei amici di facebook le sei persone che scrivono su fb gli aggiornamenti di stato che trovo più interessanti o coraggiosi o creativi, e di chiedergli una cosa. Parlo dei miei amici che cerco sempre di leggere, quelli che compaiono nelle mie notizie e che con quelle poche righe sono capaci di fare fermare tutto intorno a me e farmi pensare. Sorprendermi. Straniarmi. 
Mi è venuta l’idea di chiedere a ciascuna di queste sei persone se avevano voglia di scrivere una storiella piccola piccola e di regalarmela. Per Natale.
Una storiella che volevano loro, scritta come volevano loro, nel loro stile, con la loro voce. Una cosa che fosse un pezzo di loro, da mettere sul mio blog per farveli conoscere. Una storia al giorno, un amico al giorno. Tipo un aggiornamento di stato che loro postano in trasferta, mettiamola così.
C'era un solo limite: la cosa che gli ho chiesto di scrivere doveva essere una storiella che avesse a che fare almeno vagamente con il mese di dicembre e con il Natale. Non il bianco Natale. Un ricordo. Un elenco di cose ridicole che si fanno a Natale. Un Natale non convenzionale. Un dialogo inventato. Un discorso. Una riflessione.  Quello che volevano. 
Dei sei mi hanno scritto in cinque, per ora. Da stasera comincio a mettere le loro storielle on line, una al giorno. Poi dopo ne ho scritta una anche io di storia, per il giorno di Natale, ma di quella vi dirò più avanti.
A tutti gli altri che mi leggono qui sul blog o magari su fb dico: se avete voglia, se avete tempo, se vi va di scrivermi la vostra storiellina di 1/3 di cartella - che sono circa 600 caratteri - a me farà piacere leggerla. Metterla qui, se per voi va bene. Potete mandarmela come messaggio di fb, la vostra storia. 
O se no, nessun problema, gustatevi quelle dei miei amici, di storie.
Che sono molto belle, secondo me.
E poi niente. Buon Natale. 
Poi non lo dico più.  

lunedì 10 dicembre 2012

COSE IMPORTANTI.

Mica tanto tempo fa ho ricevuto una email da un giornalista importante che scrive per un giornale importante. Mi ha detto che mi voleva fare scrivere per il suo giornale importante un pezzo importante su una questione importante di freeriding e di filosofia del rischio, e diceva che io ero la persona più adatta. La persona giusta. L'unica in grado di farlo, secondo lui. 
Il giornalista diceva anche che legge sempre il mio blog. Molto bello, sempre lui, diceva. L'articolo era di 6000 caratteri e bisognava scriverlo subito per ieri. Gratis, va be'. 
La email cominciava così: Carissimo Federico Previstali. 
Poi dopo io quell'articolo, ho deciso di non scriverlo.

venerdì 7 dicembre 2012

UN ALTRO INVERNO.


Stamattina presto, all'apertura stagionale degli impianti, noi eravamo già in alto. Abbiamo visto le seggiovie che iniziavano a muoversi e che aprivano e poi la gente che veniva su da sotto. Noi guardavamo giù in silenzio. Sembrava che l'inverno venisse su con quella gente allegra che rideva e che scherzava seduta in seggiovia. E' stato un bel momento, la sensazione di qualcosa che stava per cominciare. Poi abbiamo ripreso a salire e mentre facevo una inversione, a un certo punto, ho pensato che invece l'inverno era già lì, già da un pezzo. Ho pensato che a me sembrava ancora lo stesso inverno dello scorso anno. Lo stesso di sempre. A me sembra sempre inverno. Sono io, il mio inverno.

venerdì 16 novembre 2012

TUTTI SIAMO MARADONA, CERTE VOLTE.


Volevo provare a ragionare su una cosa. Che non è facilissima da mettere a fuoco, però io ci provo. Mica perché voglio mettermi dalla parte di chi sa le cose e mettere voi che leggete dalla parte di chi non le sa, anzi. Provo a spiegarmi perché magari capisco meglio anche io.

Allora.

Un po’ di giorni fa sono andato a fare una presentazione ad un sales meeting, possiamo anche dire quale, quello di SCARPA. SCARPA è una azienda italiana che produce reggiseni e tappi a corona per l’imbottigliamento. Ma dai scherzo, fanno scarpe, che dovevano fare? Si chiamano SCARPA, come ditta. Fanno scarpe, ovviamente. Scarpe, scarponi, scarponi da telemark e da sci. Bellissimi, tra l'altro. C'e n'è uno nuovo per l'anno prossimo poi, bellissimo, ma non posso dire di più.  Mi hanno chiamato per raccontare delle cose – è la seconda volta che mi chiamano - e insomma, ci sono andato di nuovo, che anche l’altra volta mi era piaciuto tantissimo. Mi danno carta bianca per le presentazioni di solito, e anche questa volta solo a grandi linee un tema. Poi ero libero. Sono gente coraggiosa, secondo me. Il tema che avevo più o meno ricevuto era questo: dovevo dire dove è il freeride adesso. Se c’è ancora. E dove va? Dove va il freeriding? Fare il punto, a modo mio. “Come hai fatto la scorsa volta” mi avevano detto. Ok.

Allora io nelle settimane precedenti mi sono messo al lavoro, a pensarci, a ragionarci soprattutto, a tirare fuori del materiale. Un po’ di anni fa queste cose qui - fare delle presentazioni o delle conferenze - mi metteva in sbattimento, in ansia, nel senso che le subivo e mi mettevano a disagio. Mi irrigidivano. Ci pensavo e ci lavoravo ore e ore e giorni, e notti, come un muratore che deve tirare su un muro. Facevo. E disfavo. E facevo, lavorando su tabelle, powerpoint, file di grafica, layout, cose del genere. Cose secondarie, mi vien da dire adesso. Poi una volta sono andato a vedere una presentazione di uno che mi è piaciuta tantissimo, una cosa un po' strana, ma non è di quella che vi voglio parlare, per adesso. Poi un'altra volta invece, sono andato in un altro posto e quello che la doveva fare la presentazione non c’era. Hanno chiesto a me se la facevo al suo posto. “Io?” ho risposto. “Si, tu. Però magari non te la senti”. Ecco, se non avessero aggiunto magari non te la senti non lo avrei mai fatto, di fare quella presentazione, ma siccome a me piacciono le sfide che tutti sono già quasi sicuri che le perdi, ho detto va bene. Ovviamente non avevo preparato niente, in senso classico. Niente slides, niente timone, niente powerpoint.  Avevo solo me. E le mie idee. E le cose che sapevo. E i miei appunti su un taccuino e il mio computer con dentro i miei files. E lo stile di racconto di quel tipo a quella conferenza strana che ero andato a vedere quella volta e di cui vi ho detto sopra che mi girava in mente. Niente, in pratica.  Mi sembrava così, almeno. Di non sapere niente. La conferenza era un ora dopo. Per continuare con l’esempio del muro, avevo solo dei mattoni sparsi un po’ dappertutto e non avevo pronto neanche un pezzo di muro. Avevo un sacco di cose nella mia testa, tutte viste e lette e studiate e archiviate nel mio computer – video, spezzoni di film, cose scritte, appunti, fotografie, disegni, schemi, ritagli di giornale, articoli, vecchie interviste, pagine di libri o libri interi, insomma cose così – e allora mi sono deciso e ho fatto una presentazione del genere. Come quel tipo di quella volta. Una cosa che per farla serve coraggio. Mi sono segnato delle cose su un foglietto. Poi ho iniziato a parlare e detto delle cose, cercando di immaginare un percorso. Ho fatto vedere delle cose e ho letto delle cose. Quella presentazione è stata bellissima ed è andata benissimo. Benissimo, davvero. La migliore di sempre. 

Per me benissimo è quando in sala c’è un silenzio che se allunghi la mano in avanti il silenzio lo puoi toccare con le dita. Quando senti il respiro di uno che sta nella quarta fila. Quando alla fine della presentazione o della conferenza vengono lì delle persone e invece che chiederti che scarponi da snowboard si usano a 8000 metri o invece che raccontarti cosa fanno loro –  alle conferenze c’è sempre uno che parte come per fare una domanda e invece racconta cosa fa lui - vengono lì e ti abbracciano o ti stringono una mano o un polso in modo maldestro se non riescono a prendere la mano, stringono il braccio vicino al gomito e ti guardano negli occhi senza dire niente. O qualche volta ti dicono anche grazie. Non si sa neanche per cosa, ti dicono grazie. Anche tu dici grazie. Non sai neanche tu per che cosa, però sai che è per qualcosa e lo dici. Grazie. Che è l’unica cosa sensata che uno può dire, in un momento così. È un momento magico. 

Fare le conferenze o le presentazioni che finiscono così – non sono tutte così - fa bene, ti fa bene dentro. E poi il mattino dopo quando apri il computer e ti sei alzato un po’ tardi perché il viaggio di ritorno è stato un po’ lungo ed eri un po’ stanco e ti sei addormentato tardi, appena apri la tua casella email dico, ci sono già dentro quattro o cinque email. Di gente che c’era la sera prima e che ti ha scritto delle cose bellissime, e lunghissime, che ti chiedi come faccia uno a scriverti tutte quelle cose così belle in così poco tempo, che anche lui quello lì o quella lì che ti scrive è andata a letto tardi la sera prima. Come avrà fatto, ti chiedi. Quando l’avrà scritta, quella email? Forse che quelle cose ce le aveva già lì? Lì dentro, da qualche parte. Nel computer o nella testa. O nella pancia. O nel cuore. In fondo non importa dove. Tu le hai fatte uscire fuori. E’ questa la cosa bella delle conferenze, quando ti chiamano per andarle a fare: quello che viene dopo.

Certe volte mi viene in mente un goal che ha fatto Maradona contro l’Inghilterra ai mondiali dell'86. Lo sanno tutti quale. Quello in cui prende il pallone a metà campo e fa tutto da solo. Ecco, quella scena. Io una volta mi sono detto, guardando e riguardando Maradona che corre su quel prato verde, che Maradona non è partito da casa sua in Argentina o dal suo albergo quella mattina, dicendo: allora, oggi contro l’Inghilterra quando inizia il secondo tempo prendo la palla a metà campo e poi faccio così e così e così, e poi vado di lì e poi di là e faccio una finta così e un doppio passo e poi stringo al centro e poi finto ancora, scarto anche il portiere, e poi la butto in rete. No. Lui non ha fatto così. Lui quella mattina si è alzato ed è andato allo stadio. Si è preparato e vestito e riscaldato. Prima della partita avrà fatto un po’ dei suoi giochettini e dei suoi palleggi spettacolari, così, per divertirsi, senza pensarci. Ci sarà anche stato qualcuno che gli avrà detto che lui è uno che non ha voglia di allenarsi e di fare fatica, che è uno che spreca il suo talento. Quelli ci sono sempre. E poi hanno iniziato la partita. E Maradona ha giocato come sapeva. E ha fatto quel gol. E quelle finte, quello spostarsi dove voleva con il baricientro, quell’accarezzare la palla con i piedi, con le cosce, con il petto e con la testa, non l’ha preparato prima, quel goal. Quel gol era lui. Quello che ha fatto, tutto quello che ha fatto in quegli ottanta metri di campo e in tutta la sua vita, quello non era nient’altro che recitare se stesso. Quello era Maradona. Quello era il calcio. Non si è allenato specificamente per segnare quel goal. Non ci ha pensato. Lui lo ha fatto, e poi basta. E’ nato per quello. E’ nato, cresciuto e vissuto e morirà per quello, per il calcio e per quel gol e per noi che lo abbiamo visto. Quella è la sua vita, la vita di Maradona riassunta dentro a un goal. E quella cosa lì adesso è di tutti quelli che l’hanno visto, allo stadio o alla tv o su intertnet, è patrimonio comune. Anche di chi proprio il calcio non lo sopporta.

Io non sono Maradona, ovviamente. Non sono il Maradona delle conferenze. Non sono il Maradona di niente, proprio. Nessuno è Maradona, nemmeno Maradona. Nemmeno Maradona è Maradona, dico. Infatti fateci caso, lui stesso ogni tanto parla di se stesso in terza persona. Maradona parlava di Maradona come se Maradona fosse un'altro. Sembra pazzo a sentirlo parlare, uno così. Sembra. Invece no. Uno così parla in terza persona perché si sente piccolo. Il suo talento era talmente grande che anche lui non riusciva a rendersi conto di averlo tutto, quel talento. Ovvio. E’ il talento che aveva lui, non il contrario.

Noi non siamo Maradona. Nessuno di noi, tantomeno io. Eppure nel nostro piccolo tutti possiamo essere Maradona. Tutti siamo Maradona, certe volte. Quando mettiamo da parte l’ansia di programmare e di pianificare e di dire e di fare e di spiegare a tutti i costi. Quando lasciamo qualcosa di incompiuto o privo di risposta risposta. Quando non pretendiamo che gli altri capiscano sempre tutto subito e a tutti i costi. Quando non abbiamo la mania di tenere tutto sotto controllo, di gestire, di controllare, di fare cose sempre giuste, perfette, impeccabili, coordinate. Che ci rassicurano.

Quando abbiamo dimenticato tutto e ci ricordiamo di tutto. Ecco, quello è il momento. Quello è l'attimo in cui, se ci proviamo, ciascuno di noi sa essere Maradona.

Quello è il momento esatto in cui la nostra vita certe volte si riassume in un unico punto, in una unica forza, in una unica semplice cosa da maneggiare, da spostare, da sollevare e da abbassare, insomma da manovrare, con facilità. Una cosa leggera. Bella. Irresistibile.

Ecco, quei momenti. Non bisogna programmarli troppo. Bisogna goderseli.
Bisogna viverli. Bisogna sentire quando arrivano. Come un vento da dietro che ti prende e che ti tira su. Bisogna farsi coraggio, coordinarsi e dare la spinta al momento giusto, poi farsi portare. Non importa dove.

Per il resto, volevo dire, la presentazione alla SCARPA a me è piaciuta. É venuta bene.
Almeno, a me pare.  

mercoledì 31 ottobre 2012

METTI CHE.

Metti che stai lavorando. La tua vicina di casa ti chiama per il caffè. La tua vicina di casa si chiama Teresina. Una vicina di casa che ti chiama tutte le mattine per il caffè, può non chiamarsi Teresina?

Metti che tu interrompi il tuo lavoro e scendi da basso. Bevi il caffè. Fai due chiacchiere. Giochi un po' con il tuo cagnolino. Al tuo cagnolino piace farsi rubare una pallina di pezza dalla bocca. Gli piace che lo insegui e che tu cerchi di prendergliela dalla bocca, la pallina. Lui cerca di non lasciartela prendere. Però te la lascia prendere.

Metti che poi torni di sopra e ti rimetti al lavoro al computer. Prima di ricominciare a scrivere quello che devi scrivere controlli la email. Twitter. Vai direttamente a leggere l'ultimo post su paolonori.it, che fai prima. Controlli i messaggi di fb, ora ci sono anche quelli da controllare.

Sulla tua pagina compare un post di Voi siete qui -Radio24, che è un programma radio di Matteo Caccia nel quale leggono dei racconti. Lo scorso anno, a febbraio, ne hanno letto uno dei tuoi. Chiedono agli ascoltatori di scrivere qualcosa di "Quella notte memorabile, quando avevate 15/16 anni". Un commento.

Allora tu provi a pensare. Ti ricordi di una cosa. Scrivi. Scrivi direttamente nella casella dei commenti la tua notte memorabile di quando avevi 16 anni così come ti sta tornando in mente. Forse ne avevi 17, ma non importa. Ti sforzi di ricordare, per dieci minuti. Scrivi tutto in dieci minuti. Poi rileggi. Ti accorgi che è troppo lungo, lì chiedono dei commenti, non dei racconti. Non sta bene, approfittare dello spazio altrui.

Buttare tutto ti dispiace. Allora decidi a fare un taglia-incolla. Di salvare quello che hai scritto tra i tuoi files. Così, perché sarebbe un peccato buttare via tutto.

Premi il tasto invio per errore. Il tuo commento è on-line. Azz. Va bè, amen. Ci sarà qualcuno che si incazza, perché troppo lungo, ma chissenefrega. Nascondi la finestra di fb, ricominci a lavorare.

A mezzogiorno ti chiamano per il pranzo. Scendi. Mangi. Altro caffè dalla Teresina. Rigiochi un po' con il cane. Ti lavi i denti, risali di sopra a scrivere. Prima di cominciare controlli la posta un'altra volta. planetmountain.com, Adam Ondra sale un 9a flash. Maratona di NY, per ora nessun cambio di programma. Speriamo. Controlli FB. C'è un post, Matteo Caccia ha tagliato e incollato la tua storia da un'altra parte e ci ha scritto sopra:"Quella notte. Se cercate più giù trovate questa storia arrivata poco. L'ha postata Emilio. E' talmente bella che la voglio ripostare qui e oggi la leggo in diretta alle 16.35"

E' talmente bella che la voglio ripostare qui e oggi la leggo in diretta alle 16.35. Allora, la leggono. Non si sono incazzati, meno male.

Metti che vivi in un posto in cui l'ADSL non c'è ancora. Verso le 16.00 provi a sintonizzarti su Radio24 in streaming, ma non si sente. Non c'è banda. Dovresti scendere da basso e farti prestare la radio ai tuoi figli. Dovresti spiegargli perché te la devono prestare e loro vorrebbero ascoltare. Niente. Che tu ti imbarazzi. Non ti piace quel silenzio che c'è quando devi aspettare che leggano la tua storia - ovviamente ne leggono delle altre, prima. Potresti andare in macchina e ascoltare da lì. Ma cosa ci fa uno, in auto, in mezzo alla campagna, fuori da casa sua, ad ascoltare la radio. Metti che passa di lì un tuo vicino e devi spiegare.

Meglio di no. Lo ascolterai domani o dopo in podcast, il tuo racconto, quando lo mettono. Cerchi il link. Trovato. http://www.radio24.ilsole24ore.com/player/player.php?filename=121030-voi-siete-qui.mp3 
Al minuto 26:02 c'è la tua storia letta alla radio da Matteo Caccia. Che effetto, che fa.

Perlomeno a me.

mercoledì 10 ottobre 2012

TUTTI GLI ALUNNI SONO SOTTO CONTROLLO.


Oggi le mie due figlie gemelle sono arrivate a casa con un avviso. Le mie figlie fanno la seconda media. Una delle due oggi per andare a scuola si è messa una felpa grigina che ha comprato ieri  e che ha uno stemmino sul petto su cui c'è scritto: Learn to listen. Per dire, no. Che a loro piace, andare a scuola.  Hanno portato a casa un avviso che è un documento stampato su quattro facciate di un foglio A3 scritto fitto fitto che si intitola: "Stemma della Repvbblica Italiana; sotto, Ministero dell'Istruzione, dell' Università e della Ricerca; sotto, Istituto Comprensivo Scanzorosciate. Oggetto: Comunicazioni organizzative e di servizio a.s. 2012/2013." A punto S punto non sta per associazione sportiva, ma per anno scolastico. Le mie figlie dicevo, mentre mangiavamo e ci siamo messi a parlare di questo avviso che gli è stato dato e che domani devono riportare a scuola firmato, si sono messe a ironizzare su un paragrafo. Questo qui sotto, a pagina, 3, nella sezione Norme/regole:

"Assenza breve - Assenza prolungata
Qualora l’alunno dovesse assentarsi per malattia, motivi familiari o altre valide motivazioni, si procederà ad attivare gradualmente, con l’avvio del corrente anno scolastico, la seguente modalità di controllo incrociato: il genitore dell’alunno assente comunica per telefono al plesso scolastico, dalle ore 8.30 alle 9.00, la durata certa o presumibile dell’assenza (senza specificare al collaboratore scolastico che risponde al telefono i motivi della stessa assenza, al fine di rispettare la privacy dei dati personali/sensibili). A sua volta, il collaboratore scolastico informa immediatamente il docente in servizio nella classe. Diversamente, qualora un alunno non si presenti regolarmente a scuola e la famiglia non avvisi la scuola stessa dalle ore 8.30 alle ore 9.00, il collaboratore scolastico incaricato informerà telefonicamente, non appena possibile nella mattinata, i genitori interessati avvisando che il/la figlio/a non si è presentato/a scuola. Con la suddetta modalità, solo apparentemente macchinosa, tutti gli alunni sono sotto controllo, evitando di creare pericolose situazioni per cui le famiglie sono certe che i figli siano regolarmente a scuola mentre gli insegnanti sono convinti che gli alunni siano rimasti a casa."

Io l'ho letto in silenzio questo paragrafo, due volte. La prima pensavo di non avere capito bene, allora l'ho riletto subito dopo. Nella rilettura quando sono arrivato al punto " il genitore dell’alunno assente comunica per telefono al plesso scolastico, dalle ore 8.30 alle 9.00, la durata certa o presumibile dell’assenza (senza specificare al collaboratore scolastico che risponde al telefono i motivi della stessa assenza, al fine di rispettare la privacy dei dati personali/sensibili). " sono scoppiato a ridere. Non ce l'ho più fatta, proprio.

Allora mi sono alzato in piedi in cucina, ho messo le mani ai fianchi (in realtà una sola, con l'altra dovevo tenere il foglio in mano), mi sono dondolato un po' sulle punte dei piedi e mi sono messo a declamare l'avviso ad alta voce con la stessa impostazione di voce di un narratore dei film dell'Istituto Luce degli anni trenta, calcando il tono su alcune parole. Qualora. Si procederà. Attivare. Corrente. Modalità di controllo incrociato - a modalità di controllo incrociato stavo già per scoppiare a ridere un'altra volta ma mi sono trattenuto - Durata certa dell'assenza. Durata presumibile dell'assenza. Collaboratore scolastico - il bidello, penso sia. Informare immediatamente a sua volta. La scuola stessa. Il/la figlio. Suddetta modalità. Solo apparentemente macchinosa. Lì non ce l'ho più fatta e sono esploso a ridere. Abbiamo riso e abbiamo riso. Ho riletto ad alta voce ancora SOLO APPARENTEMENTE MACCHINOSA. Le mie figlie continuavano a ridere come due pazze e a urlare SOLO APPARENTEMENTE MACCHINOSA. Mia moglie rideva anche lei, però in modo più discreto, più contenuto.

Poi mentre le mie figlie continuavano a ridere e a scherzare sono andato avanti a rileggere da solo a mente "Con la suddetta modalità, solo apparentemente macchinosa, tutti gli alunni sono sotto controllo."

Sotto controllo?

Ecco. Io lì ho pensato al Dirigente Scolastico reggente che scriveva quel paragrafo. Me lo sono immaginato curvo davanti al pc, in un ufficio di segreteria semideserto, con quelle piastrelle di marmo lucido che ci sono sempre nelle scuole e quell'odore di scuola nell'aria. Odore di carta e di libri e di lavagne e di cancellino e di gesso e di alcol con cui si puliscono i banchi. Ho pensato ai disegni che ci sono sempre appesi alle pareti. Alla carta geografica dell'Italia e dell'Europa, di quel colore così azzurro e verdolino e rosino. 

Sotto controllo un cazzo.

Il vero pericolo siete voi. Il vero pericolo è una scuola così.

giovedì 20 settembre 2012

TU. CHE NON SEI PIU' TU.

Ho visto uno spezzone di video, oggi. Di uno che cammina e avanza pianissimo, un passo ogni qualche secondo, quasi all'arrivo del Tor des Geants a Courmayeur. Questo

E' un video che mi ha commosso. Che mi ha fatto ricordare. Che mi ha fatto pensare. 
Nel vederlo coglievo il desiderio della gente per strada di aiutare, di sostenere, di partecipare. E poi coglievo quella immensa forza interiore che emanava quel ragazzo con la maglietta rossa, che andava avanti, sempre avanti, un passo alla volta. Fa paura fa, uno così. Perché la forza che abbiamo dentro, a chi non la conosce, a chi non l'ha mai sperimentata, fa paura. A volte preferiamo ignorarla o evitarla. Schernirla. Lasciarla da parte. Non usarla mai.

Mi ci sono ritrovato tante volte, in quel momento. Sono stati i momenti più belli della mia vita. A volte ero io, a volte erano altri, a spingersi oltre. Io c'ero, comunque, ero lì. Ed ho sentito. Mi hanno fatto sentire. Ho avuto.


E' quando capisci che puoi andare ovunque, un centimetro alla volta, basta non mollare mai; 
quando puoi restare stabilmente fuori dalla tua zona di confort e sopportare tutto e tutti, la fatica e il dolore e anche le parole di chi ti parla 
e ti sembra così lontano; è quando ignori quello che avviene intorno a te e gli sguardi e i sorrisi di chi forse non capisce, e tieni duro e vai avanti, comunque avanti; quando ancora riesci a cogliere la luce negli occhi di un bambino che ti da un cinque, o il sorriso di un anziano che ti offre una spugna bagnata, o il verde di una foglia che cresce proprio dentro a una fessura, mentre tu sei lì aggrappato e piangi e ti sembra di non riuscire più ad andare né avanti né indietro e non sai più cosa fare; quando pensi di non poter più scendere oltre e vedi un cristallo di neve perfetto appoggiato sulla tua giacca a vento. 
E allora riparti, vai avanti, ancora un po'. E poi ancora. E ancora.  
E' in quel momento esatto in cui ti fai spazio, in cui vai oltre, che il tuo limite si sposta in avanti. 
Ed è per sempre. E' per te. Che non sei più te.


E' in quel momento che il mondo intorno a te cambia. Quello è il momento in cui tu, con il tuo silenzio, con la forza che hai dentro, con la sopportazione e la tolleranza, con la fatica che si trasforma in gioia, con quella specie di vento che accompagna il nostro fare e il nostri essere, tu cambi il mondo. 


E questo, a pensarci bene, è l'atto più rivoluzionario e libero che la mia mente sia in grado di immaginare.

martedì 18 settembre 2012

HOBBY. [HOBBIES]

Mi chiede: hobbies? deve dirmene uno almeno, modellismo, giardinaggio, cucina, una cosa così, non posso lasciare la casella vuota. Ci penso un po' su. Scriva farsi-le-pettinature-assurde-con-i-capelli-insaponati-quando-si-é-sotto-la-doccia. Scrivo modellismo, dice. Scriva scultura almeno, dico io. Ok scultura, andata. 

Etá? 
45.

Scrivo 45?
Scriva, scriva.

venerdì 10 agosto 2012

IL TUFFO.

Tu sei lì che ti aggrappi al cielo. Basterebbe un passo, uno solo. L'ultimo.

"La casa della narrativa ha molte finestre ma solo o due o tre porte. Si può raccontare una storia in terza persona o in prima persona, e forse nella seconda persona singolare o nella prima plurale, anche se esempi riusciti degli ultimi due casi sono davvero rari. E questo è tutto." 
[James Woods, Come funzionano i romanzi.]

A me fin da piccolo. Se uno mi diceva questa cosa è impossibile, non si può fare, a me veniva voglia di provarci e di farla. Subito. Per vedere se era vero.

Ogni passione nasce da un divieto. Scrivere in seconda persona singolare a me piace. Ogni tanto dico, mica sempre. Mi piace perché è difficile. Perché è una sfida. Perché non si dovrebbe. Perché quasi sempre quello che vuoi dire, quando lo hai detto, ti suona in modo diverso.

Mi piace perché quando leggi una cosa scritta in seconda persona senti uno che ti sta parlando restandoti seduto di fronte. E' uno che si dedica a te, per intero, senza darti scampo. A volte è pesante da sopportare, impegnativo da seguire; ma a volte senti che è proprio quello di cui avevi bisogno. A volte è un po' come sederti davanti a te stesso e starti ad ascoltare.

Ecco, a me questa cosa piace. Mi piace mettermi di fronte a me stesso, ogni tanto.

C'è una cosa qui, scritta in seconda persona. Si intitola "Il Tuffo".
http://www.emilioprevitali.com/download/il_tuffo.pdf 

E' un .pdf di 8 pagine, per leggerlo basta clikkarci sopra e scaricarla. E' un racconto. Vi immagino mentre ve lo leggete, in mutande sopra il divano con le finestre aperte. Oppure al mare, in spiaggia, sotto l'ombrellone. Con la sabbiolina che vi si infila tra i fogli di carta. Nella brandina di un rifugio. Sulla metro. Oppure non so dove.

Magari riuscite anche leggerlo tutto. Magari vi piace. Chi lo sa.

Poi, la prossima volta, giuro che parlerò di cose più utili. Tipo quali sono le quattro cose più importanti da fare per non avere mal di gambe quando sciate a telemark. O le cinque cose da fare per migliorare il vostro record in bici sulla salita di Selvino.

Cose così.



martedì 7 agosto 2012

QUATTRO ANNI ANCORA.

Una volta a giugno stavo scendendo in macchina dalla Val Senales, c'era la nebbia e un freddo cane. Dopo aver sciato ed essermi allenato - da solo, per tutto il giorno - si stava bene al caldino con il riscaldamento acceso dentro all'abitacolo. Quando sono arrivato sul lago di Vernago c'era uno tutto solo che marciava in pantaloncini e maglietta. C'era il cielo grigio e il vento freddo che muoveva le foglie e la luce che non riusciva a filtrare attraverso la nebbia e quell'uomo che marciava - non correva, marciava - velocissimo. Io ho rallentato, l'ho seguito un po' da dietro e poi l'ho sorpassato andando al minimo, spostandomi con la macchina tutto nell'altra corsia. Ho tirato giù il finestrino di destra e quando gli sono stato a fianco a quell'uomo, alto e magrissimo, lui ha girato gli occhi azzurri di lato per guardarmi, senza interrompere quel dondolio e quel movimento ampio e veloce delle braccia. Io d'istinto ho piegato la testa in avanti in un gesto che a lui sarà sembrato un gesto di saluto ma che in realtà era un inchino. Lui ha schiacciato con forza le sue palpebre bionde e poi ha ricominciato a guardare avanti concentrandosi solo sulla marcia. Dopo qualche metro percorso fianco a fianco in silenzio - c'erano solo il rumore del motore che girava al minimo e le sue suole che accarezzavano l'asfalto e il suo respiro - sono andato avanti per non disturbare e l'ho guardato rimpicciolirsi nel quadro del mio lunotto posteriore. Io lì ho visto un uomo che lottava da solo, con tenacia, con rabbia, contro tutto e contro tutti. Quell'uomo mi ha fatto forza, mi ha dato coraggio. Mi ha fatto venire voglia di fare meglio, di fare di più. Lui probabilmente invece, in quel momento, cercava solo di non pensare a niente. Pensava a dimenticare il dolore, la fatica, la sofferenza, il senso di solitudine o qualcos'altro che non so. Pensava a dimenticarsi di tutti. A dimenticarsi di tutto. Anche delle sue paure e del suo dolore. Del suo dover essere uno che non è. Almeno per quattro altri anni ancora.

sabato 21 luglio 2012

GAVIA, VOLVO AZZURRA, LACRIME. E BASETTONI.

C'è uno che scende dal Gavia con una Volvo azzurra e una roulotte. Il Passo Gavia, dico. Con dietro la roulotte. Non so se rendo. Al volante della Volvo c' è un signore sui settant'anni ancora in gamba, abbronzato. Guida a torso nudo, sorride. La moglie gli sta seduta accanto. E' una signora con una bella messa in piega ordinata, un vestitino a fiorellini leggero e la cintura di sicurezza diligentemente allacciata, anche lei circa sulla settantina, un po' su di peso. E' una di quelle donne che pensi subito che ci deve saper fare in cucina, poi il tuo occhio si sposta dal suo viso dietro il parabrezza della Volvo alla targa gialla sotto al paraurti, e allora ti dici: Si ma che cacchio vuoi che facciano di buono da mangiare in Olanda? Patate, al massimo? e allora il tuo entusiasmo, cala.

Il signore olandese scende dall'auto per dare un occhiata al tornante. Pantaloncini azzurri, se li tira su pinzandoli sui fianchi, sandali con i calzini. Bianchi. Le basette grigie lunghe, perfettamente curate. Sul torace un pelo folto, grigio, come le basette. Ti fa un cenno di saluto con il capo. Tu che ti sei dovuto fermare ti sistemi meglio con il piede a terra e giri di lato il manubrio, che stai più comodo. Ti godi la scena, sei sul bordo del tornante. Questo è pazzo, pensi. Ti tiri su un po' la zip della maglia della bici che ti ha regalato un tuo amico, che sei sudato, l'arietta è fredda. Ti chiedi Ma lui 'sto qui, 'sto vecchio qui con quelle basette, un tempo, sarà stato uno di quelli che se ne andava in giro con la Harley tipo Easy Rider o un figlio dei fiori? Cerchi sul suo corpo un tatuaggio, un segno, anche piccolo. Una cicatrice. Un indizio. Niente. O era un tranquillo caporeparto della Philips? Un impiegato di banca di Leida? Mentre stai lì sul tornante ad aspettare ti salta in mente una fotografia che hai visto di tre ragazze con i capelli lunghi che ballano nude in un prato, tenevano le braccia sollevate per aria, tre ragazze nordiche, bellissime, bionde, a Woodstok. Nel '69. Il tuo sguardo torna alla signora. Lei vede che la guardi e ti sorride.

Nel frattempo il signore con i capelli grigi è già risalito in auto, ha richiuso la portiera e sta levando il freno a mano. Viene avanti ancora di un metro verso la curva e ti fa segno con la mano di passare, poi lui farà la manovra. Tu ti rimetti a pedalere e vai, sei il primo della fila. Sfili tra il muro di rocce e la roulotte, loro li lasci lì, ti chiedi come faranno a girare? E' così stretto. Mentre pedali ti volti a guardare indietro e sul vetro posteriore della roulotte c'è un adesivo azzurro di un campeggio dove da piccolo sei stato anche tu. International Camping Etruria, Marina di Castagneto Carducci (LI). Pensi che quell'uomo potrebbe avere l'età di tuo padre. E' con una roulotte a metà del Passo Gavia, da solo, in un paese in cui non si parla la sua lingua, accompagnato soltanto da una donna mite e fiduciosa che siede al suo fianco e che a sua volta potrebbe essere tua madre. Ti chiedi i suoi figli, i figli di quest'uomo, dove saranno adesso? Automobilisti e motociclisti incazzati come jene fanno retromarcia giù per il Gavia bestemmiando in tutti i dialetti italiani e in altre due o tre lingue straniere. Le senti le loro voci rimbalzare tra i pini nel bosco, mentre tu continui a salire. Lui, il vecchio, continua a scendere tirandosi dietro la roulotte e sorridendo e ringraziando tutti. Tu sali, pedali verso il passo e anche dopo, in discesa, continui a pensare a loro, a quei due. Pensi a quell'uomo e a quella donna anziana che sorridono, felici, privi di paura. Ti chiedi se ce l'avranno fatta poi a fare tutti quei tornanti stretti che ci sono più giù di dove li hai incontrati.

Poi te ne dimentichi di quell'uomo e di quella donna. Arrivi a Bormio e poi e sali lo Stelvio. E' duretta. Lunga. Quasi in cima allo Stelvio, su uno degli ultimi tornanti ti chiedi chi è che te la fa fare, a te, sempre, tutta quella fatica. Ti chiedì perchè la fai. Perchè? Ti viene da piangere - piangi mentre pedali - e ti senti felice. Pedali regolare. Respiri. Ti sembra tutto chiaro, il perché sei lì. Poi arrivi in cima allo Stelvio, scendi dalla bici e quella sensazione di chiarezza, di unione con te stesso, svanisce. Ti guardi intorno e dovresti essere felice, invece ti accorgi che non sei particolarmente felice, che non c'è niente di speciale lì in cima, niente da vedere, che lo Stelvio lo hai visto mille altre volte, in estate, in inverno, con il sole, con la pioggia, con la nebbia, con la neve, con la gente, senza gente, con il vento, senza vento. Intorno a te ci sono una infinità di altri ciclisti e motociclisti e automobilisti e camperisti e fancazzisti e anche qualcuno con la  macchina con dietro la roulotte - come chiamarli, roulottisti? - che camminano a vuoto in mezzo alla strada e si guardano tutti in faccia tra loro facendosi delle espressioni che sono come una domanda, una semplice unica domanda che si fanno tutti e a cui nessuno sembra saper dare una risposta. Che cosa c'è qui? Quasi tutti quelli che vedi in cima al Passo Stelvio si allontanano un attimo, si appartano come e cercano di fare una foto con il telefonino. Ma non sanno esattamente cosa fotografare. Si capidsce che non sanno dove inquadrare, cosa inquadrare. Forse è anche la fretta. Un Passo è un luogo in cui, per definizione, si passa appunto. Ma tutti comunque sembrano non sapere perchè sono lì, perché quel punto dovrebbe essere così importante e non lo sai più nemmeno tu adesso che vorresti fare una foto. Inquadri e non vedi niente. Fai foto e non fotografi niente.

Lì in cima in effetti non c'è niente. Niente di niente. Niente da vedere, niente da fotografare. Niente da portare via. Anche i souvenir che vendono, non ti viene voglia di comprarli. Quello che cercavi te lo sei portato su tu da solo, era già dentro di te. Tu la risposta a quella domanda che si fanno tutti adesso ce l'avevi già prima, qualche tornante sotto, quando ti veniva da piangere mentre pedalavi, inutile cercarla ora.

Poi una sera d'inverno, tanti mesi dopo, andrai a casa di alcuni tuoi amici a cena e ti verrà voglia di programmare una vacanza in bici e ci sarà chi dice Andiamo a fare L'Alp d'Huez e ci sarà chi dice andiamo a fare cicloturismo lungo il Danubio e tu dirai andiamo a fare Stelvio e Gavia in un giorno solo e ci sarà chi dice perché non andiamo in Olanda?

In Olanda, a fare?

In Olanda.

Allora a te verrà in mente quel signore del Gavia, con la Volvo azzurra e la roulotte. Ti verranno in mente il sorriso di quella signora con quel vestito a fiorellini, la foto con le tre ragazze che ballano nude e le basette grigie di quel signore. Ti verrà in mente il camping Etruria di Marina di Castagneto e di quando eri piccolo e hai dato il primo bacio con la lingua a una ragazza, sulla spiaggia, mentre stava iniziando a venire buio e pioveva. Penserai che in Olanda da qualche parte a una cena tra amici a Leida o a Rotterdam o a Amstetram o chissà dove ci deve essere un signore sulla settantina che racconta che lui, il Gavia, quello che fanno al Giro, lui lo ha fatto in discesa tirandosi dietro perfino la roulotte. Ti verranno in mente gli ultimi tornanti dello Stelvio prima di arrivare in cima, quando quel giorno mentre pedalavi ti era venuto da piangere. Avevi pianto in silenzio sotto gli occhiali quella volta, poi prima di arrivare al passo ti eri dato un asciugata con le mani, che ti scocciava farti vedere dalla gente che c'era lì, ti dispiaceva che magari capissero che tu sei uno che certe volte piange, non sai neanche il perché.

Non ti disturba l'idea che qualcuno ti abbia visto con un aria da ebete mentre circolavi con il telefonino in mano. Ccome tutti ti eri messo a fare delle foto all'aria, a niente, non sai nemmeno a che cosa le facevi le foto, quando sei arrivato in cima allo Stelvio. Quello no, quello non ti disturba.

Che qualcuno magari si accorga che hai pianto, di felicità, quello invece sì, ti disturba. Ti mette a disagio.

Ma sarai coglione?

lunedì 16 luglio 2012

IL PALLONE SUPER TELE.

L'altro giorno ero al mare, all'Isola d'Elba. Spiaggia di Fetovaia. I miei figli si stavano infilando nella spiaggia a pagamento, con gli ombrelloni tutti in fila, ordinati, con le sdraio, a pagamento appunto. Li ho richiamati. Gli ho detto che noi andavamo dall'altra parte, nella spiaggia libera. Gli ombrelloni tutti in fila avevano una forma strana, una specie di peluria marrone svolazzante (erano quasi tutti chiusi, erano le 5 del pomeriggio e c'era vento). La Giulia che è quella tra i miei figli che fa sempre più caso ai materiali e ai particolari mi ha detto Sembrano pelosi. Io ho risposto che una volta avevo dei doposci uguali, i pelosoni come li chiamavano. Gli altri miei due figli, il Daniele e la Anna si sono messi subito a ridere e hanno capito che scherzavo. La Giulia mi ha detto Davvero li avevi? No, scherzavo, le ho risposto. Non ce li avevo.

Mentre camminavo sulla spiaggia e andavo dalla parte dove c'è la spiaggia libera e loro sono corsi avanti pensavo che fare il genitore è proprio una bella esperienza, specialmente quando i tuoi figli diventano un po' grandi, perché li vedi diventare la persona che c'è in loro. La persona che c'è in loro, esatto. Perché la loro persona è già lì, lì dentro, da qualche parte. C'è già. Voglio dire, io quando i miei figli erano piccoli e avevano mettiamo un anno o un anno e mezzo ma forse anche prima, e poi anche dopo, a quattro o cinque o sette o nove anni, mi chiedevo sempre: chissà come diventa da grande, questo qui? e pensavo diventa così e così e così, e invece l'altro diventa così e così, adesso stiamo a vedere. Il ruolo di padre alle volte è solamente stare a vedere. Assecondare un po' il passare del tempo, fare in modo che la vita fluisca dentro ai tuoi figli senza fargli troppo male o troppo in fretta.  Un buon padre secondo me deve agevolare un po' questo riempirsi, semplificare un po' magari, ma non tanto, non troppo. Evitare le mazzate più forti certo, quelle che fanno davvero male, ma non tutte direi. Alcune servono. Un po come una vaccinazione, tipo. Quelli che ti iniettano con la vaccinazione sono dei virus, un po' rincoglioniti magari, ma sempre dei virus. Se ti iniettassero del disinfettante ad esempio, una cosa pulita e sterile, una cosa buona, non funzionerebbe mica, la vaccinazione.

Fare il padre è un mestiere difficile. Sempre uno di questi giorni all'Elba ero fuori a uno di questi negozietti tipo bazar che ci sono in tutti i paesi di mare in Italia, quei negozi che vendono un po' di tutto braccioli, giornali, creme solari, ciabatte, costumi, collanine, assorbenti igenici, palloni, tavole da surf con il disegno di Hello Kitty, bambole di Hello Kitty, coccodrilli gonfiabili, materassini gonfiabili, stuoie, i libri Harmony e me ne stavo andando a bere un caffè al bar bello tranquillo dopo avere fatto la spesa che quello era il mio compito del mattino, di fare la spesa. Camminavo e mi guardavo in giro. A un certo punto mi sono imbattuto in un genitore con quattro bambini alle calcagna.  Non credo fossero tutti suoi, i bambini. L'impressione che il signore fosse uno non tanto a suo agio con dei bambini ce l'ho avuta subito. Era uno abbastanza magro, con le mani curate e un bell'orologio al polso. Una camicia azzurra appena messa. Delle scarpe da barca. Dei pantaloncini color kaki, il Sole24ore, il Corriere e l'Ipad sottobraccio. Occhiali da sole. I capelli brizzolati come i miei per intenderci, però più curati, più pettinati, senz'altro. Più voluminosi, mi sembrava uno di quelli della pubblicità della Garnier. Un bell'uomo. Uno di quelli che ti aspetti di vedere quando sei in colonna in tangenziale ovest e giri la testa di lato per guardare chi c'è al volante di un Porsche Cayenne nera e quando lo vedi in faccia dici: einfatti. Subito dietro c'era una bella moglie - credo moglie - abbronzata. Con un vestito bianco e quegli occhiali che vanno adesso, quelli grandi, sfumati. Anche lei l'ipad in mano, una borsa di paglia a tracolla, un po' tesa già.

Il signore in questione si è avvicinato alla cesta dei palloni con la premura di uno che vuole risolvere una questione urgente subito, una volta per tutte. Ha tolto di tasca un portafoglio in pelle che non sembrava neanche che lo avesse mai tenuto in tasca in vita sua. I quattro bambini alle calcagna si sono addossati alla cesta e hanno infilato le mani dentro per prelevare un pallone Super Tele ciascuno. Uno di quei palloni che mi è venuto in mente che è minimo quarant'anni che esistono, ed è quarant'anni che fanno cagare perché non ci puoi mica giocare a calcio, con un pallone Super Tele. Che è troppo leggero e vola dappertutto, è incontrollabile. Lo sapete quali sono i Super Tele, no? Mi sono chiesto come è possibile che i palloni super Tele siano ancora sul mercato al giorno d'oggi. Il Super Tele è una specie di paradosso italiano, credo che in nessun altro paese del mondo potrebbero riuscire a venderlo per più di una stagione uno schifo così. Il Super Tele è l'embrione dell'idea del pallone da calcio, non un pallone da calcio. E' il riassunto di quello che non è e non può essere, un pallone da calcio. E' una specie di feticcio, un totem da spiaggia, una specie di surrogato di tutti i palloni del mondo, un milite ignoto dei palloni da calcio, una pillola per farti passare la voglia di fare due tiri al pallone che ti assale ogni volta che sei in ferie, hai uno spazio libero davanti a te e qualche amico intorno. Il Super Tele è un simbolo in un certo senso. Una bandiera. Direi che è la bandiera ufficiale della serena rassegnazione italiana. Che dopo che gli dai il primo calcio, al Super Tele, lo capisci subito che ti hanno fottuto, con quel pallone. Però te lo tieni. Tanto ormai.

I quattro bambini hanno agguantato un Super Tele a testa. Uno per uno così non litigate, ha detto il sosia magro di Briatore mentre li comprava. Un pallone per uno così non litigate? Ma che cazzo dici? Mentre il signore metteva via il resto, i quattro mocciosi - a guardarli bene si vedeva che erano vestiti esattamente come il sosia di Briatore - hanno buttato i palloni in piazzetta e si sono messi a rincorrere ciascuno il proprio Super Tele, con una scoordinazione e una goffaggine e soprattutto propagando un senso di solitudine e desolazione che io non credo di avere mai provato prima in vita mia. Ho provato per quei quattro bambini che rincorrevano quattro palloni diversi in quattro direzioni diverse della piazza un senso di pena profonda. Dispiacere. Tenerezza. Squallore. Dopo un po', dopo che la signora abbronzata vestita di bianco ha dato di matto con una crisi isterica e i passanti le hanno radunato i bambini sul marciapiede, ho visto quei quattro cuccioli d'uomo venire pilotati verso la spiaggia, ciascuno con il proprio Super Tele ben stretto tra le manine. Si guardavano tra loro, i mocciosi. Si studiavano. Guardavano il Super tele. Capivano che c'era qualcosa che non quadrava. Lo avrebbe capito anche il più deficiente dei deficienti, che c'erano tre palloni d'avanzo per poter giocare tutti insieme e per divertirsi facendo una partitella, ma per loro era impossibile arrivarci. Che se tuo padre ti dice di giocare a calcio con il tuo Super Tele e di non rompere, tu da bravo bambino cerchi di farlo perché pensi che evidentemente è così che si gioca a calcio. Da soli, con il Super Tele che sbanda nel vento. E' come una vaccinazione. Non lo puoi a capire che ti stanno fottendo. Anzi. Ti insegnano anche a dire grazie.

Sono arrivato all'edicola è ho preso il giornale. Il titolo di apertura era "Berlusconi ridiscende in campo". C'era una foto del Berlusca con a fianco Alfano, che deve essere uno che in vita sua, da piccolo, ha giocato parecchio da solo con il Super Tele. C'era scritto che le primarie non le faranno perché Berlusconi ha detto che non servono, ché c'è lui come candidato premier e quindi è inutile perdere del tempo. In effetti. Mi sono fermato in mezzo alla strada con il giornale tenuto tra le mani esattamente come i bambinetti tenevano tra le mani davanti a loro il loro Super Tele.  Ho alzato la testa è ho visto una signora tutta rugosa e abbronzatissima sulla sessantina, tutta ingioiellata, con lo smalto color ciliegia sulle unghie e un vestito bianco e una borsa di paglia e uno sguardo da figa assolutamente fuoriposto che veniva nella mia direzione. Al suo fianco il marito - credo - un sosia del sosia di Briatore però più vecchio, tipo una fotocopia del Briatore magro di prima stagionato di vent'anni. Poi alzando la testa ho visto più in là, nella piazzetta, dei sosia di Montezemolo, con lo stesso ciuffo e le stesse rughe e la stessa giacca. Poi dei ragazzi più giovani, dei sosia dei concorrenti del Grande Fratello palestrati e attillati e lucidi. Poi due ragazzi vestiti finto hippy, capelli lunghi e birkenstock ai piedi che passavano su due bici sgangherate. Uno dei due teneva un materassino gonfiabile di Hello Kitty sotto braccio.

A un certo punto proveniente dalla spiaggia è arrivato in piazzetta un pallone Super Tele vagante che esaurita la sua propulsione randomizzata nel cielo veniva portato dal vento. Ho visto il pallone scavalcare il muretto, rimbalzare e rotolare sul selciato e poi fermarsi in un angolo della piazza con un dondolio irreale.

In quell'esatto momento ho pensato: siamo fottuti.

sabato 7 luglio 2012

QUALCUNO.

- Non è mica una fuga, la nostra. Non è che scappiamo. E' che prendiamo le biciclette e la tenda, le nostre cose e andiamo, liberi. Andiamo in un posto dove vogliamo noi, in un bel posto - ma non in un campeggio dico - e ci mettiamo lì. Noi, lì. In un prato.

- Come non in un campeggio?

- Andiamo in un bel posto. Dovunque sia. Dove vogliamo noi.

- Ma non andiamo in un campeggio?

- Andiamo dove vogliamo noi.

- Ma per montare una tenda non bisogna mettersi dentro a un campeggio e pagare?

- Per montare una tenda puoi metterti dove vuoi.

- Scusa, ma non bisogna chiedere un permesso, per metterla, la tenda?

- Un permesso a chi?

- Un permesso a qualcuno che ce lo dia, non so a chi. A qualcuno.

- Macchè permesso. Arriviamo lì alla sera con le biciclette e tutto, montiamo e dormiamo e poi il giorno dopo ce ne ripartiamo. Lasciamo pulito e a posto. Vedrai. Nessun problema.

- Ok..

- Ti va l'idea?

- Si, certo che mi va..

- Però?

- E se poi ci sgridano?

- Ci sgrida chi?

- Qualcuno.