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sabato 29 aprile 2017

DI MEZZE PIPPE, DI TELEMARK E DI FUNAMBOLISMO.

Ora sarò lungo e noioso. Serio. Parlerò di telemark e del perché a mio parere i nuovi attacchi che offrono anche la possibilità di bloccare il tallone, sono la morte del telemark.

Dell'aspetto tecnico ho già detto altre volte, riassumo: disponibili ci sono 3 attacchi e mezzo, tutti estremamente differenti tra loro per quanto riguarda l'esperienza di sciata telemark che si può realizzare, la sensazione d'uso è completamente differente nei tre casi, ognuno sul tema arriverà alle propria conclusioni, essenziali sono però due cose: uno, provarli tutti; due, essere capaci di sciare bene altrimenti le conclusioni a cui uno arriva sono un po' strampalate, lo vedo succedere spesso.

Il discorso della talloniera e della influenza sulla "testa" dello sciatore di cui sento spesso parlare invece (la talloniera supplementare è una alternativa di sicurezza) è per me il fattore più importante e interessante della intera faccenda e la mia opinione è - mi pare - in controtendenza rispetto a quella di molto.

La maggior parte di noi - è ciò che accomuna i telemarker - scia a telemark per via dell'esperienza collegata all gesto e per la gioia che l'apprendimento e la progressione tecnica ci riservano. Il telemark oltre che una tecnica è - a mio modo di vedere - un modo di guardare ai problemi: ciascuno di noi è chiamato a prendere atto della assenza della talloniera e a risolvere la questione (che è il postulato di base del telemark) escogitando delle soluzioni alternative.

La maggior parte delle soluzioni di alcuni di noi hanno a che fare con gli aspetti tecnici e di ingegneria della faccenda ma si tratta a mio parere il modo sbagliato di guardare al problema, specialmente per uno che non ha ancora raggiunto il proprio limite tecnico e sportivo ( detto brutalmente per una mezza pippa del telemark, con tutto il rispetto e la simpatia per essere mezza pippa, ci siamo passati tutti). Mi pare che più uno è "scarso" più in genere, all'inizio, tenta di risolvere i suoi problemi tecnici affidandosi ai materiali e alla tecnologia.

Tutti sappiamo o dovremmo sapere che lo sci alpino è meccanicamente e bio-meccabicamente più efficiente del telemark, è un dato di fatto, la risposta in termini di efficienza per una sciata migliore dal punto di vista della meccanica e della biomeccanica è "bloccare il tallone" come si fa da quasi un secolo con lo sci alpino, la soluzione tecnologica c'è già. Ma perseverando con il tallone libero per scelta e per puro esercizio della volontà, insistendo, rimettendo in discussione le nostre certezze, pazientando e sgobbando un sacco, a volte rinunciando a prendere delle scorciatoie, accadono delle cose meravigliose. Metti cera, togli cera. Metti cera, togli cera. Il telemark è qualcosa che essenzialmente avviene nella testa di ciascuno di noi, è una idea soprattutto. Un gioco. Un esperimento. Un tentativo. Se uno elimina la difficoltà alla base del telemark e la possibilità di errore, cioè la possibilità del fallimento, il telemark non esiste più, sparisce. Puff.

Fare telemark è come fare il funambolo, è una cosa inutile e superflua. Pericolosa. Scomoda. Barocca. Certe volte perfino scocciante, per chi lo fa e per chi lo vede fare. Se a un funambolo chiediamo come si fa ad attraversare l'aria che separa due palazzi a centinaia di metri da terra lui andrà per eliminazione, ci dirà prima del ballerino sulla corda e poi del filferrista e infine, del funambolo:

"Fa uno spettacolo che è simile al gioco d'azzardo. E' fiero della propria paura. Osa tendere cavi sui precipizi, si lancia all'assalto dei campanili, allontana e unisce le montagne. Il suo cavo d'acciaio, la sua corda, deve essere tesa all'estremo. Compie grandi traversate, servendosi di un bilancere. E' il ladro del Medioevo. E' il funambolo." - Philippe Petit, Trattato di Funambolismo.

Il telemark è sport ma anche non è sport. E' tecnica ma non è tecnica. E' funambolismo.

Se cammini su una corda tesa senza possibilità di cadere, stando attaccato al muro, che cosa lo fai a fare?


sabato 14 marzo 2015

DOVE VA A FINIRE IL TELEMARK?

Il testo ufficiale FISI del telemark è dell'anno 2000. L'ultimo Master Istruttori FISI è del 2006. Io sono maestro di telemark dal 2006 e non so prima ma da allora fino a oggi - sono passati quasi dieci anni - non è mai stato organizzato un aggiornamento tecnico, a cui decine o forse qualche centinaio di maestri specializzati me compreso parteciperebbero volentieri, a pagamento s'intende. 

Per quanto io sia amico di molti istruttori e li stimi singolarmente come individui, come telemarker e come maestri, in dieci anni non ho mai visto prodotto da parte del gruppo Istruttori un singolo foglio di carta, un .pdf, una newsletter digitale o un video insomma qualcosa utile a migliorare la mia capacità di insegnante o quantomeno di semplice appassionato. 

Gli Istruttori Nazionali di Telemark non hanno un sito web ufficiale, non hanno una pagina Facebook (non una ufficiale che venga aggiornata con regolarità), nel sito FISI.org degli Istruttori di telemark e della loro attività non c'è la minima traccia e agli ultimi due Interski della Korea (dove ho partecipato come snowboarder) e dell'Austria il telemark italiano non è stato rappresentato. L'attività giovanile ed agonistica federale italiana è pressoché inesistente e la figura dell'allenatore di telemark ancora deve venire. Un dove condividere con continuità i contenuti tecnici che gli Istruttori Nazionali in quanto tali producono - mi chiedo se effettivamente ne producono, di contenuti? - non c'è. 

Voglio dire: gli Istruttori Nazionali - escluse le "quasi-sempre" ammirevoli iniziative dei singoli - non comunicano e non condividono, non in modo ufficiale e non con una voce univoca. Aggiungo che i modi in cui gli istruttori si propongono contemporaneamente sia al libero mercato che ai professionisti è quantomeno ambiguo. Forse è ora di decidere se gli Istruttori Nazionali FISI vogliono fare i tecnici cioè gli Istruttori per davvero o se vogliono continuare ad accontentarsi di essere delle specie di super-Maestri nel libero mercato. 

All'InterTele o all'Interski, secondo me, gli Istruttori Nazionali è la FISI che ce li deve mandare, non noi. 

Noi - mi chiedo se esiste un noi telemark italiano a questo punto?- mandiamoci tre in gamba, tre che hanno voglia di mettersi in gioco e stare a sentire cosa succede in altri paesi del mondo per poi tornare e condividere, raccontandoci cosa si è detto. Se poi questi tre che si decide di mandare sono anche istruttori nazionali di telemark va benissimo, ma se ci andranno non è con la patacca da istruttore e in nome della FISI che devono sciare. 

Perlomeno, questo è quello che penso io, che se ci riesco, con i miei soldi e da libero telemarker, all'InterTele ho intenzione di andarci. Per gli altri tre qui c'è un link al progetto di crowdfunding con cui potete inviare il vostro contributo. 

Se amate il telemark, un piccolo contributo, potreste versarlo. E se lo fate, grazie.

venerdì 2 gennaio 2015

C'ERANO UNA VOLTA LE CHIACCHIERE IN SEGGIOVIA.

C'erano una volta le chiacchiere in seggiovia. Si scivolava in avanti sugli sci allineati e ci si dava uno sguardo, poi tutti seduti e attenzione alla sbarra. Posso? Prego. Attenzione alla testa. Vada - e tiravi giù e tutti si sistemavano sul poggiapiedi, certi si accendevano perfino una bella sigaretta. Belle le piste oggi, vero? Proprio, giornata fantastica. Senta, volevo chiederle: una informazione. Dica? Qui come sono le piste? è la prima volta che vengo. E tu cercavi di spiegare e spiegavi, parlavi delle piste e dei ristoranti, davi un nome alle montagne intorno arrivando circa al pilone 8 poi finiva che chiedevi al tuo interlocutore da dove venisse lui, e lui ti rispondeva - mettiamo - da Voghera. Tu gli dicevi che avevi avuto una morosa di Voghera o magari che durante il militare avevi conosciuto uno di Voghera - Però adesso non mi ricordo il nome - facevi lo sforzo di ricordare e ricordavi che lui era alto e magro oppure basso e grasso, che era biondo o moro o calvo e che la sua famiglia aveva una farmacia - o una panetteria o un negozio di casalinghi, é lo stesso, lo dico per fare degli esempi - e il tuo interlocutore di Voghera o di Mantova o di Forlì verso il pilone 12 faceva uno sforzo per ricordare e per capire chi potesse essere esattamente il tuo commilitone e saltava fuori che lo conosceva e che quella che ricordavi come una farmacia era in realtà una gastronomia che però adesso non c'è più e che il tuo amico si chiamava Mario Rossi - diceva lui, il tipo in seggiovia  - mentre nella tua mente invece, all'improvviso, compariva nitido e inequivocabile un nome che non era Mario, ma Fabrizio. E un cognome che era Rossi. Fabrizio Rossi, classe 67. Ti era venuto in mente il nome esatto. Ah, sì, è il fratello di Mario - ti diceva il tipo e intanto eri arrivato alla stazione a monte, scendevi dalla seggiovia e salutavi i tuoi compagni di viaggio e gli dicevi Salutatemi Fabrizio se lo vedete e loro Senz'Altro! E andavano via. Stavi lì in piedi a guadrarti intorno, dopo esserti stretto gli scarponi, é ripetevi mentalmente il nome Fabrizio Rossi, che eri andato a ripescare nei meandri della tua memoria chissà dove. Una volta tutto questo poteva succedere. Una volta. Adesso ci sono gli smartphone.

mercoledì 17 dicembre 2014

SCIARE SOTTO AL NANGA PARBAT.

La spedizione era finita e avevamo cominciato il viaggio di ritorno. Quando le spedizioni finiscono c'è una voglia pazzesca i ritornare a casa, ti assale una specie di frenesia, una accelerazione del desiderio di essere a casa propria, con le persone care, che è difficile da controllare. Alla mattina avevamo smontato le tende e preparato tutto, i portatori avevano suddiviso i carichi e caricato i muli e avevamo iniziato la discesa dal campo base del Nanga Parbat verso Rupal, che è il primo piccolo villaggio a qualche ora di cammino. Alla euforia mia e di Simone e di David mi sembrava che corrispondesse una malinconia dei ragazzi pakistani che erano stati con noi. Sapevano che difficilmente ci saremmo rivisti. 

Di tanto in tanto durante la spedizione qualche ragazzo saliva dal villaggio per portare qualcosa, dei rifornimenti, qualche ortaggio o per avere qualche medicinale dei nostri per curare la tosse o l'influenza o semplicemente per farci visita. Un giorno uno di loro, Jamil, era salito con un paio di vecchi sci da fondo per sciare con me. Avevamo speso il pomeriggio a parlare e a girare in tondo su un anello improvvisato sul grande piano di Lattaboo, dove stava il nostro campo. Jamil mi aveva spiegato che quegli sci appartenevano a suo fratello che faceva parte delle troupe speciali dell'esercito pakistano, se li era fatti prestare ed era salito appositamente per sciare con me. Era stato un bel giorno. 

Quando iniziammo il cammino di discesa per andare via, dopo le foto di rito con i polacchi che sarebbero rimasti un altro po' per recuperare i loro materiali sparsi sulla montagna, mi accorsi che un gran numero di bambini erano saliti con i genitori o con i fratelli o con gli zii per aiutare nel trasporto a valle dei nostri materiali. Questi bambini mi giravano intorno, curiosi, facendomi tutti la stessa domanda. Gli sci? Dove sono i tuoi sci? Non li vedevano. Dissi che erano nella sacca lunga, quella azzurra e che da qualche parte c'erano gli scarponi, i bastoncini li avevo in mano, li avrei usati per camminare in discesa. Non capivo bene tutto questo interesse dei bambini per i miei sci ma poi, mentre camminavo verso valle mi resi conto che nella desolazione e nella normalità di un luogo come quello, dove l'unica attrattiva fuori dall'ordinario è rappresentata da qualche alpinista occidentale o trekker che può capitare di vedere durante l'estate, io rappresentavo una eccezione. Una specie di alpinista Superman. Io per quei bambini ero uno sciatore, quello che aveva sciato sul Nanga Parbat, non un normale alpinista. Era diverso. Per loro era di più. 

Sul sentiero di ritorno davanti a me e dietro a un mulo che ci precedeva un ragazzino che avrà avuto sui quindici anni camminava con uno zainetto sulle spalle e nelle mani teneva due delle cose più scomode che la mia mente possa immaginare da maneggiare e trasportare: una thermos arancione da cinque litri (vuota) e un grosso rotolo di gommapiuma espansa, quella che avevamo usato come isolante sul pavimento della nostra tenda casa. Era un cilindro altro due metri e del diametro di una cinquantina di centimetri tenuto insieme da uno spago, era leggerissimo ma ingombrante e scomodo da maneggiare. Il ragazzino aveva ai piedi un paio di stivali di gomma e procedeva senza lamentarsi con un passo che alternava continuamente tra veloce e lentissimo. Riconobbi lo zainetto che teneva in spalla che era quello che conteneva il computer di Simone, non era né ingombrante né pesante, ma molto delicato, gli era stato affidato per averne particolare cura. A un certo punto, prima di un tratto in salita, dissi a quel ragazzino di darmi o la thermos o il rotolone di gomma piuma, che lo avrei aiutato trasportandolo io. Mi disse di no e si guardò in giro nella speranza che nessuno dei grandi ci avesse sentito. Insistetti un po' perché non mi andava di vedere un ragazzino che poteva avere l'età di mio figlio camminare così scomodo, non erano carichi pesanti, ma erano scomodi da trasportare. Lui non volle. 

Dopo un po' mentre la nostra carovana procedeva e camminavamo mi si avvicinò un uomo che era uno zio del ragazzo, non parlava inglese, ma mi fece un gesto con gli occhi per riferirsi al nipote e uno con la mano che avrebbe potuto sembrare "piano", mimava quel gesto con la mano di rallentare, ma che capii che invece si riferiva al ragazzino davanti a noi e che significava "ci vuole pazienza, tu stai tranquillo, non preoccuparti. Lascialo fare." Con i gesti, con lo sguardo e con un unica parola inglese mi fece capire che in tutto questo, nella scelta di assegnare a quel ragazzo quel carico, al tempo stesso leggero e molto scomodo da trasportare, c'era un progetto educativo ben preciso. L'uomo, che avrà avuto la mia età ma che sembrava molto più vecchio mi disse: "learning". Imparare. La parola gli usci a fatica dalla bocca facendosi spazio tra dei denti radi e bianchissimi. Capii perfettamente e annuii. Il ragazzo stava imparando, e così tutti gli altri.

Scendemmo ancora, nevicava intanto, Simone e David scesero a valle quasi di corsa, io restai indietro con i portatori a fare qualche foto e a filmare. Quando fummo a Rupal, dopo qualche ora, individuai nel centro del villaggio la casa di Aquil, ci eravamo già passati a dicembre, in salita, ma ora c'era molta più neve. Fuori di casa su un filo c'era qualche panno steso, tutto intorno a delimitare quelli che d'estate devono essere orti c'erano delle staccionate fatte di rametti secchi e sottili che si sfrangiavano puntando verso l'alto. Una vivace colonna di fumo saliva dal comignolo della casa di Aquil, nella quale era stato preparato un pranzo speciale per noi, mentre nelle altre case vicine, dai comignoli, usciva solo un leggerissimo alito di fumo. Faceva un freddo cane, ma era molto meno freddo che a Lattaboo. Arrivai fuori dalla casa di Aquil e c'erano tutti i bambini del paese ad aspettarmi, in piedi con le mani in tasca. Mi guardavano. 

Uno di loro, il più grande, aveva un paio di sci Dynastar ai piedi recuperati chissà dove e un paio di scarponi Nordica a calzata posteriore. I bambini mi chiesero ancora una volta tutti insieme dove erano i miei sci perché volevano che io sciassi con loro, solo che a quel punto la mia sacca con gli sci e gli scarponi doveva aver proseguito verso valle in groppa a un mulo. La delusione fu grande e capii che non potevo cavarmela così. I bambini mi aspettavano da due mesi e mezzo e mi guardavano e si aspettavano qualcosa di speciale da me, così invece che entrare a mangiare dove gli altri mi aspettavano, dissi: "Let's go skiing". Ci fu un immediato animarsi del gruppo e un vociare in una lingua a me incomprensibile e tutti corsero in discesa verso il campetto di neve che c'era appena più in basso. Il ragazzo grande con gli sci prese i bastoncini e iniziò a spingersi e a scendere, pattinando verso valle. In fondo al pendio fece una curva verso sinistra e poi risalì di corsa e fece un altro giro e poi un altro e un altro. I bambini mi guardavano, come per sapere se avevo un giudizio da dare sullo stile e sulla tecnica del loro amico e io dissi: "Very good" facendo vedere il mio pollice alzato. Dissi anche "Champion" e tutti scoppiarono a ridere e applaudirono. 

I bambini più piccoli a turno salivano in groppa al ragazzo con gli sci, lui se li caricava a cavalcioni uno alla volta e li portava in discesa. Non avevo mai pensato, in vita mia, che lo sci potesse essere uno sport di squadra. In Pakistan, lo è. 

Restai lì fuori a giocare e ad applaudire a mia volta queste evoluzioni sugli sci, intanto dalla casa di Aquil ogni qualche minuto lui stesso o un adulto usciva a chiamarmi e a dirmi di entrare a mangiare. "Please, come in. Lunch is ready". I bambini ogni volta mi fissavano in silenzio, per capire se io stavo per andarmene e per lasciarli lì o se sarei restato con loro ancora un po' a sciare, e ogni volta che io rimandavo il momento del pranzo loro si gasavano e caricavano di entusiasmo e di gioia e riprendevano ad andare su e giù dal pendio stando in groppa al più grande di loro. 

Penso che quello sia stato uno dei giorni di sci più belli della mia vita e non è stato per merito della neve o degli sci o del pendio o del Nanga Parbat che avevamo appena sopra, nascosto nella nebbia. 

E' stato per via di quei bambini pakistani. 

Qui c'è un video di quel giorno.

mercoledì 3 settembre 2014

SE PASSATE DA DENVER, COLORADO.

Oggi mi è venuta in mente una cosa, questa qui che scrivo adesso. Ad aprile di ritorno da una settimana di sci-alpinismo solitario in Colorado sono andato in un negozio REI a Denver - negozio bellissimo, costruito dentro a una vecchia fabbrica restaurata - e mi sono imbattuto in un poster enorme di me che sciavo a telemark, che ero anche in imbarazzo tanto era grande il poster, mi sembrava perfino esagerato e lì vicino c'era anche un video che girava e ogni tanto sullo schermo comparivo io con i baffoni in primo piano, c'era anche il mio nome in sovrimpressione per qualche secondo, ero un po' sorpreso anche un po' disorientato, una signora che c'era lì a un certo punto ha iniziato a guardare i miei baffoni e quelli sullo schermo, i miei baffoni e quelli sullo schermo. C'è stato un attimo di sguardi e avevo l'impressione che lei mi avesse sgamato e stesse per dire qualcosa al marito che era lì in parte, gli ha dato di gomito ma lui mi sembrava un po' svanito, un tipo con dei bermuda scozzesi e degli occhiali spessi spessi, una specie di zombie, sembrava non capire. 

Lei mi fissava, avrà avuto sulla sessantina forse di più ma era sveglia, magra, una che si capiva che faceva sport, fissava anche i loghi della mia giacca a vento e i baffoni, poi lo schermo e poi il poster, a un certo punto ha allungato la mano verso di me per salutare e mi ha chiesto se ero quello del video e del poster lì sopra, nel frattempo era arrivato anche un commesso. Oh, Madonna, ho pensato. Ho sorriso a entrambi, anzi a tutti e tre, lo zombie comunque guardava il soffitto per i fatti suoi e io ho fatto finta di non capire bene, invece il commesso ha capito benissimo e mi ha stretto la mano e ha chiamato un'altra collega. Oh, Madonna, oh Madonna. Io ero li per farmi un giro tranquillo, da solo. 

La signora nel frattempo scambiandomi per una specie di commesso mi ha chiesto se gli facevo provare una giacca a vento The North Face, io molto gentilmente gliene ho fatta provare una che secondo me gli andava benissimo, la voleva per fare sci alpinismo ma anche per andare a fare delle escursioni o a correre quando piove. Le ho illustrato tutte le caratteristiche tecniche della giacca ma dal mio inglese si capiva che non dovevo essere del posto. Lei mi ha detto che la giacca le piaceva e la comprava e poi mi ha chiesto se lavoravo lì come commesso e io ho detto di no. Però non era convinta. I due commessi ridevano a crepapelle nel frattempo se ne era aggiunto un terzo. 

Allora io per farla finita le ho detto che ero in prova per un giorno e l'ho accompagnata verso la cassa. Lei tirandosi dietro lo zombie che nel frattempo si era risvegliato dal coma profondo ha ringraziato e poi pagato. Poi dopo sono stato lì un po' a parlare con i commessi, erano simpatici. E poi finalmente mi sono fatto un giro nel negozio, lo ripeto, bellissimo. Se vi capita di passare, andateci.

REI. A Denver.

venerdì 8 novembre 2013

CERTE FOTO.

Ci sono delle foto che quando le guardi sembra che l'universo sia immobile. 

Sembra che il tempo dentro a quella foto si sia fermato per un istante a prendere il respiro, per un momento, uno solo. Un brevissimo istante in cui il tuo passato si è solidificato e il tuo futuro, proprio a partire da lì, da quel momento esatto che tu ricordi perfettamente, abbia preso una direzione inaspettata, si è impennato in una traiettoria imprevedibile come se quella scena, quella situazione che la foto ritrae, fosse diventata la rampa di lancio del tuo destino, la corsia di accelerazione della tua vita intera. 

Ho visto decine di foto così, in vita mia. Foto di altri. 

Foto di uomini e di donne, di giovani e di vecchi, di amici e di amiche che si abbracciano o che si sorridono, di solito all'inizio o alla fine di qualche cosa, in una pausa, in cima a una montagna o in un parcheggio, su una barca a vela o su una spiaggia, in un prato ingombro di roba, nel retro di un furgone durante un trasloco, sul divano di una casa in disordine, luoghi così. Posti a caso. Sono foto che se tu sei uno dei soggetti ritratti, ti lasciano senza parole e ti fanno male. Ti fanno bene, e ti fanno male, insieme. Sono un pugno nello stomaco e una carezza. Una fucilata. Sono il vento che corre senza ostacoli. 

Cerchi di non darlo a vedere ma quelle foto, quando arriva uno che te ne mette in mano una, ti commuovono. Ti viene da piangere. Allora prendi la foto e la metti via, in tasca, fai finta di niente e vai avanti a fare le tue cose o a ridere e scherzare, a ricordare, però tu, per tutta la sera, per tutto il tempo che stai in mezzo agli altri, continui a pensare a quella foto. Porti la mano sulla tasca ogni tanto, per controllare che la foto sia ancora lì. Lo sai che è lì. Tu però la vuoi toccare. Poi vai a casa, prendi la tua automobile e ti metti in strada, e a metà del percorso tra il luogo da cui sei partito e casa tua ti fermi. Accosti, togli la marcia e spegni il motore, spegni la radio. Tiri fuori la foto dalla tasca della giacca e la guardi. Stai lì in silenzio a fissarla. Stai lì per un po', per un bel po'. Poi torni a casa e la foto la metti via, la metti in un posto che sai solo tu e poi ogni tanto, soltanto ogni tanto, la vai a cercare quella foto, la guardi di nuovo e poi la metti di nuovo via. 

Adesso di quelle foto, volevo dire, ne ho una anche io. 

Me l'ha regalata un mio amico, l'ha portata a casa di mia mamma qualche giorno fa. E' la foto di me e di mio papà, alla fine di una giornata di sci alpinismo. Pizzo dei Tre Signori, l'anno credo fosse l'84, fine maggio. Eravamo saliti da Ornica portando gli sci in spalla, poi con le pelli di foca fino al colle. Poi Tito e Jader, gli amici di mio papà che erano con noi erano stanchi e avevano voluto fermarsi al colle. C'era vento. A me poteva andare bene, io mi sarei anche accontentato. Io facevo quello che mi dicevano. Invece mio papà mi disse "Tu vai in cima da solo, se vuoi. Vai. Io ti aspetto qui, con gli altri. Io ti guardo". Esitai un po'. Poi partii veloce, quasi di corsa. 

Nella testa mi rimbombavano le parole "ti guardo", sentivo che non ero solo lì sopra, cioè, ero solo, ma anche non ero solo. Mio padre c'era e mi guardava. Fino al colle ero andato piano per aspettare gli altri, per rispetto, per non esagerare, ma da lì in avanti, da solo, potevo fare il mio passo. Il ritmo che volevo. Mio papà mi seguiva con lo sguardo, mi voltai due o tre volte a controllare se mi guardava sempre - mi guardava - nel frattempo al colle dove c'era lui erano arrivati anche gli altri, visti da lì da dove ero io erano solo tre puntini colorati. Io arrivai in cima al Pizzo dei Tre Signori quasi correndo e toccai la croce di metallo con la mano, la toccai come toccavo la parete a fondo vasca in piscina quando ci andavo a nuotare e mi spinsi via. Sentii il metallo freddo attraverso i guanti e poi tornai indietro subito, come fossi stato in apnea. In effetti lo ero, in apnea, lì sopra senza mio padre. Da lì in vetta non lo vedevo più, dove era. Prima di cominciare a sciare e a scendere, appena sotto la cima, mi ricordai di guardare almeno una volta intorno, un giro di orizzonte, come mi aveva insegnato lui. "Se no in cima alle montagne, cosa ci andiamo a fare?" Poi scesi, stando attento a non cadere. 

Sciai da solo nella crosta dura rigelata dal vento, era difficile, molto difficile, con gli sci di allora poi - un paio di Tua Excalibur comprati con i miei soldi - ma sciai bene. Molto bene, mi disse poi mio padre, per quello che aveva potuto vedermi. Arrivai al colle e al grande sasso dove mio papà e Tito e Jader mi aspettavano, mi strinsero la mano e scendemmo subito in basso, fino alle baite. Faceva freddo e c'era nuvolo ma la neve cominciava a essere più morbida, primaverile. Firn. Sciammo bene, molto bene, tutti, era fine stagione ed eravamo molto allenati. C'era odore di terra umida e di neve che si scioglie. Arrivati alle baite invece sembrava estate, non c'era più vento e il cielo era azzurro. C'era l'erba verde e c'erano i bucanevi e i sassi di verrucano rosso erano caldi dal sole. C'era il rumore del torrente lì vicino. Ci spogliammo gli scarponi e le giacche a vento e ci sedemmo a mangiare e a bere qualcosa. Quella era l'ultima sciata dell'anno. 

Prima di sedersi mio papà mi strinse la mano un altra volta e mi abbracciò ma senza dire niente, solo mi strinse e mi diede una specie di colpetto con il palmo della mano sulla nuca, mi offrì da bere dalla borraccia e poi si sdraiò comodo con la schiena sul suo zaino. A parte il Canto Alto e le altre colline dove avevo il permesso di andare a correre anche da solo, e a parte la Cava di Nembro dove andavo ad arrampicare tutti i pomeriggi - ma quello non era andare in montagna - quella era la prima volta che arrivavo in cima a qualche cosa senza di lui. Senza mio padre. 

Ero salito in cima a una montagna da solo ed ero sceso con gli sci. Quello era stato una specie di passaggio di testimone, in un certo senso un sorpasso. Ero diventato adulto ed ero diventato alpinista, tutte e due le cose insieme. Esattamente quel giorno, esattamente in quel momento. 

Meno male che il Tito, l'amico di mio papà, era lì nei paraggi e gli è venuto in mente di fare una foto. Questa qui sopra

martedì 15 ottobre 2013

ROLLY MARCHI


Una volta sono andato a fare una presentazione dalle parti di Cortina, dovevo parlare di sci alpinismo e di montagne e a moderare il dibattito c'era Rolly Marchi. 

Insieme a me a parlare c'era un atleta americano, uno che a Rolly Marchi non doveva essere un granché simpatico, perché lì in mezzo alle sue Dolomiti parlava di montagne e di neve del Colorado, come se il Colorado fosse il centro del mondo e le Dolomiti fossero la periferia. Io ero un po' in imbarazzo e il microfono mi arrivò tra le mani dopo l'americano e dopo una lunga tirata di Rolly, forse anche io a quel punto non gli stavo più simpatico a Rolly, non avevo ancora aperto bocca ma sentivo che c'era un po' di risentimento da parte sua, e anche da parte del pubblico ce n'era. 

Iniziai a parlare ringraziando per le belle cose che il mio amico americano aveva detto di me e del freeride e del nostro modo "giovane" e "scanzonato" e "moderno" di sciare in giro per il mondo, però dissi che ero orgoglioso di essere nato e cresciuto sciisticamente nelle Alpi, che in nessun altro luogo del pianeta si può fare il genere di sci che si può praticare nei canali delle Dolomiti e che l'Italia è il luogo dove lo sci prima di essere sport, prima di essere turismo e prima di essere industria, è storia, cultura, arte. Insomma cercai di fare contenti tutti e per quanto potevo, di rimettere le cose al loro posto. 

Appena finii di parlare mentre la gente applaudiva Rolly mi guardò per qualche secondo in silenzio così come si guarda a un prestigiatore scalcagnato che per la prima volta in vita sua riesce a fare un numero. Fissandolo in volto potevo vedere i suoi occhi chiari e il suo labbro inferiore che vibrava appena per l'età e forse anche per l'emozione, mi studiò un attimo ancora con lo sguardo e poi si alzò dalla sedia e venne ad abbracciarmi e a baciarmi, io Rolly Marchi lo avevo letto e lo conoscevo di fama, per me era una leggenda, ma era la prima volta che lo incontravo. Riprese il microfono in mano e rivelò al pubblico che io ero stato una delle promesse dello sci italiano al trofeo Topolino, si girò verso di me e disse Non è vero? poi allungò il braccio con il microfono fin davanti alla mia bocca e io diedi l'unica risposta che in quel momento lì si poteva dare, dissi: Sì, è vero.
Anche se non era vero. 

E lui mi abbracciò un altra volta e mi disse Grazie, poi riprese a raccontare in quel modo in cui solo lui sapeva raccontare. 

Ciao Rolly, riposa in pace.

lunedì 17 giugno 2013

THE WHITE SAIL EXPEDITION 1/4


Sei e un minuto. Manca un quarto d’ora alla sveglia. Un ora e quattordici minuti all’appuntamento con l’elicottero.

Rimango rintanato nel mio sacco a pelo a mummia. Guardo fuori da quel buco, da quella piccola finestrella raggrinzita che ho davanti al naso e davanti agli occhi, l’aria è gelida. E’ buio ancora e anche il buio sembra indurito e impastato dal freddo. C’è silenzio fuori sul ghiacciaio e sulle pareti intorno, un silenzio inquietante e fossile interrotto solo dai colpi di tosse di Johnny. Il mio cervello cerca subito di avviarsi e comincia contro la mia volontà a macinare pensieri. Non ne ho voglia, ancora. Non voglio pensare, non adesso, non subito. Non voglio andare via. Non vorrei. Non è giusto. Ma non c'è nient'altro da fare, nessun'altra possibilità, nessuna. Chiudi gli occhi Emilio, dormi. Altri quindici minuti.

Dormi.

Sei e quattordici. Ho dormito un quarto d’ora ma mi sembra di aver dormito una settimana o un mese o un anno. La schiena è a pezzi, siamo in tre dentro alla tendina, con la roba e gli zaini e tutto, ci stiamo stretti. Gli altri due, Giulia e Figenshau, dormono, o almeno così mi pare. Ancora sessanta secondi e la sveglia suonerà. La pila frontale è al proprio posto, pronta, qui nel mio sacco a pelo con le batterie e la radio. Al caldo. I guanti sono anche quelli al loro posto, anche loro al caldo dentro al sacco a pelo. I miei vestiti in goretex da mettere addosso li tengo come cuscino sopra allo zaino e sotto alla mia testa. Gli scafi degli scarponi sono in fondo ai miei piedi, poi li prendo.
 
Trenta secondi e la sveglia suonerà, tengo l’orologio tra le mani, sono pronto. Nell’altra tenda Johnny tossisce ancora, ha tossito tutta notte, l'ho sentito.
 
Dieci secondi, apro gli occhi, guardo le pareti della tenda che sono rivestite di condensa bianca ghiacciata e luccicante aggrappata ai teli gialli, ora appena ci muoveremo ci si sbriciolerà tutto sulla testa e sui vestiti e sul collo. Che pena.

Tre secondi.
Due secondi. Un secondo.
Beep-beep-beep. 
Beep-beep-beep. 

Stop. Premo il tasto stop dell’orologio. 
Ripasso mentalmente tutte le operazioni che dovrò fare. Gli altri non si sono mossi di un millimetro. Allargo la finestrella che ho davanti al naso e tiro giù la zip del sacco a pelo, voglio uscire dalla tenda per primo, subito. Tutto il calore accumulato nella notte svanisce in pochi secondi, ho già freddo, freddissimo. Mi metto i guanti. Accendo la frontale. Mi vesto, le giacche e i pantaloni di nylon fanno un rumore secco di plastica che soffre. Mi infilo gli scarponi, le scarpette le ho già nei piedi. Esco dalla tenda con fatica e comincio a prepararmi. Il cielo è blu stellato e non c’è un alito di vento. L’elicotterò arriverà come stabilito, sicuro. Puntuale alle sette e un quarto.

Sei e trenta, mancano ancora quarantacinque minuti all'arrivo dell'elicottero. Smonto la tenda, la ripiego nel suo sacco, piego il materassino, lo infilo nello zaino, ho le mani gelate e per scaldarmele me le infilo nelle mutande e mi prendo in mano i coglioni. Sto lì un attimo in piedi fermo immobile con i coglioni in mano, guardo il nulla tra me e la parete di ghiaccio che ho davanti poi mi re-infilo i guanti e riprendo a lavorare. Lascio la mia corda da sessanta metri a Giulia che nel frattempo si è svegliata e vestita, e lei mi da la sua corda da trenta metri da portare via. Non le servirà più, nemmeno il fornello, nemmeno quel set di pentole in più che ci eravamo portati. Carico tutta la mia roba dentro alla mia duffle stagna e poi sulla pulka, Johnny è pronto, anche lui, è imbacuccato dentro a due giacche di piumino indossate una sopra l’altra, ha lo sguardo fisso nel vuoto. Tossisce e il suono dei suoi polmoni è quello che farebbe un bicchiere di succo di frutta a soffiarci dentro con la cannuccia. 

Johnny se ne sta lì in piedi a guardarci mentre ci prepariamo e dondola come un filo d’erba al vento. Gli chiedo come sta, mi dice Ok. Gli dico di avviarsi al passo, cinquecento metri più in là, dove ci verrà a prendere l’elicottero e gli dico di non stare lì in piedi fermo, che fa troppo freddo. Lui mi fa segno di sì con la testa, dice Ok e inizia a muoversi a passi piccolissimi, al rallentatore. La neve è dura e scricchiola per il freddo sotto i nostri piedi, uno scricchiolio fastidioso e metallico che solo a sentirlo fa venire i brividi alle gengive. Non so quanti gradi ci saranno, credo almeno 25° sotto, fa freddissimo, sento i peli del naso ghiacciati.
Le mie pelli di foca non stanno nemmeno attaccate, inutilizzabili le levo da sotto le solette degli sci e me le infilo in qualche modo dentro alla giacca a vento, tanto non servono più, cammino in mezza costa verso al passo facendo fatica, gli altri sono già avanti, loro non hanno zaini da prendere con loro, solo la roba di Johnny da far volare via. 

Prima di sbucare dietro all’ultimo dosso e prima di arrivare al passo mi volto ancora una volta con la testa verso il White Sails e verso quel canale che avremmo dovuto salire e poi sciare tutti insieme, io con il telemark, posso vederne solo un pezzetto, l’ultimo tratto prima della cima a 6446 metri. Poi rigiro per l’ultima volta la testa verso la punta dai miei sci e riprendo a camminare, il White Sails non lo voglio più guardare. Farò finta di non averlo mai visto. Arrivo al passo, dove ci sono gli altri che mi aspettano, stanno tutti in piedi in silenzio tranne Johnny che è seduto in mezzo agli altri e continua a tossire. Mi levo gli sci, li unisco e li fisso tra loro con un lacciolo elastico, preparo la nostra roba per il pick-up, manca meno di un quarto d’ora. Non sento più le punte dei piedi ma che importa, tra quindici minuti sarò sull’elicottero. Tra quaranta alla base degli elicotteri, a Manali. Tra un ora, molto probabilmente nello studio di un medico indiano con Johnny in mutande che si fa visitare e tra un ora e mezza sotto una doccia calda in hotel. Vaffanculo anche le punte dei piedi, non mi importa se ora non le sento più. Non mi interessa.

Sette e dieci minuti. Al passo è arrivato il sole, fa soltanto un po’ meno freddo di prima. Siamo tutti in piedi in silenzio, abbiamo già scavato la piazzola per l’elicottero in questa neve ventata e spigolosa e dura. Tutti vogliamo che questa cosa penosa di farci poratre via con l’elicottero finisca in fretta. Lo vogliamo io e Johnny, la nostra spedizione sta per finire. Lo vogliono Giulia e Hilaree e Figenshau e Anjin e Jay, la loro spedizione entrerà nel vivo adesso, anche senza di noi.

Sette e dodici minuti, nell’aria si sente da lontano il suono secco delle pale dell’elicottero. Come ci avevano detto, Domani mattina sette e quindici al passo, puntuali. Sono puntualissimi. Io e Hilaree ci abbracciamo ancora una volta. Poi abbraccio Giulia. Poi Figenshau. Poi una stretta di  mano agli altri. Hilaree mi chiede se secondo me potrò tornare indietro da loro e riprendere la spedizione, le rispondo che onestamente non credo che sarà possibile e le dico una cosa che non vorrebbe sentirsi dire ma che anche lei sa benissimo. Credo che la mia spedizione finisca qui e che sia oggettivamente impossibile per me, dopo avere accompagnato Johnny in ospedale e averlo seguito per qualche giorno nella sua fase di recupero, ritornare di nuovo sulla montagna, per via dei costi, per via dei tempi e per una infinità di altre ragioni che tutti sappiamo. Hilaree fa segno di sì con la testa, lo sappiamo tutti che la mia spedizione sta per finire, non solo quella di Johnny. Ci abbracciamo in silenzio. Le dico Fatevi sentire.

Sette e quindici, l’elicottero atterra, apriamo il portellone, Johnny sale a bordo, noi carichiamo la nostra roba, gli zaini, le sacche, le pulke, gli sci, poi anche io salgo a bordo, mi allaccio la cintura di sicurezza mentre gli altri finiscono di caricare. Guardo fuori, Giulia e Figenshau e Hilaree e tutti gli altri sono solo delle ombre nel pulviscolo di neve che si solleva intorno. Sollevo la mano per salutarli. Poi guardo Bruno, il pilota, si è voltato con la testa verso di me e mi fa un sorriso e il segno di ok con il pollice, anche io faccio ok con il pollice, Ok. 

Bruno chiede a Johnny se vuole dell’ossigeno dalla bombola da respirare e lui dice No, I’m ok. Il portellone si chiude. Bruno prova a decollare, siamo al limite del carico a 5400 metri, Bruno decolla, lentamente, ruotiamo intorno a noi stessi nell’aria e poi finalmente voliamo via.

Sette e ventinove, siamo in volo a 6000 metri davanti all’Indrasan, è una montagna bellissima, una cattedrale di ghiaccio e di neve e di roccia, delle creste affilate e barocche, voliamo così vicini che quelle meringhe di neve sembra di poterle toccare. Con l’elicottero entriamo nel cono d’ombra della parete ovest che scorre fuori dai finestrini a meno di cinquanta metri da noi. Galleggiamo nell’aria sopra a ghiacciai e pareti e pendii di neve che in pochi conoscono e che quasi nessuno frequenta. Il tempo, per una trentina di secondi, sembra essersi fermato. Il mondo è riassunto qui, adesso, nell'ombra e nel ghiaccio di questa parete. Poi usciamo nuovamente in piena luce sopra bacini glaciali e ampi ghiacciai e riprendiamo a volare in direzione Manali. Mi volto verso Johnny che siede alla mia destra e gli chiedo come va e lui mi dice Ok. Better, now.

Sette e quarantanove, siamo nel piazzale degli elicotteri a Manali, mi sembra così pianeggiante e largo e  artificiale in un mondo fatto di pendii inclinati, di dirupi e di pareti. La turbina è spenta e le pale dell’elicottero hanno appena smesso di girare, l’albergo è a pochi metri da noi, tutto adesso sembra così a portata di mano. Siamo a duemila metri, intorno a noi è tutto verde, i prati sono verdi e le foglie degli alberi sono verdi, il cielo è azzurro, le nuvole sono morbide e burrose. E’ primavera, ormai. 

E’ caldo, ci sono venticinque gradi, sto sudando. Johhny ha già un’altra faccia, sicuramente ora che si è abbassato di quota sta meglio, gli chiedo se vuole andare direttamente in ospedale per farsi visitare o cosa vuole fare. So già cosa gli diranno in ospedale: che il suo è l’inizio di un edema polmonare, che ha fatto bene ad abbassarsi di quota, che deve continuare con il Diamox e gli altri farmaci che gli abbiamo dato noi già da ieri sera, che deve riposare, evitare gli sforzi e evitare di respirare il pulviscolo della strada. Dovrà stare tranquillo, adesso è a rischio infezioni e a rischio polmonite. Probabilmente lo sa perfettamente anche lui cosa gli diranno in ospedale, Johnny, sa che essersi abbassato di quota era la cosa principale e più urgente da fare, per questo mi chiede se prima di andare in ospedale può andare in camera in hotel, farsi una doccia e rimanere lì tranquillo a riposare per un po’. Ok, dico io, in ospedale ci andremo dopo.

Sette e cinquantacinque, sto aprendo con la chiave la stanza d’albergo dove sistemerò Johnny, ho preso due camere, così lui può stare tranquillo, e anche io. Lo faccio entrare, porto la sua roba dentro la stanza e gli dico di riposarsi un po’e di farsi una doccia calda e poi di chiamarmi quando vuole che lo porti in ospedale. Mi fa un sorriso e mi dice Thank you Emilio, I've appreciated io dico Ok, no problem, poi esco dalla sua stanza. Gli sorrido.

Sette e cinquantasette, entro nella mia stanza d’hotel, tiro dentro la mia roba strisciandola sul pavimento, il mio zaino, gli sci e la mia sacca, le mie cose. Metto la tenda il sacco a pelo le pelli di foca e tutte le mia roba bagnata e puzzolente sul balcone ad asciugare. Mi spoglio e metto i miei vestiti in goretex sul davanzale del balcone. Rimango completamente nudo, sento il fresco delle piastrelle sotto le piante dei piedi, il sangue ha ripreso a circolare nelle mie dita che adesso sono rosse e gonfie e che sembrano scoppiare. Cammino in tondo per la stanza come un cane in gabbia e sento l’aria tiepida scivolarmi sulla pelle sudata. Vado in bagno e mi vedo dentro al grande specchio che c’è sopra il lavandino. Ho i capelli unti e sporchi, la barba lunga. Sono magro, la faccia è nera bruciata dal sole. Non c’è nessuna possibilità per me di tornare sulla montagna insieme agli altri per sciare. La mia spedizione finisce qui. 

E adesso, cazzo faccio io qui?

sabato 25 maggio 2013

COMPLIMENTI MR.MIURA

"Una troupe televisiva era partita appositamente dal Giappone per andare a intervistarlo. Mio padre aveva scalato l'Everest da pochi giorni e a 75 anni era la persona più anziana ad esserci mai riuscita. Scalare un'altra volta l'Everest era il suo sogno e noi tutti, noi i suoi figli e i suoi dipendenti qui alla Miura B.C., avevamo lavorato per anni per fare in modo che il suo sogno divenisse realtà. Organizzare la spedizione era stato uno sforzo logistico enorme, definitivo, assoluto. Quando in diretta da Kathmandu la troupe televisiva lo intervistò le immagini andavano in onda in diretta al telegiornale nazionale della sera e noi eravamo riuniti qui al primo piano, tutti in piedi davanti a quel televisore - Emily mi fece cenno con il dito mostrandomi un televisore appeso al soffitto della stanza - e tenevamo i bicchieri in mano e ci abbracciavamo e festeggiavamo. Ci eravamo zittiti per ascoltare le parole di mio padre alla televisione e io piangevo dalla felicità, mio padre raccontava della sua salita e degli istanti in vetta all'Everest. Come ultima domanda, come si fa con qualsiasi atleta nel pieno delle sue forze, la intervistatrice chiese a mio padre quale sarebbe stata la sua prossima avventura, e mio padre, in diretta televisiva, tranquillamente ma in modo solenne disse: "Tornare un'altra volta in cima all'Everest tra cinque anni, quando compirò 80 anni". Noi tutti qui restammo a bocca aperta, ci guardammo tra noi e cominciammo e ridere e a piangere insieme, eravamo felici e disperati, dentro di me scoppiò un caos di sensazioni che è impossibile da descrivere. Stavamo per ricominciare da capo. Non era finito niente." 

Così mi disse Emily Miura dopo che a Tokio lo scorso anno avevo appena finito di intervistare suo padre Yuichiro. Yuichiro Miura è una delle mie leggende personali. Il mio idolo. Uno dei miei sciatori preferiti. Yuichiro che era lì vicino a noi e si fingeva distratto mentre maneggiava uno dei due sci con cui tanti anni prima aveva sciato sull'Everest aveva ascoltato tutta la nostra conversazione e non si era perso nemmeno una singola parola della nostro dialogo. A un certo punto il signor Miura si avvicinò a noi e tenendo lo sguardo fisso negli occhi di sua figlia Emily, stringendomi con la mano appena sopra al gomito, mi disse: "Allora, vieni con me all'Everest, l'anno prossimo?" 

Mi piacerebbe, gli risposi io. 

Sarebbe anche il mio sogno.


Alcuni giorni fa Yuichiro Miura all'età di 81 anni ha scalato per la terza volta l'Everest. Yuichiro Miura nel 1970 è stato il primo uomo al mondo a sciare sull'Everest, il documento filmato della sua avventura è qui   

lunedì 29 aprile 2013

ABBASTANZA, DAI.

Sei tutto bruciato dal sole in faccia e allora trovi sempre uno furbo in giro che ti dice Sei andato a sciare, eh? e tu gli dici Sì, sono andato a sciare, e allora lui ti chiede E dove sei andato a sciare? in Marocco dici tu, e subito lui ti risponde In Maroooccooo? In questa stagione? e tu fai sì con la testa e con lo sguardo, spalancando gli occhi e muovendo la testa in su e in giù.

Allora lui ci pensa su un attimo, alza un sopracciglio come a dire ho capito tutto, inclina un po' la testa di lato, ti punta un dito contro e dice sicuro:  Sei andato a sciare sulle dune di sabbia, giusto? No, non sono andato a sciare sulle dune di sabbia (io non ci andrò mai a sciare sulla sabbia, che mi fa cagare l'idea di sciare su delle dune di sabbia).

Allora lui questo qui ci pensa su un attimo e se è uno che se ne intende appena un pochino di sci alpinismo ti butta lì la parola: Toubkal? (il Toubkal è la montagna più alta del Marocco) e tu gli dici No, non al Toubkal, in un altro posto, un posto bellissimo più a est, vicino a un altro posto ancora dove si arrampica anche, allora lui ti interrompe veloce e dice Le gole di Toudra? No, non le gole di Toudra dici tu sempre più scoraggiato, a Taghia, in un altro posto. E dove cacchio sta 'sto Taghia? ti dice lui come se Taghia non esistesse nemmeno né in Marocco né sulla carta geografica né sulla faccia della terra e tu gli dici nel Medio Atlante, rispetto a Ouarzazate sta più a nord, a nord-est, è un bellissimo posto, ci sono un sacco di montagne e un sacco di neve, ancora.

Un sacco di neve adesso? -  ti fa lui - a fine aprile? in Marocco? ma mi prendi per il culo?

Allora tu sfinito ti arrendi e dici Sì, ti sto prendendo per il culo e sorridi. Dici: scherzavo.

Lui il tizio ti fissa zitto e sembra non capire.

Sono andato a Livigno ieri - dici per tranquillizzarlo, così pensi di farla finita.

E allora lui con occhio furbo si riprende e ti chiede Ma si scia ancora a Livigno, in 'sta stagione? Sì, dici tu. Respiri.

E c'era il sole, a Livigno ieri, che qui pioveva? e tu dici Sì, abbastanza dài. Abbastanza, sole.

Abbastanza.

Invece tu ieri non eri a Livigno. Eri in Marocco, proprio. A fare telemark. A fine aprile. E ti sei anche divertito un casino.

E' che: come si fa a spiegarlo?

venerdì 8 febbraio 2013

MONTAGGIO ATTACCHI

Allora. Ci sono un sacco di persone che mi scrivono per sapere come monto io gli attacchi da telemark. E' una cosa curiosa che a questo mondo ci sia della gente interessata a sapere come monto io gli attacchi sugli sci. Molto curiosa. Ce n'è parecchia, tra l'altro.

Credo che una buona parte delle persone lo voglia sapere soltanto per dire che non li monto nella maniera giusta e che loro al contrario li montano in una posizione molto più efficace. Più efficiente. Più classica. Meno estrema. Meno esasperata. Meno pericolosa, anche.

Dunque il mio metodo io ve lo dico lo stesso. Che è molto semplice, in realtà. Troppo semplice forse, talmente semplice che credo che probabilmente resterete delusi da tanta semplicità. Penso anche che si apriranno forum e discussioni e tavole rotonde perché devo dire che effettivamente, da quando io ho iniziato ad andare con gli sci da telemark, non sento altro che parlare che di montaggio classico, montaggio avanzato, montaggio arretrato, montaggio duckstance addirittura. Montaggio a baricentro +1, a -2, a meno 4, montaggio con piastre flottanti, per potere cambiare posizione nell'arco della giornata in base alla neve, alla velocità, alla durezza della scarpa, in base alla larghezza e anche alla lunghezza degli sci. Dati questi che per essere considerati tutti richiederebbero l'impostazione di un sistema a quattro incognite, che è decisamente fuori dalla mia portata. Io ho fatto l'istituto tecnico agrario e poi l'ISEF, i sistemi a quattro incognite niente, non li so fare.

Ecco il metodo:

1. Prendere lo sci e guardare il segno del centro sci (mettete via il metro, il centro sci segnato sul fianco c'è già. Badate bene, non è la metà dello sci. E' il punto in cui il costruttore, su consiglio dei testatori e degli artigiani e degli ingegneri, tutta gente generalmente più competente di me e probabilmente - senza offesa, lasciatevelo dire - anche della maggiorparte di voi, ha deciso di indicare la linea di centro sci.)

2. Adesso prendete uno scarpone. Se guardate bene a metà c'è una tacchetta, una piccola linea sullo scafo che indica il centro scarpone. Anche qui niente metro, niente calcolatrice, niente distanza della pin-line da sottrarre alla lunghezza effettiva dello scafo. Niente calcoli inutili. Niente seghe mentali. Fate coincidere il centro scarpone con il centro sci.

3. Finito, avete finito. Esatto. Gli sci io li monto così. Centro su centro. E funzionano benissimo.

Che a pensarci bene, per farla breve potevo anche dirvi soltanto così:
CENTRO SCARPONE su CENTRO SCI.
Come fanno quelli dello sci alpino.

Poi, se proprio siete tristi perché non c'è più niente da discutere, se vi ho ammazzato tutta la poesia - intanto mi scuso, per avere ammazzato della poesia, io amo la poesia - scrivetemi che vi dico qualche altro argomento di cui preoccuparvi e di cui, eventualmente discutere in seggiovia.

Tipo: rocker si, rocker no. Topsheet in metallo si, topsheet in metallo no. Carbonio si, carbonio no. Costruzione cap o costruzione a sanwich con il fianchetto laterale.

Tutte cose interessanti di cui parlare. Interessantissime. Davvero.

lunedì 31 dicembre 2012

SIAMO A POSTO.


Siamo saliti prima con le pelli poi a piedi con gli sci in spalla, siamo arrivati in cima a una cresta dove si vedeva dall’altra parte, io ero un po' dietro. Ho visto Damiano sbottonarsi la giacca a vento e togliersi i guanti. La temperatura non era da togliersi i guanti. Aveva una faccia strana, che si capisce che c'era qualcosa, che era eccitato. 
Sono arrivato dove era lui e ho guardato giù, era bellissimo, una cattedrale. Una cattedrale di meringhe di neve. Mi ha detto: Ce la fai ad andare a sciare dentro a quel canale? Io per l’entusiasmo ho detto Certo, ma non avevo neanche guardato bene. Non sembrava larghissimo. Allora sono sceso da solo da un altro versante e sono risalito per un altra cresta, ho arrampicato su un traversino di roccia, ho girato dietro a un pilastrino e ho visto un canale ripido che andava giù. Ho guardato bene, si poteva fare, dovevo stare tutto a sinistra. 
Ho messo gli sci e sono partito, ero soprattutto preoccupato per la neve, non capivo se era crostosa o ghiacciata sotto la polverina. Sono sbucato fuori più veloce che potevo più in alto che potevo e ho curvato vicino al sole lasciando slidare un po' gli sci, ho pensato non sbagliare non sbagliare non sbagliare, non ho sbagliato, poi sono andato giù in fondo al pendio tutto d'un fiato continuando a curvare. Mi sembrava di avere fatto bene. 
In fondo al pendio mi sono fermato, c’era un pianoro enorme, con delle dune di neve e il cielo azzurro. Ho tolto gli sci. C’era silenzio, solo un po’ il rumore della neve che saltellava portata dal vento e qualche pallina gelata che rotolava giù dal pendio che avevo appena sciato. C’era un silenzio assoluto, un silenzio che dentro sembrava che avesse un ronzio. Dopo un po' che ero lì a guadarmi in giro, dopo un bel po', è arrivato Damiano tutto sorridente e senza guanti e la macchina fotografica ancora al collo. Sorrideva. Mi ha detto Ok, siamo a posto. 
Eravamo a posto.

Cover SkiAlper 86 - Dicembre 2012
Remarkables, New Zealand | Foto Damiano Levati

venerdì 7 dicembre 2012

UN ALTRO INVERNO.


Stamattina presto, all'apertura stagionale degli impianti, noi eravamo già in alto. Abbiamo visto le seggiovie che iniziavano a muoversi e che aprivano e poi la gente che veniva su da sotto. Noi guardavamo giù in silenzio. Sembrava che l'inverno venisse su con quella gente allegra che rideva e che scherzava seduta in seggiovia. E' stato un bel momento, la sensazione di qualcosa che stava per cominciare. Poi abbiamo ripreso a salire e mentre facevo una inversione, a un certo punto, ho pensato che invece l'inverno era già lì, già da un pezzo. Ho pensato che a me sembrava ancora lo stesso inverno dello scorso anno. Lo stesso di sempre. A me sembra sempre inverno. Sono io, il mio inverno.

venerdì 17 agosto 2012

CHRISTHCHURCH, NZ

Mi sono svegliato presto, stamattina.
Mi sono vestito e sono uscito dalla stanza del motel a piano terra. L'aria era fresca. 
Ho attraversato il piazzale e sono arrivato sulla strada. Mi sono guardato la strada in sù e in giù per un po', lì in piedi. 
Poi ho preso a sinistra.
Ho camminato qualche centinaio di metri. Tutte belle case, con il prato in ordine. La macchina parcheggiata nel vialetto. Il traffico ordinato che passa.

Poi a un certo punto, tra due belle case, c'era uno spiazzo rettangolare vuoto, con l'erba un po' in disordine. Delle erbacce, qua e là. Segni di pneumatici di una ruspa a terra. C'era una staccionata ancora. Il numero 54. La cassetta della posta. Appoggiato sopra alla cassetta della posta, dentro a un sacchetto di plastica, il volume delle pagine gialle 2012/2013. Dentro al sacchetto si era fatta un bel po' di condensa, c'erano tutte quelle goccioline che si vedevano in trasparenza. Goccioline piccole aggrappate all'interno. E' un bel po' che doveva essere lì.

Poi appena più avanti un'altra casa, crollata a metà. Un cartello "For Sale". Da un lato c'era un vialetto e sono entrato a vedere e c'era una stanza con un muro verde e una porta bianca e l'interruttore ancora sul muro. Un cavo con un portalampade che penzolava dal soffitto. Il muro di mattoni rossi sbriciolato, a terra.
Il vialetto vuoto.
Non capivo.

Poi è passato uno, di lì, dalla strada principale. Un signore. Ha visto la mia faccia. Earthquake, ha detto.
Earthquake.
Ah.

Il terremoto.
E' andato giù tutto.
Allora ho capito.
Mi sono ricordato di una mattina di febbraio dell'anno scorso. Mentre facevo colazione. Il telegiornale. Notizie: Festival di San Remo. Poi: terremoto in Nuova Zelanda. Nuova Zelanda, si. Dove mi piacerebbe andare. A sciare. Torniamo con le notizie dopo la pubblicità. Dove sono le chiavi della macchina? Ciao io esco. A che ora torni stasera? Non so. Ciao. Ciao.  Poi sono uscito e del terremoto di Christhchurch me ne ero dimenticato. 

Fin che sono venuto qui.
Per sciare.

mercoledì 1 agosto 2012

NON DIRLO MAI.

Sta per cominciare la stagione dei trailers degli ski-movie. Tra poco ti faranno sentire di nuovo rider, sciatore o snowboarder, fa lo stesso. Finirai per desiderare l'inverno e la neve profonda e polverosa, e quella sensazione di assenza di gravità a metà della curva. Ti verrà una voglia matta di sciare in neve fresca o in park. Subito. Adesso. In estate.

Ok, va bene.

Poi però quella voglia di sciare cerca di conservarla e di proteggerla almeno fino a febbraio. Anche dopo i saldi, quando sulle Alpi l'inverno incomincerà per davvero. Per allora, per febbraio, avranno già cominciato a bombardarti di trailers e di immagini di bici e di surf e di slackline e a te - non ti spieghi come - un giorno che nevicherà bagnato è ci sarà appena un po' di nebbiolina sottile ti verrà da dire una frase del cacchio, tipo: "la Stagione è finita".

Ecco, non dirla una frase del genere. Mai.

Soprattutto a febbraio.

martedì 28 giugno 2011

DENALI STILE LIBERO.

Che non saremmo arrivati in vetta tutti insieme, lo si sapeva.

Cioè: io lo sapevo. Perfettamente. Il nostro livello era troppo eterogeneo, troppo diverso per immaginare una salita in vetta tutti insieme. Per me la cosa era chiara, per gli altri non so. Forse no. Forse non per tutti. Comunque.

Quella mattina – il 16 giugno – io mi sono messo in marcia per ultimo, a mezzogiorno. Faceva freddo - -27° C - e sulle creste in alto si vedeva qualche sbuffo di neve. Il cielo era blu, nemmeno una nuvola. La preoccupazione era quella della stabilità dei pendii che vanno al Denali Pass, attraversando in diagonale un paio di tratti esposti alle valanghe. Poi il freddo. Il meteo no, era bellissimo, finalmente. Sembrava ci fosse qualche accumulo, per le nevicate dei due giorni precedenti, ma niente di che. Perlomeno, a me sembrava tutto a posto. Nessuno si era mosso quella mattina. Nessuno aveva voglia di fare la traccia, evidentemente. Conrad Anker è partito per primo – a lui piace prendere tutti in contropiede – con gli scarponi da alpinismo, lo zaino leggero e senza sci. E’ arrivato a tre quarti del cammino che va verso Denali Pass, facendo la traccia, e poi ha chiamato con la radio. Ha detto che era tutto a posto. Che era stabile. Si vedeva anche da giù, che era stabile. Allora tutti sono partiti e in coda al gruppo anche io sono partito. Ho cercato di andare adagio, più adagio che potevo comunque poco alla volta ho rimontato tutti e mi sono ritrovato sulle tracce di Conrad. Avevo freddo ai piedi, e allora mi sono fermato a slacciare un po’ gli scarponi, a cambiare i guanti, a bere un po’. Quelle cose. Gli altri arrivavano, ma tranquilli. Allora mi sono messo ad andare con il mio passo. Regolare. Ho girato dietro Denali Pass e la neve era dura e ghiacciata. Si camminava bene, sulle punte dei ramponi. C’era un po’ di vento. Dopo un po’ mi sono messo la giacca di piumino pesante. Ho mangiato ancora un po’ – io mangio sempre troppo poco - e poi sono ripartito. La neve era di nuovo profonda ma le tracce di Conrad non c’erano più, per via del vento. Calcolando che era partito un’ora prima di me, mi sembrava normale. Sono salito seguendo la logica e un po’ di bandierine che segnano il percorso. Era bellissimo, avevo la sensazione di essere da solo sulla montagna. In effetti, lo ero. Mi sono girato un po’ di volte, e ho visto che dietro andavano adagio e che erano tutti insieme. Però lontani, lontanissimi. Conrad davanti non lo vedevo.

Allora ho continuato. La salita è lunga, ci sono una serie di dossi uno dietro l’altro, immagino che con la nebbia e con il brutto lì sia davvero facile perdersi. Poi sono arrivato ai Football Field, una zona piatta prima dell’ultimo tratto finale. Ho guardato a destra per vedere l’imbocco dell’Orient Express. Che se uno di questi giorni lo faccio con gli sci partendo da sotto, almeno so dove sbuca, mi sono detto. Dopo i Football Fields c’è un tratto ripido che si chiama Pigs Hill. Faticoso. Lì ho visto Conrad per la prima volta, non era mica lontano. Anzi. Guardava giù verso di me da sopra un seracco. Però non mi ha detto niente, non mi ha fatto nessun gesto. Allora mi sono messo ad andare senza più fermarmi. Era faticoso comunque, perché io camminavo con gli scarponi da telemark e con gli sci nello zaino. E’ sempre un bel peso. In cima alla Pig’s Hill inizia la cresta finale che porta in vetta. Non so perché, ma me l’ero imaginata diversa. Più larga, meno esposta e soprattutto pericolosa alla mia sinistra. Invece era il contrario. Gli ultimi metri prima della cima sono fantastici. Prima sbuca in cresta la via Cassin, che è un pilastro perfetto che solca la parete sud. Ho guardato giù. Poi, cento metri prima della vetta, c’è un canale bellissimo che va verso la parete sud. Dove è sceso un paio di settimane fa Andreas Franson. E’ la cosa più notevole che è stata fatta quest’anno in tutta l’Alaska Range. La prima discesa in sci della parete sud del Denali. On sight. A guardare ti viene proprio voglia di andare giù, se non fosse che poi sul fondo della parete vedi un caos di rocce e crepacci e che ti svanisce subito la poesia di andare a cacciarti in un posto del genere. E’ pazzo, Andreas. Giù di lì, da solo. Me lo ha raccontato come se niente fosse, il giorno che sono arrivato a Talkeetna e lui stava andando via. Che bravo, chapeau.

Sono arrivato in cima al Denali che Conrad era appena arrivato. Cinque minuti credo, forse neanche. Si stava facendo una foto con l’autoscatto. Eravamo lì solo io e lui, in cima. Silenzio. Ci siamo abbracciati e abbiamo parlato un po’. Ci siamo detti che eravamo fortunati di avere quella cima tutta per noi. Quel giorno per la cima non era partito nessun altro. Abbiamo fatto un po’ di foto, mangiato, camminato su e giù per la cresta. Mangiato ancora, fatto altre foto. Fatto ginnastica per riscaldarci. I primi dopo di noi sono arrivati dopo un’ ora e cinquanta. Poi a seguire gli altri. Gli ultimi sono arrivati tre ore dopo. In totale io sono stato in vetta circa tre ore e quindici. Che calcolando che per tutta la salita ho impiegato quattro ore e che faceva un freddo cane, non è che fosse proprio poco. E’ stato bello quando è arrivato Sage. Sage Cattabriga. Era stanco, però felicissimo. Ci siamo stretti la mano, abbiamo fatto ancora un po’ di video e un po’ di foto. Poi è arrivato Lucas de Bari, che è uno snowboarder e ha solo 22 anni. E’ un freestyler. Però è arrivato fino a lì. Chapeau, anche a lui. Poi, finalmente, abbiamo iniziato a scendere. Siamo andati giù direttamente sotto la cima, su un pendio ripido e – spettacolo – in quaranta centimetri di neve polverosa. Quando sono partito per fare la prima curva ero un po’ preoccupato di trovare qualche sastrugio sotto la neve morbida. Qualche blocco di ghiaccio o qualche lastra nascosta. Non puoi permetterti di cadere o farti male, in un posto così. Poi ho visto che la neve era bellissima e leggerissima, e allora ho mollato giù gli sci a tutta. A tutta, proprio. Come se fossi stato a casa mia a Foppolo o in Giappone o in uno di quei posti dove sono stato quest’inverno. In Canada o a Valdez. Come se niente fosse. Non so quante curve ho fatto scendendo dal Denali, forse qualche centinaio. Erano tutte fantastiche. Speciali. Speciali perché dentro a ciascuna di quelle curve c’erano tutte le curve del mondo, tutte quelle che ho fatto in questi anni. Era un distillato di telemark, del mio telemark, quello che mi veniva fuori sciando lì in cima. Non c’era niente da pensare, mi bastava andare, andare giù. Non ero io a fare le curve, erano le curve che facevano me. Non ero io che scendevo, era il pendio che mi veniva incontro. Non so se riesco a spiegarvela questa sensazione. Leggerezza. Purezza. Tutto e niente, insieme. Essere sciato, anziché sciare. Quello, dico.

A inizio giugno, prima di partire da casa, ero libero di scegliere se andare al Denali con gli sci da telemark o con lo snowboard. Ho deciso di andare in telemark pensando a due cose. La prima è una poesia di Pablo Neruda – veramente è di Marta Meideros.

Che dice:
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, ….


Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai 
consigli sensati. 



(P. Neruda)

La seconda è una cosa a cui ho pensato tante volte in questi mesi. Mentre correvo o pedalavo o arrampicavo, nei miei allenamenti quotidiani, tante volte mi sono chiesto : cosa è lo stile? Ci ho pensato tanto. E sono giunto alla conclusione che lo stile, per me, è la capacità di fare la stessa cosa in tanti modi diversi. E a me questa idea piace. Cambiare. Adattarmi. Mettermi in gioco. Forse è per questo, anche, che mi piace salire più di una volta qualsiasi montagna. Una sola non mi basta, di solito.
La discesa dalla cima del Denali è stata fantastica. Siamo scesi tutti insieme, uno alla volta, un pezzo alla volta. Il piacere non era solo scendere, sciare, ma anche guardare gli altri. Osservare. Capire. Capire Sage, capire Ingrid, capire Lucas, Jim, Jimmy, Hilaree. Capire le loro curve, le loro linee. Capire quello che veniva fuori da loro, capire quale era il loro distillato. Il loro stile. Il loro senso della curva. Abbiamo filmato e fatto foto, poi verso le 8 e mezza eravamo di nuovo al campo a 17.000 piedi. Felici. Tranquilli. Ci siamo abbracciati tutti. Abbiamo sorriso. Siamo stati lì fuori dalle tende a parlare e a guardare le nostre tracce. Era una bella sensazione di leggerezza, di felicità, di niente. Esatto, la sensazione del niente. Poi siamo andati a dormire.

Il giorno dopo ci siamo preparati, abbiamo fatto colazione – poca, non c’era più niente da mangiare – e poi siamo scesi dalla Rescue Gully. Che è un canale ripido ed esposto, che noi non avevamo fatto in salita. Era difficile capire le condizioni. Per primo è andato Sage. Da giù in fondo ha detto qualcosa con la radio. Io ero un po’ indietro, ho capito solo le parole exposed, icy e gnarly. Che detto da Sage, deve essere una cosa seria. Devono averlo pensato anche gli altri, perché nessuno andava più giù. Allora mi sono fatto avanti, e ho guardato giù, l’imbocco del canale. A me non sembrava male. Anzi. Nel frattempo è scesa Giulia – aveva il dente avvelenato, per via del giorno prima, a lei la cima è sfuggita – poi Lucas e poi sono andato io. Mi hanno chiesto Vuoi la corda? Tu che sei con il telemark, come fai a scendere? Io ho detto: scendo. La corda non serve. E sono sceso. All’inizio era neve dura. Non si poteva cadere, proprio. Poi sotto era bellissimo. Ripido, ma bellissimo. Ho iniziato a curvare a telemark perché la neve era un po’ meno dura, poi è diventata powder ed è stato spaziale. Super. Sono arrivato in fondo al canale, che poi diventa parete, ho attraversato la crepaccia terminale e ho raggiunto gli altri. Ad un certo punto Sage mi ha chiesto come facevo a scendere con gli sci da telemark. I’m impressed, mi ha detto. Impressed. Lui a me. Mi sono messo a ridere. Ero un po’ in imbarazzo, non sapevo cosa rispondere, allora ho tirato fuori la macchina e per sdrammatizzare ci siamo fatti qualche foto. Io e lui, Giulia e Lucas erano già andati. Impazienti. Gli altri sopra si stavano calando, noi li abbiamo aspettati lì, chiacchierando per un bel un po’. E’ uno davvero in gamba, Sage.

Poi quando sono arrivati gli altri siamo scesi tutti insieme sull’ultimo tratto del ghiacciaio. Siamo arrivati al campo-casa, a 14.000 pedi. Ci siamo stretti la mano ancora una volta e poi abbiamo bevuto un po’ di whiskey da una borraccia, versandolo delicatamente nel tappino di plastica. Un tappino per uno, ne abbiamo bevuto. Poi sono andato nella mia tenda, mi sono spogliato dai vestiti pesanti – faceva caldo – e mi sono steso sul sacco a pelo. Ho tolto gli scarponi e le calze e sono rimasto lì a piedi nudi a godermela. E mi sono addormentato.

E questo è quanto.