A casa mia, dove abitavo prima, vicino alla porta principale per uscire sul pianerottolo c’era una porta che andava in un’altra stanza, una stanza dove dormiva mio figlio e dove appesi al muro c’erano i suoi disegni. Disegni fatti a pastello e a pennarello. Succedeva spessissimo che quando qualcuno veniva a trovarci a casa, dopo esserci salutati, quando questo qualcuno se ne stava andando via sbagliava a prendere la porta e invece che andare fuori sul pianerottolo e chiamare l’ascensore, apriva la porta della stanza di mio figlio e ci entrava dentro. Certe volte succedeva anche - alla sera, dopo a delle cene ad esempio - che questo o questi ospiti che ci venivano a trovare andavano via quando mio figlio era già andato a dormire, quindi la stanza in quei casi se tentavano di entrarci dentro era completamente buia.
La scena di queste persone che sbagliavano a me e mia moglie ha sempre fatto ridere, all’inizio quando vedevamo uno afferrare la maniglia della porta sbagliata ci affrettavamo a indicargli la porta giusta, lo correggevamo e facevamo tutti una bella risata, poi dopo un po’ invece abbiamo iniziato a lasciare fare e a vedere cosa succedeva. Io soprattutto, ho iniziato a lasciar fare, mia moglie di meno. Anzi, devo ammettere che speravo sempre con tutte le mie forze che il mio ospite nell’andare via sbagliasse porta, così, per vedere cosa succedeva. Per me era una specie di test divertente. Quello che può succedere in questi casi non è mai una cosa scontata.
Una volta uno mi ha stretto la mano e mi ha salutato e poi è entrato nella stanza di mio figlio e si è richiuso la porta alle spalle. Io sono rimasto lì in piedi, aspettavo di vedere la sua faccia quando usciva, infatti dopo due secondi è uscito e mi ha detto “Forse ho sbagliato uscita?” Forse. Un altra volta un’altro, uno di quelli in giacca e cravatta che sembra che lavorano solo loro e che sono intelligenti soltanto loro (uno che proponeva degli investimenti) mi ha stretto la mano, mi ha augurato buon lavoro (ero in ciabatte, pantaloncini e maglietta) ha imboccato l’uscita (quella sbagliata) e si è infilato nella stanza di mio figlio, chiudendosi la porta alle spalle. Io come al solito sono rimasto lì in piedi ad aspettare. Dopo una decina di secondi visto che non veniva fuori ho aperto la porta, per capire quello che succedeva lì dentro e lui era lì, davanti alla finestra con una mano nella tasca dei pantaloni che digitava sui tasti del telefonino. Io l’ho guardato con sguardo interrogativo e lui ha guardato me e poi ha guardato l’armadio ma non come si guarda agli armadi, piuttosto come si guarda agli ascensori. Ha cercato i tasti per la chiamata dell’ascensore e non trovandoli, trovando invece sul letto di mio figlio il suo pupazzo di Winnie-the-Pooh, un po’ confuso mi ha chiesto: “L’ascensore?”.
Un’altra volta invece, stessa scena, una sera dopo una cena una coppia di nostri amici si è rivestita con il cappotto e le sciarpe per andare via, ci siamo abbracciati e salutati per una volta ancora e poi entrambi si sono infilati nella stanza dove stava dormendo mio figlio. Hanno richiuso la porta. Quando abbiamo riaperto tre secondi dopo erano nella stanza completamente buia, abbiamo acceso la luce e entrambi avevano due occhi sbarrati che sembravano due che erano stati rapiti dagli extraterrestri. Io ridevo come un pazzo, loro no, almeno all’inizio. Poi, sì.
Nel posto dove lavoro adesso un giorno sì e uno no succede circa la stessa cosa che succedeva a casa mia, ci sono due porte vicine messe ad angolo, una è pesante e di metallo e ha il maniglione antipatico e va verso l’uscita e c’è anche scritto USCITA, in grande, l’altra invece ha lo stesso colore ma è una porta di legno che va in uno sgabuzzino dove c’è il server. E’ incredibile notare come quasi tutti quelli che vengono per la prima volta a trovarci trovano più facile imboccare la porta dello stanzino del server invece che l'uscita.
Lo stanzino è buio e dentro ci sono un sacco di spie e di lucine colorate azzurre, verdine, viola che si accendono e si spengono. Finora ho visto molte persone che aprono e poi si accorgono quasi subito dell’apparecchiatura del server e dello sbaglio. Rido, ridiamo. Un paio li ho visti anche cercare di entrare.
Uno - lo giuro - era il periodo di Natale e degli alberi di Natale, si è buttato dentro dicendo “Uh, che giornate corte. C’è già buio”.
Era circa mezzogiorno.
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giovedì 12 maggio 2016
sabato 11 ottobre 2014
QUELLA VOLTA CHE HO SCALATO CON BEN MOON.
Era il 1986 e le gare di arrampicata erano alla preistoria. Chiamarle gare, di già, è una esagerazione. Erano in realtà degli incontri dove c'era sì una gara e una classifica ma soprattutto gli arrampicatori ci andavano e anche partecipavano per incontrarsi e per conoscersi e - non tutti avevano il coraggio di dirlo - per confrontarsi e per constatare personalmente lo stato dell'arte dell'arrampicata sportiva. C'era una fame pazzesca di confronto, cosa da sempre condannata e ripudiata e denigrata nell'alpinismo classico, storicamente da sempre alla ricerca di valori assoluti. L'alpinismo lo pensavamo (ce lo facevano pensare) un po' come una religione o una scienza. L'arrampicata sportiva invece era un'altra cosa e tutti noi a cui piaceva arrampicare su gradi sempre più duri, per il puro gusto del gesto sportivo, infischiandocene della lotta con l'Alpe, cominciavamo a capirlo. Allora non c'era internet non c'erano i video o i DVD e l'unico arrampicatore sportivo di altissimo livello che gli italiani avevano visto in televisione era Patrick Edlinger in Opera Verticale. C'era Alp e c'era la rubrica Il Punto Rosso curato da Andrea Gallo che teneva nota dei progressi dell'arrampicata italiana e di quella europea. Poi più o meno, basta. Io gli arrampicatori stranieri forti che conoscevo li avevo incontrati quasi tutti in falesia, in Francia, e li avevo visti dal vivo e solo alcuni di loro mi avevano davvero impressionato. Non tutti erano forti come li descrivevano sulle pagine delle riviste, secondo me. Avevo visto arrampicare Jerry Moffat - il mio idolo - Beat Kamerlander, Patrick Edlinger, Marc e Antoine le Menestrel, JB Tribout, Alex Duboic, Didier Raboutou, Jakie Godoffe, Ron Fawcett, con alcuni di loro avevo anche arrampicato e alcuni mi erano sembrati più terrestri di quello che immaginavo. Altri invece mi erano sembrati molto più forti di come pensavo si potesse arrampicare invece, molto meglio di come la scarsa celebrità che accompagnava questi personaggi avrebbe suggerito. Mi ero fatto una classifica tutta mia, in testa.
Quello era il primo anno che Sportroccia si disputava in due tappe. La seconda delle due gare, la finale, veniva disputata a Bardonecchia, come al solito, sulla Parete dei Militi che era un bellissimo posto ma la parete rocciosa non aveva molta qualità e nemmeno molta storia o tradizione alle spalle, condizione ideale per disputare una gara per peccatori sacrilegi senza fare incazzare nessuno. Ad Arco di Trento si tenne invece la prima tappa quell'anno, in quella che sarebbe stata la gara progenitrice del Rock Master. Si capiva subito che i soldi della Provincia Autonoma di Trento stavano per arrivare a foraggiare l'arrampicata e il nascente climbing stadium (allora su roccia) e che il baricentro di Sportroccia si stava per spostare dall'ovest all'est. Arco era una location molto più prestigiosa, in effetti è lì che arrampicavano quelli che ci avevano addestrati a riconoscere come i padri della arrampicata sportiva italiana: Manolo, Roberto Bassi, Heinz Mariacher, Luisa Jovane, eccetera. Poi non era esattamente così, ce n'erano anche altri, ma insomma io a 17 o 18 anni mi ero fatto quell'idea. Come tutti. Che l'ombelico dell'arrampicata italiana fosse ad Arco.
Io ancora anche quell'anno non partecipavo alla gara, avevo assistito alla edizione precedente di Sport Roccia e ancora mi rimbombavano nelle orecchie le frasi del "Documento dei 19", quella carta che i 19 arrampicatori sportivi più influenti dell'epoca scrissero per opporsi alla competizioni sportive nell'arrampicata. Io ero ancora lì a meditare sul da farsi e a riflettere sulla ragionevolezza di quella carta, sull'etica e sui principi nel frattempo però le gare le andavo a vedere. Tutte, che poi erano state due. I miei amici, quelli che incontravo nelle varie falesie italiane e che gareggiavano mi chiedevano perché non partecipavo alle gare e io, non sapevo bene cosa rispondere. Perché non partecipavo? Boh. In effetti l'anno dopo cominciai a gareggiare. Nel frattempo dei 19 firmatari del documento, quasi tutti lo avevano già fatto, tra loro Patrick Berhault rimase l'unico a non gareggiare mai in una competizione di arrampicata sportiva.
La cosa fantastica della arrampicata sportiva e delle gare era poter essere gomito a gomito con le leggende della arrampicata sportiva e così ti capitava di stare qualche ora o qualche giorno insieme a persone che conoscevi solo di nome, per la loro leggenda personale che aleggiava tra gli arrampicatori. Sai che Gullich fa sette trazioni monodito su un braccio? Otto. O forse dieci. Undici. Venti. Sai che Manolo fa la spaccata frontale? Sai che le vie in Totoga sono tre gradi più dure delle vie del Verdon? Ellamadonna. Sai che Beat Kamerlamder ha il travo fuori dal furgone e si allena due volte al giorno? Sai che la sua fidanzata è una top model da paura? Sì, quello lo sapevo.
Ad Arco quell'anno durante le gare mi ritrovai ad arrampicare con uno che non conoscevo. Il tipo in questione mi aveva chiesto di fare qualche via di riscaldamento con lui, era uno che non avevo mai visto e che non parlava italiano. Parlava inglese. Aveva dei lunghi capelli rasta e devo dire, non un gran bell'aspetto, io comunque risposi entusiasta di sì. Principalmente perché non era italiano e sentivo la necessità di mostrarmi international e gentile, anche se all'epoca non capivo una parola di inglese. Poi lui mi sembrava abbastanza emarginato dagli altri climber, non è che lo cagavano molto, diciamolo. E neanche a me. Andammo ad arrampicare insieme. Passammo prima dal mio furgone e presi le mie cose e il tipo mi seguì docile tenendo un doppio sacchetto di plastica della Conad in mano. Notai che dentro c'era la sua roba, rinvii, sacchetto della magnesite, imbrago e un mezzo panino rosicchiato. E un paio di Boreal grigie. Capii dai gesti che mi chiedeva se potevamo usare la mia corda che lui non l'aveva e io risposi entusiasta di sì. Corda nuova, cercai di dire. Lui non sembrò particolarmente colpito. Andammo e arrivammo alla base della falesia e lui estrasse le sue cose dal sacchetto, si preparò e cominciò a salire, io gli feci sicura. Non mi chiese se poteva andare per primo, ando'.
Tra le cose che teneva nel sacchetto sparse per terra notai un carnet di buoni pasto riservato agli atleti in gara, quindi capii che era un concorrente. Al terzo spit capii che doveva essere uno di quelli buoni, lo capii da come usava i piedi e dalla facilità con cui scalava. Rimasi impressionato, non avevo mai visto niente del genere. Quando fu il mio turno di salire sfilai la corda e partii, tentai di adoperare con i piedi la stessa delicatezza e la stessa precisione che aveva usato lui sugli appigli, io non avevo mai visto nessuno arrampicare così. Così bene. Nel farlo le mie braccia si ghisarono presto e finii la via senza cadere ma con le braccia durissime. Chi cazzo è, sto tipo? Non ci eravamo nemmeno detti il nome. Arrampicammo alternandoci per tre o quattro tiri, scegliendo le vie in difficoltà crescente. All'ultima via io ero abbastanza vicino al mio limite, lui continuava ad arrampicare come all'inizio, cioè bene. Benissimo. Era meno delicato e preciso di prima, anche un po' sgraziato a tratti con quei piedoni dentro alle Boreal grigie, ma era terribilmente efficace.
Finimmo di arrampicare e tornammo alla base, che per lui era quasi ora di gareggiare. Mi fece capire che era in gara, lo avevo capito. Misi il mio zaino in furgone e lo andai a vedere in gara su una delle vie di selezione, mi sistemai su un sasso e lui era pronto a partire. Era arrivato in partenza sempre con il suo sacchetto di cellophane della Conad, dentro a cui stava ancora armeggiando alla ricerca del sacchetto della magnesite. Poi dissero il suo nome con il megafono, io non lo avevo mai sentito: Ben Moon. Vinse la gara.
A Bardonecchia vinse Edlinger invece, che ad Arco era salito meno del mio amico di lecco Marco Ballerini, che quel giorno, all'esordio in competizione, aveva fatto un garone. Ben Moon arrivò secondo in classifica generale. Quel giorno lì capii che l'arrampicata era una cosa diversa da quello che leggevo sulle riviste. Capii che in giro c'era in giro tanta gente di cui sulle riviste non si parlava (ancora) che scalava fortissimo. Gente come Ben Moon. Capii che per arrampicare forte e fare i gradi bisognava allenarsi di più e meglio. Preoccuparsi meno delle cose tipo gli zaini, che tanto ad arrampicare si poteva andare anche con la sportina della spesa della Conad, e preoccuparsi di più invece della sostanza.
Cioè, di usare bene i piedi e di tenersi, ad esempio.
lunedì 29 settembre 2014
ERNESTO A GUARDAMIGLIO.
Oggi io e l’Ernesto siamo andati a fare una gara di bici. Io ero io e l’Ernesto era una maglia da ciclismo di 35 anni fa. La sua, maglia da ciclismo. Quella che gli vedevo mettere quando andava a fare allenamento quando io ero piccolo.
A me allora non piaceva molto la bici, a me interessava sciare e andare ad arrampicare, la bici va beh, casomai in estate. Perché non ci andiamo tutte le domeniche a sciare, papà? O a arrampicare? Perché così sciare te lo gusti di più. E poi perché sciare costa. Per fare la gara oggi la maglia di lana non andava bene, era una cronometro quindi bisogna mettere il body, ma per andare in giro, prima e dopo la gara, quello sì. L'Ernesto è una maglia della Santini a maniche lunghe in lana, con le tasche dietro, nera e gialla. Bellissima. Mia mamma un po' di tempo fa me l'ha data, mi ha detto La vuoi? Prendila. E io l'ho presa. Da un po’ di tempo ho iniziato a usarla tipo giacchina da città, è molto di tendenza, mi pare. O forse no, ma chissenefrega.
Ho corso oggi e me lo sentivo che era andata bene. Meglio di tutte le altre volte. Lo sentivo e poi il contachilometri ce l’ho avuto sotto il naso per ventiquattro minuti e undici secondi, non sono mica scemo. La velocità la vedevo anche io. E anche gli altri li vedevo, li ho visti passare mentre mi scaldavo e uno in gara lo sono andato a riprendere, quindi. Alla fine della gara mi sono cambiato e asciugato e rivestito e sono andato alla premiazione portandomi con me l’Ernesto, gli ho detto Dài, vieni anche te, oggi. Anche se faceva caldo, troppo caldo per una maglia di lana. Non gli ho detto del premio, ma me lo sentivo. Secondo me ce lo davano. Ho detto: al massimo ti fai un giro.
A un certo punto mentre eravamo lì in piazza di Guardamiglio con tutti gli altri corridori e i motociclisti della scorta tecnica che gironzolavamo e aspettavamo, hanno appeso le classifiche ai vetri di una banca - credo una banca - o del municipio, non lo so esattamente, hanno appeso tutti i fogli con i tempi e io tanto per cominciare non sono andato subito. L’Ernesto mi diceva Ma cosa aspettiamo ad andare a vedere? io ho detto niente, non aspettiamo niente. Ce la godiamo. C’era tutta questa gente accalcata che leggeva le classifiche e i tempi e venivano via e commentavano, quando hanno cominciato a diradarsi e ad andare via e hanno cominciato a preparare il tavolo per la premiazione, siamo andati noi. Sono arrivato lì e ho guardato, invece di leggere partendo dal basso come faccio di solito questa volta sono partito dall’alto del foglio, da in cima andando in giù, convinto. C’era un nome e poi subito c’era il mio. Poi tutti gli altri. Ho guardato il mio tempo e il distacco dal primo e con lo sguardo perso nel vuoto ho fatto a mente il calcolo della media. L’Ernesto era silenzioso.
Siamo andati al banco del ristoro e c’era lì un Lambrusco frizzante, ne ho bevuto un bel bicchiere. Poi un altro. Poi dopo mi sembrava che dovevo berne un altro ancora. Era l’Ernesto che me lo chiedeva. Per lui. Allora ho aperto la cerniera della giacchina Santini, faceva un po’ caldo, e mi sono fatto versare un altro bicchiere. C’era una signora che li riempiva per tutti i bicchieri e li dava, gentilissima, una con la messa in piega fatta ieri, bionda e con un rossetto molto acceso. Mi ha detto Ne prenda quanto ne vuole di vino, che a noi fa piacere. Ancora uno, grazie. Poi dopo hanno chiamato i nomi dalla lista con il microfono che ogni tanto faceva qui fischi che fanno i microfoni e hanno detto i tempi e a me hanno chiamato per secondo, siamo andati, io e l’Ernesto, mi sembrava contento. Poi siamo stati lì ancora un po’ ad applaudire gli altri concorrenti quando li chiamavano e le categorie, che a me non piacciono quelli che prendono il premio e poi vanno via, come certi genitori con i figli alla scuola di sci. Poi alla fine abbiamo salutato chi era rimasto, ci siamo dati appuntamento a domenica prossima e siamo tornati alla macchina.
Mentre camminavamo per strada l’Ernesto mi ha chiesto Cosa c’è dentro al sacchetto? io l’ho aperto e ci ho guardato dentro, tra le altre cose ho visto un salame. Veniva su un bel profumino di nostrano. Ho detto Niente, le solite cose. Poi siamo saliti in macchina e ho tolto la giacca Santini e l’ho piegata e l’ho messa bene in ordine sul sedile del passeggero, con sopra la medaglia che mi hanno dato. Sono andato avanti per un po’ in silenzio viaggiando in autostrada, senza la radio, solo il rumore delle ruote e del motore e del vento sul parabrezza.
Poi l’Ernesto ha rotto il silenzio e mi ha detto Sì, ma si può sapere che media hai fatto, almeno? A casa guardiamo - ho risposto. Mi ha fatto uno sguardo interrogativo. Con il Garmin. Ancora mi guardava. Il GPS. E’ tutto registrato. Ah, va bè, mi ha detto lui, l’Ernesto.
Poi fino a casa non ha più detto niente. Adesso è nell’armadio.
A me allora non piaceva molto la bici, a me interessava sciare e andare ad arrampicare, la bici va beh, casomai in estate. Perché non ci andiamo tutte le domeniche a sciare, papà? O a arrampicare? Perché così sciare te lo gusti di più. E poi perché sciare costa. Per fare la gara oggi la maglia di lana non andava bene, era una cronometro quindi bisogna mettere il body, ma per andare in giro, prima e dopo la gara, quello sì. L'Ernesto è una maglia della Santini a maniche lunghe in lana, con le tasche dietro, nera e gialla. Bellissima. Mia mamma un po' di tempo fa me l'ha data, mi ha detto La vuoi? Prendila. E io l'ho presa. Da un po’ di tempo ho iniziato a usarla tipo giacchina da città, è molto di tendenza, mi pare. O forse no, ma chissenefrega.
Ho corso oggi e me lo sentivo che era andata bene. Meglio di tutte le altre volte. Lo sentivo e poi il contachilometri ce l’ho avuto sotto il naso per ventiquattro minuti e undici secondi, non sono mica scemo. La velocità la vedevo anche io. E anche gli altri li vedevo, li ho visti passare mentre mi scaldavo e uno in gara lo sono andato a riprendere, quindi. Alla fine della gara mi sono cambiato e asciugato e rivestito e sono andato alla premiazione portandomi con me l’Ernesto, gli ho detto Dài, vieni anche te, oggi. Anche se faceva caldo, troppo caldo per una maglia di lana. Non gli ho detto del premio, ma me lo sentivo. Secondo me ce lo davano. Ho detto: al massimo ti fai un giro.
A un certo punto mentre eravamo lì in piazza di Guardamiglio con tutti gli altri corridori e i motociclisti della scorta tecnica che gironzolavamo e aspettavamo, hanno appeso le classifiche ai vetri di una banca - credo una banca - o del municipio, non lo so esattamente, hanno appeso tutti i fogli con i tempi e io tanto per cominciare non sono andato subito. L’Ernesto mi diceva Ma cosa aspettiamo ad andare a vedere? io ho detto niente, non aspettiamo niente. Ce la godiamo. C’era tutta questa gente accalcata che leggeva le classifiche e i tempi e venivano via e commentavano, quando hanno cominciato a diradarsi e ad andare via e hanno cominciato a preparare il tavolo per la premiazione, siamo andati noi. Sono arrivato lì e ho guardato, invece di leggere partendo dal basso come faccio di solito questa volta sono partito dall’alto del foglio, da in cima andando in giù, convinto. C’era un nome e poi subito c’era il mio. Poi tutti gli altri. Ho guardato il mio tempo e il distacco dal primo e con lo sguardo perso nel vuoto ho fatto a mente il calcolo della media. L’Ernesto era silenzioso.
Siamo andati al banco del ristoro e c’era lì un Lambrusco frizzante, ne ho bevuto un bel bicchiere. Poi un altro. Poi dopo mi sembrava che dovevo berne un altro ancora. Era l’Ernesto che me lo chiedeva. Per lui. Allora ho aperto la cerniera della giacchina Santini, faceva un po’ caldo, e mi sono fatto versare un altro bicchiere. C’era una signora che li riempiva per tutti i bicchieri e li dava, gentilissima, una con la messa in piega fatta ieri, bionda e con un rossetto molto acceso. Mi ha detto Ne prenda quanto ne vuole di vino, che a noi fa piacere. Ancora uno, grazie. Poi dopo hanno chiamato i nomi dalla lista con il microfono che ogni tanto faceva qui fischi che fanno i microfoni e hanno detto i tempi e a me hanno chiamato per secondo, siamo andati, io e l’Ernesto, mi sembrava contento. Poi siamo stati lì ancora un po’ ad applaudire gli altri concorrenti quando li chiamavano e le categorie, che a me non piacciono quelli che prendono il premio e poi vanno via, come certi genitori con i figli alla scuola di sci. Poi alla fine abbiamo salutato chi era rimasto, ci siamo dati appuntamento a domenica prossima e siamo tornati alla macchina.
Mentre camminavamo per strada l’Ernesto mi ha chiesto Cosa c’è dentro al sacchetto? io l’ho aperto e ci ho guardato dentro, tra le altre cose ho visto un salame. Veniva su un bel profumino di nostrano. Ho detto Niente, le solite cose. Poi siamo saliti in macchina e ho tolto la giacca Santini e l’ho piegata e l’ho messa bene in ordine sul sedile del passeggero, con sopra la medaglia che mi hanno dato. Sono andato avanti per un po’ in silenzio viaggiando in autostrada, senza la radio, solo il rumore delle ruote e del motore e del vento sul parabrezza.
Poi l’Ernesto ha rotto il silenzio e mi ha detto Sì, ma si può sapere che media hai fatto, almeno? A casa guardiamo - ho risposto. Mi ha fatto uno sguardo interrogativo. Con il Garmin. Ancora mi guardava. Il GPS. E’ tutto registrato. Ah, va bè, mi ha detto lui, l’Ernesto.
Poi fino a casa non ha più detto niente. Adesso è nell’armadio.
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venerdì 26 settembre 2014
MEDICINALE DA 1200€.
Un po' di tempo fa abbaiamo portato mio figlio da un medico per una problema ricorrente e per risolvere il suo disagio gli sono state prospettate due possibilità, una soluzione chirurgica e una farmaceutica. Nel primo caso si tratta di un intervento un po' fastidioso e - forse - risolutivo, che ci hanno sconsigliato di fare alla sua età; nel secondo un trattamento con una serie di 10 iniezioni mensili, a quanto pare qualche volta un po' dolorose o fastidiose.
Mio figlio è grande ormai, quindi abbiamo proposto a lui di decidere in autonomia che cosa fare e lui dopo averci pensato un po' su ha detto che si teneva il suo problema così come era o che eventualmente, se proprio, tra un po' si faceva operare. Io mi sono cercato di informare circa che cosa fosse questo trattamento rivoluzionario e non so come sono giunto alla conclusione che ciascuna delle 10 iniezioni avesse un costo unitario di 1200€. Minchia. Non chiedetemi come ho fatto ad arrivare a sapere questa cosa. Andiamo avanti.
Appurato che si trattasse di un trattamento mutabile oltre che innovativo, ho suggerito a mio figlio di provare questa seconda soluzione, ad operarsi avrebbe sempre fatto in tempo. Mio figlio però era sempre più titubante, anzi a dirla tutta era sempre più convinto di non farsi le punture, tenersi il suo disagio, e vada via i ciàp. Io, lì, ho pensato che a quel punto dovevo intervenire e assumere in pieno il mio ruolo di padre. Queste punture da fare o da non fare erano una ottima occasione educativa, la metafora perfetta di altre situazioni della vita in cui devi dare un po', se vuoi ricevere un po'.
Allora, cominciando a parlare dalle punture e del disagio che provocano - una sera, a tavola, c'era tutta la famiglia riunita e quindi anche le altre mie due figlie - mi sono avventurato a parlare di massimi sistemi, del mondo, della vita, ho tirato in ballo le opportunità che il progresso e la ricerca ci offrono, il sistema sanitario nazionale "che non è poi tanto male qui in Italia che ci passa con la mutua quei medicinali qui d'avanguardia....in America, invece..."; ho affrontato il tema dell'apprezzare quello che abbiamo, del fatto che non possiamo sempre e solo prendere quello che ci piace e che ci conviene, eccetera, eccetera, eccetera. Robe pallose che però ogni tanto un padre deve dire.
Alla fine Daniele è giunto alla conclusione che avrebbe fatto le punture, che era la soluzione migliore. Oggi siamo andati a comprarle, mi chiedevo come poteva essere fatta una puntura da 1200€ e soprattutto quanto e come l'avrei dovuta pagare. O meglio, non pagare, al massimo il ticket, da bravo e giudizioso cittadino contribuente.
Alla farmacia è andata mia moglie e poi prima di andare da un'altra parte è tornata indietro a casa a darmi il medicinale da mettere subito in frigorifero. Beh, ovvio, un medicinale da 1200€ - mi sono detto - deve essere una cosa talmente speciale che bisogna tenerlo in frigorifero. Mentre lei arrivava io mi sono messo in fondo alle scale fuori dal cancello ad aspettare, per fare prima con il trasporto in frigorifero. Quando lei è arrivata e mi ha passato dal finestrino questa scatolina bianca e azzurra io l'ho presa sul palmo delle mani come - per quanto mi ricordo - ti davano l'ostia il giorno della prima comunione. Adesso mi pare che te la diano direttamente in bocca, comunque andiamo avanti. La scatola era fredda-gelata, si capiva che arrivava da un'altro frigo. Una scatolina abbastanza anonima, da medicinale generico, tra l'altro. Pensa te la scienza mi sono detto, niente marketing e tutta sostanza. Una confezione così semplice eppure è così costosa. Chissà quanto fa bene. Sul medicinale c'era una scritta 1.200.000 UI che vuol dire unità, è un antibiotico. Allora mi ha preso un dubbio e ho chiesto a mia moglie: " Ma è la medicina da 1200€?" Si è messa a ridere e mi ha guardato come un deficiente e mi ha detto di no: "Non costa 1200€" ma io non capivo.
Sono salito di sopra in casa e ho messo il medicinale in frigo. Poi, prima di scrivere tutta questa cosa qui che state leggendo, mi sono messo davanti al computer e ho digitato il nome del medicinale e mi è uscita una scheda del farmaco. E anche il prezzo. Costa 24€. Non 1200. Fermi però, la storia non è finita. Prima costava 2€, poi 24€. L'aumento è stato del 1200%, il farmaco è passato dalla fascia A alla fascia C, per decreto. In un giorno, taak. E certo, siamo in Italia, mi sono detto. Forse la confusione quando mi hanno spiegato è nata lì, 1200%, 1200€.
Comunque adesso io ho un problema. Oggi Daniele tornerà da scuola e gli diremo che abbiamo finalmente comprato il medicinale costosissimo rivoluzionario e che deve fare la puntura e immagino che questo medicinale lo vorrà vedere e mi chiederà - ne sono sicuro: "Ma veramente costa 1200€ sta robina qui?".
Ecco.
Io sto pensando alla risposta da dare, per non tradire i concetti del mio pippone dell'altro giorno e poi insomma anche per difendere la questione di principio, i massimi sistemi. Della figura da vecchio rincoglionito che l'ho già fatta una volta, va beh, di quella non mi interessa. Potrei digli che l'Italia è un paese di merda in cui lo Stato a una azienda privata offre il diritto di aumentare il prezzo di un prodotto che viene venduto in farmacia del 1200%. Come se niente fosse.
Come se da domani ad esempio, un litro di benzina costasse circa 20€.
E invece gli dirò: "Ehy, bócia, ci sei cascato, eh? Ma quando è che cresci?"
Però secondo me, non se la beve.
Mio figlio è grande ormai, quindi abbiamo proposto a lui di decidere in autonomia che cosa fare e lui dopo averci pensato un po' su ha detto che si teneva il suo problema così come era o che eventualmente, se proprio, tra un po' si faceva operare. Io mi sono cercato di informare circa che cosa fosse questo trattamento rivoluzionario e non so come sono giunto alla conclusione che ciascuna delle 10 iniezioni avesse un costo unitario di 1200€. Minchia. Non chiedetemi come ho fatto ad arrivare a sapere questa cosa. Andiamo avanti.
Appurato che si trattasse di un trattamento mutabile oltre che innovativo, ho suggerito a mio figlio di provare questa seconda soluzione, ad operarsi avrebbe sempre fatto in tempo. Mio figlio però era sempre più titubante, anzi a dirla tutta era sempre più convinto di non farsi le punture, tenersi il suo disagio, e vada via i ciàp. Io, lì, ho pensato che a quel punto dovevo intervenire e assumere in pieno il mio ruolo di padre. Queste punture da fare o da non fare erano una ottima occasione educativa, la metafora perfetta di altre situazioni della vita in cui devi dare un po', se vuoi ricevere un po'.
Allora, cominciando a parlare dalle punture e del disagio che provocano - una sera, a tavola, c'era tutta la famiglia riunita e quindi anche le altre mie due figlie - mi sono avventurato a parlare di massimi sistemi, del mondo, della vita, ho tirato in ballo le opportunità che il progresso e la ricerca ci offrono, il sistema sanitario nazionale "che non è poi tanto male qui in Italia che ci passa con la mutua quei medicinali qui d'avanguardia....in America, invece..."; ho affrontato il tema dell'apprezzare quello che abbiamo, del fatto che non possiamo sempre e solo prendere quello che ci piace e che ci conviene, eccetera, eccetera, eccetera. Robe pallose che però ogni tanto un padre deve dire.
Alla fine Daniele è giunto alla conclusione che avrebbe fatto le punture, che era la soluzione migliore. Oggi siamo andati a comprarle, mi chiedevo come poteva essere fatta una puntura da 1200€ e soprattutto quanto e come l'avrei dovuta pagare. O meglio, non pagare, al massimo il ticket, da bravo e giudizioso cittadino contribuente.
Alla farmacia è andata mia moglie e poi prima di andare da un'altra parte è tornata indietro a casa a darmi il medicinale da mettere subito in frigorifero. Beh, ovvio, un medicinale da 1200€ - mi sono detto - deve essere una cosa talmente speciale che bisogna tenerlo in frigorifero. Mentre lei arrivava io mi sono messo in fondo alle scale fuori dal cancello ad aspettare, per fare prima con il trasporto in frigorifero. Quando lei è arrivata e mi ha passato dal finestrino questa scatolina bianca e azzurra io l'ho presa sul palmo delle mani come - per quanto mi ricordo - ti davano l'ostia il giorno della prima comunione. Adesso mi pare che te la diano direttamente in bocca, comunque andiamo avanti. La scatola era fredda-gelata, si capiva che arrivava da un'altro frigo. Una scatolina abbastanza anonima, da medicinale generico, tra l'altro. Pensa te la scienza mi sono detto, niente marketing e tutta sostanza. Una confezione così semplice eppure è così costosa. Chissà quanto fa bene. Sul medicinale c'era una scritta 1.200.000 UI che vuol dire unità, è un antibiotico. Allora mi ha preso un dubbio e ho chiesto a mia moglie: " Ma è la medicina da 1200€?" Si è messa a ridere e mi ha guardato come un deficiente e mi ha detto di no: "Non costa 1200€" ma io non capivo.
Sono salito di sopra in casa e ho messo il medicinale in frigo. Poi, prima di scrivere tutta questa cosa qui che state leggendo, mi sono messo davanti al computer e ho digitato il nome del medicinale e mi è uscita una scheda del farmaco. E anche il prezzo. Costa 24€. Non 1200. Fermi però, la storia non è finita. Prima costava 2€, poi 24€. L'aumento è stato del 1200%, il farmaco è passato dalla fascia A alla fascia C, per decreto. In un giorno, taak. E certo, siamo in Italia, mi sono detto. Forse la confusione quando mi hanno spiegato è nata lì, 1200%, 1200€.
Comunque adesso io ho un problema. Oggi Daniele tornerà da scuola e gli diremo che abbiamo finalmente comprato il medicinale costosissimo rivoluzionario e che deve fare la puntura e immagino che questo medicinale lo vorrà vedere e mi chiederà - ne sono sicuro: "Ma veramente costa 1200€ sta robina qui?".
Ecco.
Io sto pensando alla risposta da dare, per non tradire i concetti del mio pippone dell'altro giorno e poi insomma anche per difendere la questione di principio, i massimi sistemi. Della figura da vecchio rincoglionito che l'ho già fatta una volta, va beh, di quella non mi interessa. Potrei digli che l'Italia è un paese di merda in cui lo Stato a una azienda privata offre il diritto di aumentare il prezzo di un prodotto che viene venduto in farmacia del 1200%. Come se niente fosse.
Come se da domani ad esempio, un litro di benzina costasse circa 20€.
E invece gli dirò: "Ehy, bócia, ci sei cascato, eh? Ma quando è che cresci?"
Però secondo me, non se la beve.
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giovedì 14 agosto 2014
CASI DI DIPENDENZA.
Un po' di tempo fa, non mi ricordo quanto tempo fa, quasi tre anni credo, una volta ho scritto qui sopra e su Facebook che avevo voglia di mettere da parte il telefono cellulare e non usarlo più. Era successo un putiferio. C'era stato chi mi aveva detto che era una buona idea e che ci avrebbe pensato anche lui e chi invece mi aveva detto che era una cazzata ipocrita, la maggior parte delle persone propendeva per questa seconda ipotesi, per l'idea che fosse una cazzata. Ipocrita. Cosa che mi aveva convinto sin da subito che in realtà invece doveva essere una ottima idea.
Così ho cominciato a fare qualche tentativo, qualche esperimento e ho provato a vedere se si poteva vivere e lavorare senza smartphone. Così, per provare. Quasi da subito ho incominciato a eliminare quasi totalmente gli sms, a non usarli e a non rispondere, a costo di essere considerato stronzo o inefficiente. Ho levato parecchie app. Ho cercato di costringermi a spegnere il telefono sempre più spesso, anche lasciandolo a casa certe volte. La verità era che non potevo permettermi di non usarli gli sms prima, di non usare quel livello parallelo e sotterraneo di comunicazione che annullava le distanze e non potevo neanche lasciarlo a casa o in giro senza di me, il mio telefono, e lì ho capito la prima cosa importante che dovevo capire e cioè dove era il più grande lavoro che dovevo fare su me stesso, da che parte dovevo cominciare.
Dovevo cominciare da me.
Dovevo iniziare a cambiare io e mettere a posto delle cose della mia vita che non mi andavano bene e che - era evidente - non avevo più il coraggio di affrontare. Il telefono, ho scoperto quasi subito, era quella cosa che mi permetteva di navigarci intorno a questi problemi. Mi permetteva di aggirarli e di conviverci. E così, con fatica e dopo essermi ritrovato per altre vicende della vita nella condizione di non poter fare altro che tornare indietro e ripartire da capo, ho messo mano alle cose fondamentali. Diciamo che ho provato a fare diventare una parte del problema - il telefono - una parte della soluzione. Ho cercato da subito di mettermi nella condizione di non dipendere da niente, tantomeno dal telefono cambiando il modo di usarlo e di lasciarmi usare dagli altri quando venivo cercato, e per farlo anziché affidarmi alla mia forza di volontà e al buon senso - perché era evidente che io non avevo a sufficienza né l'una né l'altra cosa - ho cominciato a privarmi "fisicamente" del telefono e di alcune sue funzioni per dei brevi periodi.
Così ho cominciato a fare qualche tentativo, qualche esperimento e ho provato a vedere se si poteva vivere e lavorare senza smartphone. Così, per provare. Quasi da subito ho incominciato a eliminare quasi totalmente gli sms, a non usarli e a non rispondere, a costo di essere considerato stronzo o inefficiente. Ho levato parecchie app. Ho cercato di costringermi a spegnere il telefono sempre più spesso, anche lasciandolo a casa certe volte. La verità era che non potevo permettermi di non usarli gli sms prima, di non usare quel livello parallelo e sotterraneo di comunicazione che annullava le distanze e non potevo neanche lasciarlo a casa o in giro senza di me, il mio telefono, e lì ho capito la prima cosa importante che dovevo capire e cioè dove era il più grande lavoro che dovevo fare su me stesso, da che parte dovevo cominciare.
Dovevo cominciare da me.
Dovevo iniziare a cambiare io e mettere a posto delle cose della mia vita che non mi andavano bene e che - era evidente - non avevo più il coraggio di affrontare. Il telefono, ho scoperto quasi subito, era quella cosa che mi permetteva di navigarci intorno a questi problemi. Mi permetteva di aggirarli e di conviverci. E così, con fatica e dopo essermi ritrovato per altre vicende della vita nella condizione di non poter fare altro che tornare indietro e ripartire da capo, ho messo mano alle cose fondamentali. Diciamo che ho provato a fare diventare una parte del problema - il telefono - una parte della soluzione. Ho cercato da subito di mettermi nella condizione di non dipendere da niente, tantomeno dal telefono cambiando il modo di usarlo e di lasciarmi usare dagli altri quando venivo cercato, e per farlo anziché affidarmi alla mia forza di volontà e al buon senso - perché era evidente che io non avevo a sufficienza né l'una né l'altra cosa - ho cominciato a privarmi "fisicamente" del telefono e di alcune sue funzioni per dei brevi periodi.
Quella, all'inizio, è stata la parte più difficile. Cambiare abitudini. Perché era diventato evidente che la questione della "sistemazione del problema Emilio" era più grande e più importante della questione "uso del telefono di Emilio". La questione della dipendenza dal telefono era modesta se vogliamo ma era la metafora delle mie difficoltà e della mia incapacità a cambiare. La mia dipendenza rispetto a tanti altri che vedevo e che vedo intorno a me fa ridere al confronto, era quasi impercettibile, ma a me sembrava comunque sintomatica. C' era e teneva nascoste dietro altre cose da risolvere, altre cose che era più comodo non vedere e non affrontare. Il processo di cambiamento ha richiesto il coinvolgimento o a seconda dei casi l'esclusione di alcune delle persone che avevo intorno, indipendentemente dal fatto che loro si trovassero d'accordo con la mia scelta oppure no. Ovviamente non è stato facile e non a tutti la cosa andava bene. Non a tutti andava bene il cambiamento e che questo Emilio che c'era prima e che io volevo andare a riprendere e rimettere al suo posto riprendesse il comando.
C'è stata tanta sofferenza, mia e degli altri intorno a me, all'inizio almeno, ma si è fatta anche tanto ordine, ho ripristinato delle distanze e con il tempo tutto è diventato sempre meno difficile. La gente a cui andava bene solo un certo Emilio, al quale non era necessario volere anche bene oltre che farsene volere, è sparita. Altri li ho fatti sparire io. Altri semplicemente sono rimasti in standby e sono lì ancora a cercare di capire, non capiscono e probabilmente si aspettano ancora una spiegazione da me, ed è questa la ragione per cui io adesso sono qui a scrivere questa cosa che sto scrivendo. Per cercare di spiegarmi, ammesso che uno abbia ancora voglia di sapere. Questa deve anche essere la ragione per cui ho scritto così tanto qui sopra e su FB, in questi tre anni, in effetti. Per capire e per capirmi, io sono uno di quelli che scrive per capire quello che pensa, ho scoperto. Non scrivono mica tutti per lo stesso motivo. Ho scritto così tanto qui sopra e cose così lunghe - io credo - per tenere traccia del mio andare e per sentirmi in viaggio, in cambiamento, per fare ordine, è stato una specie di diario dei miei pensieri e delle cose che inaspettatamente cercando di cambiare cambiavano a loro volta venendo a galla.
Ho provato tra le altre cose, tra i vari tentativi per un periodo a portarmi dietro il telefono da usare "solo in caso di bisogno" ma in realtà, devo ammetterlo, questa è una cosa che non funziona. Se pensate di avere una difficoltà simile alla mia non fatelo, non può funzionare. E' la cosa peggiore di tutte. Ho capito che il vero "bisogno" delle persone rispetto al telefono quando ne dipendono è usarlo per eludere gli altri, per escludere alcuni o per aggirare i problemi, schivarli, farli a pezzi più piccoli da lasciare lì in modo che facciano meno danno e siano più facili da scavalcare, è un modo subdolo per non per risolverli, i problemi.
A conti fatti sono più le volte che chiamiamo qualcuno al telefono per rimandare, per procrastinare, per modificare i programmi e in definitiva per "non esserci", piuttosto che per "esserci". Se a uno gli vuoi andare incontro basta che vai a casa sua a trovarlo e gli suoni il campanello, che gli parli e che soprattutto lo ascolti, un modo per esserci, per essere presente o per entrare in contatto o in sintonia con qualcuno lo trovi sempre, se vuoi, altrimenti vuol dire che non è importante. Che non ti interessa davvero. Non è senz'altro un sms quello di cui ha bisogno un'amicizia o una partnership di lavoro per cementarsi e diventare grande. Chi ti vuole bene ha bisogno di te. Che tu ci sia. E se non ci sei, ti cerca.
Il telefono cellulare spesso serve a esserci senza fare la fatica di essere presente.
Il telefono è quella cosa in più che - uno pensa - puoi usare in caso di bisogno. Se serve. Se non si può fare in altro modo. Balle. Il telefono non soddisfa un bisogno ma quasi sempre crea una nuova opportunità, una via di fuga o una alternativa, noi quasi tutti spesso il cellulare lo usiamo per rendere più elegante il nostro non esserci, più perdonabile, più efficiente e meno miserabile o patetica la nostra pigrizia, la nostra svogliatezza, lo usiamo per anestetizzarci e non ammettere a noi stessi la abulia e la distrazione, la assenza di spirito con cui affrontiamo ogni momento della giornata. Certo, mica per tutti è così. Mica sempre, per fortuna.
Però per me lo era diventato alle volte, o almeno mi sembrava che lo stesse diventando. Un alibi per non esserci più. Sono certo che voi - ne siete convinti - sarete per la maggior parte disposti ad accettare che quello che dico può essere vero per me e che accade intorno a voi, lo vedete accadere continuamente, ma in fondo ripetete a voi stessi che per voi è diverso, esattamente come io dicevo di me. Che è diverso. Vi auguro che lo sia, ma non sentitevi al sicuro. Voi, non tutti ma molti probabilmente - proprio come pensavo io - siete certi di non dipendere dal telefono e di poterne fare tranquillamente a meno quando volete, ma quello che vi garantisco è che in ogni caso, sia che voi dipendiate dal telefono come dipendevo io oppure no, la vostra risposta sarà una soltanto: "Non è il mio caso, io non dipendo dal telefono". D'altronde qualsiasi tipo di dipendenza ha come prima reazione, quando qualcuno ti pone di fronte alla evidenza dei fatti, il negare. Anche con aggressività, se serve. Con sgarbo. Tenete d'occhio i commenti che arriveranno in calce a questo post, gente che si incazza vedrete quanta ne arriva. Insomma, se posso dare un consiglio, qualche esperimento a livello personale fatelo, settembre è il mese dei buoni propositi e ci siamo quasi. Qualche tentativo, così, per vedere, buttatelo lì. A me è servito. Mettetevi alla prova, i risultati saranno sorprendenti.
Ho speso quasi tre anni a provare a fare in modo di non avere bisogno di un telefono cellulare e di tutto quello che c'è attaccato intorno, adesso penso di poterci riuscire. Serve sforzarsi di avere una alternativa, a pensarci bene ce n'è sempre una, di solito un po' meno comoda. Io ho imparato ad apprezzare questa scomodità, questo dovermi dare maggiormente da fare o il dover rinunciare a qualcosa come un valore e non come un peso. Non è una rinuncia la mia, è una scelta.
Concludo affrontando l'obiezione principale di chi di solito si dichiara d'accordo ma soltanto in teoria, con l'idea di mettere da parte il telefono cellulare, che è: "Sì, ma come faccio io con il lavoro?". Il lavoro è l'ultimo baluardo dietro a cui proviamo a nascondere la nostra incapacità di non dipendere da qualcosa. Il lavoro. In nome del lavoro si può giustificare tutto o quasi, anche un matrimonio o una vita familiare che va a rotoli, figuriamoci l'uso del di uno smartphone. Con cui ormai lavoriamo, ci intratteniamo, proviamo a divertirci o almeno a non annoiarci spendendo buona parte delle nostre pause e del nostro tempo che chiamiamo morto. Che è una cosa che non esiste, il "tempo morto" non c'è, siamo noi che lo abbiamo inventato a forza di rinunciare a fare altro. Lo abbiamo ucciso, il nostro tempo, per quello "è morto".
Volevo dirvi che si lavora meglio senza cellulare e senza internet, perlomeno io lavoro molto meglio. Sono più concentrato, ho una visione diversa delle persone e del tempo che mi dedicano, che mi sembra una cosa preziosa da non sprecare. Il tempo è la cosa più preziosa di cui dispongo e non voglio sprecarlo. In definitiva, perlomeno io, sono arrivato alla conclusione che oltre che stare meglio ora posso lavorare anche meglio. C'è anche un'altra cosa pratica che devo dire e poi concludo con tutto questo discorso. Volevo dirvi che io ho deciso lo smartphone di non usarlo più. Per un po', almeno. Adesso sono in condizione di riuscirci. D'ora in avanti il telefono lo accenderò un paio di volte al giorno per chiamare o per vedere se mi qualcuno mi ha cercato o se ha bisogno. Dove o come trovarmi, se a uno serve, lo sapete. Leggerò i messaggi o le email se mi scrivete - volentieri, scrivetemi - o vi richiamerò se vedo che mi avete cercato. Quanto all'istantaneità con cui posso raggiungere ed essere raggiunto da chiunque, ovunque, a qualsiasi ora del giorno o della notte, sempre, beh io a quella ho deciso di rinunciare. Spero per sempre.
Volevo dirvi che si lavora meglio senza cellulare e senza internet, perlomeno io lavoro molto meglio. Sono più concentrato, ho una visione diversa delle persone e del tempo che mi dedicano, che mi sembra una cosa preziosa da non sprecare. Il tempo è la cosa più preziosa di cui dispongo e non voglio sprecarlo. In definitiva, perlomeno io, sono arrivato alla conclusione che oltre che stare meglio ora posso lavorare anche meglio. C'è anche un'altra cosa pratica che devo dire e poi concludo con tutto questo discorso. Volevo dirvi che io ho deciso lo smartphone di non usarlo più. Per un po', almeno. Adesso sono in condizione di riuscirci. D'ora in avanti il telefono lo accenderò un paio di volte al giorno per chiamare o per vedere se mi qualcuno mi ha cercato o se ha bisogno. Dove o come trovarmi, se a uno serve, lo sapete. Leggerò i messaggi o le email se mi scrivete - volentieri, scrivetemi - o vi richiamerò se vedo che mi avete cercato. Quanto all'istantaneità con cui posso raggiungere ed essere raggiunto da chiunque, ovunque, a qualsiasi ora del giorno o della notte, sempre, beh io a quella ho deciso di rinunciare. Spero per sempre.
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giovedì 31 luglio 2014
CINQUANTA ALL'ORA.
Quando fai il riscaldamento giusto e c'è la gamba giusta, quando è il giorno giusto, lo capisci subito.
Senti il cuore che sale facile e che scende facile e c'è un momento in cui il fiato si rompe e passi al livello successivo, è come passare da una stanza più piccola a una stanza più grande, in cui c'è più aria e in cui tutto succede al rallentatore, lentamente. Tu sei lucido e distante, ti muovi veloce in quella stanza e in quella lentezza universale e hai la sensazione di avere tutto sotto controllo e che ci siano i due te, quelli che normalmente lottano tra di loro, che si ostacolano e che si infastidiscono a vicenda che invece, per una volta, funzionano insieme. Sovrapposti, in sincronia.
Questa settimana è così e ieri era così, lo sentivo. Allora ho fatto il mio riscaldamento con quella idea in testa di dare tutto per 10km sul mio percorso test, senza risparmiarmi. Fa paura dare tutto, perché nel dare il massimo c'è contemporaneamente la percezione del limite e non sempre il limite è dove lo vorresti tu ma insomma, prima o poi viene il momento di mettersi in gioco e di provare. Sono partito e la velocità è andata su subito, facile. Il ritmo era quello delle settimane precedenti nell'allenamento dietro motori - grazie @silviolussana - eppure la frequenza cardiaca e la velocità stavano lì, al loro posto. Incredibile. Mi sono detto: Provaci. Tanto, cosa ti costa? Nel caso esplodi e ti fermi, mica è una gara questa qui. Mica c'è da vergognarsi.
Andavo e mi sembrava di non essere io quello che pedalava, era come se mi potessi vedere da fuori, di fianco. Da dietro. Da sopra, dall'alto, dal cielo, io piccolo puntino chino sul manubrio e la strada, quella strada dritta e pianeggiante, asfaltata bene che ho percorso tutte quelle volte, una riga nera nel verde dei campi. L'unica cosa che mi raccordava alla realtà era il suono delle ruote in carbonio e quella tensione che attraverso la catena e il telaio della bici, attraverso le mani e i gomiti e i piedi poggiati sui pedali e il bacino entrava dentro di me. Una vibrazione.
A metà del percorso la media era altissima e per un attimo ho avuto paura di non riuscire a tenere duro fino alla fine, mi sono detto: è impossibile. Solo una volta, confesso di averlo pensato, per qualche secondo. Poi, basta. C'era quell'aria che non era piena, chi ha corso in bici sa cosa intendo. E' quell'aria scavata dal passaggio delle auto, poche, una ogni tanto a fianco a me e io che ci passavo a lato. Un po' come quando entri in una stanza in cui hanno appena finito di litigare, c'è silenzio ma è un silenzio strano fatto di parole che sono ancora nell'aria e rimbalzano e sbattono contro al soffitto e contro alle pareti e tu arrivi e lo senti, che c'è qualcosa. Sembra niente ma c'è qualcosa. Ecco era così, c'era quell'aria che nel ciclismo è sbarazzina e complice e che bisogna saperla sentire perché quando vai a più di 50 all'ora all'aria devi chiedere permesso, gentilmente, tu domandi e lei risponde. Ti lascia passare. Devi ascoltare e sentire le risposte nelle ruote, sulla pelle, sulle gambe, sugli avambracci che si infilano nel vento, protesi in avanti. Tra il km 6 e il 7.5 è stata gioia pura, il cuore era a 173 ma veniva voglia di urlare, non dalla fatica ma dalla felicità. Strano, non sentivo fatica. O meglio: la sentivo ma non la sentivo. Me ne nutrivo.
Dai cazzo, spingi. All'ultima rotonda mancava poco più di un kilometro, mi si è affiancato uno con l'auto, ha tirato giù il finestrino e mi gridava Dai Alè Alè, io ho girato la testa e ho sollevato un pollice senza mollare le mani dal manubrio, senza scompormi, senza smettere di pedalare e di spingere. 200 metri. 100. 50. Fine. Ho smesso di pedalare e ho lasciato andare avanti la bici per inerzia, c'era quello zzzzzz della ruota libera. Non c'era lo striscione del traguardo. Non c'era pubblico, classifica, applausi, telecamere, non c'era niente. C'ero solo io. C'era il traffico di una tangenziale del mercoledì sera, c'erano auto e furgoncini, gente stanca che tornava a casa dal lavoro. C'era una linea immaginaria che esiste solo sul computer, solo da casa la vedo. So che c'è.
C'è la linea bianca di uno stop, un cartello poi una rotonda. Ho percorso la grande rotatoria per intero senza pedalare cercando solo di respirare, restando inclinato, ho tolto il 54 e ho messo il 44, ho fatto salire la catena dall'11 al 17 e mi sono messo a pedalare adagio, leggero. Tranquillo. Piano. Ho fatto tutto il ritorno così, godendomela. C'era una sensazione di quiete grandiosa dentro di me. Le auto mi passavano a fianco e riprendevano velocità sulla tangenziale, in senso contrario adesso, stavo tornando a casa. Non mi portavo a casa niente, ieri. Non è una vittoria, non è un record vero, non è niente. Sono solo dei numeri. dati statistici. E' la certezza che io ieri, più di così, non potevo fare. E' la certezza che in questi due anni di allenamento, di tentativi, di sbagli, di successi e di insuccessi e di fatica in un mondo che mi era sconosciuto, in fondo, sono migliorato un sacco.
Cinquanta all'ora. Si fa presto a dirlo.
strava.com / Time Trial Bagnatica 30.07.2014 Km 10.0
Senti il cuore che sale facile e che scende facile e c'è un momento in cui il fiato si rompe e passi al livello successivo, è come passare da una stanza più piccola a una stanza più grande, in cui c'è più aria e in cui tutto succede al rallentatore, lentamente. Tu sei lucido e distante, ti muovi veloce in quella stanza e in quella lentezza universale e hai la sensazione di avere tutto sotto controllo e che ci siano i due te, quelli che normalmente lottano tra di loro, che si ostacolano e che si infastidiscono a vicenda che invece, per una volta, funzionano insieme. Sovrapposti, in sincronia.
Questa settimana è così e ieri era così, lo sentivo. Allora ho fatto il mio riscaldamento con quella idea in testa di dare tutto per 10km sul mio percorso test, senza risparmiarmi. Fa paura dare tutto, perché nel dare il massimo c'è contemporaneamente la percezione del limite e non sempre il limite è dove lo vorresti tu ma insomma, prima o poi viene il momento di mettersi in gioco e di provare. Sono partito e la velocità è andata su subito, facile. Il ritmo era quello delle settimane precedenti nell'allenamento dietro motori - grazie @silviolussana - eppure la frequenza cardiaca e la velocità stavano lì, al loro posto. Incredibile. Mi sono detto: Provaci. Tanto, cosa ti costa? Nel caso esplodi e ti fermi, mica è una gara questa qui. Mica c'è da vergognarsi.
Andavo e mi sembrava di non essere io quello che pedalava, era come se mi potessi vedere da fuori, di fianco. Da dietro. Da sopra, dall'alto, dal cielo, io piccolo puntino chino sul manubrio e la strada, quella strada dritta e pianeggiante, asfaltata bene che ho percorso tutte quelle volte, una riga nera nel verde dei campi. L'unica cosa che mi raccordava alla realtà era il suono delle ruote in carbonio e quella tensione che attraverso la catena e il telaio della bici, attraverso le mani e i gomiti e i piedi poggiati sui pedali e il bacino entrava dentro di me. Una vibrazione.
A metà del percorso la media era altissima e per un attimo ho avuto paura di non riuscire a tenere duro fino alla fine, mi sono detto: è impossibile. Solo una volta, confesso di averlo pensato, per qualche secondo. Poi, basta. C'era quell'aria che non era piena, chi ha corso in bici sa cosa intendo. E' quell'aria scavata dal passaggio delle auto, poche, una ogni tanto a fianco a me e io che ci passavo a lato. Un po' come quando entri in una stanza in cui hanno appena finito di litigare, c'è silenzio ma è un silenzio strano fatto di parole che sono ancora nell'aria e rimbalzano e sbattono contro al soffitto e contro alle pareti e tu arrivi e lo senti, che c'è qualcosa. Sembra niente ma c'è qualcosa. Ecco era così, c'era quell'aria che nel ciclismo è sbarazzina e complice e che bisogna saperla sentire perché quando vai a più di 50 all'ora all'aria devi chiedere permesso, gentilmente, tu domandi e lei risponde. Ti lascia passare. Devi ascoltare e sentire le risposte nelle ruote, sulla pelle, sulle gambe, sugli avambracci che si infilano nel vento, protesi in avanti. Tra il km 6 e il 7.5 è stata gioia pura, il cuore era a 173 ma veniva voglia di urlare, non dalla fatica ma dalla felicità. Strano, non sentivo fatica. O meglio: la sentivo ma non la sentivo. Me ne nutrivo.
Dai cazzo, spingi. All'ultima rotonda mancava poco più di un kilometro, mi si è affiancato uno con l'auto, ha tirato giù il finestrino e mi gridava Dai Alè Alè, io ho girato la testa e ho sollevato un pollice senza mollare le mani dal manubrio, senza scompormi, senza smettere di pedalare e di spingere. 200 metri. 100. 50. Fine. Ho smesso di pedalare e ho lasciato andare avanti la bici per inerzia, c'era quello zzzzzz della ruota libera. Non c'era lo striscione del traguardo. Non c'era pubblico, classifica, applausi, telecamere, non c'era niente. C'ero solo io. C'era il traffico di una tangenziale del mercoledì sera, c'erano auto e furgoncini, gente stanca che tornava a casa dal lavoro. C'era una linea immaginaria che esiste solo sul computer, solo da casa la vedo. So che c'è.
C'è la linea bianca di uno stop, un cartello poi una rotonda. Ho percorso la grande rotatoria per intero senza pedalare cercando solo di respirare, restando inclinato, ho tolto il 54 e ho messo il 44, ho fatto salire la catena dall'11 al 17 e mi sono messo a pedalare adagio, leggero. Tranquillo. Piano. Ho fatto tutto il ritorno così, godendomela. C'era una sensazione di quiete grandiosa dentro di me. Le auto mi passavano a fianco e riprendevano velocità sulla tangenziale, in senso contrario adesso, stavo tornando a casa. Non mi portavo a casa niente, ieri. Non è una vittoria, non è un record vero, non è niente. Sono solo dei numeri. dati statistici. E' la certezza che io ieri, più di così, non potevo fare. E' la certezza che in questi due anni di allenamento, di tentativi, di sbagli, di successi e di insuccessi e di fatica in un mondo che mi era sconosciuto, in fondo, sono migliorato un sacco.
Cinquanta all'ora. Si fa presto a dirlo.
strava.com / Time Trial Bagnatica 30.07.2014 Km 10.0
mercoledì 9 luglio 2014
SCONFITTE.
Ecco. Io penso che alla montagna quello che servirebbe davvero è qualcuno che con il "nemico" ci dialoga. Qualcuno che più che porre dei veti si confronta, più che imporre cose che non è in condizione di imporre, tratta. Qualcuno in graduo di stabilire delle priorità sostenibili, una strategia politica, degli obiettivi primari raggiungibili, qualcuno in grado quando serve di stringere alleanze o accettare anche soluzioni di compromesso. Qualcuno con il senso della realtà, consapevole delle proprie forze ma anche delle proprie debolezze. Qualcuno preoccupato di portare a casa un risultato utile più che di stare schierato dalla parte della ragione, confortato dall'opinione di altri come lui e dall'idea inviolabile di essere nel giusto.
Servirebbe qualcuno che con i motociclisti o con gli auto-fuoristradisti o con gli impiantisti o con i cacciatori, insomma con quelli che vengono definiti sbrigativamente "i nemici della natura" invece che farci una guerra di principio ci parla, ci dialoga continuamente e si confronta, nelle sedi opportune, nelle amministrazioni locali, nelle Province, nelle Regioni, in Parlamento. Sui giornali. Nelle proprie sedi e nelle sedi altrui. Nei motoclub. Ai motoraduni. Nelle federazioni. Al bar.
Invece abbiamo puntato tutto su una petizione on-line, sulla semplicità con cui - alcuni pensano - il mondo cambia grazie a un click. Non è vero. Il mondo cambia grazie a quello che facciamo, non grazie a quello che pensiamo. Abbiamo perso. Soprattutto la montagna ha perso, ma nulla è davvero perduto. Adesso per difendere il territorio il dialogo e la trattativa con i Sindaci, con gli enduristi e i fuoristradisti, con gli impiantisti e con i cacciatori non è più soltanto auspicabile. E' necessario. Indispensabile.
A parte gli aggiornamenti di stato in cui ci mostriamo disgustati e scandalizzati per questa legge, concretamente, questa è l'unica carta che ci resta in mano da giocare: il dialogo.
Mi chiedo solo: non era meglio cominciare prima? Non sarebbe stato meglio cedere un asso per vincere la partita?
Servirebbe qualcuno che con i motociclisti o con gli auto-fuoristradisti o con gli impiantisti o con i cacciatori, insomma con quelli che vengono definiti sbrigativamente "i nemici della natura" invece che farci una guerra di principio ci parla, ci dialoga continuamente e si confronta, nelle sedi opportune, nelle amministrazioni locali, nelle Province, nelle Regioni, in Parlamento. Sui giornali. Nelle proprie sedi e nelle sedi altrui. Nei motoclub. Ai motoraduni. Nelle federazioni. Al bar.
Invece abbiamo puntato tutto su una petizione on-line, sulla semplicità con cui - alcuni pensano - il mondo cambia grazie a un click. Non è vero. Il mondo cambia grazie a quello che facciamo, non grazie a quello che pensiamo. Abbiamo perso. Soprattutto la montagna ha perso, ma nulla è davvero perduto. Adesso per difendere il territorio il dialogo e la trattativa con i Sindaci, con gli enduristi e i fuoristradisti, con gli impiantisti e con i cacciatori non è più soltanto auspicabile. E' necessario. Indispensabile.
A parte gli aggiornamenti di stato in cui ci mostriamo disgustati e scandalizzati per questa legge, concretamente, questa è l'unica carta che ci resta in mano da giocare: il dialogo.
Mi chiedo solo: non era meglio cominciare prima? Non sarebbe stato meglio cedere un asso per vincere la partita?
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SPONSOR E ALPINISTI.
E' interessante quello che scrive Alessandro Gogna a proposito di sponsor e alpinisti. Molto. La sua è una analisi molto elaborata, raffinata, probabilmente anche troppo, secondo me buona parte degli alpinisti professionisti di oggi da un certo punto di vista, Alessandro, li sopravvaluta.
Il suo ragionamento - prendetevi il tempo di leggerlo il suo articolo, ne vale la pena - ha un punto di partenza che si ispira ai valori fondamentali dell'alpinismo di un paio di decenni fa, su tutti ne cito uno di questi valori che lui stesso ha menzionato nel suo articolo e che li riassume tutti: la libertà. La sintesi di un certo modo di fare alpinismo per professione e di viverci è nel titolo di un libro di Messner : "La libertà di andare dove voglio". E di fare ciò che voglio e tutto il resto aggiungo io, ci siamo capiti, leggendo il libro se uno lo ha letto (se no magari leggete anche questo) è tutto molto chiaro.
Per gli alpinisti aspiranti al professionismo che abbiamo visto sino ad oggi la libertà e l'indipendenza erano il motore di tutto, la premessa, il motivo principale. L'essere libero era il motivo fondamentale di una sponsorizzazione, il compromesso fondamentale che nel tempo ci siamo abituati ad accogliere come necessario. Oggi è diverso. Non è più così.
Sarò brutale: a buona parte degli alpinisti, arrampicatori, freerider eccetera eccetera professionisti o aspiranti tali dei giorni nostri uno sponsor serve per ricevere credibilità, non per darla. E' uno scambio alla pari. Questi alpinisti non vogliono essere liberi, al contrario, vogliono essere usati. Vogliono essere guidati nella loro carriera, filmati, fotografati, promossi attraverso i media. Resi celebri attraverso uffici stampa e agenzie di PR e per fare questo la libertà sono disposti a metterla temporaneamente da parte, a sacrificarla. I loro sogni, i loro desideri questi alpinisti li chiamano molto disinvoltamente "progetti". A me la cosa, in un certo senso, ha sempre fatto paura.
Voglio dire due cose: una, che sono cambiati i tempi. due, che ci piaccia o no è un dato di fatto sempre più evidente che in alpinismo dove le classifiche non ci sono, a farle le classifiche, sono gli sponsor. Sponsor grosso, atleta grosso. Sponsor piccolo, atleta piccolo, l'equazione è facile, apparentemente. E' triste da dire, ma è la verità. E' come ci siamo ridotti a vedere le cose. La percezione dell'audience si è trasformata, adeguata, ha perso la sua forza critica. Per molti giovani alpinisti che aspirano a una vita da professionisti uno sponsor e una sponsorizzazione non sono più un punto di partenza, non sono più un modo per essere più liberi e più indipendenti, sono uno strumento a disposizione per crescere. Un punto di arrivo.
Un modo per ricevere visibilità, per costruire il proprio brand (sigh) e per rendersi autorevoli nella élite artefatta di altri alpinisti celebri. E' il mondo che funziona così, è il sistema sociale, il sistema economico, quello dei media e - purtroppo - anche quello della stampa specializzata. Gli alpinisti che aspirano al professionismo soltanto ormai, molto spesso, invece che lottare contro il sistema si sono rassegati ad usarlo. Facendosi usare.
Una volta gli alpinisti erano i ribelli, i rivoluzionari, coloro che volevano sovvertire l'ordine delle cose, oggi sono l'immagine stessa delle aziende o dei brand che rappresentano. Ieri erano i pirati, i cavalieri solitari, gli sbandati, i senza futuro. Oggi molto spesso sono dei ragionieri, dei manager. Delle icone. Dei fotomodelli (a-ri-sigh). Gli alpinisti si sono adattati, il prezzo da pagare è che alcuni questo sistema non lo riescono a maneggiare e a governare e ne vengono sopraffatti, la passione ed il talento spesso vanno persi per strada. Non tutti sono cos', non a tutti capita così, per fortuna.
C'è sempre e ci sarà sempre chi le vie le apre e le sale per primo. Chi esplora. Chi sogna. E chi invece le vie soltanto le ripete e al massimo le colleziona
Il suo ragionamento - prendetevi il tempo di leggerlo il suo articolo, ne vale la pena - ha un punto di partenza che si ispira ai valori fondamentali dell'alpinismo di un paio di decenni fa, su tutti ne cito uno di questi valori che lui stesso ha menzionato nel suo articolo e che li riassume tutti: la libertà. La sintesi di un certo modo di fare alpinismo per professione e di viverci è nel titolo di un libro di Messner : "La libertà di andare dove voglio". E di fare ciò che voglio e tutto il resto aggiungo io, ci siamo capiti, leggendo il libro se uno lo ha letto (se no magari leggete anche questo) è tutto molto chiaro.
Per gli alpinisti aspiranti al professionismo che abbiamo visto sino ad oggi la libertà e l'indipendenza erano il motore di tutto, la premessa, il motivo principale. L'essere libero era il motivo fondamentale di una sponsorizzazione, il compromesso fondamentale che nel tempo ci siamo abituati ad accogliere come necessario. Oggi è diverso. Non è più così.
Sarò brutale: a buona parte degli alpinisti, arrampicatori, freerider eccetera eccetera professionisti o aspiranti tali dei giorni nostri uno sponsor serve per ricevere credibilità, non per darla. E' uno scambio alla pari. Questi alpinisti non vogliono essere liberi, al contrario, vogliono essere usati. Vogliono essere guidati nella loro carriera, filmati, fotografati, promossi attraverso i media. Resi celebri attraverso uffici stampa e agenzie di PR e per fare questo la libertà sono disposti a metterla temporaneamente da parte, a sacrificarla. I loro sogni, i loro desideri questi alpinisti li chiamano molto disinvoltamente "progetti". A me la cosa, in un certo senso, ha sempre fatto paura.
Voglio dire due cose: una, che sono cambiati i tempi. due, che ci piaccia o no è un dato di fatto sempre più evidente che in alpinismo dove le classifiche non ci sono, a farle le classifiche, sono gli sponsor. Sponsor grosso, atleta grosso. Sponsor piccolo, atleta piccolo, l'equazione è facile, apparentemente. E' triste da dire, ma è la verità. E' come ci siamo ridotti a vedere le cose. La percezione dell'audience si è trasformata, adeguata, ha perso la sua forza critica. Per molti giovani alpinisti che aspirano a una vita da professionisti uno sponsor e una sponsorizzazione non sono più un punto di partenza, non sono più un modo per essere più liberi e più indipendenti, sono uno strumento a disposizione per crescere. Un punto di arrivo.
Un modo per ricevere visibilità, per costruire il proprio brand (sigh) e per rendersi autorevoli nella élite artefatta di altri alpinisti celebri. E' il mondo che funziona così, è il sistema sociale, il sistema economico, quello dei media e - purtroppo - anche quello della stampa specializzata. Gli alpinisti che aspirano al professionismo soltanto ormai, molto spesso, invece che lottare contro il sistema si sono rassegati ad usarlo. Facendosi usare.
Una volta gli alpinisti erano i ribelli, i rivoluzionari, coloro che volevano sovvertire l'ordine delle cose, oggi sono l'immagine stessa delle aziende o dei brand che rappresentano. Ieri erano i pirati, i cavalieri solitari, gli sbandati, i senza futuro. Oggi molto spesso sono dei ragionieri, dei manager. Delle icone. Dei fotomodelli (a-ri-sigh). Gli alpinisti si sono adattati, il prezzo da pagare è che alcuni questo sistema non lo riescono a maneggiare e a governare e ne vengono sopraffatti, la passione ed il talento spesso vanno persi per strada. Non tutti sono cos', non a tutti capita così, per fortuna.
C'è sempre e ci sarà sempre chi le vie le apre e le sale per primo. Chi esplora. Chi sogna. E chi invece le vie soltanto le ripete e al massimo le colleziona
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lunedì 30 giugno 2014
GIORNALISMO 2.0, O FORSE 3.0
Siamo nell'era del giornalismo 2.0 o forse a questo punto 3.0. Un giornalismo fatto non più o non solo da giornalisti e addetti ai lavori ma fatto da chiunque, a quanto pare, abbia un telefonino in tasca e una connessione a internet. Ho letto studi e articoli sull'argomento, mi tengo aggiornato, è parte del mio lavoro quindi sono sempre, da sempre, interessato al tema.
Studio e osservo questo modo di comunicare e raccontare così come si osserva un adolescente crescere e diventare grande, formare il suo carattere, diventare buono o cattivo, o forse, meglio, per spiegarmi più chiaramente, guardo il fenomeno come si guarda a un temporale nel cielo, all'orizzonte. Guardo le nuvole formarsi e correre e radunarsi e poi accumularsi e diventare una tempesta o grandine oppure qualcos'altro un nuovo fronte o dissolversi nel nulla e scomparire così come sono comparse, queste nuvole. Osservo. Faccio tesoro delle esperienze, o almeno cerco.
Diciamo che la sostanza della questione, riassumendo e semplificando notevolmente, sembra diventata che oggi non sei più tu a trovare le notizie ma sono le notizie a trovare te. Una gran figata, sembrerebbe. Solo che comincio ad avere qualche dubbio.
Faccio un esempio: ieri c'era la LUT, una gara di corsa in montagna che si correva nei pressi di Cortina. Non voglio entrare nei dettagli tecnici della gara, adesso, mi basta dire che ci sono un sacco di buone ragioni per cui nel mio feed di FB o di Twitter o di Instagram delle notizie inerenti la gara raggiungessero me. Motivi professionali, economici, di relazione, di condivisione di interesse. Ho ricevuto ieri ogni tipo di informazione, inclusi un quasi centinaio di amici - amici di FB, quindi alcuni amici-amici, altre persone che conosco solo di nome - che a ogni passaggio di un controllo mi inviavano un messaggio (il sistema automatico di cronometraggio, me lo inviava) con su scritto "Tal Dei Tali ha passato il controllo al Tal posto in Tot/h Tot/min' " che è quel tipo di notizia che vorresti ricevere da tuo padre o da tuo fratello se sta correndo in un posto sperduto e tu non sei lì perché lo stai aspettando da un'altra parte.
Poi ho ricevuto, sempre nel mio feed, una quantità enorme di informazioni inerenti la gara postate da giornalisti o presunti tali 2.0 o 3.0. Attraverso le loro condivisioni ho potuto addirittura ascoltare la musica dalla starting line e vedere la mandria dei partecipanti prendere il via e cominciare a correre; vedere le foto o dei piccoli clip video di partecipanti in transito ai vari posti di controllo. Sapere che in testa alla gara c'era un certo atleta, che è un atleta molto conosciuto, per intenderci uno che probabilmente molti non conoscono nemmeno per nome ma che saprebbero riconoscere "a occhio" perché ha i capelli lunghi, la barba e corre solitamente a torso nudo. E' un figo. Americano. Simpatico, se è per quello. Ho ricevuto una quantità di informazioni che lo riguardavano imbarazzante.
A un certo punto, lo ammetto, ho pensato "Che palle".
Oggi il feed prosegue con i partecipanti che hanno cominciato a postare le loro foto dell'evento. Loro in corsa. Loro sulla finish line. Loro abbracciati a Tony (il vincitore, quello figo con la barba e i capelli lunghi). Ora, voglio dire questo. Ieri in gara c'era anche una atleta che conosco - conosco anche personalmente - una ragazza italiana che si chiama Francesca Canepa. E' stata la vincitrice della gara nell'edizione dello scorso anno. E' una atleta che anno dopo anno, con caparbietà, con costanza, piuttosto in silenzio ha continuato a progredire, evolvendo tra l'altro da atleta di pura endurance sulle ultra distaze ad atleta veloce e brillante. Il suo percorso sportivo e umano è un percorso interessantissimo e che probabilmente prelude a un salto di qualità che dobbiamo ancora vedere. Un tema di cui, io credo, un giornalista che fa bene il suo mestiere dovrebbe cercare di occuparsi. L'anno scorso Francesca aveva anche vinto la LUT femminile, quindi era di diritto tra le favorite. In più la gara si corre in Italia, Francesca è italiana.
Quest'anno cioè ieri è arrivata seconda dietro a un'altra atleta americana che si chiama Rory Bosio, una ragazza esuberante e simpatica, un colosso dell'ultra trail che anche conosco personalmente e che lo scorso anno ha vinto anche l'UTMB in un tempo record, piazzandosi al decimo posto. Decimo posto uomini e donne insieme, intendo. Overall. Rory è il corrispondente femminile di Toni, non corre a torso nudo per motivi ovvi, ma insomma è una superstar del trail running. E' brava. E' atleta di punta di un grande team. E' americana.
Francesca è arrivata al traguardo seconda tra le donne (22°overall, Rory si è classificata 18°). Il distacco tra le due è di quindici minuti scarsi, un niente su quasi 15 ore di gara. Eccoci al punto.
E' normale che io ieri, tra migliaia di informazioni ricevute nei miei feed, per sapere qualcosa di Francesca Canepa, zioporco, che era in lotta per vincere la LUT femminile, abbia dovuto andare a cercare da solo le notizie ravanando dappertutto senza trovare niente o quasi? Perché insieme a decine e centinaia di pseudo-notizie, video, foto, tweet, post, post automatici, foto su instagram ritwittate e ripubblicate in tempo reale da pseudo-giornalisti o psedudo-addetti stampa, a me, di Francesca Canepa che era seconda, non mi ha mica parlato nessuno, o quasi.
E questo, per me, vuol dire due cose: primo, che probabilmente nel giornalismo 2.0 o 3.0, c'è qualcosa che non va. Secondo, che un buon numero di giornalisti 2.0 o 3.0 - non tutti per fortuna - più che fare il giornalista usando twitter e fb e instagram e insomma i social media in genere, fanno la stessa cosa che fanno i miei amici che seguono altri amici facendogli assistenza o il tifo in gara e poi postano foto, tweet, post. Soltanto che i miei amici e gli amici dei miei amici sono lì a divertirsi. E i giornalisti invece dovrebbero essere lì per fare un'altro lavoro e per dare una informazione completa. Per dire cosa succede. Per garantire una informazione tempestiva, obiettiva, completa. E invece giocano anche loro con il telefonino. Parlano del primo e del più figo. Del più forte. Di quelli di cui è facile parlare. Del secondo, del terzo, del quarto, no. Parlano dell'atmosfera intorno alla gara, interessante. Degli sponsor, già meno. Dei tapascioni, con il massimo rispetto per i tapascioni. Degli atleti difficili da raccontare, perché non parlano? C'è da sperare almeno che in questa svagatezza digitale, se proprio non vogliono parlare della gara e degli atleti che anche se non vincono si fanno il culo per vincere, i giornalisti 2.0 o 3.0 riescano almeno a restare indipendenti e imparziali.
Almeno quello.
Me lo auguro.
Studio e osservo questo modo di comunicare e raccontare così come si osserva un adolescente crescere e diventare grande, formare il suo carattere, diventare buono o cattivo, o forse, meglio, per spiegarmi più chiaramente, guardo il fenomeno come si guarda a un temporale nel cielo, all'orizzonte. Guardo le nuvole formarsi e correre e radunarsi e poi accumularsi e diventare una tempesta o grandine oppure qualcos'altro un nuovo fronte o dissolversi nel nulla e scomparire così come sono comparse, queste nuvole. Osservo. Faccio tesoro delle esperienze, o almeno cerco.
Diciamo che la sostanza della questione, riassumendo e semplificando notevolmente, sembra diventata che oggi non sei più tu a trovare le notizie ma sono le notizie a trovare te. Una gran figata, sembrerebbe. Solo che comincio ad avere qualche dubbio.
Faccio un esempio: ieri c'era la LUT, una gara di corsa in montagna che si correva nei pressi di Cortina. Non voglio entrare nei dettagli tecnici della gara, adesso, mi basta dire che ci sono un sacco di buone ragioni per cui nel mio feed di FB o di Twitter o di Instagram delle notizie inerenti la gara raggiungessero me. Motivi professionali, economici, di relazione, di condivisione di interesse. Ho ricevuto ieri ogni tipo di informazione, inclusi un quasi centinaio di amici - amici di FB, quindi alcuni amici-amici, altre persone che conosco solo di nome - che a ogni passaggio di un controllo mi inviavano un messaggio (il sistema automatico di cronometraggio, me lo inviava) con su scritto "Tal Dei Tali ha passato il controllo al Tal posto in Tot/h Tot/min' " che è quel tipo di notizia che vorresti ricevere da tuo padre o da tuo fratello se sta correndo in un posto sperduto e tu non sei lì perché lo stai aspettando da un'altra parte.
Poi ho ricevuto, sempre nel mio feed, una quantità enorme di informazioni inerenti la gara postate da giornalisti o presunti tali 2.0 o 3.0. Attraverso le loro condivisioni ho potuto addirittura ascoltare la musica dalla starting line e vedere la mandria dei partecipanti prendere il via e cominciare a correre; vedere le foto o dei piccoli clip video di partecipanti in transito ai vari posti di controllo. Sapere che in testa alla gara c'era un certo atleta, che è un atleta molto conosciuto, per intenderci uno che probabilmente molti non conoscono nemmeno per nome ma che saprebbero riconoscere "a occhio" perché ha i capelli lunghi, la barba e corre solitamente a torso nudo. E' un figo. Americano. Simpatico, se è per quello. Ho ricevuto una quantità di informazioni che lo riguardavano imbarazzante.
A un certo punto, lo ammetto, ho pensato "Che palle".
Oggi il feed prosegue con i partecipanti che hanno cominciato a postare le loro foto dell'evento. Loro in corsa. Loro sulla finish line. Loro abbracciati a Tony (il vincitore, quello figo con la barba e i capelli lunghi). Ora, voglio dire questo. Ieri in gara c'era anche una atleta che conosco - conosco anche personalmente - una ragazza italiana che si chiama Francesca Canepa. E' stata la vincitrice della gara nell'edizione dello scorso anno. E' una atleta che anno dopo anno, con caparbietà, con costanza, piuttosto in silenzio ha continuato a progredire, evolvendo tra l'altro da atleta di pura endurance sulle ultra distaze ad atleta veloce e brillante. Il suo percorso sportivo e umano è un percorso interessantissimo e che probabilmente prelude a un salto di qualità che dobbiamo ancora vedere. Un tema di cui, io credo, un giornalista che fa bene il suo mestiere dovrebbe cercare di occuparsi. L'anno scorso Francesca aveva anche vinto la LUT femminile, quindi era di diritto tra le favorite. In più la gara si corre in Italia, Francesca è italiana.
Quest'anno cioè ieri è arrivata seconda dietro a un'altra atleta americana che si chiama Rory Bosio, una ragazza esuberante e simpatica, un colosso dell'ultra trail che anche conosco personalmente e che lo scorso anno ha vinto anche l'UTMB in un tempo record, piazzandosi al decimo posto. Decimo posto uomini e donne insieme, intendo. Overall. Rory è il corrispondente femminile di Toni, non corre a torso nudo per motivi ovvi, ma insomma è una superstar del trail running. E' brava. E' atleta di punta di un grande team. E' americana.
Francesca è arrivata al traguardo seconda tra le donne (22°overall, Rory si è classificata 18°). Il distacco tra le due è di quindici minuti scarsi, un niente su quasi 15 ore di gara. Eccoci al punto.
E' normale che io ieri, tra migliaia di informazioni ricevute nei miei feed, per sapere qualcosa di Francesca Canepa, zioporco, che era in lotta per vincere la LUT femminile, abbia dovuto andare a cercare da solo le notizie ravanando dappertutto senza trovare niente o quasi? Perché insieme a decine e centinaia di pseudo-notizie, video, foto, tweet, post, post automatici, foto su instagram ritwittate e ripubblicate in tempo reale da pseudo-giornalisti o psedudo-addetti stampa, a me, di Francesca Canepa che era seconda, non mi ha mica parlato nessuno, o quasi.
E questo, per me, vuol dire due cose: primo, che probabilmente nel giornalismo 2.0 o 3.0, c'è qualcosa che non va. Secondo, che un buon numero di giornalisti 2.0 o 3.0 - non tutti per fortuna - più che fare il giornalista usando twitter e fb e instagram e insomma i social media in genere, fanno la stessa cosa che fanno i miei amici che seguono altri amici facendogli assistenza o il tifo in gara e poi postano foto, tweet, post. Soltanto che i miei amici e gli amici dei miei amici sono lì a divertirsi. E i giornalisti invece dovrebbero essere lì per fare un'altro lavoro e per dare una informazione completa. Per dire cosa succede. Per garantire una informazione tempestiva, obiettiva, completa. E invece giocano anche loro con il telefonino. Parlano del primo e del più figo. Del più forte. Di quelli di cui è facile parlare. Del secondo, del terzo, del quarto, no. Parlano dell'atmosfera intorno alla gara, interessante. Degli sponsor, già meno. Dei tapascioni, con il massimo rispetto per i tapascioni. Degli atleti difficili da raccontare, perché non parlano? C'è da sperare almeno che in questa svagatezza digitale, se proprio non vogliono parlare della gara e degli atleti che anche se non vincono si fanno il culo per vincere, i giornalisti 2.0 o 3.0 riescano almeno a restare indipendenti e imparziali.
Almeno quello.
Me lo auguro.
giovedì 26 giugno 2014
ODIO LO SHAMPO DI HALLO KITTY.
Ci sono tutti quei barattoli di shampoo abbandonati nell'angolo vicino alla vasca da bagno, ne prendi uno, è un flacone bianco con il tappo rosa, sopra c'è un grosso disegno di Hello Kitty. Lo guardi davanti e dietro, dal peso senti che è quasi pieno, sarà quasi un litro. E' un flacone enorme, lo metti giù.
Ne prendi un'altro, uno giallo e arancione con il tappo verde a forma di foglia di palma, sopra c'è un disegno con una grossa coccinella che sorride, c'è scritto shampoo per bambini profumo banana-melone. Lo metti giù. Ce ne sono altri di flaconi lì intorno, tanti altri ancora, colorati, grandi, piccoli, riprendi quello di prima bianco e rosa. Quello di Hello Kitty.
Lo prendi e te lo porti nella doccia, apri il rubinetto dell'acqua e ti metti sotto, ti inumidisci. Lasci che l'acqua scorra e pensi che ne è passato di tempo. Tre anni. Le medie sono volate. Le elementari sembrano una vita fa. Apri il flacone e ti versi un po' di shampoo di Hello Kitty sulla mano, è un fluido denso e gelatinoso di colore rosa, te lo spalmi sulla testa e nella cabina della doccia si diffonde un odore dolciastro di caramella al lampone, un odore nauseante, persistente, gommoso. L'aria calda e umida della doccia fa svaporare quel liquido denso che ora è diventato una schiuma bianca che ti scivola giù dai capelli sulle spalle, sulla pancia, sulle gambe, sui piedi.
Sull'uccello, anche.
No, pensi, l'uccello, no. Al lampone. Sciaqui. Prendi da terra un flacone semivuoto di shampoo EnergyActive della Nivea e lo rianimi riempiendolo d'acqua che prelevi direttamente dal soffione della doccia. Aspetti pazientemente che si riempia, almeno un po', lasciandoti piovere addosso, poi ti versi quell'intruglio schiumoso troppo liquido e troppo acquoso al mentolo sulla testa, sulle spalle, sulla pancia. Sul pisello, soprattutto. Lavi. Lavi energicamente. Ora la tua pelle e i capelli hanno un odore ibrido di Big-Bubble al lampone e EnergyActive al mentolo, risciacqui ancora abbondantemente con l'acqua riponendo tutte le tue speranze nella chimica e nella forza misteriosa che si cela dentro a quelle due molecole di idrogeno e una di ossigeno. H2O. Sciacqui ancora. Sei pulito adesso. Fresco. Profumato. Beh, quello, sarebbe meglio di no.
Sei un enorme lampone al mentolo di 71 chili.
Fai scorrere ancora un po' l'acqua calda sulle spalle e sul collo per puro piacere, tanto ormai. Poi chiudi il rubinetto e sgoccioli. Sgoccioli come un panno steso e come un ramo di gelso dopo il temporale, per qualche secondo te ne stai immobile con le mani conserte e la testa inclinata in avanti a fare cadere le gocce dal naso sul bottone della pancia, tra le dita dei piedi, sul pisello, poi esci dalla doccia, ti asciughi. Ti guardi nello specchio. I tuoi capelli sono quasi tutti bianchi, ormai. Tre anni fa erano quasi tutti neri.
Sparano in aria dritti i capelli, lo shampoo di Hallo Kitty li ha seccati, è lo shampoo peggiore dell'universo, forse ci dovevi mettere del balsamo. Balsamo di Hallo Kitty. Che fortunatamente non hai, quello lo hai finito la settimana scorsa. Ti rivesti, fai un po' d'ordine ed esci dalla stanza da bagno. Hai fatto la tua parte anche oggi. Un piccolo passo avanti. Ormai quella di consumare tutti quegli shampoo e quei bagnoschiuma abbandonati da mesi o forse anni nel tuo bagno è diventata la tua missione. Il tuo goal. Non li vuoi più vedere, quei flaconi. Le tue figlie sono grandi ormai, i tempi delle elementari sono passati, loro quegli shampoo da bambine piccole non li vogliono usare più. Tua moglie figuriamoci. Il figlio maschio, non parliamone. Tocca a te. Li devi finire da solo, un goccio al giorno, giorno dopo giorno, sperando che nel frattempo i parenti, gli amici, le amiche, gli amichetti, le amichette smettano di regalarne di shampoo così e capiscano che le gemelle, ora, sono diventate grandi.
Sono finite anche le medie. Anche gli esami, finiti. Oggi.
Adesso in questa casa sono tutti grandi. Quasi, grandi. Veramente grande nella vita si diventa solo quando tuo papà esaurisce tutti gli shampoo di Hallo Kitty parcheggiati nel suo bagno.
Più o meno, ho fatto conto, per settembre dovrei farcela. A finirli tutti.
Giusto in tempo per l'inizio delle scuole superiori.
Che quando vai alle superiori poi, si sa, sei grande ormai.
Ne prendi un'altro, uno giallo e arancione con il tappo verde a forma di foglia di palma, sopra c'è un disegno con una grossa coccinella che sorride, c'è scritto shampoo per bambini profumo banana-melone. Lo metti giù. Ce ne sono altri di flaconi lì intorno, tanti altri ancora, colorati, grandi, piccoli, riprendi quello di prima bianco e rosa. Quello di Hello Kitty.
Lo prendi e te lo porti nella doccia, apri il rubinetto dell'acqua e ti metti sotto, ti inumidisci. Lasci che l'acqua scorra e pensi che ne è passato di tempo. Tre anni. Le medie sono volate. Le elementari sembrano una vita fa. Apri il flacone e ti versi un po' di shampoo di Hello Kitty sulla mano, è un fluido denso e gelatinoso di colore rosa, te lo spalmi sulla testa e nella cabina della doccia si diffonde un odore dolciastro di caramella al lampone, un odore nauseante, persistente, gommoso. L'aria calda e umida della doccia fa svaporare quel liquido denso che ora è diventato una schiuma bianca che ti scivola giù dai capelli sulle spalle, sulla pancia, sulle gambe, sui piedi.
Sull'uccello, anche.
No, pensi, l'uccello, no. Al lampone. Sciaqui. Prendi da terra un flacone semivuoto di shampoo EnergyActive della Nivea e lo rianimi riempiendolo d'acqua che prelevi direttamente dal soffione della doccia. Aspetti pazientemente che si riempia, almeno un po', lasciandoti piovere addosso, poi ti versi quell'intruglio schiumoso troppo liquido e troppo acquoso al mentolo sulla testa, sulle spalle, sulla pancia. Sul pisello, soprattutto. Lavi. Lavi energicamente. Ora la tua pelle e i capelli hanno un odore ibrido di Big-Bubble al lampone e EnergyActive al mentolo, risciacqui ancora abbondantemente con l'acqua riponendo tutte le tue speranze nella chimica e nella forza misteriosa che si cela dentro a quelle due molecole di idrogeno e una di ossigeno. H2O. Sciacqui ancora. Sei pulito adesso. Fresco. Profumato. Beh, quello, sarebbe meglio di no.
Sei un enorme lampone al mentolo di 71 chili.
Fai scorrere ancora un po' l'acqua calda sulle spalle e sul collo per puro piacere, tanto ormai. Poi chiudi il rubinetto e sgoccioli. Sgoccioli come un panno steso e come un ramo di gelso dopo il temporale, per qualche secondo te ne stai immobile con le mani conserte e la testa inclinata in avanti a fare cadere le gocce dal naso sul bottone della pancia, tra le dita dei piedi, sul pisello, poi esci dalla doccia, ti asciughi. Ti guardi nello specchio. I tuoi capelli sono quasi tutti bianchi, ormai. Tre anni fa erano quasi tutti neri.
Sparano in aria dritti i capelli, lo shampoo di Hallo Kitty li ha seccati, è lo shampoo peggiore dell'universo, forse ci dovevi mettere del balsamo. Balsamo di Hallo Kitty. Che fortunatamente non hai, quello lo hai finito la settimana scorsa. Ti rivesti, fai un po' d'ordine ed esci dalla stanza da bagno. Hai fatto la tua parte anche oggi. Un piccolo passo avanti. Ormai quella di consumare tutti quegli shampoo e quei bagnoschiuma abbandonati da mesi o forse anni nel tuo bagno è diventata la tua missione. Il tuo goal. Non li vuoi più vedere, quei flaconi. Le tue figlie sono grandi ormai, i tempi delle elementari sono passati, loro quegli shampoo da bambine piccole non li vogliono usare più. Tua moglie figuriamoci. Il figlio maschio, non parliamone. Tocca a te. Li devi finire da solo, un goccio al giorno, giorno dopo giorno, sperando che nel frattempo i parenti, gli amici, le amiche, gli amichetti, le amichette smettano di regalarne di shampoo così e capiscano che le gemelle, ora, sono diventate grandi.
Sono finite anche le medie. Anche gli esami, finiti. Oggi.
Adesso in questa casa sono tutti grandi. Quasi, grandi. Veramente grande nella vita si diventa solo quando tuo papà esaurisce tutti gli shampoo di Hallo Kitty parcheggiati nel suo bagno.
Più o meno, ho fatto conto, per settembre dovrei farcela. A finirli tutti.
Giusto in tempo per l'inizio delle scuole superiori.
Che quando vai alle superiori poi, si sa, sei grande ormai.
venerdì 13 giugno 2014
IL TIPO DEL RECORD DEL MC KINLEY.
Sono lì, in piedi fuori dalla tenda che guardo in alto, verso il Couloir Messner e verso la cima del McKinley. E' mattino e mi sono appena svegliato, c'è il cielo sereno ma fa freddo e si capisce che in alto c'è vento. Forte. Sono al campo casa a 4400 metri. Le nuvole corrono veloci. Intanto che sono lì che mi guardo in giro con le mani in tasca e gli scarponi slacciati sento Conrad e alcuni miei compagni di spedizione e i rangers parlare tra loro. Ridono e fanno battute, ironizzano, con quell'aria da siamo-tutti-amici che hanno sempre gli alpinisti ai campi base delle grandi montagne, dandosi delle grandi pacche sulle spalle con quelle manone grandi. Noi europei abbiamo delle mani più piccoline. Io, perlomeno.
Stanno lì fuori dalla tenda comune, ciascuno con la propria tazza di caffè in mano. Capisco dalle loro parole che mi arrivano a tratti che c'è uno che sta salendo da solo dal Kahlthna Glacer con gli sci, che vuole tentare di andare in cima al McKinley da solo, no-stop. E' partito ieri sera. Allora mi avvicino e chiedo di chi si tratti ma non mi sanno dire il nome, mi dicono solo "Un tedesco a cui manca qualche rotella." Non dico niente ma tra me e me penso Sarà un tedesco ben allenato che sa cosa vuol dire andare in giro leggeri, con gli sci leggeri, gli scarponi leggeri e lo zaino leggero. Mica come voi che andate in giro con degli sci che pesano una tonnellata e degli zaini da cinquanta chili pieni di non so cosa. Cerco di capire a che punto è il tipo andando alla tenda dei ranger e chiedendo informazioni, loro lì hanno le radio e sono collegati con gli altri campi in basso e mi dicono che è ancora abbastanza lontano, sulla Motorcycle Hill, è partito ieri sera e ha camminato tutta la notte. Allora torno alla tenda e penso che c'è ancora qualche ora. Faccio i miei calcoli, sta salendo un po' più veloce di quanto sono salito io però non si è fermato a dormire. Non ha assistenza e ha solo un piccolo zaino in spalla, così mi hanno detto. L'ironia e le battute tra tutti al campo si sprecano, a me invece il tipo risulta da subito simpatico, anche se non lo conosco. Simpaticissimo.
Preparo la mia roba, gli sci, le pelli e lo zaino, mi vesto, faccio scaldare l'acqua e preparo una thermos grande di the caldo, prendo delle bustine di maltodestrine in gel e dei pezzi di pane al miele, li metto in una busta di plastica e le infilo nello zaino. Vado a dire agli altri che vado a farmi un giro, mi dicono che loro no, non vengono, oggi resteranno lì al campo a riposare.
Bene, bravi. State qui.
Me ne vado per conto mio e non mi dispiace neanche un po', mi metto gli sci e incomincio a scendere. Molto prima di Windy Corner vedo uno da solo che sta tagliando in diagonale sotto la parete e che sta venendo su, abbastanza veloce. E' all'ombra della parete. E' lontano ma per quello che vedo ha uno zaino abbastanza piccolo. Uno zaino strano, più che uno zaino mi sembra che trasporti una palla, sulla schiena. Allora mi fermo al riparo dal vento e aspetto, senza togliere gli sci. E' pieno di crepacci intorno. Apro lo zaino e lo deposito in mezzo alle gambe e tiro fuori la thermos e tutto il resto. Il tizio sale, è finalmente uscito al sole e immagino che si stia finalmente godendo un po' di tepore e di calma di vento, qui sopra il bacino del ghiacciaio è un po' più protetto, l'aria è più ferma. Windy Corner, giù sotto, si chiama così mica per niente. Il tipo si avvicina, sale dritto verso di me lungo la traccia, lo vedo da lontano ed è vestito in un modo che definirei quantomeno bizzarro. La prima cosa a cui penso, mentre lo vedo, è che mi sembra un benzinaio di Livigno, non uno skyrunner. Ha un cappello con visiera in pile viola e arancione, dei pantaloni di pile circa dello stesso colore e una specie di giubbino a vento, una cosa a metà tra una giacca da sci degli anni '80 e un duvet da alpinismo. Ai piedi ha un paio di vecchi SkiTrab Piuma montati con l'attacchino e gli scarponi sono dei vecchi Dynafit, quelli verdi. Quelli degli anni '90.
Siamo nel 2011, questo non lo avevo ancora detto.
Mi arriva vicino e io ho la thermos pronta in mano con una tazza di the fumante già versato, glielo porgo, lui passa e mi guarda ma non accenna a fermarsi. Faccio un inchino con la testa senza dire niente, per lasciare parlare prima lui. Gli guardo lo zaino, è uno zaino Seven tipo quello che mio figlio usava per andare a scuola alle elementari. A forma di palla. Ha rallentato ma non dice niente, forse anche lui aspetta che sia io a dire qualcosa per primo, allora dico ad alta voce, in italiano: Buongiorno. Allora lui si ferma. Fa un lungo respiro.
Un sospiro, più che altro.
E' fermo in piedi davanti a me, poco più a monte, gli sci paralleli appoggiati piatti a terra in modo che le pelli facciano presa. Lascia penzolare i bastoncini da fondo con il lacciolo sui polsi e tiene lo sguardo dritto davanti. Come va? gli chiedo io. Lui risponde qualcosa in tedesco, io non capisco. Ha della saliva bianca rinsecchita agi angoli della bocca, uno spesso strato di crema solare in faccia, la barba non fatta. Allora passo all'inglese, nel frattempo gli allungo la tazza di thè, lui prima di prenderla mi guarda attraverso quella sottile fessura tra la visiera del berretto e il bordo superiore degli occhiali. Sono occhiali Briko a forma di mosca simili a quelli che usava Chiappucci. Chiappucci il ciclista, dico. Riparte con il tedesco, poi si rende conto che io non capisco niente e passa a un inglese stentato. Come sono le previsioni del tempo? mi chiede. Buone, dico io, ma in alto c'è vento. Vento forte. Alza lo sguardo verso la West Buttres, le nuvole viaggiano, io intanto gli verso un'altra tazza di the, gliela passo. Lui mi guarda di nuovo attraverso la fessura tra occhiali e berretto, prende la tazza e beve di nuovo.
Entshuldigen.
Io annuisco e sorrido.
Gli faccio vedere i gel energetici e il pane al miele che tengo sul palmo della mano e lui scarta i gel e prende il pane. Addenta una fetta. Poi beve un'altra tazza di the. Mi dice che è stanco, si leva gli occhiali e vedo che ha gli occhi acquosi, liquidi, arrossati dal sole, dalla notte insonne e credo dal sudore. Gli chiedo i suoi programmi e mi dice che vuole proseguire verso la cima. No-stop. Ci mettiamo a parlare un po' di come prosegue la via di salita e io gli dico che secondo me fino all'ultimo campo può salire al riparo dal vento, sopra non so. Mi metto gli sci con le pelli già pronte che nel frattempo avevo montato e riprendiamo a salire. Lo piloto alla tenda dei Rangers in modo che possa parlare un po' con loro e farsi dire le previsioni del tempo, e magari anche conoscere di persona. Arriva, si piazza davanti alla tenda dove tengono la radio - fuori c'è una grande antenna - e si mette a chiacchierare con un ranger, uno di quelli di stamattina. E' più gentile adesso, il ranger. Meno fenomeno. Io faccio un po' da tramite e dico quello che ha fatto finora questo signore sulla cinquantina salendo non stop dalla base, ripeto quello che mi ha detto, poco per la verità. Dico che gli ho dato da mangiare e da bere e che mi sembra stanco ma in grado di proseguire, stamattina sentivo parlare dell'idea di bloccarlo. Perché, bloccarlo? Si convincono che proprio stupido, il signore lì, non deve essere. Forse un po' bizzarro.
Gli chiedono dell'acclimamento, come pensa di andare a 6194 metri senza acclimamento? Lui dice che l'acclimamento l'ha fatto nelle ultime tre settimane in Bolivia, si è allenato in altura e ha dormito una settimana a 6100 metri, poi è venuto qui. Da solo.
Ah.
Quando sento questo signore dire queste cose provo un sottile piacere, una gioia intima, un senso di connessione e di amicizia istintiva. Questo uomo, così apparentemente fuori posto e sprovveduto è invece così forte. Così determinato. Così folle e coraggioso, nel senso giusto del termine. E' abbigliato in modo strambo, quello sì, ma cosa c'entra? A me è simpatico. Mi ha anche detto che è un atleta, un triathleta, anche io sono triathleta, gli dico. Ho gareggiato a Roth, Ironman, dice lui. Anche io. Dieci volte. Mi sorride. Sorrido. Parlando di fatica ci intendiamo. Provo un desiderio profondo di aiutarlo questo signore, so che vuole fare tutto in autonomia ma cerco di fargli capire che se ha bisogno di qualcosa, anche di un posto in tenda per dormire, può contare su di me. Mi guarda e annuisce con la testa, ma mi fa capire che non ha bisogno di niente. Vado alla mia tenda, al mio campo, a dire che "Il tedesco che vuole salire in cima al Denali no-stop è alla tenda dei rangers". Se lo volete conoscere.
Nessuno tra quelli che ci sono lì è interessato a conoscerlo o a salutarlo. Stanno tutti leggendo sdraiati in tenda o ascoltando musica dai loro cazzo di ipod. Inculatevi. Esco dalla tenda con dei gel e con dell'altro the e torno dal tipo, gli porto anche della crema solare, è un po' scottato in faccia. Gli dico di tenersela, la crema, che a me non serve. Lui mi dice di no, ne spreme un po' dal tubetto e se la spalma in qualche modo sulla faccia. Light. Leggero. Mi fa capire a gesti, con quel movimento del palmo della mano girato verso l'alto che va su e giù, che vuole andare leggero. Rimane ancora un po' lì in piedi, senza sedersi e senza togliere gli sci, poi riparte verso sopra, da solo. E' il primo pomeriggio, è l'unico in movimento sulla montagna. Lo vedo fare delle zig-zag sul ghiacciaio con gli sci e poi toglierseli per risalire le corde fisse. Non sembra abbia un passo veloce, ma è inesorabile. Continuo. Inarrestabile. Mi rendo conto di non avergli nemmeno chiesto il nome, a questo signore e me ne vergogno.
Che idiota che sono.
Poi viene buio e l'ora di andare a dormire, prima di infilarmi nel sacco a pelo passo di nuovo dalla tenda dei rangers per sapere se hanno notizie. Il tipo è all'ultimo campo e ha appena deciso di fermarsi. E' stanco, è notte e c'è vento forte, fortissimo. Le previsioni per domani sono di neve. Non c'è altro da fare che fermarsi. Rimarrà nella tenda dei rangers a dormire, non ha nemmeno il sacco a pelo. Lui ha detto che voleva scendere subito fino a 2200m ma non lo hanno lasciato andare.
Questo signore qui, mica tanto giovane, di cui non conosco nemmeno il nome, in ventiquattro ore da solo, senza assistenza, con le sole proprie forze è andato dai 2200 metri del Kahiltna Glacier all'ultimo campo a 5200. Sono più di quaranta chilometri. Se avesse avuto condizioni più favorevoli probabilmente andava in cima. Ha coperto una distanza che le spedizioni normali impiegano tre settimane a compiere. Nella nostra spedizione ad esempio io finora sono il solo ad essere salito un giorno all'ultimo campo, a fare un giro con gli sci e a depositare del gas e una tenda, degli altri miei compagni non è ancora salito nessuno. Per dire. Siamo qui da più di due settimane. Vado a dormire pensando a quell'uomo che immagino sfinito a russare dentro a un sacco a pelo non suo. Mi fa tenerezza.
Il giorno dopo all'ora di colazione vado dai rangers e chiedo notizie e mi dicono che il tizio è già sceso, è passato di lì questa mattina all'alba e adesso è già arrivato alla base, oggi pomeriggio se gli aerei atterreranno sul ghiacciaio - non si sa, il tempo non è bellissimo - se ne andrà via. Ha lasciato detto ai rangers che lui era interessato alla salita no-stop unsupported e non alla cima. La cima non gli interessava. Ha lasciato detto anche di ringraziarmi e di salutarmi e ha detto di darmi un biglietto da visita con il suo nome e cognome, il suo indirizzo internet. Me lo danno. Un bigliettino giallo con le scritte rosse.
Questa mattina quando ho letto del record di Kiljan Jornet al Denali mi è venuto in mente di quel signore e sono andato a cercare il suo biglietto da visita. L'ho cercato per mezza mattina tra le mie cose ma non mi è saltato fuori, evidentemente l'ho perso. Che imbecille. Ho pensato che andava bene essersi dimenticato di chiedere il nome e avere perso il biglietto da visita, ma la sua storia, la storia del suo tentativo solitario di record no-stop al McKinley, nel giorno in cui tutti celebrano Kilijan almeno quella, la dovevo raccontare.
E così l'ho scritta.
Stanno lì fuori dalla tenda comune, ciascuno con la propria tazza di caffè in mano. Capisco dalle loro parole che mi arrivano a tratti che c'è uno che sta salendo da solo dal Kahlthna Glacer con gli sci, che vuole tentare di andare in cima al McKinley da solo, no-stop. E' partito ieri sera. Allora mi avvicino e chiedo di chi si tratti ma non mi sanno dire il nome, mi dicono solo "Un tedesco a cui manca qualche rotella." Non dico niente ma tra me e me penso Sarà un tedesco ben allenato che sa cosa vuol dire andare in giro leggeri, con gli sci leggeri, gli scarponi leggeri e lo zaino leggero. Mica come voi che andate in giro con degli sci che pesano una tonnellata e degli zaini da cinquanta chili pieni di non so cosa. Cerco di capire a che punto è il tipo andando alla tenda dei ranger e chiedendo informazioni, loro lì hanno le radio e sono collegati con gli altri campi in basso e mi dicono che è ancora abbastanza lontano, sulla Motorcycle Hill, è partito ieri sera e ha camminato tutta la notte. Allora torno alla tenda e penso che c'è ancora qualche ora. Faccio i miei calcoli, sta salendo un po' più veloce di quanto sono salito io però non si è fermato a dormire. Non ha assistenza e ha solo un piccolo zaino in spalla, così mi hanno detto. L'ironia e le battute tra tutti al campo si sprecano, a me invece il tipo risulta da subito simpatico, anche se non lo conosco. Simpaticissimo.
Preparo la mia roba, gli sci, le pelli e lo zaino, mi vesto, faccio scaldare l'acqua e preparo una thermos grande di the caldo, prendo delle bustine di maltodestrine in gel e dei pezzi di pane al miele, li metto in una busta di plastica e le infilo nello zaino. Vado a dire agli altri che vado a farmi un giro, mi dicono che loro no, non vengono, oggi resteranno lì al campo a riposare.
Bene, bravi. State qui.
Me ne vado per conto mio e non mi dispiace neanche un po', mi metto gli sci e incomincio a scendere. Molto prima di Windy Corner vedo uno da solo che sta tagliando in diagonale sotto la parete e che sta venendo su, abbastanza veloce. E' all'ombra della parete. E' lontano ma per quello che vedo ha uno zaino abbastanza piccolo. Uno zaino strano, più che uno zaino mi sembra che trasporti una palla, sulla schiena. Allora mi fermo al riparo dal vento e aspetto, senza togliere gli sci. E' pieno di crepacci intorno. Apro lo zaino e lo deposito in mezzo alle gambe e tiro fuori la thermos e tutto il resto. Il tizio sale, è finalmente uscito al sole e immagino che si stia finalmente godendo un po' di tepore e di calma di vento, qui sopra il bacino del ghiacciaio è un po' più protetto, l'aria è più ferma. Windy Corner, giù sotto, si chiama così mica per niente. Il tipo si avvicina, sale dritto verso di me lungo la traccia, lo vedo da lontano ed è vestito in un modo che definirei quantomeno bizzarro. La prima cosa a cui penso, mentre lo vedo, è che mi sembra un benzinaio di Livigno, non uno skyrunner. Ha un cappello con visiera in pile viola e arancione, dei pantaloni di pile circa dello stesso colore e una specie di giubbino a vento, una cosa a metà tra una giacca da sci degli anni '80 e un duvet da alpinismo. Ai piedi ha un paio di vecchi SkiTrab Piuma montati con l'attacchino e gli scarponi sono dei vecchi Dynafit, quelli verdi. Quelli degli anni '90.
Siamo nel 2011, questo non lo avevo ancora detto.
Mi arriva vicino e io ho la thermos pronta in mano con una tazza di the fumante già versato, glielo porgo, lui passa e mi guarda ma non accenna a fermarsi. Faccio un inchino con la testa senza dire niente, per lasciare parlare prima lui. Gli guardo lo zaino, è uno zaino Seven tipo quello che mio figlio usava per andare a scuola alle elementari. A forma di palla. Ha rallentato ma non dice niente, forse anche lui aspetta che sia io a dire qualcosa per primo, allora dico ad alta voce, in italiano: Buongiorno. Allora lui si ferma. Fa un lungo respiro.
Un sospiro, più che altro.
E' fermo in piedi davanti a me, poco più a monte, gli sci paralleli appoggiati piatti a terra in modo che le pelli facciano presa. Lascia penzolare i bastoncini da fondo con il lacciolo sui polsi e tiene lo sguardo dritto davanti. Come va? gli chiedo io. Lui risponde qualcosa in tedesco, io non capisco. Ha della saliva bianca rinsecchita agi angoli della bocca, uno spesso strato di crema solare in faccia, la barba non fatta. Allora passo all'inglese, nel frattempo gli allungo la tazza di thè, lui prima di prenderla mi guarda attraverso quella sottile fessura tra la visiera del berretto e il bordo superiore degli occhiali. Sono occhiali Briko a forma di mosca simili a quelli che usava Chiappucci. Chiappucci il ciclista, dico. Riparte con il tedesco, poi si rende conto che io non capisco niente e passa a un inglese stentato. Come sono le previsioni del tempo? mi chiede. Buone, dico io, ma in alto c'è vento. Vento forte. Alza lo sguardo verso la West Buttres, le nuvole viaggiano, io intanto gli verso un'altra tazza di the, gliela passo. Lui mi guarda di nuovo attraverso la fessura tra occhiali e berretto, prende la tazza e beve di nuovo.
Entshuldigen.
Io annuisco e sorrido.
Gli faccio vedere i gel energetici e il pane al miele che tengo sul palmo della mano e lui scarta i gel e prende il pane. Addenta una fetta. Poi beve un'altra tazza di the. Mi dice che è stanco, si leva gli occhiali e vedo che ha gli occhi acquosi, liquidi, arrossati dal sole, dalla notte insonne e credo dal sudore. Gli chiedo i suoi programmi e mi dice che vuole proseguire verso la cima. No-stop. Ci mettiamo a parlare un po' di come prosegue la via di salita e io gli dico che secondo me fino all'ultimo campo può salire al riparo dal vento, sopra non so. Mi metto gli sci con le pelli già pronte che nel frattempo avevo montato e riprendiamo a salire. Lo piloto alla tenda dei Rangers in modo che possa parlare un po' con loro e farsi dire le previsioni del tempo, e magari anche conoscere di persona. Arriva, si piazza davanti alla tenda dove tengono la radio - fuori c'è una grande antenna - e si mette a chiacchierare con un ranger, uno di quelli di stamattina. E' più gentile adesso, il ranger. Meno fenomeno. Io faccio un po' da tramite e dico quello che ha fatto finora questo signore sulla cinquantina salendo non stop dalla base, ripeto quello che mi ha detto, poco per la verità. Dico che gli ho dato da mangiare e da bere e che mi sembra stanco ma in grado di proseguire, stamattina sentivo parlare dell'idea di bloccarlo. Perché, bloccarlo? Si convincono che proprio stupido, il signore lì, non deve essere. Forse un po' bizzarro.
Gli chiedono dell'acclimamento, come pensa di andare a 6194 metri senza acclimamento? Lui dice che l'acclimamento l'ha fatto nelle ultime tre settimane in Bolivia, si è allenato in altura e ha dormito una settimana a 6100 metri, poi è venuto qui. Da solo.
Ah.
Quando sento questo signore dire queste cose provo un sottile piacere, una gioia intima, un senso di connessione e di amicizia istintiva. Questo uomo, così apparentemente fuori posto e sprovveduto è invece così forte. Così determinato. Così folle e coraggioso, nel senso giusto del termine. E' abbigliato in modo strambo, quello sì, ma cosa c'entra? A me è simpatico. Mi ha anche detto che è un atleta, un triathleta, anche io sono triathleta, gli dico. Ho gareggiato a Roth, Ironman, dice lui. Anche io. Dieci volte. Mi sorride. Sorrido. Parlando di fatica ci intendiamo. Provo un desiderio profondo di aiutarlo questo signore, so che vuole fare tutto in autonomia ma cerco di fargli capire che se ha bisogno di qualcosa, anche di un posto in tenda per dormire, può contare su di me. Mi guarda e annuisce con la testa, ma mi fa capire che non ha bisogno di niente. Vado alla mia tenda, al mio campo, a dire che "Il tedesco che vuole salire in cima al Denali no-stop è alla tenda dei rangers". Se lo volete conoscere.
Nessuno tra quelli che ci sono lì è interessato a conoscerlo o a salutarlo. Stanno tutti leggendo sdraiati in tenda o ascoltando musica dai loro cazzo di ipod. Inculatevi. Esco dalla tenda con dei gel e con dell'altro the e torno dal tipo, gli porto anche della crema solare, è un po' scottato in faccia. Gli dico di tenersela, la crema, che a me non serve. Lui mi dice di no, ne spreme un po' dal tubetto e se la spalma in qualche modo sulla faccia. Light. Leggero. Mi fa capire a gesti, con quel movimento del palmo della mano girato verso l'alto che va su e giù, che vuole andare leggero. Rimane ancora un po' lì in piedi, senza sedersi e senza togliere gli sci, poi riparte verso sopra, da solo. E' il primo pomeriggio, è l'unico in movimento sulla montagna. Lo vedo fare delle zig-zag sul ghiacciaio con gli sci e poi toglierseli per risalire le corde fisse. Non sembra abbia un passo veloce, ma è inesorabile. Continuo. Inarrestabile. Mi rendo conto di non avergli nemmeno chiesto il nome, a questo signore e me ne vergogno.
Che idiota che sono.
Poi viene buio e l'ora di andare a dormire, prima di infilarmi nel sacco a pelo passo di nuovo dalla tenda dei rangers per sapere se hanno notizie. Il tipo è all'ultimo campo e ha appena deciso di fermarsi. E' stanco, è notte e c'è vento forte, fortissimo. Le previsioni per domani sono di neve. Non c'è altro da fare che fermarsi. Rimarrà nella tenda dei rangers a dormire, non ha nemmeno il sacco a pelo. Lui ha detto che voleva scendere subito fino a 2200m ma non lo hanno lasciato andare.
Questo signore qui, mica tanto giovane, di cui non conosco nemmeno il nome, in ventiquattro ore da solo, senza assistenza, con le sole proprie forze è andato dai 2200 metri del Kahiltna Glacier all'ultimo campo a 5200. Sono più di quaranta chilometri. Se avesse avuto condizioni più favorevoli probabilmente andava in cima. Ha coperto una distanza che le spedizioni normali impiegano tre settimane a compiere. Nella nostra spedizione ad esempio io finora sono il solo ad essere salito un giorno all'ultimo campo, a fare un giro con gli sci e a depositare del gas e una tenda, degli altri miei compagni non è ancora salito nessuno. Per dire. Siamo qui da più di due settimane. Vado a dormire pensando a quell'uomo che immagino sfinito a russare dentro a un sacco a pelo non suo. Mi fa tenerezza.
Il giorno dopo all'ora di colazione vado dai rangers e chiedo notizie e mi dicono che il tizio è già sceso, è passato di lì questa mattina all'alba e adesso è già arrivato alla base, oggi pomeriggio se gli aerei atterreranno sul ghiacciaio - non si sa, il tempo non è bellissimo - se ne andrà via. Ha lasciato detto ai rangers che lui era interessato alla salita no-stop unsupported e non alla cima. La cima non gli interessava. Ha lasciato detto anche di ringraziarmi e di salutarmi e ha detto di darmi un biglietto da visita con il suo nome e cognome, il suo indirizzo internet. Me lo danno. Un bigliettino giallo con le scritte rosse.
Questa mattina quando ho letto del record di Kiljan Jornet al Denali mi è venuto in mente di quel signore e sono andato a cercare il suo biglietto da visita. L'ho cercato per mezza mattina tra le mie cose ma non mi è saltato fuori, evidentemente l'ho perso. Che imbecille. Ho pensato che andava bene essersi dimenticato di chiedere il nome e avere perso il biglietto da visita, ma la sua storia, la storia del suo tentativo solitario di record no-stop al McKinley, nel giorno in cui tutti celebrano Kilijan almeno quella, la dovevo raccontare.
E così l'ho scritta.
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giovedì 5 giugno 2014
MOTO E SENTIERI.
In questo giorni sul giornale della mia città è molto acceso il dibattito sul tema "motociclette sui sentieri di montagna." Quasi ogni giorno on-line o sulle pagine de L'Eco di Bergamo si leggono lettere a favore o contro l'enduro. (Esatto, enduro, non motocross, come spesso nelle lettere di protesta o nei dibattiti viene chiamato. Cross e Enduro o Trial sono tre cose completamente differenti tra loro, volendo entrare nel merito della questione con l'ambizione di comprenderla e dibatterne è impossibile non tenere conto della differenza). Sarebbe facile e comodo per me schierarmi dalla parte - presunta - degli alpinisti e degli amanti della montagna, dicendo un No categorico e intransigente alle moto e ai motori sui sentieri. Potrei farlo e mi renderei forse simpatico a un certo numero e a un certo tipo di praticanti della montagna ma non renderei il servizio necessario all'ambiente e alle mie Orobie. Per me le montagne sono un luogo di libertà e di tolleranza, di condivisione e di rispetto, oltre che di protezione della wilderness. Cerco sempre quando qualcuno chiede la mia opinione di spiegare in modo chiaro e senza ambiguità quello che penso e quello in cui credo e direi che in questo caso, su questo tema, limitarsi a dichiararsi contro le moto sui sentieri non sia sufficiente. Non è abbastanza. Sarebbe un modo ipocrita e conveniente di aggirare la domanda e di ignorare l'altra parte del problema, fatta ad esempio di baite che diventano ville, di ricoveri attrezzi che diventano casette, di rifugi che diventano ristoranti, di mulattiere che diventano strade, di impianti di risalita già in loco da decenni e tutto sommato sostenibili che diventano o vorrebbero diventare mostruose cattedrali nel deserto. Mi spiego meglio: non mi piacciono le motociclette sulle montagne ma conosco anche la tradizione e la storia motociclistica delle Valli Bergamasche. Conosco le mulattiere, i sentieri, gli itinerari e le potenzialità del turismo legato alle moto e anche se io non lo pratico riconosco il diritto di altri a praticarlo. Nei limiti delle regole, nel rispetto dell'ambiente e di ciascuno, e su una quantità limitata di itinerari eventualmente da stabilire. Serve casomai regolamentarlo l'uso delle moto (e delle auto, anche quelle di certi "rifugi" e "rifugisti") definire gli spazi e i limiti, i periodi di utilizzo nell'arco dell'anno, della settimana, della giornata, ma io credo, come il lettore che ha scritto oggi a L'Eco, che la convivenza sia possibile, ne sono convinto. Sono convinto che quella del dialogo e del venirsi incontro sia l'unica strada possibile. Seguendo il dibattito da un po' ed essendo contro tutti gli integralismi, da qualsiasi parte arrivino, direi che il muro-contro-muro non è il modo utile o intelligente di affrontare la questione e di difendere l'ambiente montagna. Non ho intenzione di cominciare da domani a girare in moto sui sentieri e farò sempre di tutto per tutelarle e difenderle le mie montagne - da qualsiasi tipo di arroganza e di prepotenza - e credo che per mettermi al loro servizio, per proteggerli i nostri sentieri sia indispensabile il dialogo tra chi li utilizza. E' indispensabile l'ascolto. La tolleranza, lontani da ogni pregiudizio. Se servisse davvero a risolvere il problema, a gestirlo in modo efficace, sono disposto anche a farmi da parte sul sentiero ogni tanto, a cambiare gita o itinerario e a lasciarli passare certi enduristi o trialisti, in certi posti dove credo, sinceramente, i veri problemi siano altri. Conosco molti enduristi (o cacciatori o pescatori) e molti tra loro sono persone in gamba, ragionevoli, amante della natura e animati da una passione genuina identica alla mia per lo scialpinismo o per l'arrampicata, molti di loro mi sembrano molto meno nocivi per l'ambiente di certi ecologisti da salotto. Probabilmente il vero problema dell'ambiente è l'idea che hanno alcuni di noi del territorio, che in virtù di non so cosa considerano sempre e soltanto, in modo esclusivo, cosa propria. Le montagne sono di tutti, le regole devono essere condivise, non imposte.
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venerdì 16 maggio 2014
PIANO CHE SI SCIVOLA.
Le gomme scivolano per via della salsedine. Ieri io sono già caduto, quindi meglio andare adagio. Faccio la curva con prudenza cercando di non inclinarmi troppo poi c’è un rettilineo, ne percorro una decina di metri lentamente, poi spalanco il gas. Spalanco, si fa per dire. Quello che sto guidando è uno scooter greco da 50 centimetri cubici preso a noleggio. Velocità massima 60 kilometri orari, ruote da 12”. Kalymnos, settembre. Fa parecchio caldo.
Alla fine del rettilineo c’è un altra curva, lo scooter viaggia con il motore al minimo, rallento e freno cercando di non bloccare la ruote, prima di impostare la curva mi volto indietro un’altra volta per guardare.
Dov’è Denis?
La strada è deserta.
Curvo prudentemente inclinandomi il meno possibile, raddrizzo e continuo andando a passo d’uomo, Denis non arriva. Strano, però. La strada davanti a me è di nuovo dritta c’è un altro rettilineo un po’ in salita, non resisto al desiderio di aprire il gas un’altra volta. Mi piace quella sensazione della moto che accelera e quel rumore.
Maaaaaaaaaahhhmm.
Apro tutta la manetta del gas. Lo so che è pericoloso e che l’asfalto scivola e che è pieno di buche, so che non dovrei, però lo faccio lo stesso. Accelero. Maaaaaaaaaahhhmm. Percorro un centinaio di metri e poi rallento di nuovo e mi fermo a bordo strada. Denis: o è caduto, o ha sbagliato strada, impossibile non arrivi ancora.
Aspetto. Il motore gira al minimo, c’è quel tan tan tan tan tan metallico del pistone, forse bisognerebbe aggiungere dell’olio. Sicuro. Il sole di fine settembre mi batte sul casco e sulle spalle, c’è una brezza leggera che viene dal mare che non è ancora vento, è solo brezza, io sono già sudato anche se sono solo le nove del mattino e a parte una colazione giga a base di yogurt greco e miele, non ho ancora fatto niente per cui dovrei essere sudato.
Le cicale cantano.
I fili d’erba secca a bordo strada oscillano rigidi nell’aria.
Denis non arriva, che faccio? tan tan tan tan tan, Maaaaaaaaahhmmm apro il gas, attraverso la strada in curva facendo inversione di marcia e sfiorando l’asfalto con il piede torno indietro, vado a vedere. Svolto oltre la prima curva e Denis non c’è ancora, proseguo. Arrivo quasi in fondo al secondo rettilineo, appena sto per svoltare dietro alla prima curva eccolo che compare. Va pianissimo, con uno sguardo diligente e guidando con una meccanica di curva, con una geometria delle traiettorie che mentre lo vedo penso debba necessariamente essere una meccanica di curva tutta sovietica. Russa. Inesorabile, inconsueta, squadrata.
![]() |
| My friend Denis Urubko |
Nemmeno per un secondo ho la sensazione che sia una bella curva, quella di Denis, dinamica o elegante. Non ho mai sentito parlare di un grande pilota di motociclismo russo, in effetti. Di grandi alpinisti russi, sì. Abalakov, Bouckrev, Bolotov, Samoilov. Urubko, appunto. Altrettanto, nemmeno per un secondo ho la sensazione che Denis possa cadere da quello scooter, perlomeno non a causa della velocità o per perdita di aderenza. Potrebbe cadere per perdita dell’equilibrio forse, tanto va lentamente. Denis è sistemato in sella come se fosse un blocco unico con il telaio della moto. Le punte dei piedi e dei calzini bianchi e dei sandali sbucano a lato delle pedane. E seduto come ci si siede sull’autobus quando si tiene uno zaino in spalla e si è in attesa della fermata a cui bisogna scendere, in punta al sedile. Fa ridere Denis con il casco di una taglia più grande in testa, ma su quello è meglio che io non dica niente, ne porto uno uguale identico. Sembro un cretino. Denis mi sorride con gli occhi azzurri distogliendo solo per una frazione di secondo lo sguardo dalla strada, poi continua dritto. Non si ferma. Io faccio di nuovo inversione di marcia e lo seguo. Lo affianco e lo sorpasso di nuovo fino in fondo al rettilineo e poi curvo a destra, c’è una salita ripida sul cemento poi la strada si fa sterrata, proseguiamo lentamente fino al parcheggio sotto la falesia di Odissey, Denis rimane ancora indietro, poi arriva.
Parcheggia.
Spegne.
Tira la moto sul cavalletto, mettiamo via i caschi e preso lo zaino e la corda cominciamo a salire per il sentiero.
“Scusa, Emilio - mi dice in un buon italiano, Denis vive in Italia vicino a Bergamo per qualche mese all’anno - io in moto vado muolto piano. Pericuolo”
“…”
“ Ho promesso a mia moglie quando noi due sposati che non farò mai più due cose: una è scalare di nuovo K2 e altra cosa è guidare moto. Due cose molto pericuolose. Pericuolosissime.” - mi piace come Denis usa gli aggettivi.
“Pericuolosissiume” rimarca parlando con il suo accento russo che stringe tutte le o e le mescola con le u.
Il termine pericolosissimo, comunque, usato da uno che viene considerato uno dei più forti Himalaysti di tutti i tempi, uno che ha scalato tutti i 14 ottomila della terra senza ossigeno, due in inverno, cinque per vie nuove, uno che è stato candidato al Piolet d’Or per 5 volte vincendone due, ha un significato particolare, difficile da comprendere per me. Il fatto che Denis classifichi come “molto pericoloso” un trasferimento di cinque chilometri in scooter 50cc su un isola greca semideserta è quantomeno bizzarro. Mi fa pensare.
“Denis, le nostre non sono della moto - gli dico – sono degli scooterini del cacchio da 50cc. ”
“Si , ma è pericuoloso ugualmente” intanto guarda le abrasioni aperte sulla mia gamba e sul mio braccio. Anche io le guardo, con il sudore e il sole poi brucano tantissimo. Io ieri sono caduto. Che idiota.
Arriviamo alla base della falesia di Odissey e la costeggiamo per un tratto guardando all’insù fino ad arrivare al nostro settore. Ci imbraghiamo, cominciamo ad arrampicare.
“Emilio, tu prima”.
Vado. Salgo, catena, mi calo, tocca a Denis. Denis non è particolarmente elegante o aggraziato nel muoversi sulla roccia, non è molto fluido ma ha una efficacia, un consistenza arrampicatoria straordinaria. Quello che è in grado di fare qui, in falesia, con le protezioni relativamente vicine e le scarpette d’arrampicata ai piedi, Denis è quasi in grado di farlo in montagna, a 8000 metri, con gli scarponi doppi.
A pensarci bene direi che è questo il suo vero talento: riuscire a essere nell’arrampicata e nell’alpinismo quello che è nella vita di tutti i giorni. Denis è una persona generosa – forse la più generosa che conosco - caparbia, determinata, entusiasta, appassionata, che non lascia mai nulla di intentato e che allo stesso tempo non da nulla per certo o per scontato. Uno che si sa ancora sorprendere delle piccole cose e gode di ogni momento, anche quelli che noi consideriamo tempi morti o non-tempo, la transizione tra una cosa che stavamo facendo prima e una che faremo più tardi.
Denis è uno che sa dire grazie a chiunque, senza imbarazzo e senza vergogna.
“Vuoi?” dopo averlo calato mentre mi preparo ad arrampicare per il mio turno mi offre un succo di frutta mirtillo-lampone che sta dentro a una gigantesca bottiglia da tre litri. Non esattamente una confezione comoda da portarsi nello zaino. Ne bevo un po’. Non ha un sapore buonissimo, anzi fa proprio schifo, in più è calda. E credo che se la stia portando dietro da almeno tre giorni.
“Buona, no?” mi dice con un entusiasmo e una gioia fuori dal comune.
“Buona, sì” - dico io - “Buona”.
Denis oggi quando salivamo lungo il sentiero ha voluto a tutti i costi prendere sulle spalle la sacca con la mia corda da 80 metri “Tu leader di spedizione oggi, io soltanto seguo” ha detto mettendosi la corda a tracolla, non c’è stato verso di tenermela in spalla. Mi viene da ridere. Denis è quasi certamente l’Himalaysta vivente più forte della nostra epoca, è un alpinista famoso in tutto il mondo, e io oggi in falesia a Kalymnos sono il suo capo spedizione.
“Denis, mi prendi per il culo?” rido.
Denis è serissimo, invece. “Oggi tu comanda”.
Arrampicavo bene tanto tempo fa quando facevo solo quello, adesso faccio forse un grado e mezzo più di lui in falesia. A volte. E mi dice convinto che sono il suo capospedizione. Certe volte addirittura mi chiama "maestro di uso di piedi", seriamente. Non scherza mica. Denis adesso è senza maglietta e a piedi nudi in cima a un grande sasso, in mano tiene la bottiglia di succo di frutta da tre litri ai frutti di bosco. Beve e respira a pieni polmoni guardando verso Telendos.
“Non c’era una bottiglia più grande?” chiedo ironico. “No” mi risponde serio. Non hanno ironia, io penso, in Russia. Prendono sempre tutto così maledettamente sul serio. Poi dopo qualche secondo si mette a ridere anche lui.
“Era in offerta speciale, è buonissimuo, bevi ancora un po’, Emilio.”
Prendo la bottiglia e ne bevo un sorso. E’ ancora più calda di prima ed è un po’ acida, gli riconsegno la bottiglia in mano facendo la faccia di uno che ha appena dato un morso a un limone acerbo.
“Sorry Emilio. But it’s good for Energy. We need energy.”
You need energy in these days, Denis. Fai attenzione al Kangch. Mi raccomando.
#kangchennorth
Denis è un mio amico ed è anche il mio himalaysta preferito. E’ il mio eroe, se io fossi adolescente avrei un suo poster appeso sopra al comodino nella mia stanza. Alcune salite della sua carriera mi hanno lasciato senza parole come le nuove vie aperte con Serguey Samoilov sulla parete Sud-Ovest del Broad Peak, nel 2005 o la via nuova sulla parete Nord-Ovest del Manaslu nel 2006 o la salita al K2 lungo la North-West Ridge in ottobre, prima e unica volta nella storia che qualcuno è arrivato in cima al K2 in autunno; oppure ancora il capolavoro di via aperta nel 2009 sulla parete Sud Est del Cho Oyu con Boris Dedeshko. Salite leggendarie. Quando è in Italia e sta ad Albino io e Denis ci alleniamo spesso insieme in falesia.
In questi giorni Denis è al Kangchenzonga a tentare un’altra delle sue incredibili vie. Tra qualche giorno tenta la cima. Probabilmente domenica 18 maggio. Io sono qui che lo seguo e aspetto. Lo penso e nel frattempo mi alleno in bici.
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