lunedì 17 dicembre 2012

CARO IL MIO MAX.

Caro il mio Max Cassani,

ho letto solo stamattina sul sito de La Stampa il tuo nuovo articolo in risposta al mio post su facebook e ai successivi commenti che circa 250 dei miei amici hanno scritto dopo il tuo primo articolo della settimana scorsa. Devo ammettere che sono un po' sorpreso perché io ero rimasto all'epoca in cui erano i lettori che scrivevano le lettere a un giornale, e non il contrario. Tu hai scritto un articolo su un giornale nazionale per replicare a uno che ti ha commentato sulla sua pagina privata di facebook. E' come se Monti - Monti sei tu - facesse una conferenza stampa a reti unificate per rispondere per le rime al barista del Circolo Arci di Poggibonsi che ha osato criticarlo. (Il barista di Poggibonsi sono io.)

Qui si è girato il mondo e io non me ne ero neanche accorto.

La prima cosa che ho pensato è stata questa: il fatto che tu, dalle pagine del tuo giornale, ti sia dovuto prendere la briga di scrivere qualcosa a riguardo del mio post su FB mi da l'idea di quanto un certo tipo di giornalismo fatto male sia alla frutta e di quanto invece uno strumento come FB possa essere potente. E' una cosa che avevo decisamente sottovalutato, la forza dei social network, di FB, di twitter, della mia rete di amici virtuali e del mio blog.

Mi fa anche ridere il tono che usi per difendere il tuo primo articolo scrivendone un altro ancora più luogocomunista del precedente e che sembra più adatto alla pubblicazione su sputtanolamiaexfidanzata.com che per il sito de La Stampa. Comunque, contento te e contenti loro che te lo lasciano pubblicare, per me non c'è problema. Anzi. Mi sa che adesso iniziamo a divertirci.

Allora. Andiamo al sodo.

Io e i miei amici che abbiamo commentato il tuo articolo su FB siamo quelli che tu definisci "il popolo freeride de noaltri ". Siamo anche quelli che lo sci fuoripista, lo sci alpinismo, il freestyle, lo sci in pista tra le porte di un gigante, il telemark, lo snowboard, lo sci di fondo, lo slittino e il bob, insomma tutto quello che scivola e si può fare scivolare sulla neve andandoci sopra, indifferentemente, lo facciamo per davvero. Tra noi che ti abbiamo letto e commentato ci sono scivolatori della domenica ma anche maestri e istruttori nazionali di sci, di telemark, di snowboard, guide alpine, CAIsti, pro-skiers, scalzacani sovrappeso, ciaspolatori accaniti, morose che aspettano al bar della funivia, insomma c'è, ben rappresentata in ogni categoria di appassionato di montagna e della neve, tutta quella comunità eterogenea di persone che tu con il tuo articolo hai in qualche modo riepilogato in una accozzaglia di "braghemolli" che si alzano tardi; e in un gruppo "scivolatori di ringhiere" certi del fatto che per sciare liberi fuoripista non c'è niente di cui preoccuparsi, e niente da imparare.

Ecco, volevo dirti: non è così.

Io e quelli come me il freeride (o lo sci fuori pista, chiamalo come vuoi tu che per me è lo stesso) ci siamo preoccupati di farlo conoscere, di promuoverlo e di farlo crescere in modo responsabile tenendolo lontano dai luoghi comuni. Noi il freeride, facile o difficile, tanto o poco, estremo o elementare, lo facciamo per passione, perché ci piace, perché ci rende felici. Alcuni di noi ne hanno fatto una professione e lo insegnano o ne scrivono, altri lo fanno solo una volta ogni tanto ma insomma tutti, noi tutti che lo facciamo, bene o male che ci venga, lo facciamo prima di tutto perché ci piace stare in montagna. Ci piace la neve. Ci piace stare insieme. Non perché - come scrivi tu  - il freeride e il freestyle sono di tendenza. Non è perché è una cosa di moda, che uno va a sciare fuori pista. E' perché gli piace. Almeno, io credo. Io lo spero. Per me è così.

Io nella mia vita di direttore editoriale, di maestro, di atleta e di vicino occasionale di sedia in seggiovia, oltre a dire che sciando fuoripista ci si diverte, ho anche sempre detto e spiegato a chi ha appena iniziato o a chi sta per iniziare, che "la  montagna non è né buona né cattiva; è semplicemente pericolosa" e come tale - come a una cosa pericolosa, come dice Messner - bisogna avvicinarsi.

Se su FREE.rider da direttore editoriale il freeride l'avessi cercato di promuovere e di fare conoscere così come hai fatto tu con il tuo articolo su La Stampa, nel modo più banale e scontato e pericoloso che io riesca a immaginare, beh, di FREE.rider ne avrei portati in edicola un paio di numeri, non 32 in 9 anni come invece abbiamo fatto. Già che siamo in argomento, per smentire quello che hai scritto, vorrei ricordarti che quando io ho smesso di farla la rivista FREE.rider era viva e vegeta e la decisione di concludere la mia esperienza di direttore editoriale l'ho presa io. La mia decisione derivava dalla consapevolezza che un certo modo di fare i giornali stava per finire e che un altro modo di raccontare, di comunicare e di scrivere di montagna era alle porte ed era a quello che io volevo dedicarmi. Vedendo come li lasciano scrivere a te, gli articoli sui giornali, direi che la mia analisi e le mie scelte conseguenti non erano sbagliate

Max, cambio argomento rispondendo alle offese personali che muovi a me in prima persona, che sono una cosa diversa da quello che ho scritto io sulla mia pagina FB (sottolineo mia pagina FB personale, non la pagina di un giornale nazionale) rispetto al tuo lavoro. Io non ho detto che tu sei penoso;  Io ho detto che hai fatto male il tuo lavoro di giornalista, in modo qualunquista e luogocomunista e l'ho detto perché è quella la cosa a cui ho pensato appena dopo averti letto. E quanto pare non ero l'unico.

Poi. Il furgoncino VW che sta sulla homepage del mio sito web accanto alla scritta "In freeride we trust" è lì da quasi quindici anni, può darsi che a te adesso appaia un luogo comune ma ti garantisco che nel lontano 1986, quando io ho comprato il mio primo furgone per andare a sciare e dormirci dentro mentre tutti i miei coetanei sognavano e compravano la Golf GTI, la Renault 5GT Turbo o la Uno Turbo, non era affatto un luogo comune. Chissà dove eri tu, nel 1986?

Poi. Le frasi come questa "veniva la nausea a vedere le immagini pubblicate su Skiing" che tu citi con malizia e arbitrariamente prelevandole da uno dei miei editoriali di FREE.rider avevano nel contesto dell'articolo il senso esattamente opposto a quello che tu vuoi dare ad intendere ai tuoi lettori, che in questo secondo articolo cerchi di spaccare in due fazioni opposte: i freerider cattivi e integralisti come me; e i freerider buoni e aperti al nuovo, in cui ti ci metti tu e in cui cerchi di fare convergere quelli che non mi conoscono e che non hanno la pazienza o il tempo di leggere tutte le cose che ho detto sino a qui.

Il contesto originario della frase, che tu hai omesso di citare, diceva che ciò che mi dava la nausea era l'idea che il freeriding fosse considerato soltanto immagine, spettacolo, qualcosa privo di contenuto da svendere e da usare, e poi nient'altro. Mi dava fastidio l'idea che il freeriding su certe riviste stesse diventando quella cosa che è diventata oggi, solo immagine e tendenza (che parola del cazzo, tendenza) e che i giornalisti come te, quelli che sono arrivati dopo e che del freeriding se ne occupano un giorno all'anno e se ne fottono, ne stessero facendo carne da macello. Max, io l'ho già visto lo snowboard dove è andato a finire grazie a quelli che ne hanno scritto e che lo hanno "usato" come fai tu adesso con il freeriding. Non è stata una bella fine. Per quanto mi è possibile, io non lascerò che la situazione si ripeta.

Infine.  Per dimostrare quanto fai male e sopratutto in modo scorretto il tuo mestiere di giornalista basta leggere dove dici : "Io INVECE" e poi prosegui "credo che bisogna avere rispetto per tutti: scitori, freerider, fondisti, scialpinisti. Perché in pista o fuoripista, sempre di sci - o di snowboard - si tratta. Sputare sugli sciatori chiamandoli "pistaioli" (un classico) fa sorridere se pensi a chi predica il rispetto per la montagna e poi sale in cima con l'elicottero".

Invece cosa? Invece, un cazzo.

Io ho fatto della multisportività e della polivalenza la mia filosofia sportiva e - azzardo a dire - di vita. A testimoniarlo ci sono le cose che ho fatto o provato a fare nella mia carriera sportiva e professionale e le cose che ho scritto, che se uno vuole può andarsi ancora a leggere o a cercare nel web, qui ad esempio, dove ci sono ancora gli editoriali che tu hai citato nelle parti che ti facevano comodo e che probabilmente non hai nemmeno provato a leggere per intero e fino in fondo.

Caro Max, quando hai voglia di farti un giro a Foppolo io ti aspetto. Portati sci larghi, lunghi, corti stretti, da freeride, da sci alpinismo, da telemark, da fondo; portati lo snowboard, le ciaspole, le pelli di foca, il tutino e le braghe larghe, riempi la macchina di tutta la roba che hai per scivolare e vienimi a trovare, che ci facciamo una sciata insieme. I bob casomai, li prendiamo al noleggio.

Gli sci da pista, portati i tuoi. Fai bene le lamine, prima di venire, che sciamo veloce e in conduzione sul duro. Così capisci che anche a me piace sciare in pista e tra i pali di un gigante e che non sono io quello che sputa su quelli che stanno in pista chiamandoli dispregiativamente "pistaioli", non ho mai detto niente del genere. Nell' occasione se troviamo tempo e se sei allenato abbastanza ci facciamo anche un giro in salita con le pelli e ti spiego che non sono io quello che per sciare in neve fresca ha bisogno di farsi portare in cima alle montagne con l'elicottero. Cazzo dici?

E magari, tra una curva e l'altra, ti rendi conto che oltre a dire fesserie belle e buone hai anche detto cose non vere. Che per uno che fa il giornalista, non è mai una bella cosa.

Ti aspetto,
ciao,
Emilio.



  

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