venerdì 30 novembre 2012

TALENTO.

Mi ha sempre affascinato l'idea di sapere giocare bene, benissimo al biliardo. Di suonare benissimo una chitarra o un pianoforte, o di saper mettere a punto una carburazione in un modo che non riesce a nessun altro. Mi affascina l'idea di uno che arriva lì sbucando dal niente, uno a cui non daresti né un soldo né uno sguardo, e che da un oggetto o da una cosa inanimata tira fuori qualcosa di sorprendente, di magico, di inaspettato, di bellissimo. Prima credevo che ad affascinarmi fosse il talento in sé, l'arte pura, la sua esibizione. Oggi so che ciò che mi ammalia, ciò che mi incuriosisce e in definitiva mi interessa é la sensazione di saper fare o di veder far qualcosa - qualsiasi cosa - dal niente, senza la necessità di considerarlo arte e senza la necessità di vedersi riconosciuto o gratificato o premiato per questo. Essere partecipe della creazione, direi che questa è la cosa affascinate. Tutti ti dicono che il talento è un dono, qualsiasi talento uno abbia. Nessuno ti dice che il talento, qualsiasi talento tu senti di avere, grande o piccolo che sia, è qualcosa di tuo, di personale e di intimo, da coltivare, da fare crescere e da proteggere. In fondo la cosa più importante del talento, se per caso capita che ne coltivi uno, è la possibilità di non mostrarlo agli altri. La possibilità di non usarlo mai. La possibilità di sparire in un attimo e andare avanti a fare quello che facevi. Oppure la possibilità di farlo diventare la tua passione e il senso stesso della tua vita. Anche se gli altri non lo sanno. Questa è la libertà. Questa è la condizione per crescere.

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